Laboratorio 1

L’ultimo laboratorio è stato dedicato alla memoria. Abbiamo deciso di riflettere su questo argomento per ultimo, al fine di fare una sintesi dell’intera esperienza del progetto Postmarks, e anche per i partecipanti era di grande interesse poter affrontare la complessa relazione tra memoria e disabilità. Siamo partiti con l’idea che ogni ricordo, ogni esperienza che viviamo è come una mattonella che aggiungiamo al mosaico in continuo mutamento della nostra identità. Inoltre, possiamo considerare i ricordi come le rughe, le tracce, le impronte prodotte in noi stessi da almeno uno dei nostri cinque sensi. Per questo abbiamo mostrato ai partecipanti alcune opere d’arte di Evgen Bavčar, un fotografo che è diventato cieco. Ciò che maggiormente colpisce di questo artista è che ha imparato a usare i suoi limiti e la sua disabilità come ingredienti importanti nel suo processo creativo. L’opera di Bavčar indaga le relazioni tra visione, cecità e invisibilità: una delle sue sfide è la riunione dei mondi visibile e invisibile. La fotografia gli consente di cambiare il metodo stabilito della percezione tra coloro che vedono e coloro che non vedono. L’artista scatta immagini di cose che non ha mai visto e non vedrà mai. Si ricorda di come la sua vista ‒ e i pensieri che aveva mentre osservava ‒ funzionava. Quindi si ferma davanti a cose che gli sembrano interessanti e scatta una foto, in cui è possibile vedere il soggetto ritratto e le sue mani che toccano il soggetto stesso. Un po’ come se scattasse foto dalla memoria. L’altra fonte di ispirazione è stato il lavoro del gruppo tedesco, e in particolare le composizioni di Sylvia e Krystha che hanno dato come regalo a Ilaria durante il seminario a Bologna. Guardandole abbiamo anche riflettuto sull’idea che la memoria assomiglia a un filo che a volte è aggrovigliato, a volte lineare, a volte spezzato. Nel nostro cervello questi fili si intrecciano, si annodano e si accavallano fino a creare fitte trame che salvaguardano “tesori” intimi come una piccola pietra, un vecchio biglietto, un odore particolare…

Partendo da queste basi, abbiamo dato a ogni partecipante una piccola scatola da riempire con materiali differenti, in base alle seguenti categorie:

– il filo della memoria

– un oggetto speciale

– un ricordo dell’infanzia

– una parola importante

– un ricordo recente

– un sogno o un incubo.

Questa attività ha condotto i partecipanti a riflettere sulla loro memoria personale suddividendola nei suoi elementi fondamentali, rappresentati dalle categorie. Ognuno ha creato il proprio “archivio segreto” trasformando i propri ricordi in immagini, segni, colori, parole e oggetti. I partecipanti hanno messo un’impronta ‒ che è un altro tipo di ricordo ‒ della parte preferita del loro corpo sul coperchio di ogni scatola.

Abbiamo raccolto tutti i lavori prodotti durante tutte le 6 sessioni e li abbiamo inviati al gruppo inglese.

Esperienze

I primi accenni di primavera mi facevano ben sperare nella fine dell’inverno, da me sempre detestato, e nell’inizio di una radiosa bella stagione. I pensieri ottimisti si rincorrevano gioiosi in calde fantasie estive: “finalmènt dall’invèran a sàn fòra!” consideravo, io pugliese, nel mio bolognese artefatto. Mi trastullavo nel godimento di tutta questa atmosfera. Rimaneva preminente, comunque, la trasferta lavorativa a Birmingham per l’incontro conclusivo del progetto europeo Postmarks: una “quattro-giorni e tre-notti” tutta da assaporare fino in fondo. Non me ne preoccupavo affatto, sicuro com’ero della mia carica adrenalinica al sapore di olio abbronzante della vicina estate. A spezzare l’incanto, però, era la “nuova e lieta novella” di un collega che, con aria seriosa, mi invitava a mettere in valigia abiti invernali perché in Inghilterra nevicava. “Mìzzica, questa non ci voleva!” riflettevo tra me e me, condendo il mio slang di un po’ di siculo per poi arricchirlo di coraggioso romanesco “ma che me frega, basta che se magna e se dorme bbene!”.

L’arrivo all’aeroporto di Birmingham vedeva i cinque “espatriati” italiani più spavaldi che mai, sicuri di una calda accoglienza da parte di tutti: “I’m italian, I’m greatest!”, ero sicuro di me e, per fortuna, nessuno poteva ascoltare i miei pensieri nel mio inglese beatlesiano improvvisato. Ero ignaro di quello che avrei incontrato da lì a pochi minuti, ma fiducioso nel magico e avanzato mondo britannico. Infatti, tutto quel viaggio si stava condendo di fatata magia. A rompere l’incanto, però, era un nuovo ostacolo: la scelta del taxi attrezzato per il trasporto dei disabili. “Non c’è problema, male che vada ci pensiamo noi a farti salire sul taxi!” sancivano con solennità quasi austera i colleghi, mentre io con tono più dimesso ribattevo: “Non c’è problema?”. I taxi britannici sono diversi dai nostri. Innanzitutto sono più alti e all’interno sembra di entrare in un piccolo salotto. Mancava solo il the pomeridiano e un altro incantesimo si sarebbe aggiunto a quell’atmosfera incantata. Intirizzito com’ero dal freddo, non mi riusciva tanto facile piegare la gamba per fare il mitico balzo in avanti verso quel “salottino”, ma a provvedere a tutto erano i miei “amici di ventura” che afferrandomi, chi dalle gambe e chi dalle braccia, mi sospingevano con decisione. L’aiuto decisivo mi veniva offerto da chi con coraggio premeva sui miei glutei, provocando la mia reazione fatta di risata e smarrimento: “Che m’ tocca fà pè campà!”, tornavo alla madrelingua pugliese.
Il tragitto in taxi fino al nostro hotel era fatto di considerazioni e frasi spiritose. Non si poteva fare a meno di volgere, di tanto in tanto, lo sguardo verso il finestrino per constatare con rassegnazione o con gradimento, a seconda dei gusti di ciascuno, che la neve continuava a cadere giù dal cielo. “Ma chi è stato quel ‘santone’ che ha asserito che in Inghilterra si mangia male?”, chiedevo con incredulità. “Qui si mangia bene, altroché”. Il Mario Fast Food che era in me gioiva degustando pietanze a base di riso e pollo. Intanto notavo la compostezza e il silenzio dei commensali ai tavoli vicini, mentre noi “italians” più fracassoni ci davamo al tono di voce più sostenuto e alla gestualità più folkloristica: “Sono anch’io vittima di pregiudizi nei miei stessi confronti!”, constatavo con canzonatoria ilarità.

Dopo il pranzo si correva all’Ikon Gallery dove avremmo incontrato gli altri partners europei: con “How are you?… What a nice surprise!” si sarebbe fermata la mia conoscenza d’inglese se non fossero venuti in soccorso vecchi e recenti ricordi di titoli di canzoni, e allora sotto con “Strawberry fields forever!” e più ancora con “Satisfaction!” fino alla più recente “Sky fall!”. Persino gli inglesi mi facevano i complimenti per l’ottima pronuncia garganico-anglosassone ed io, ignaro di tutto, sorridevo soddisfatto. Che bella sensazione era trovarsi in quella sala ricca dei lavori di ogni gruppo: “Ooohhh!”, restavo a bocca aperta.

I giorni passavano velocemente mentre pensavo a cosa portare con me in Italia come souvenir. Prima, però, avevo da svolgere un laboratorio ludico-creativo a cui avrebbero partecipato anche famiglie e bambini della zona. Ci veniva chiesto di decorare in modo personale e creativo degli oggetti di varia natura (cornici, bastoncini, griglie di ferro) con nastri colorati: “nelle cose manuali so’ proprj ‘na chiavica!” asserivo con severità. In quel momento mi si avvicinava una graziosa e gentile ragazza belga che, mostrandomi il suo lavoro, me lo regalava: “Un cadeau pour toi!”. Col francese avevo più confidenza, quindi rispondevo prontamente: “Merci beaucoup, tu es très gentile!”. Il souvenir britannico era stato così trovato senza costi aggiuntivi. Al quarto giorno la sveglia preannunciava il nostro rientro in “patria italica” e io non potevo che guardare con nostalgia ai miei magici giorni in terra oltremanica.

Mario Fulgaro, animatore disabile del Progetto Calamaio

Fare memoria di chi siamo e di chi siamo stati è un bisogno primario dell’uomo, come mangiare e dormire, tanto che alcune demenze senili che si portano via la memoria quasi annullano la persona, perché ognuno di noi è quel che è per la sua storia, per quello che si porta dietro da quando è nato, gli eventi della sua vita e ancor di più le emozioni che si risvegliano al ricordo di quegli eventi.

In fondo noi siamo quello che ricordiamo di noi e quello che ci ricordano gli altri.

Nel film Il favoloso mondo di Ameliè la protagonista ritrova per caso, nascosta in un buco dentro al muro, dietro a una mattonella della parete della cucina, una vecchia scatola di latta contenente diversi oggetti raccolti di certo da un bambino tanti anni prima e lì nascosti come un tesoro. E così, informandosi dagli altri vecchi condomini, risale al nome del proprietario precedente e si mette a cercarlo in tutta Parigi, suonando nelle case dove risulta abitare un uomo con quel nome e cognome. E, dopo vari tentativi, alla fine lo trova: senza dire nulla gli fa trovare la scatola in una cabina telefonica e lui, un signore ormai avanti con l’età, guarda quell’oggetto della sua infanzia ormai dimenticato e scoppia a piangere. 

Ameliè riprende così le vie trafficate e caotiche della città, soddisfatta, con la conferma che quello in cui credeva, e cioè quanto potesse essere importante quell’oggetto per quella persona, valeva la fatica di quella ricerca. Un gesto gratuito il suo, mosso certamente da una sensibilità acuta e sottile, ma che rivela in fondo il sentire più intimo di ognuno di noi. 

È questo che ho ritrovato nello svolgere il laboratorio della scatola: una commozione dolce e dolorosa allo stesso tempo di quel che è stato e che non è più, una nostalgia per quell’infanzia che sembra sempre bella rispetto ai problemi da adulti e alla vita quotidiana.

Ci sono state date sei tracce da seguire: 

– il filo della memoria: la richiesta era di rappresentare la nostra vita dalla nascita fino a quel momento con fili di diversi materiali (lana, plastica, cotone, spago,…) e di diversi colori;
– un oggetto speciale: dovevamo rappresentare, dando forma alla plastilina, un oggetto reale che possediamo ancora e che per noi ha un’importanza particolare;
– un ricordo dell’infanzia;
– una parola importante: reale o immaginaria che ci riporta a momenti speciali, una sorta di parola “magica” con la quale aprivamo le porte della nostra fantasia;
– un ricordo recente;
– un sogno o un incubo. 

Sei elementi dentro a un’ordinaria scatolina di plastica bianca con sei scomparti, di quelle per dividere viti, anelline o oggetti di piccole dimensioni, comprata di certo in una normalissima ferramenta… Ma che, con quel contenuto così prezioso e personale e forte e unico (nessuna scatola aveva anche solo un elemento uguale a quello di un’altra), ha acquistato un valore e una pregnanza non definibili. 

Non ci è stato chiesto né il nome, il cognome, né il titolo di studio, lo stato civile, l’età o la nostra professione. Sarebbe stato troppo facile e, soprattutto molto arido, perché non significa esporsi, ma comunicare dei semplici dati. 

Invece, utilizzare questi strumenti per presentarsi all’Altro che non conosciamo – era questo uno degli obiettivi del laboratorio – ha significato aprire una porta molto intima e personale, che qualcuno di noi, forse, aveva tenuto chiusa per tanto tempo anche a se stesso, dimenticata in un angolo della casa, come il personaggio del film, e poi chi ci pensa più…

Ma i ricordi si divertono a giocare a nascondino e così è sufficiente un odore, un oggetto ritrovato, una vecchia foto per riaprire un passato in fondo mai dimenticato.

Ora sono in giardino e da una finestra di qualche casa indecifrata qui attorno è uscito un profumo invitante di peperonata: è bastato un respiro per riaprire i ricordi di quando da bambina, in estate, la mia nonna mi cucinava il “friggione” sulla stufa a legna fuori nell’aia…

Di certo questo è stato il laboratorio più bello a cui ho partecipato.

Patrizia Passini, educatrice del Progetto Calamaio 

Ci caliamo nel calamaio

Ciò che siamo oggi ha origini molto lontane. L’identità attuale è la somma di attimi a volte talmente piccoli, da non apparire nemmeno importanti. Ma lo sono, sono determinanti. Sono i dettagli della memoria. Sono ciò che rende ogni storia originale e senza eguali. Sono le sfumature di ogni individuo, il colore e il sapore di ogni storia.

Questa riflessione pare quasi che contrasti e stoni con le storie di vita impregnate e caratterizzate in modo assoluto da elementi tanto ingombranti e travolgenti quali la disabilità, il trauma, il lutto, la malattia. Come se non potesse rimanere spazio per nient’altro. Come se chi è impegnato a “sopravvivere” alla tragedia non avesse alcun interesse e alcuna possibilità di guardarsi attorno e vivere la vita.

Per fortuna non è così. O non è solo così. Questo laboratorio ha portato a galla dettagli, piccole cose, veloci momenti che hanno caratterizzato le storie di ognuno di noi. La disabilità fa da sfondo, ma non impedisce lo scorrere della vita anche nelle fessure dei particolari.

E in effetti, pensandoci bene, è l’unico modo che conosciamo di vivere!

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