di Arianna Papini, scrittrice, artista, docente, arteterapeuta

I miei tre principali mestieri sono accolti dai libri che scrivo e illustro. Lì le storie che incontro come terapeuta, le immagini che nascono tra le mie mani di artista e le parole non dette ma indelebili nella mia mente di scrittrice entrano in contatto tra loro e creano, al di là di quello che posso decidere razionalmente. Perché i temi ci chiamano. La vita ci pone di fronte a essi quando meno ce l’aspettiamo. 

Spesso tali temi, cosiddetti difficili, portano le persone di tutte le età a varcare la soglia del mio studio di arteterapia, a chiedere aiuto, quasi fossi un’isola in mezzo al mare in tempesta. Così mi sento per i miei pazienti e così, a mio parere, devono essere anche i libri. Lì dobbiamo poter incontrare le nostre storie e trovare definizione di eventi indicibili che ci annientano, tanta è la loro forza ardente, ci portano via, distolgono la nostra creatività dalla strada immensa del fare per proiettarci, a volte, verso quella del distruggere. 

L’arteterapia ci dona strumenti per costruire sempre, usare le mani, il corpo, i sensi in modo creativo così da andare oltre e rinominare l’accaduto. Spesso quando conduco grandi gruppi inizio leggendo un buon libro per bambini, quindi un libro senza età, in cui gli adulti possano ritrovarsi e incontrare gli altri, rendere poetico ciò che proprio non lo è, tradurre eventi in immagini, esattamente come accade con la terapia non verbale nel momento in cui lavoriamo con i materiali artistici. 

La stanza, quando vi si condivide un buon libro, diventa densa. Le parole e le immagini di alta qualità artistica e letteraria creano percorsi bellissimi e dunque accettabili, poiché la bellezza è linguaggio universale e inter-età. Gli sguardi commossi, le guance arrossate di chi ascolta e pende dalle tue labbra creano ponti affettivi indelebili, preziosissimi. Condividere la lettura è un’opportunità grande, colma di senso. 

Ciò che giunge continuamente ad adulti e bambini è una serie di informazioni poco affettuose, che vanno dritto al motivo per cui sono erogate, pensiamo alla pubblicità ad esempio. È utilizzato fortemente l’accento didascalico, tu devi fare questo perché è bene per te e avrai così in cambio qualcosa. Tale messaggio è terribile. Abitua al pensiero che le cose vadano fatte e comprate con l’aspettativa di un ritorno visibile, concreto. La vita per fortuna non è così. Ciò che abbiamo di più prezioso non ci siamo accorti di quando ci è stato dato, sono doni in natura, percorsi comuni, condivisioni di senso, di spazio e di tempo. Comprendiamo quanto preziosi siano solamente quando ci vengono a mancare e il nostro dovere, come terapeuti, è quello di essere grandi lenti d’ingrandimento per i pazienti, così che possano concretamente osservare quanto siano ricchi. 

La dimostrazione di quanto il falso segnale di scambio oggetto-felicità sia deleterio è l’osservazione dell’infelicità costante in cui vivono persone che lo perseguono, che spesse volte finiscono in un turbine di compulsività legato all’alimentazione, al gioco o all’acquisto di oggetti inutili. E ancora, quanto ci si senta ricchi appena usciti da un’esperienza di volontariato, quando non siamo pagati per niente, ci dice molto sulla falsità del suddetto precetto. 

In controtendenza il libro, quando è bello, non è mai didascalico. Invita a un percorso che per forza è lento, altrimenti non potrebbe essere letto o ascoltato. L’invito è opzionale e di ampia interpretazione. Il nostro linguaggio è così sfaccettato… Molte parole hanno più di un significato e nella poesia questo è accentuato incredibilmente, per non parlare delle immagini. Ciò che l’autore desidera comunicare è elevato all’ennesima potenza e prende strade diversificate e misteriose, andando a sondare ciò di cui l’autore stesso non ha tenuto conto. Accade quindi che leggendo ad alta voce un proprio scritto e osservando chi ascolta si aprano nuove strade interpretative allo scrittore stesso che trova, attraverso la condivisione del libro, significati nuovi e allo stesso tempo antichissimi, profondamente radicati nella propria storia.

Spesso sento dire che un libro contiene un messaggio troppo difficile o duro per i bambini. È un tema importante questo, che riguarda la fiducia che noi, operatori della crescita, abbiamo nei piccoli di cui ci occupiamo. Io ho estrema fiducia nelle persone, quando poi sono ancora piccole hanno sempre una capacità immensa di comprendere ciò che accade. Assisto alla loro frustrazione, poiché i temi che hanno ben presenti non sono svolti dagli adulti come da loro richiesto. La nascita, la morte, la guerra, il dolore giungono ai bambini in modo diretto e spesse volte cruento, ma è difficile che gli adulti si impegnino nel trovare le parole giuste, poiché sono ossessionati dal dover dimostrare di saper spiegare. 

Sappiamo bene che dove la scienza non arriva nascono l’arte, la musica, il sogno, la spiritualità. Dunque non sapere rappresenta una grande opportunità creativa. Ma l’adulto perde coscienza di questo, poiché l’essere umano nasce attento ma cresce distratto. 

È inutile voler spiegare l’inspiegabile o cercare di essere forti nel sostenere il dolore dei bambini, che evidentemente è insopportabile anche per chi lo accoglie per mestiere, oppure cercare di distrarli da un pensiero perché non sappiamo affrontare il loro tema, troppo doloroso per noi. Quando un bambino, fissandoci negli occhi, ci chiede dove sia il suo zio ora che è morto o da dove sia nata la sua sorella o ancora perché il suo gatto si sia ammalato anche se è tanto buono, credo che si debba abbandonare l’idea di spiegare e che l’unica via sia quella di condividere le sane, difficili curiosità tornando bambini, dando nome e colore alla via comune del racconto, che appartiene alla vita e come tale è sempre molto prezioso. 

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