di Federico Appel, illustratore

Come illustratore, con il mio tratto che prova il più delle volte a essere leggero e surreale e ironico, affrontare i cosiddetti temi difficili non è semplice. Anzi, posso dire che in ogni lavoro che mi è stato commissionato, ho sempre provato a svicolare dalla rappresentazione diretta del dramma. Nel romanzo Muschio di David Cirici, che è stato da poco pubblicato da Il Castoro, e che racconta la storia di un cane alle prese con la guerra, ho provato in ogni illustrazione a deviare l’attenzione dal dramma verso particolari secondari e ho preferito rappresentare, anziché l’azione principale e più spettacolare, momenti marginali ma che potevano fornire una chiave inedita per leggere la storia. 

Ma è anche vero che quest’operazione non sempre è possibile. In Pesi Massimi, ad esempio, che ho scritto e illustrato, è successo che il tema difficile sia comparso anche quando ho provato a eluderlo. Anzi: quando mi sono prefisso di raccontare storie di sport e razzismo, mi ero prefisso anche di non cedere a una fantomatica retorica e di provare a mantenere inalterata la mia voglia di ironia. Così, anche quando ho raccontato momenti drammatici di esclusione o di segregazione, ho sempre provato, nelle illustrazioni di quel libro a fumetti, a inserire nelle immagini elementi incongrui, per strappare un sorriso ma anche e soprattutto per punzecchiare l’intelligenza. Così è uscito fuori un Mickey Mouse tra i prigionieri dello stadio di Santiago del Cile, oppure un pavone posato sulle spalle di Arthur Ashe che annuncia al mondo di essere sieropositivo. Avevo cioè paura dei momenti difficili e paura che il mio disegno poco accademico e molto selvaggio non avesse spalle abbastanza larghe per sorreggere la complessità. Invece poi, a lavoro finito, ho visto che il tema difficile e complesso e ricco di sentimento usciva fuori comunque, a prescindere dal mio disegno. Anzi, ho notato, o scoperto, che i sotterfugi ironici che ho usato in taluni casi, nella loro bizzarria, sono riusciti ad amplificare la potenza espressiva del tema. Ed ecco che sono usciti fuori momenti commoventi (la morte di Luz Long ad esempio), efficaci, nonostante la mia riottosità ad affrontare il sentimento. A riprova, se vogliamo, che una storia bella, se raccontata senza troppi artifici, ha bisogno solo di un onesto raccontatore che la rilanci, per portare fuori tutto quello che contiene.
Allo stesso modo, nel recente La leggenda di Zumbi l’immortale, scritto da Fabio Stassi e da me fumettato, mi sono trovato ad affrontare una storia piena di uccisioni, ingiustizie cosmiche e apparentemente senza soluzione, sofferenza. Stavolta, un po’ più sicuro forse delle mie possibilità espressive, ho cercato un tratto più drammatico, forse un po’ più adulto, ma sono anche riuscito (in maniera per me soddisfacente) a integrare il dramma con un po’ di ironia razionale, così che la storia di Zumbi, primo schiavo ribelle e supereroe ante litteram, acquistasse forza e leggerezza, avesse sentimento ma anche divertimento e anzi ognuno di questi elementi fosse complementare alla forza dell’altro. Provare, cioè, a opporre alla realtà, difficile e dura, un ottimismo della volontà, ironico e leggero. Un po’ come accade ad esempio in Miracolo a Le Havre, splendido film di Aki Kaurismaki che parla di emigrazione e sofferenza con la leggerezza di una favola e con un’ironia veramente irresistibile.

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