di Grazia Verasani, scrittrice

Io penso che i bambini siano dei detective naturali.

Penso cioè che sappiano molte cose ancora prima che gliele si spieghi.

È un istinto. Il terreno vergine di una sensibilità che assorbe in grande quantità e che sa andare al nocciolo, stupendoci spesso, anche per quell’essenzialità che nei bambini è un talento innato.

Il bambino chiede. E l’imbarazzo, a volte, è solo nostro. Ci arrabattiamo a cercare risposte che non siano complesse e che non li confondano o danneggino. Ma io credo che i bambini, sotto sotto, ridano di noi e dei nostri teatrini. A questo proposito, mi viene in mente un episodio della mia infanzia.

Avevo dieci anni e mi svegliai in piena notte sentendo il trillo del telefono in corridoio, la voce di mia madre che rispondeva e poi scoppiava a piangere.

Il giorno dopo, mio padre non sapeva come dirmi che il nonno era morto quella notte. Mi fece sedere con aria solenne, mi prese le mani ed ebbe inizio il rituale. Avrei potuto fermarlo, dirgli: “Guarda che lo so già che il nonno è morto”. Invece mi misi a piangere perché quella era la reazione che ci si aspettava da me. Questo per dire che i bambini incamerano le nostre ipocrisie, le fiutano a distanza, sono imitativi, fiduciosi, ma non sono stupidi. Il bello è che, pur metabolizzando in fretta le regole, le infrangono con il gioco, strumento per eccellenza di sdrammatizzazione, di irriverenza, e di amor proprio difensivo. Evitare argomenti come la morte o il dolore è, a mio parere, l’illusione di offrire loro un riparo impossibile. Aggiungo che, anche se forse è una banalità, i bambini che crescono con qualche animale hanno molte più chance di accettare la morte come un evento naturale. Se la trovano di fronte come un fatto doloroso ma incontrovertibile, e in un certo senso democratico. E anche lì, il funerale di un gatto o di un cane, svolge un ruolo di rappresentazione onoraria, di rispetto della vita, e quindi della morte, sempre a patto che non ne venga sminuita o ridicolizzata l’importanza.

Sono le parole che si usano, a contare. L’attenzione e la cura delle parole. La difficoltà maggiore credo sia questa.

Trovare un modo intelligente, delicato, o anche surreale e divertente, per aprire tutte le finestre a disposizione, morte e dolore compresi, senza tabù o infingimenti. Dando alla commozione un valore liberatorio, e non trattandola come un segno di debolezza. Dimostrando cioè che la fragilità non è un difetto, anzi, è la nostra vera forza. Perché possiamo condividerla, e quindi consolarcene. Perché siamo tutti umani e fallibili, e la vita è più ampia di una gara a chi perde e chi vince, e non c’è manicheismo che tenga. Credo sia importante parlare della sconfitta in termini leggeri, per evitare anche quell’ansia da prestazione che vedo in tanti adolescenti e di cui ho parlato nel mio ultimo libro (Senza ragione apparente, Feltrinelli, 2015)

Ma io non sono un educatore. Sono solo una che, se avesse avuto dei figli, gli avrebbe fatto leggere Rodari. O libri come La nonna addormentata di Roberto Parmeggiani che ho trovato bellissimo. E avrei lasciato che la fantasia la facesse da padrona. Perché stimolarla è il più grande regalo che si possa fare a un bambino. Io in questo senso sono stata davvero fortunata, ho avuto Antonio Faeti come maestro elementare: ci faceva disegnare in classe fumetti e a me regalò un quaderno da usare come diario (il primo di una lunga serie).

In sintesi, penso che occorra offrire ai bambini la varietà delle differenze (la realtà è un incontro di opposti), delle scelte possibili che poi saranno solo loro. Ma mostrargliele tutte. Senza tabù, dogmi, rigidezze, pregiudizi. Del resto, ci si libera della paura solo sapendo che esiste, e non rimuovendola. E presentando ai bambini i modelli migliori, cioè adulti che ogni tanto si tolgono le maschere.

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