di Roberto Parmeggiani, scrittore

Durante un pranzo domenicale in famiglia, mia nipote Chiara, quattordicenne, all’improvviso mi chiede, un po’ stupita, un po’ inorridita: ma zio, perché scrivi? Cioè perché ti piace tanto scrivere? 

In quel momento, colto alla sprovvista, ho fatto fatica a rispondere, ho balbettato qualcosa poi ho cambiato discorso. Quella domanda, però, come spesso capita con le cose importanti, mi è rimasta attaccata, anzi si è messa in contatto con il bambino che ero e che, a scuola, non riusciva a scrivere più di una riga per mancanza di idee e che forse, così come mia nipote, si meritava una risposta.

Quella risposta, oggi, mi sembra possa servire anche a tentare di rispondere alle domande che ci siamo poste in questa monografia. Come scrittore, infatti, ritengo che prima del chiedersi come sia possibile raccontare temi definiti difficili ai bambini si debba aver chiaro il motivo che ci spinge a scrivere, a usare cioè le parole come principale mezzo di relazione. Sono convinto, ancora, che sia proprio nella motivazione del perché che possiamo trovare anche la risposta del come.

Ecco, allora, la risposta che ho condiviso con mia nipote.

Cara Chiara,

ho avuto bisogno di un po’ di tempo per chiarirmi le idee ma adesso posso rispondere alla tua domanda. Posso finalmente dirti perché ho deciso di dedicare tanto tempo alle parole e di fare della scrittura il mio lavoro.

Dei tanti motivi a cui ho pensato, ne ho scelti tre. Non so se sono i più importanti o i più significativi, di certo sono quelli che in questo momento mi contraddistinguono maggiormente.

Primo, scrivo per costruire luoghi

Scrivo per costruire luoghi dove i lettori possano smarrirsi, dove non abbiano paura di perdersi e, anzi, dove desiderino farlo. Perdersi per incontrarsi di nuovo, per scoprire qualcosa di loro che ancora non conoscono e che riesca a svelare ai loro occhi un aspetto che prima era incosciente, sommerso, qualcosa che causava vergogna, per esempio, perché percepita come diversa dal normale e che fino a quel momento, magari, avevano rifiutato. Un luogo dove le persone, e io per primo, possano passeggiare, sedersi, mangiare, incontrarsi, condividere; dove sia possibile identificarsi e trovare un legame tra quello che il lettore vive, la sua esperienza personale, e la storia raccontata nel libro. Un luogo, cioè, dove non essere soli ma, al contrario, sentirsi compresi e non estranei a questo mondo.

Chiara, quando penso a un luogo penso a un paese come quello delle meraviglie di Alice, a una fabbrica come quella di cioccolato di Willy Wonka, o una città come quelle invisibili di Calvino. Ma anche a un giardino segreto come quello dove sono cresciuti Mary e Colin, alla strada di mattoni gialli del Mago di Oz, a un bosco come quello dove vivevano i Fratelli Grimm o, infine, al fondo del mare, come quello della Sirenetta o del Capitano Nemo.

Come dice lo scrittore turco Omar Pamuk: “Scrivere è riconoscere le proprie ferite segrete e condividerle”, trasformarle, cioè, in uno specchio nel quale gli altri possano riflettersi scoprendo che non sono gli unici a sentire e vivere certe cose.

Anche tu avrai un luogo dove ti rifugi quando ti senti triste oppure dove ti piace andare quando sei felice. Io spero di riuscire a offrire ai miei lettori spazi dove stare bene, dove qualcuno come te possa trovare se stessa.

Secondo: scrivo perché scrivere significa amare 

Scrivo perché scrivere è narrare e narrare è un modo di amare. 

Forse ti stai chiedendo in che senso. Amare, soprattutto per un’adolescente come te, è qualcosa di apparentemente molto diverso dalla scrittura: è sudore, sguardi imbarazzati, il cuore che batte senza fermarsi, lo stomaco chiuso, ore senza fine in attesa di un nuovo gesto. 

Beh, ti dirò che tutto questo ha molto a che fare con la scrittura e con l’amore del narratore. 

Narrare, infatti, significa lasciare una traccia nel lettore, nella società e nella storia. Significa sudare con i propri personaggi, lanciare sguardi imbarazzati, avere un cuore che batte senza fermarsi, andare a dormire con lo stomaco chiuso, aspettare ore senza fine un nuovo gesto che cambi la giornata. Io scrivo perché esprimo, attraverso la narrazione, il mio amore per l’altro, per la società in cui vivo e per la storia. Scrivo perché narrare significa disegnare la mappa dell’anima degli esseri umani, una mappa che porta sempre all’incontro con l’umanità che tutti ci unisce. 

La mia storia personale si incontra con quella del lettore, in un dialogo amoroso. 

Quante volte, leggendo un libro, mi sono incontrato in mezzo a quelle parole! Come poteva saperlo lo scrittore? Come poteva aver inserito nel testo qualcosa che era successo prima nella mia vita? In molti hanno parlato di me: Pirandello, Hesse, Dostoevskij, Austen, Grossman… e molti altri continueranno a farlo. Parleranno di me, di te e dell’umanità intera, in una continua narrazione amorosa. 

Certo, non è sempre facile amare come non lo è scrivere. Ci sono momenti nei quali vorrei desistere, chiudere la finestra e non lasciare più entrare nessuno: persone, storie, desideri, parole. Ma sono solo momenti passeggeri e ti assicuro che se trasformerai ogni azione della tua vita in una declinazione del verbo amare, non ti sentirai mai perduta. Soffrirai, ti arrabbierai, sarai triste… ma mai perduta.

Terzo, scrivo per prestare le parole

Quando scrivo non mi pongo l’obiettivo di dare risposte, non ho scoperto nessuna verità e non ho nemmeno formule magiche per risolvere problemi più o meno gravi.

Più semplicemente scrivo per prestare le parole.

Attraverso le mie storie spero che i lettori possano trovare le parole per dire quello che sentono, per nominare, raccontare, definire le emozioni, le sensazioni, l’indefinibile che spesso sperimentiamo. 

Non so se ti è mai successo. Leggi una citazione, ascolti certi versi di una canzone e ti dici che nessuno ti capisce come quell’autore, capace di dar voce a quello che stai sentendo meglio di chiunque altro, anche di te stessa. Ecco, quando ho scritto della morte e della malattia oppure del valore della diversità e del piacere delle relazioni, l’ho fatto con questo intento: raccontare una storia che permettesse al lettore bambino di mettere da parte le parole per poter nominare le emozioni, nel momento in cui ne avrà bisogno.

Parole come le briciole di Pollicino, come lo Specchio delle Brame trovato da Harry Potter, come il Supercalifragilistichespiralidoso di Mary Poppins o come la polverina magica di Trilly. Parole, cioè, capaci di non farci perdere la strada di casa e ritrovar noi stessi, di mostrarci i ricordi e di farci immaginare il futuro, di modificare il contesto che ci circonda e di renderci leggeri e capaci di guardare le situazioni da un altro punto di vista.

Vedi, Chiara, le parole sono di tutti, quello che può fare uno scrittore è metterle insieme, dar loro una forma e prestarle sapendo che, prima o poi, gli torneranno indietro.

Per questo, ti auguro di essere generosa: sia con le parole che con i gesti. Perché le uniche cose che possediamo davvero sono quello che abbiamo condiviso con gli altri.

Spero di essere riuscito a rispondere alla tua domanda.

Di certo il bambino che ero ti ringrazia perché almeno lui, adesso, ha le idee un po’ più chiare.

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