di Sandra Negri, coordinatrice Progetto Calamaio, Cooperativa Accaparlante

All’interno del laboratorio di idee che era il Centro Documentazione Handicap una ventina di anni fa, poco più che all’inizio della sua storia, “Non guardare, non sta bene!” fu una frase che stimolò fin da subito una certa curiosità e interesse. È una frase che Claudio Imprudente sentì rivolgere al proprio figlio da una madre preoccupata di… di cosa? Me lo sono chiesto allora e continuo a chiedermelo anche ora. Quale era la preoccupazione di quella madre? E nei confronti di chi? 

Riesco a individuare tre possibilità. 

La preoccupazione per Claudio, una persona con una grave disabilità motoria che se ne andava in giro sotto i portici di Bologna sulla sua carrozzina, spinto dal suo accompagnatore, un amico/a, un/a collega, una fidanzata, un operatore.

La preoccupazione verso il bambino, che mano nella mano passeggiava per la città con la mamma, probabilmente per un pomeriggio di relax e divertimento. 

O la preoccupazione per se stessa, per le risposte che avrebbe dovuto dare alle curiosità del bambino?

Lo riesco a vedere, Claudio, a passeggio per la città. La testa appoggiata al poggiatesta un po’ inclinata sulla spalla, la bocca aperta, la lingua un po’ fuori dalla bocca e un filo di saliva che scende sul bavaglino. Il corpo magro seduto sulla carrozzina, un braccio piegato sotto il sedere e l’altro legato con un cinturino al bracciolo della carrozzina, i piedi appoggiati, che qualche volta cadono dando la sensazione che siano in pericolo e stimolano nei più coraggiosi il bisogno di segnalare a chi spinge la carrozzina che i piedi sono caduti e di evitare così a Claudio un gran dolore.

È sicuramente un’immagine che desta curiosità. Un’immagine verso cui non si ha sempre familiarità, in modo particolare non la si aveva alla fine degli anni ’80. Un’immagine che richiama quindi la nostra attenzione, il nostro sguardo, delle domande, il pudore di non essere scoperti in questo attimo di spontaneità e invadenza verso l’altro, un altro diverso da noi.

Questa diversità che spesso ci inquieta, ci mette in difficoltà e ci obbliga a sconvolgere i nostri punti di riferimento si porta dietro storie, identità, esperienze e tentativi per superare le distanze. Questo è interessante. Non la diversità in sé, quanto ciò che altre vite e altre identità affrontano nel proprio percorso. E a incuriosirci di più è proprio ciò che è lontano dal nostro familiare e consueto. Ma per avvicinarci a questo dobbiamo passare attraverso il contatto con dimensioni delicate che mostrano anche la fatica, il dolore, la rabbia per una condizione che porta in sé difficoltà.

Rispondere alle domande dei bambini sulla disabilità può essere difficile perché comporta una conoscenza e un avvicinamento da parte degli adulti a una realtà che ci mette a disagio, che ci spaventa perché ci richiama l’immagine della fragilità, della debolezza e del dolore. Per prima cosa dobbiamo permettere a noi stessi di farci delle domande e di darci delle risposte anche scomode. Se è difficile per noi avvicinarci al dolore e alla paura della diversità, è ben arduo lasciare avvicinare i bambini alla conoscenza di tale realtà, perché vogliamo proteggerli dalle esperienze difficili. 

Tutto questo rappresenta per l’adulto una duplice prova: contattare le proprie emozioni difficili e poi condividerle con il bambino, aprendosi così alla fragilità, propria e dell’altro.

Da trent’anni gli educatori e animatori del Progetto Calamaio, disabili e non, parlano di disabilità nelle scuole. Lo fanno con una importante valigia degli attrezzi ricca di strumenti che mediano e facilitano questa delicata operazione. Il primo di tutti è la lunga esperienza di confidenza con la disabilità e con le emozioni che essa suscita. Partiamo sempre dal presupposto che la relazione con la diversità sia complessa nel primo impatto, proprio perché è un’esperienza di novità che ci porta incognite dell’altro e anche nostre. Abbiamo quindi bisogno di entrare in questa area di novità con rispetto, tempo e tanto allenamento.

L’incontro con la diversità non suscita solo timori, ma anche curiosità. Nei bambini in particolare, che non hanno bisogno di essere politicamente corretti, e che davanti a un corpo che si muove in modo strano o un ausilio che sembra un gioco magico, non trattengono sguardi stupiti e indiscreto interesse. Cosa succede se invece di rispondere alle loro domande con “Non guardare, non sta bene” li sollecitiamo a esprimere il loro desiderio di sapere? L’incontro diretto e la conoscenza delle persone con disabilità che si raccontano in prima persona fa sì che ciò che non si poteva nominare acquisisca un nome e una identità; ciò che era distante e indefinito si trasformi in qualcosa di familiare e conosciuto.

Avviene anche qualcos’altro. Tanto che alla fine dell’incontro, è passato in secondo piano non solo il disagio iniziale, ma anche la nostra disabilità. Perché con quella disabilità ci abbiamo giocato tutto il tempo e l’abbiamo fatta diventare un’occasione per entrare nella relazione con noi e non la causa di una distanza. Abbiamo giocato con la difficoltà di linguaggio di Stefania che mette il suo deficit a disposizione della classe e lo trasforma in una sfida. “Vi dividete in due squadre” dice lei. Sulle facce dei bambini c’è stampato un bel punto interrogativo. Non hanno capito nulla di quello che hanno sentito. E ci crediamo! Un altro animatore corre in soccorso dei ragazzi e chiede loro se hanno capito. Qualche temerario risponde di no. L’animatore allora li invita a chiedere a Stefania di ripetere. E lei ripete fino a che qualcuno non si butta e tenta una traduzione. Bene! Si inizia a giocare!
C’è la squadra del BIP e c’è la squadra del BOP. Ogni giocatore non lo sa ma ha nella propria tasca sinistra un pulsante magico che, se premuto, emette il suono che occorre per prenotarsi. Prova pulsanti:
BIIIIIIIIIIIIIIIIIP
BOOOOOOOOOOP
Tutto funziona! La tecnologia, aiutata dalla fantasia ci aiuta. Stefania comincia a pronunciare qualche semplice parola e chi comprende ciò che lei dice si prenota con il pulsante magico e tenta una risposta. Si tiene il conto dei punti e la gara si fa sempre più agguerrita. Dalle semplici parole, Stefania passa alle frasi. Il divertimento del gioco e la passione della sfida non fanno accorgere i ragazzi dell’aumento della difficoltà. Ma cosa più importante: hanno fatto dimenticare a tutti che Stefania ha un deficit che in un qualsiasi altro contesto rappresenterebbe un grande ostacolo alla comunicazione. Qui, ora, è diventato invece uno strumento di vicinanza e di divertimento. E brava Stefy! Ancora una volta il trucchetto ha funzionato!

L’incontro con l’altro nel Progetto Calamaio avviene così: entrando in relazione con aspetti che, in altre situazioni, possono essere punti di debolezza, facendoli diventare per noi punti di forza. Si tratta dei nostri deficit, che diventano occasione di gioco e di sfida. 

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