di Veronica Ceruti, responsabile Mediazione culturale e Servizi educativi, Istituzione Bologna Musei

È questo uno dei principi fondamentali che guida l’attività di mediazione culturale del Dipartimento educativo del MAMbo – Museo d’Arte Moderna di Bologna.

Da quasi vent’anni accompagno bambini e ragazzi nelle sale dei musei e registro il loro stupore davanti alle opere di artisti contemporanei, visioni e ambienti altri rispetto agli oggetti e alle immagini stereotipate che appartengono al loro quotidiano, che sono loro familiari. Quadri, sculture, installazioni capaci di innescare meccanismi seduttivi, di generare meraviglia, di sollecitare tutti i sensi, favorendo il risveglio dall’anestesia, da una condizione di apprendimento passivo e a breve termine.

Un aneddoto: sono con una terza classe della scuola primaria e mostro agli alunni il ferro da stiro con chiodi, realizzato da Man Ray nel 1921, non un’opera d’arte da museo, ma un intervento deliberatamente imprevedibile, assurdo, provocatorio. Gli occhi si spalancano, i bambini sono perplessi, non hanno mai visto niente di simile, certo non lo vorrebbero come Cadeau, Regalo, (è questo il titolo originale dell’opera), ma sono curiosi, le loro menti si accendono, e al mio invito “Proviamo a trovare un nome a questo lavoro” le mani si alzano e fremono. Ecco alcune risposte: “La vendetta della moglie gelosa”, “Ora sì che il bucato è davvero bucato” (!). Non sono solo titoli, ma vere letture dell’opera, in grado di cogliere e restituire l’ironia e la libertà immaginativa che caratterizzano il Dada, movimento d’avanguardia sperimentale verso cui il pubblico adulto mostra diffidenza, perché ancorato ai modelli della cultura tradizionale e troppo spesso pronto ad affermare “Questo lo potevo fare anch’io”.

Non voglio dire di non avere mai vissuto situazioni di difficoltà o che non vi siano temi difficili da trattare con i più piccoli, per ragioni diverse, ma si tratta sempre di trovare un modo, una strategia per neutralizzare l’imbarazzo, elaborare la paura, andare oltre il tabù. Un esempio: la mostra temporanea “Il nudo tra ideale e realtà” tenutasi alla GAM nel 2004: quadri, fotografie, sculture di corpi nudi, rappresentati e presentati nella loro verità, sensualità, fisicità senza veli. Come fare?  Sicuramente non censurare, non alimentare malizia e pruderie, ma trasmettere ai giovani visitatori l’importanza di un tema che ci riguarda tutti: ognuno di noi ha un corpo, ognuno di noi è corpo, fisico e emozionale. Si decide quindi di valorizzare in prima istanza la scoperta, non tanto di quello rappresentato, ma del Leib, il corpo vissuto: l’esperienza di laboratorio, che precede la visita in mostra, inizia con una serie di esercizi di psicomotricità, volti a sciogliersi e ad acquisire consapevolezza del proprio sé fisico. A seguire, un’attività da noi chiamata “L’artista e il suo modello”, volta alla scoperta del corpo dell’altro attraverso il tatto e le emozioni che ne derivano. In coppia, in piedi uno davanti all’altro, rivolti verso la stessa direzione: davanti chi interpreta il modello, dietro chi interpreta l’artista, bendato. L’indicazione iniziale è quella di appoggiare le mani sulle spalle del modello, il primo contatto deve avvenire molto lentamente, come se le mani dovessero procedere in una sorta di atterraggio sul corpo, proprio per favorire la consapevolezza rispetto alla sensazione fisica e psichica provata. Il palmo delle mani diviene così il punto di contatto, sismografo capace di registrare ogni oscillazione emotiva. Si rileva la temperatura della pelle, la consistenza, per poi scivolare lungo tutto il corpo del compagno, fermandosi là dove si incontrano situazioni anatomiche che si prestano a scoprire plasticità e potenzialità motorie. Nel momento in cui si arriva alle giunture (spalle, gomiti, ginocchia, caviglie, anche), l’artista ha la possibilità di manipolare il corpo, per sondare le possibili torsioni e le posture che il modello riesce ad assumere. 

Solitamente infatti, quando si guarda un corpo dipinto su una tela o scolpito nel marmo, non si prendono in considerazione le scelte compiute dall’artista: rappresentare il soggetto in piedi in posa, in piedi naturale, sdraiato, seduto, sospeso, vestito, nudo…

In seguito, la coppia si inverte e scambia ruolo, l’ascolto emotivo è così completo, il vissuto condiviso.

Questa esperienza, insieme alle altre previste nel percorso, rende la fruizione delle opere in mostra radicalmente diversa, più attenta agli aspetti iconografici, compositivi, plastici, molto meno distratta dalla semplice nudità. Si stabilisce infatti una sorta di empatia sia con il corpo esposto, sia con il suo artefice; l’esperienza acquisisce un senso proprio, a partire da un sentire soggettivo del sé e dell’altro da sé.

Non esiste artista, opera, pratica che non possa divenire pretesto per avviare percorsi di conoscenza e di rielaborazione validi per tutte le età, nella profonda convinzione che fare esperienza a contatto con l’arte generi beneficio e faciliti lo sviluppo della nostra identità, del nostro pensiero critico e della nostra capacità di comprendere il contesto storico, sociale e culturale al quale apparteniamo.

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