“L’equilibrio tranquillizza, ma la pazzia è molto più interessante.” 

Bertrand Russell

In Musica spesso si sentono questi termini “pazzia”, “follia”, “genialità”, termini che usiamo per inquadrare in qualche modo quell’estro creativo e una buona dose di inventiva che accomuna i compositori, assieme alle loro personalità. E’ senz’altro vero, infatti, che molti musicisti sono contraddistinti da elementi caratteriali particolari. Nella storia della musica ci sono state genialità, tali da far pensare ad una vera e propria vena di follia, oltre che ad un gran talento, Mozart, Schumann, Liszt e tanti altri, sono stati i musicisti considerati tali.

Riprendendo la frase sopra citata di Russel la “pazzia” è molto più interessante, e di certo nel mondo dell’arte, la pazzia riconducibile alla creatività, è la chiave secondo me, per solleticare quelle idee “geniali” che possono fare  la differenza.

Franco Naddei cantautore in arte Francobeat in collaborazione con Elisa Zerbini, operatrice presso una struttura residenziale “Radici” di San Savino sulle colline di Riccione e gli “ospiti” della struttura, hanno trovato nella loro “pazzia” un’idea dal risultato del tutto particolare.

Ecco i loro racconti…

Francobeat nasce ufficiosamente nel 2006 con la pubblicazione del disco “Vedo beat” uscito per Snowdonia dischi. 

Quel disco fu il primo dei miei 3 album che hanno come comune denominatore quello che io definisco “pop da biblioteca”.

Dare una musica, un suono, a storie nate fra le pagine di libri editi, o di libri che avrebbero dovuto esserlo, così come di autori interessanti, almeno secondo me.

“Vedo beat” era direttamente ispirato a “Mondo beat” di Stampa Alternativa, piccolo opuscolo che narrava e chiariva le vicende dei beat (i cosiddetti “capelloni”) italiani, che poco avevano a che fare con le mode degli anni ’60 così come le conosciamo tutti, ed erano invece veri e proprio epigoni dei vari Kerouak, Ginsberg, Corso e tutta la “beat generation”.

Nel secondo lavoro mi son voluto spingere ancora più avanti nell’approfondire il concetto di libertà di espressione che avevo preso di mira col suo predecessore e mi è sembrato naturale rivolgermi al grande Gianni Rodari. La visione del gesto creativo, così come della libertà di usare la fantasia come la usano anche i bambini, era un punto di vista di cui avevo bisogno nel mio percorso.

Questo per dire che i concetti, nella musica che faccio, sono fondamentali. Le parole, così come le idee, hanno un proprio suono, e mi piace scovarlo e buttarlo in musica.

Quel che è successo con “Radici” è stata quindi una specie di evoluzione naturale, dove la ricerca della libertà nell’utilizzo delle idee e della fantasia ha trovato un punto di vista inaspettatamente vivace, crudo, sincero, divertito ed emozionante. Quando a scrivere i testi sono dei “matti” tutto cambia prospettiva e stimola chi fa musica, chi cerca di dare suono a quelle parole, a quei pensieri.

Ho fatto molte cose che avevano a che fare con la letteratura, lavori teatrali su Manganelli, Sciascia, gli scritti di Mozart, insomma una ricerca continua nell’emozionarmi con parole altrui.

Di chi è stata l’idea di questo progetto?

Questo progetto mi è letteralmente caduto dal cielo. Come ho tenuto a raccontare nelle note contenute nel CD “Radici”, tutto nasce a Santarcangelo, dove ero a suonare per un secret show in un posto molto suggestivo che organizza saltuariamente concerti ed eventi particolari e selezionati.

In quella occasione suonavo i brani coi testi di Rodari, e alla fine del concerto fui avvicinato da Elisa Zerbini, che collaborava ad organizzare quel concerto e che vedendomi pensò bene di dirmi candidamente che lavorava in una struttura psichiatrica e che avevano intenzione di fare un CD.

Io non me lo son fatto ripete due volte, volevo assolutamente leggere i loro scritti e valutare la fattibilità della cosa. Non avevo nessun dettaglio su niente, ma già l’idea di poterci provare mi elettrizzava.

Elisa forse pensava che sarebbe stata una cosina facile e tranquilla, ma dopo il primo invio di materiale ho avuto un sussulto. C’erano già cose molto belle e bisognava andare a fondo e fare un bel lavoro, soprattutto per loro, gli ospiti de “Le Radici”, poeti veri e propri, tutti avrebbero dovuto saperlo.

Avevi già avuto proposte di questo tipo prima di questa? 

Se parli di progetti con disabili no.

Non ho mai voluto propormi, e non ci avevo nemmeno pensato prima dell’incontro con gli ospiti delle Radici. Ho sentito parlare di progetti simili, soprattutto in ambito teatrale, ma sono sempre stato molto scettico sulla spettacolarizzazione del disagio. 

Come è nata la collaborazione per questo disco tra te e il centro “Radici”?

Come ti dicevo è nato tutto abbastanza spontaneamente. Il punto di incontro è stato il loro progetto sulla scrittura creativa che avevano avviato all’interno del centro. Gli ospiti venivano coinvolti in un percorso, chiaramente dai risvolti terapeutici, dove potersi raccontare o semplicemente dare libero sfogo alle idee e visioni che avevano in testa. Il ridurre il tutto ad una manciata di canzoni è stato un modo molto bello per poter concretizzare i loro scritti in qualcosa di solido, di reale, che potesse dare un riscontro oggettivo oltre alle sole parole scritte su un pezzo di carta, un qualcosa fatto da loro che venisse buttato nel mondo di fuori, quello che loro non riescono a vivere con naturalezza per via della loro condizione “diversa”.

Le canzoni, si sa, avvicinano concetti ed emozioni, aggregano, si possono condividere con altri, hanno una libertà oggettiva che gli operatori de “Le Radici” volevano dare ai loro ospiti. Più che una collaborazione è stato un vero e proprio lavoro corale, con voci diverse, anche dissonanti e non ortodosse, ma che meritavano in pieno di essere realizzate con la maggiore cura e delicatezza possibili.

Avevano voglia di scrivere, e di scrivere parole che potessero essere cantate. Mi sono sentito onorato e fortunato di poterle cantare con loro e per loro.

Come avete organizzato il lavoro  per poter realizzare il tutto?

La prima fase è stata quella di conoscenza. I primi scritti che mi mandarono, frutto dei laboratori che avevano già fatto, contenevano già una forma poetica molto forte. Sono andato da loro, ho parlato con gli operatori e ho ascoltato e osservato con attenzione sia gli ospiti che gli operatori del centro.

I primi incontri sono stati mirati più sul solleticare gli operatori che non sul chiedere qualcosa di specifico agli ospiti (li chiamo ospiti che pazienti non mi piace).

Il punto per me era che potessero sentirsi realmente liberi di scrivere qualsiasi cosa passasse loro per la testa. Alcune cose dei primi scritti erano a tema e non mi sembravano spontanei. Hai presente quando dai un tema ai bambini? Spesso tendono a svolgerlo più per far contenti gli adulti che non dicendo quello che hanno veramente in testa. Ho cercato di stimolare gli operatori a lasciar liberi i temi, le immagini, i pensieri, senza chiedere che gli ospiti raccontassero nulla di specifico.

Nel percorso rodariano su cui avevo appena lavorato c’era proprio la ricerca di lasciarsi andare e flussi di pensiero, di parole, che potessero dire la verità su ciò che anche una singola parola può evocare.

Un giorno portai proprio “Grammatica della fantasia” di Rodari e credo di aver parlato a lungo con gli operatori di come fosse importante dare la massima libertà alla creatività degli ospiti. Il lavoro che avevano svolto era già stato fatto in quella direzione, ma realizzare delle canzoni è un’altra cosa e avevo bisogno di sapere quanto ci si potesse spingere nella ricerca delle parole che poi sarebbero diventate il disco che abbiamo fatto insieme.

Inizialmente avevano 5 canzoni che abbiamo cantato insieme in una festa che fanno ogni anno alle “Radici”, dove i parenti vanno a trovare i loro cari ospiti della residenza. Quella è stata la prima occasione dove mi son reso conto che il progetto era assolutamente da completare e realizzare.

Abbiamo cantato insieme quelle 5 canzoni e gli ospiti non si son fatti pregare nemmeno tanto nel cantarli con me dal vivo. E’ stato emozionante come quando uno stadio intero canta i tuoi pezzi.

Da li ci siamo scambiati parole e canzoni, più che altro a distanza. Loro mi mandavano dei testi via email che io rimandavo cantati e suonati per sapere se gli piacevano, se li sentivano “giusti”.

Che tipi di difficoltà hai incontrato e come sei riuscito a superarle? 

Non ci sono state difficoltà, solo una grande attenzione e pazienza nell’aspettare che altri scritti potessero essere quelli da poter trasformare in canzoni. Io sto a quasi 60 km dalle Radici e non potevo andare così spesso da loro, per cui nelle mie visite ho cercato di condensare tutto ciò che poteva essere utile per la realizzazione del progetto finito.

Ho tentato di capire cosa eventualmente avrebbero potuto suonare, e anche cantare. Non ho voluto esagerare, il loro operato sui testi era già straordinario e alla fine ho deciso che era meglio concentrarsi su quello che non metterli allo sbaraglio anche solo con degli strumenti giocattolo in mano.

La struttura aveva solo qualche percussione giocattolo, e poco altro. Mi sarebbe piaciuto fare composizioni di musica che potesse lambire il linguaggio della contemporanea, ma mi sono limitato al suono delle loro voci e delle loro parole.

Volevo che fossero il più possibile protagonisti di questo disco, per cui ho registrato le loro voci e chiesto agli operatori di registrarli anche durante i loro laboratori per carpire frasi in libertà dentro la loro quotidianità senza che ci fossi io che sono comunque “esterno” e avrei potuto falsare quel che sarebbe poi stato registrato.

Ho utilizzato estratti da queste registrazioni proprio perché dopo i loro testi mancavano solo i suoni delle loro voci, che volevo assolutamente ci fossero.

Se poi parliamo di difficoltà burocratiche lì potrei dire che mi è dispiaciuto molto non poter dire i nomi di chi ha scritto le parole del disco per via della privacy.

Mi sarebbe piaciuto dire chi sono i protagonisti di questa storia, ma purtroppo non tutte le famiglie da cui provengono sono disposte ad esporre la “disabilità” dei parenti, anche là dove viene trattata con massimo rispetto senza loschi fini, ma anzi portata come valore artistico di esempio poetico anche per i “sani” che scrivono musica professionalmente.

Raccontaci qualche aneddoto significativo.

Ce ne sarebbero diversi! Quelli che più mi hanno colpito sono due. Il primo durante l’ascolto delle registrazioni dei dialoghi. Una ospite a cui era stato chiesto di dire una qualche parola che avesse un suono particolare continuava a ripetere “pissarrò, pissarrò…” e non capivo a cosa si riferisse. Visti certi discorsi su evacuazioni pensavo che stesse storpiando la parola “pipì”. Pissarro invece era un pittore, e l’ospite in questione insegnava storia dell’arte. Mi son sentito un idiota dopo aver fatto alcune ricerche e capito di cosa si stava parlando. Che poi nella mente di questa persona si sia fatto strada un ricordo di un periodo “sano” della propria vita mi mette ancora più curiosità sul come sia saltata fuori quella parola in quel momento.

L’altro riguarda il primo concerto fatto insieme. Avevo a fianco a me un ospite che secondo i più non sarebbe venuto mai a cantare e che anzi avrebbe anche fatto storie. Quel giorno avevo la febbre alta e cantavo come potevo con una gola molto gonfia, quindi ho sbagliato anche qualche parola dei testi che erano anche piuttosto freschi per me. Beh lui ogni tanto mi tirava una gomitata quando ne sbagliavo una perché le sapeva meglio di me!

Nella composizione della musica da cosa ti sei lasciato ispirare?

Per la musica ho cercato il più possibile di farmi guidare dal testo. Chi fa il cantautore di solito o parte da una cosa o dall’altra cioè o dalla musica o dalle parole. Qui i testi c’erano già, ed erano solo da cantare. Non so, è difficile da spiegare, ma tutto è stato molto naturale. Pochi gli sforzi, tutto mi appariva abbastanza chiaro appena mettevo mano alla chitarra o al pianoforte e riuscivo a cantarle i loro testi anche se non avevano un ordine metrico preciso né tantomeno una divisione canonica in strofa/ritornello.

Mi sono limitato spesso a ripete alcune frasi che mi sembravano “luminose” e degne di essere sottolineate per dare ancora più forza a frasi che potevano anche sfuggire nel flusso apparentemente disordinato dei testi degli ospiti.

A tratti ho cercato di dare leggerezza, ma in alcuni casi ho voluto lasciare i toni quasi drammatici e scuri con cui si sono raccontati con una sincerità degna di un cantautore navigato e senza fronzoli.

Le alchimie con cui nascono le canzoni sono difficili da raccontare, sono lampi che ti dicono che quella musica sta bene con quelle parole, e unite ti emozionano e quindi speri che emozionino anche chi le ascolta.

Io spesso compongo in maniera molto cerebrale, coi testi di “Radici” ho potuto sperimentare come a volte la musica ti scappi dalle mani ed esca naturalmente a sposarsi con le parole che hai. Alcune canzoni sono uscite di getto, altre le ho pensate senza suonarle leggendo e rileggendo i testi come a cercare che mi suggerissero la giusta chiave di lettura.

A cosa pensi quando si parla di diversità?

Definire il diverso é come dare per scontato il concetto di “giusto”. Una diversità esprime una opinione o un modo di comportarsi meno diffusi, meno comuni.

A quel punto stabilire il giusto e lo sbagliato è difficile. Una diversità é un punto di vista che non ti aspetti e che fa riflettere proprio per questo.

Ti era già capitato di dover collaborare con persone con disabilità?

Io scelsi di fare il servizio civile proprio per potermi confrontare con qualcosa che non avrei saputo come gestire. La mia esperienza allora fu fantastica. Mi trovai con persone disabili a fare cose strane, a tratti imitandoli per cercare un dialogo e fargli capire che avevano a fianco qualcuno che non aveva paura di loro.

Mi é servito molto e mi ha fatto bene, e col senno di poi mi ha permesso di essere libero di poter lavorare con disabili anche con la materia con cui ho scelto di vivere quotidianamente; la musica.

Come è stato il tuo approccio con la disabilità?

Ho sempre cercato di trattare i disabili normalmente, un po’ come quando non tratti i bambini da bambini. Credo sia importante non far percepire troppa distanza a chi soffre disabilità, ne ha già molta coscienza senza farglielo notare ogni minuto per comportamenti che non sono “normali”.

Questa esperienza cosa ti ha dato in termini di vissuto emozionale e artistico?

Come già detto mi sono sentito molto onorato e felice di poter fare un lavoro di questo tipo. Spesso chi fa musica la vuole fare strana a tutti i costi per fare colpo, o per atteggiarsi. Di questo modo di atteggiarsi ne sono stato vittima in passato e sono stato molto contento di dover stare al mio posto per lasciare che la follia si tramutasse in gioco un po’ per tutti i soggetti coinvolti in questo lavoro.

Mi son ritrovato a scrivere musica semplice e diretta coma mai avevo fatto prima. Mi sono lasciato andare, ho imparato qualcosa in più sul modo di esprimersi col linguaggio della canzone che ha tante sfumature e che a volte noi cantautori usiamo in maniera troppo egocentrica e senza emozione.

Avete organizzato qualche evento per il lancio del disco?

Si, abbiamo organizzato un concerto proprio davanti alla residenza. Di fronte “Le radici” c’è un locale che fa musica e all’uscita del disco io e la mia piccola band abbiamo suonato i pezzi per i ragazzi delle Radici che son potuti venire ad ascoltare dal vivo quel che avevano scritto loro.

La cosa bella è stata che poi molti di loro son venuti a cantare con noi ed anche a fare qualche improbabile jam session libera!

Poi molti concerti in giro per la Romagna dove ho potuto raccontare questa storia. Io nei concerti purtroppo ho il vizio di parlare tanto e di questo disco ho molte cose che mi piace raccontare al pubblico che viene ai concerti e che alla fine apprezza e capisce quel che abbiamo fatto.

Avete avuto dei rimandi dall’esterno?

Moltissimi attestati di stima e molte belle parole dalla stampa, sia nazionale che locale oltre che a molte webzines online grazie al supporto del mio ufficio stampa che si è prodigato a divulgare in maniera attenta e precisa la storia di “Radici” e della sua realizzazione.

Meno attenzione dal settore non musicale, di cui io purtroppo non conosco i canali, ma che magari prima o poi (come voi in questo caso) avrà modo di venire a conoscenza di “Radici” della sua storia e dei suoi protagonisti!

Avresti voglia di ripetere un’esperienza simile anche con altri centri o gruppi, sarebbe utile?

Inizialmente ho pensato a questo progetto come a una specie di format che potesse essere esportato. Sicuramente è ripetibile, non necessariamente col mio intervento diretto. Mi piacerebbe però che non venissero banalizzati i contenuti musicali, e che venissero salvaguardati tutti gli aspetti creativi di un lavoro di questo tipo. Se questi testi così poetici sono venuti fuori da una struttura incontrata per caso mi immagino che ci sia un patrimonio nascosto in ogni centro simile alla residenza de “Le Radici”. Va visto, vissuto, valorizzato in primis da chi opera nel settore.

Io sono solo un musicista pensatore, non sono un medico né tantomeno paladino della salvaguardia della disabilità. Se si è fatto senza sforzi e in maniera naturale qui si può certamente fare altrove.

La voce agli “Ospiti”

Per scrivere il testo delle canzoni mi sono ispirato a Elvis Presley per scrivere Carmencita; Poi abbiamo fatto un lavoro di fantasia. 

Ci è piaciuto quando Franco ha raccolto le nostre voci per “Questa sono io” e le ha modificate con il suo strumento; è stato un momento molto bello quando ho potuto dire quello che mi piace, cioè andare a cavallo e bere caffè e quando abbiamo fatto lo spettacolo qui a San Savino e ho potuto cantare la mia canzone di fronte a tutti.

Nel fare questo lavoro alcuni di noi non hanno trovato alcuna difficoltà, altri invece inizialmente hanno faticato a scrivere qualcosa, ma si sono buttati e hanno giocato con la fantasia.

E’ stata una bella esperienza, ci ha resi felici e soddisfatti perchè ci ha lasciato un bel ricordo e un bel Cd!

Quando ascolto il disco provo solo belle sensazioni, di soddisfazione e divertimento.

Questa esperienza certo che la ripeteremmo!! ci siamo divertiti, ci è piaciuto e ci ha fatto scoprire che a volte bisogna ridere e giocare coi nostri piccoli difetti, per affrontarli nel giusto modo e soprattutto ci ha fatto capire che siamo capaci di fare cose belle e di buon gusto. Abbiamo potuto volare e giocare con la fantasia.

La voce di Elisa Zerbini

Ho conosciuto Franco durante un concerto in cui metteva in musica le favole di Rodari, a fine concerto gli ho semplicemente detto: “sai.. tu sembri abbastanza fuori per collaborare ad un progetto che ho in mente, ti va?”. Così gliel’ ho raccontato e dopo ore passate a discutere piacevolmente, ci siamo accordati.

La scrittura delle canzoni ha rivelato un lato ironico, divertente e giocoso di persone poco abituate a esprimerlo. Abbiamo semplicemente seguito l’onda dei racconti degli “ospiti”e bisogni da esprimere.

Le difficoltà più grandi le abbiamo avute per accordarci sull’ organizzazione e sui momenti ” buoni ” per scrivere le canzoni, in quanto non tutti i giorni possono essere fruttuosi, anzi alle volte è stato proprio impossibile anche solo metterci a tavolino e iniziare. Così abbiamo atteso il momento giusto alle volte forzandolo un pò perchè spaventa più pensare di dover fare una cosa impegnativa che farla realmente!!!!

Questa esperienza mi ha trasmesso tanta gioia e voglia di fare sempre più, qualcosa per scappare dalla routine e offrire modi per sorridere e a volte sdrammatizzare problemi che possono sembrare invece insormontabili.

Sono assolutamente soddisfatta del risultato finale e felice di vedere le risposte positive degli ascoltatori.

Quando ascolto il disco provo una grande soddisfazione e gratificazione, sia personale che verso gli ospiti, che verso Franco, per le reazioni che il disco provoca: commozione, divertimento, interessamento e voglia di conoscere questo nostro mondo!

Ripeterei assolutamente un’esperienza simile. Il tempo impegnato a scrivere le canzoni è stato un tempo bello, coinvolgente e a volte stravolgente. Vedermi con Franco nella sua “casa Musicale” mi ha fatto conoscere un mondo di suoni scomponibili e ricomponibili, di entusiasmi e difficoltà, superata benissimo!, di capire quello che l’altro ha da dire senza averlo di fronte, da lontano. Questo per me è poetico, è il difficile dell’ interpretare empaticamente la poesia. Ecco perchè trovo che sia un disco POETICO.

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