{"id":1040,"date":"2011-02-21T11:37:15","date_gmt":"2011-02-21T11:37:15","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1040"},"modified":"2011-02-21T11:37:15","modified_gmt":"2011-02-21T11:37:15","slug":"il-vegetale-e-i-due-complici---il-messaggero-di-sant-antonio-febbraio-2011","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1040","title":{"rendered":"Il vegetale e i due complici &#8211; Il Messaggero di Sant&#8217;Antonio, febbraio 2011"},"content":{"rendered":"<p>L&rsquo;Universit&agrave; di Bologna mi conferir&agrave; una laurea <em>honoris causa <\/em>per il ruolo educativo da me svolto in questi trent&rsquo;anni di lavoro. &Egrave; il riconoscimento accademico di un lavoro di squadra, che trova la sua origine nell&rsquo;educazione lungimirante dei miei genitori. Occorre fare un salto indietro di cinquant&rsquo;anni. &laquo;A quel tempo&raquo; la disabilit&agrave; era davvero handicappante. Pu&ograve; esserlo ancora oggi, ma negli anni Sessanta l&rsquo;ostinazione di quel meccanismo era pervasiva, sancita anche a livello legislativo e istituzionale e confermata a quello pedagogico; si rifletteva anche sulla qualit&agrave; delle relazioni che potevano instaurarsi. Se oggi avere un figlio disabile &egrave; considerato come una sfortuna, al tempo poteva essere una vera e propria maledizione. C&rsquo;&egrave; una bella differenza tra sfortuna e maledizione, quest&rsquo;ultima &egrave; come caduta dall&rsquo;alto e non lascia vie di fuga.<br \/>\n&nbsp;<br \/>\nLa famosa frase del dottore, pronunciata scuotendo la testa dopo avermi visitato, all&rsquo;et&agrave; di due anni, &laquo;Non c&rsquo;&egrave; nulla da fare, sar&agrave; un vegetale&raquo;, dai miei genitori &egrave; stata l&igrave; per l&igrave; sub&igrave;ta proprio come si subisce una maledizione. Da quel momento hanno dovuto cominciare un percorso solitario e al buio. Dapprima riconoscendo che io ero loro figlio, una bella creazione e, in quanto tale, cominciando a darmi fiducia. Ancor prima, costruendo un rapporto forte di fiducia reciproca tra di loro e il senso di un&rsquo;intesa forte: &laquo;Io ci sono e anche tu ci sei&raquo;. Fiducia mista a complicit&agrave;. Questa, ed &egrave; un ricordo molto vivido, si traduceva anche nella creazione di ingranaggi dalla meccanica e dalla tempistica perfette e funzionali, ad esempio per l&rsquo;espletamento delle attivit&agrave; domestiche di tutti i giorni: mio padre mi alzava dal letto, mi portava da mia madre con la quale facevo colazione, la quale mi riportava da mio padre che mi sciacquava la faccia e mi lavava. Fiducia e complicit&agrave; come un primo mattone solido per costruire il &laquo;resto&raquo;. E per darmi la sensazione certa di non essere di peso, di non &laquo;interferire&raquo; troppo nella vita dei miei genitori: questo ha aumentato anche la stima che provavo nei miei stessi confronti, perch&eacute; gi&agrave; da piccolo potevo sentirmi come non del tutto dipendente o, almeno, potevo avvertire la mia dipendenza come non pienamente vincolante per gli altri e, di qui, per me stesso.<br \/>\n&nbsp;<br \/>\nA quell&rsquo;et&agrave; si scoprono i primi spazi di autonomia e libert&agrave;, si impara a muoversi nell&rsquo;ambiente e in rapporto agli altri che lo abitano, &egrave; un processo graduale che per una persona con deficit rischia di svilupparsi con molta lentezza, spesso con un ritardo significativo rispetto ai suoi coetanei e in modo incompleto. Ho avuto la fortuna, al contrario, di vivere quel &laquo;flusso&raquo; di esperienze e di crescita sin da piccolissimo e nonostante i deficit che indubbiamente avevo. Ribadisco che questo &egrave; merito della &laquo;scommessa&raquo; dei miei genitori, dell&rsquo;investimento, magari rischioso, che hanno fatto sulla costruzione della mia libert&agrave; e della mia identit&agrave; autonoma. E la stima verso me stesso &egrave; stata un primo elemento fondamentale per il futuro ruolo di educatore, perch&eacute; &egrave; difficile educare altri alla stima senza provarla nei propri confronti. Ma &egrave; proprio su quel &laquo;resto&raquo; cui accennavo poco sopra, che dovremo tornare, perch&eacute; riguarda la costruzione di un modello genitoriale, educativo e relazionale che, per ragioni ovvie, risponde appieno alla cultura del &laquo;fatto in casa&raquo; e che per&ograve;, in seguito, si &egrave; rivelato pienamente trasferibile anche nel mio ambito lavorativo. Provando a riconoscere in che modo i miei genitori hanno agito come educatori, scopro anche i termini in cui io lo sono stato e gli ambiti nei quali ho provato a esercitare questa professione. Ma questa &egrave; un&rsquo;altra storia&hellip; Scrivete come sempre a <a href=\"http:\/\/claudio@accaparlante.it\/\"><strong><font color=\"#595984\">claudio@accaparlante.it<\/font><\/strong><\/a> o cercate il mio profilo su <em>Facebook.<\/em><\/p>\n<p><em>Pubblicato sul <a href=\"http:\/\/www.messaggerosantantonio.it\/messaggero\/home.asp\"><strong><font color=\"#595984\">Messaggero di Sant&#8217; Antonio<\/font><\/strong><\/a><\/em>, febbraio 2011<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>L&rsquo;Universit&agrave; di Bologna mi conferir&agrave; una laurea honoris causa per il ruolo educativo da me svolto in questi trent&rsquo;anni di lavoro. &Egrave; il riconoscimento accademico di un lavoro di squadra, che trova la sua origine nell&rsquo;educazione lungimirante dei miei genitori. 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