{"id":1075,"date":"2011-05-09T11:45:45","date_gmt":"2011-05-09T11:45:45","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1075"},"modified":"2011-05-09T11:45:45","modified_gmt":"2011-05-09T11:45:45","slug":"eutanasia-giudicare-no-grazie---superabile-maggio-2011---1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1075","title":{"rendered":"Eutanasia. Giudicare? No, grazie &#8211; Superabile, maggio 2011 &#8211; 1"},"content":{"rendered":"<p>A volte si verificano concentrazioni di fatti che, pur essendo casuali (le concentrazioni, non i fatti), a noi sembrano evidenziare legami, destini comuni e ci spingono a cercare associazioni di vario tipo tra gli eventi stessi. Insomma, dovremmo poter prendere atto soltanto dell&#8217;involontariet&agrave; di questi &quot;appuntamenti di accidenti&quot;, e invece siamo invogliati a costruire dei discorsi a partire da frammenti di senso (o di fatti).<\/p>\n<p>Prima le polemiche innescate dagli interventi a &quot;Vieni via con me&quot; di Mina Welby e di Beppino Englaro; pochi giorni dopo la morte di Mario Monicelli, suicida a 95 anni d&#8217;et&agrave;, per quanto gravemente malato, anzi forse anche per quello (peraltro, proprio in questi giorni &egrave; in discussione in Parlamento l&#8217;ultimo disegno di legge proposto dalla maggioranza in tema di testamento biologico, idratazione e alimentazione, ecc). Ecco il precipitare degli eventi di cui parlavamo sopra. Casi slegati, ma simili e che hanno dato a due fazioni opposte l&#8217;ennesima occasione per scontrarsi attraverso critiche aspre, frutto di ragionamenti almeno in parte strumentali.<\/p>\n<p>Innanzitutto a Fazio e Saviano vorrei riconoscere il merito di aver compreso l&#8217;importanza di un tema come quello dell&#8217;eutanasia, che chiama in causa molteplici aspetti di noi come individui singoli e di noi come individui che appartengono ad una societ&agrave;. Anzi, lo vedremo, &egrave; proprio ragionando sul rapporto tra queste due istanze (singolo e collettivit&agrave;) che a mio avviso si pu&ograve; rilanciare il dibattito. Se si chiama in causa il divino, o qualcosa che da noi in qualche modo prescinde, mi sembra impossibile ritrovarsi su un terreno comune. Che, sia detto di sfuggita, &egrave; ci&ograve; che tuttora rende impraticabile la definizione e l&#8217;approvazione di una legge che tuteli i diritti e i doveri di chi si trova di fronte ad una scelta o, comunque, dentro una situazione come quella vissuta dalle famiglie Welby, Englaro e da tutte le altre persone di cui i quotidiani italiani ci hanno messo o rimesso al corrente. Dando vita, cos&igrave;, ad una guerra di &quot;casi umani&quot; a mio avviso un po&#8217; penosa e irrispettosa degli stessi.<\/p>\n<p>L&#8217;argomento attiene all&#8217;idea di libert&agrave;, di laicit&agrave;, di autodeterminazione, di autonomia del singolo, del rapporto tra se stessi e gli altri. Quindi presuppone e rimanda ad un&#8217;idea di legge, di Stato, di convivenza tra cittadini, di rapporto tra legislazione e scienza, di organizzazione di servizi sanitari. E altro ancora. Notate, ad esempio, che le critiche seguite alla serata di &quot;Vieni via con me&quot; non riguardavano solo il contenuto, il cuore degli argomenti, ma si &egrave; subito allargata ai meccanismi, ai tempi, agli spazi e alle regole ai quali la tv dovrebbe attenersi (gi&agrave; oggi o, in futuro, a seguito di eventuali modifiche dei regolamenti). In questo caso, avanzando la richiesta, molto poco convincente, opportuna e praticabile, a mio avviso, che se in un programma si &egrave; espresso A, allora la volta successiva, se non immediatamente a latere, debba potersi esprimere anche B.<\/p>\n<p>Sono a favore del testamento biologico, quel documento che potrebbe garantire il rispetto della propria volont&agrave; in materia di trattamento medico anche nel caso in cui non si sia pi&ugrave; in grado di comunicarla agli altri. Sono a favore del riconoscimento di un limite oltre il quale una cura si configura come irragionevole accanimento terapeutico e del diritto del singolo a determinare lui quel livello, sostenuto dai consigli consapevoli di un medico e secondo procedure che si possono pensare, valutando anche modelli esteri gi&agrave; operanti. Perch&eacute; nemmeno su questi due ambiti (e strumenti), che tra tanti mi sembrano appartenere ad un territorio meno conflittuale, si riesce a predisporre in breve tempo una legge che contribuisca a fare almeno un po&#8217; di chiarezza?<\/p>\n<p>Sono personalmente contrario all&#8217;eutanasia, almeno nella misura in cui io non &quot;sfrutterei&quot; questa forma di &quot;libert&agrave;&quot;. Ma posso dirmi teoricamente a favore della stessa. Se questa &egrave; frutto di una scelta la cui determinazione non pu&ograve; che derivare, dipendere anche dalla qualit&agrave;, dalla quantit&agrave;, dalla forza, dalla debolezza dei rapporti tra gli individui, si giunge ad un punto in cui &egrave; davvero pericoloso, e a suo modo violento, esprimere un giudizio di valore su vicende che riguardano altre persone. La morte di una persona &egrave; una scelta di vita, anche perch&eacute; essa chiama in causa la vita degli altri, e questo rapporto non pu&ograve; essere solo di dipendenza negativa (&laquo;non mi &quot;ammazzo&quot; o non mi &quot;faccio ammazzare&quot;, perch&eacute; gli altri sono ancora vivi&raquo;), ma anche di (in)dipendenza positiva. Come se poi tutto l&#8217;onere della decisione dovesse ricadere o ricada effettivamente su chi soffre il dolore fisico o l&#8217;inutilit&agrave; di un trattamento e non anche su chi &quot;assiste&quot; il diretto interessato (nel senso del prendersi cura ed essere testimone partecipe di quell&#8217;evento). Come se la realt&agrave; non fosse pi&ugrave; complicata, sottile, sfuggente e le scelte non fossero costruzioni me risultati collettivi, pur restando la vita, in ultima istanza, nella disponibilit&agrave; dell&#8217;individuo e il &quot;diritto alla vita&quot; pertinente alle singole persone (con le dovute differenze per chi, legittimamente, ritenga la propria vita un bene &quot;indisponibile&quot;).<\/p>\n<p>Non riconoscere tutte queste implicazioni significa semplificare la questione (&egrave; questo il rischio, nonostante il numero e la coralit&agrave; degli interventi a mezzo stampa possa dare l&#8217;illusione di un confronto aperto e profondo tra posizioni diverse) e semplificarla non aiuta ad approssimare una soluzione. Per evitare questo rischio ritengo che l&#8217;unica possibilit&agrave; sia quella di partire da se stessi e riconoscere la fondatezza piena delle proprie idee e, allo stesso tempo, essere in grado di &quot;allontanarci da noi&quot;, porci ad una distanza tale da consentirci il rispetto delle scelte altrui.<\/p>\n<p>Vito Mancuso, in &quot;Che cosa vuol dire morire&quot; (Einaudi, 2010) scrive &quot;Ogni essere umano adulto responsabile ha il diritto di dire l&#8217;ultima parola sulla sua vita&quot;. Assumiamolo come punto di partenza per arrivare ad una soluzione che non obblighi &quot;qualcuno a&quot;, non delinei o, peggio, imponga percorsi rigidi e automatici, ma che piuttosto metta i singoli e coloro che con essi sono in rapporto nella &quot;condizione di&quot;. E&#8217; la natura delle cose a richiederlo.<\/p>\n<p>Scrivete come sempre a claudio@accaparlante.it o sul mio profilo di Facebook.<\/p>\n<p>Claudio Imprudente <br \/>\n&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>A volte si verificano concentrazioni di fatti che, pur essendo casuali (le concentrazioni, non i fatti), a noi sembrano evidenziare legami, destini comuni e ci spingono a cercare associazioni di vario tipo tra gli eventi stessi. 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