{"id":1102,"date":"2011-06-29T12:36:43","date_gmt":"2011-06-29T12:36:43","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1102"},"modified":"2025-10-15T12:05:21","modified_gmt":"2025-10-15T10:05:21","slug":"in-vino-veritas","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1102","title":{"rendered":"In vino veritas"},"content":{"rendered":"<p>Di Stefano Toschi<\/p>\n<p>Ho letto recentemente un\u2019intervista a Ernesto Olivero, in cui racconta di un sondaggio fatto fra alcuni ragazzi di un liceo torinese riguardo ai valori per loro pi\u00f9 importanti. La risposta \u00e8 stata sconcertante: prima di citare la famiglia, l\u2019onest\u00e0 o l\u2019impegno sociale, i ragazzi hanno messo un non-valore, una sorta di precondizione, secondo loro, per ogni altro atto etico: la salute. Questa risposta mi ha dato molto da pensare su come i ragazzi di oggi vedano le persone malate o deboli. La cronaca degli ultimi tempi presenta, non a caso, diversi episodi di maltrattamento di disabili, soprattutto nelle scuole. Questo a prima vista \u00e8 strano, perch\u00e9 il processo di integrazione in questi anni \u00e8 andato avanti, almeno in apparenza. Anzi, la cronaca denuncia di episodi di bullismo anche nei confronti di chi disabile non \u00e8 affatto, ma si presenta semplicemente diverso dallo standard e dai modelli proposti quotidianamente ai giovani dai media e dalla societ\u00e0. Da sempre il classico \u201cprimo della classe\u201d \u00e8 deriso e isolato dai compagni, ma mentre prima c\u2019era una sorta di rispetto e ammirazione nei confronti dell\u2019impegno e delle capacit\u00e0 altrui, oggi questo aspetto \u00e8 totalmente venuto meno. In gruppo gli adolescenti si sentono forti e spavaldi, pensano di potere fare tutto e il \u201cbranco\u201d si scaglia contro chi \u00e8 diverso da loro, magari anche migliore, ma che essi semplicemente non comprendono o che fa loro paura, perch\u00e9 li mette di fronte a qualcosa di nuovo, che non rientra nella loro idea di normalit\u00e0. I soggetti deboli o diversi non vengono soltanto emarginati, ma offesi e maltrattati, come ci insegna la cronaca recente, fino al punto da indurli alla depressione o, peggio, al suicidio.<br \/>\nTuttavia, bisogna riconoscere che oggi c\u2019\u00e8, da parte degli educatori e della scuola, un maggior impegno nel tentare di avvicinare i giovani alle tematiche dell\u2019handicap. Non \u00e8 pi\u00f9 cos\u00ec strano avere in classe un ragazzino con qualche deficit, per non parlare del quotidiano rapporto con la diversit\u00e0, considerando la forte presenza di ragazzi stranieri nelle scuole italiane. Forse, anzi, c\u2019\u00e8 anche troppa attenzione verso \u201cl\u2019integrare\u201d: nella mia classe delle scuole medie avevamo un\u2019insegnante di sostegno in cinque. Oggi, il rapporto \u00e8 di uno a uno. Il ragazzino, avendo solo per s\u00e9 tutte le attenzioni di una professoressa, \u00e8 meno stimolato ad adeguarsi al livello della classe, o a valorizzare i suoi talenti. Anche negli altri compagni si forma l\u2019idea che quel ragazzo abbia bisogno di un\u2019insegnante solo per s\u00e9, che non sia come gli altri, o non sia abile in nulla, non si pensa che abbia semplicemente caratteristiche ed esigenze differenti, e questo contribuisce a emarginarlo.<br \/>\nPartito da Bologna, ma ormai presente in tutta Italia, da quasi 20 anni \u00e8 attivo il progetto Calamaio, che porta nelle scuole di ogni ordine e grado persone disabili, attive e comunicative, che mostrano da vicino ai ragazzi la diversit\u00e0, proponendola per\u00f2 come modello positivo, dunque sostenendo una nuova cultura dell\u2019handicap, che vede la persona con deficit come soggetto attivo della societ\u00e0, e non solo come oggetto di cure e attenzioni passive. Ci\u00f2 \u00e8 molto importante, perch\u00e9 permette ai ragazzi di fare esperienza della diversit\u00e0 fin da piccoli, oltretutto in una societ\u00e0 come la nostra, che si avvia sempre pi\u00f9 a incarnare un modello multiculturale.<br \/>\nAnche io alle scuole medie e poi al liceo e, naturalmente, all\u2019universit\u00e0, ho fatto l\u2019esperienza di una classe \u201cnormale\u201d. S\u00ec, perch\u00e9 le elementari, invece, le avevo frequentate in una classe \u201cspeciale\u201d, formata da soli bambini con deficit fisici. Proprio alla luce del fatto che ho provato entrambe le situazioni, non mi sento di criticare n\u00e9 l\u2019una n\u00e9 l\u2019altra esperienza. Il bilancio \u00e8 stato pi\u00f9 che positivo in tutti e due i casi, probabilmente grazie alla bravura degli insegnanti che ho incontrato, ma anche all\u2019ambiente e ai nostri genitori. Andando alle scuole medie, proprio nei primissimi anni in cui i ragazzi disabili potevano andare a scuola con gli altri, seguiti da una insegnante di sostegno ogni 5 o 6 ragazzi (quindi non in rapporto uno a uno come avviene oggi), ho in un certo senso anticipato gli obiettivi del progetto Calamaio. Ricordo infatti un episodio: arrivato in classe il primo giorno di scuola, una bambina, vedendomi, si mise a piangere. Era il suo modo di esprimere, con particolare sensibilit\u00e0, la sua visione della disabilit\u00e0. Il professore, molto saggiamente, non la mand\u00f2, come sarebbe successo oggi, dallo psicologo della scuola, ma le disse semplicemente: \u201cInvece di piangere, aiutalo!\u201d. Questo professore, con grande semplicit\u00e0, aveva espresso da un lato la consapevolezza che la persona con deficit non deve suscitare compassione, dall\u2019altro il luogo comune che, ancora oggi, \u00e8 duro a morire, cio\u00e8 che il soggetto disabile sia solo bisognoso di aiuto, e non possa aiutare gli altri. In ogni caso, pur essendomi sempre trovato bene nella scuola \u201cnormale\u201d, non ho certamente subito traumi dalla scuola \u201cspeciale\u201d. Anzi, quegli anni sono stati fondamentali per la mia crescita e maturazione, per l\u2019acquisizione di autostima, di sicurezza e di fiducia nelle mie capacit\u00e0, ancora una volta grazie all\u2019abilit\u00e0 degli insegnanti. Infatti, nella classe partivamo tutti sullo stesso piano, non con uno svantaggio iniziale, come avviene se si confronta un alunno con qualsivoglia deficit con uno perfettamente normale. E nel partire, potrei dire, tutti ugualmente svantaggiati, allora venivano fuori le vere capacit\u00e0 di ognuno, i talenti e i carismi che ci rendevano speciali, diversi l\u2019uno dall\u2019altro e ci davano tanta sicurezza in noi stessi, regalandoci la certezza di avere abilit\u00e0 differenti. Non \u00e8 un caso, infatti, che quasi tutti i miei compagni di questa classe \u201cspeciale\u201d siano arrivati a laurearsi brillantemente o, comunque, a diventare persone stimate e, talvolta, addirittura famose! E, soprattutto, nessuno di noi \u00e8 cresciuto col minimo complesso, consapevoli di avere le stesse opportunit\u00e0 dei coetanei! Per noi bambini disabili era stimolante poter competere amichevolmente fra noi ad armi pari, e godere ogni volta delle conquiste e dei progressi compiuti, che magari non avremmo potuto fare se costantemente confrontati con ragazzini \u201cnormali\u201d. Forse avremmo sviluppato delle frustrazioni nate dal confronto con chi aveva caratteristiche diverse da noi, e forse ci avrebbero solo considerato \u201cquelli che hanno bisogno di un\u2019insegnante di sostegno tutta per loro\u201d. Invece, anche nella scuola \u201cmista\u201d, il fatto di non avere un\u2019insegnante \u201cpersonale\u201d ci ha permesso di non perdere fiducia nelle nostre capacit\u00e0, pur nella consapevolezza della necessit\u00e0 oggettiva di un aiuto in pi\u00f9.<br \/>\nConcludo con un piccolo aneddoto: mentre scrivevo questo articolo, ho ricevuto l\u2019invito da parte dei miei ex compagni di liceo a partecipare a una rimpatriata in pizzeria. Questo mi ha fatto pensare e porre qualche domanda: \u201cChiss\u00e0\u201d, ho pensato, \u201cse fra qualche anno i compagni disabili saranno ancora invitati alle feste e alle cene di classe?\u201d. Arduo, per ora, dare una risposta. La vera integrazione si misura anche dopo del tempo, a tavola davanti a una pizza o a una bottiglia di vino: come dicevano i latini, in vino veritas.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ho letto recentemente un&rsquo;intervista a Ernesto Olivero , in cui racconta di un sondaggio fatto fra alcuni ragazzi di un liceo torinese riguardo ai valori per loro pi&ugrave; importanti. La risposta &egrave; stata sconcertante: prima di citare la famiglia, l&rsquo;onest&agrave; o l&rsquo;impegno sociale, i ragazzi hanno messo un non-valore, una sorta di precondizione, secondo loro, per ogni altro atto etico: la salute. 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