{"id":1117,"date":"2011-07-06T11:18:59","date_gmt":"2011-07-06T11:18:59","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1117"},"modified":"2025-10-29T11:21:32","modified_gmt":"2025-10-29T10:21:32","slug":"l-uomo-ha-due-dimensioni-esperienze-e-problemi-degli-immigrati-con-disabilit","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1117","title":{"rendered":"L&#8217;uomo ha due dimensioni: esperienze e problemi degli immigrati con disabilit\u00e0"},"content":{"rendered":"<p>Di Massimiliano Rubbi<\/p>\n<p>In genere, quando si parla di \u201cdoppia disabilit\u00e0\u201d si intende, se non quella legata a una doppia menomazione sensoriale (come la sordo-cecit\u00e0), la situazione di una donna con disabilit\u00e0, soggetta a una discriminazione multipla per il proprio genere e per il proprio handicap. Tuttavia, seguendo questa linea concettuale si possono costruire molteplici doppie discriminazioni, collegando la disabilit\u00e0 a una qualsiasi delle altre condizioni oggetto di stigma sociale. Quel che potrebbe apparire solo un esercizio stilistico, venato di sadismo e comunque di cattivo gusto, \u00e8 invece una chiave interpretativa necessaria per comprendere le esigenze e le difficolt\u00e0 delle persone immigrate in situazione di handicap. Gli stranieri con disabilit\u00e0 sono d\u2019altronde una fascia delle societ\u00e0 avanzate ormai tutt\u2019altro che marginale e destinata a crescere, per l\u2019afflusso di persone in fuga da conflitti che generano menomazioni di guerra, ma soprattutto per l\u2019invecchiamento e la conseguente perdita di autonomie degli appartenenti alle prime generazioni di immigrati, giunti in Europa in et\u00e0 lavorativa fin dagli anni \u201960 (specie nelle nazioni investite dalla decolonizzazione) e che oggi, naturalmente, non intendono affrontare la vecchiaia nelle loro nazioni di origine, senza per questo poter necessariamente contare su una piena integrazione sociale e civile nel paese \u201cdi elezione\u201d.<\/p>\n<p><strong>Communication breakdown<\/strong><br \/>\nLa condizione delle persone immigrate con disabilit\u00e0 nella UE non risulta essere mai stata oggetto di studi a livello generale, e anche a livello di singole nazioni le analisi sembrano ben poche. Tra queste, lo studio di Keri Roberts e Jennifer Harris dell\u2019Universit\u00e0 di York, pubblicato nel maggio 2002 e dedicato alle persone disabili nelle comunit\u00e0 di rifugiati e richiedenti asilo in Gran Bretagna. Lo studio parte dalla considerazione che \u201cla presenza di persone disabili nelle comunit\u00e0 di rifugiati e richiedenti asilo in Gran Bretagna \u00e8 abitualmente trascurata, e informazioni sulle loro esperienze particolari sono raramente disponibili\u201d, bench\u00e9 si stimino circa 26.500 persone in tale condizione. Le ricercatrici, dopo aver individuato un campione di 38 persone disabili di varie et\u00e0 ed etnie e di 18 operatori dei servizi sociali, li hanno intervistati per individuare i principali problemi fronteggiati da chi unisce la condizione di migrante (con i traumi peculiari legati all\u2019origine della condizione di asilo politico) a quella di disabile.<br \/>\nUna delle questioni principali riguarda non la qualit\u00e0 dei servizi sociali erogati, quanto l\u2019accesso agli stessi. Le barriere linguistiche, a cui in alcuni casi si aggiungono deficit relativi alla comunicazione, rendono difficile per le persone immigrate con disabilit\u00e0 avere conoscenza dei diritti legati alla propria condizione. Lo studio riferisce il caso estremo di un uomo giunto nel Regno Unito dal Vietnam, che solo dopo oltre 20 anni di permanenza \u00e8 venuto a conoscenza del proprio diritto alla DLA (<em>Disability Living Allowance<\/em>), una indennit\u00e0 erogata fino ai 65 anni a chi ha una disabilit\u00e0 grave e che pu\u00f2 giungere fino all\u2019equivalente di circa 670 \u20ac mensili, che costituisce il principale supporto finanziario erogato alle persone disabili. Le difficolt\u00e0 linguistiche sono ulteriormente aggravate dall\u2019isolamento in cui molto spesso queste persone vivono, per barriere pi\u00f9 culturali che fisiche, legate alla vergogna per l\u2019origine traumatica delle menomazioni (non di rado provocate da torture) e all\u2019assenza di una comunit\u00e0 etnicamente omogenea su cui contare. Per le donne c\u2019\u00e8 poi una sofferenza peculiare per le difficolt\u00e0 nella cura dei figli dovute alla disabilit\u00e0 \u2013 o, ancor peggio, alla separazione forzata dai figli stessi, rimasti nelle nazioni da cui esse sono fuggite. Alcune situazioni sono decisamente deteriorate, se un intervistato arriva al punto di dichiarare: \u201cPer essere onesti, se la situazione nel mio paese fosse cambiata non rimarrei qui 5 minuti di pi\u00f9\u201d.<br \/>\nLa presenza di bisogni non soddisfatti e in alcuni casi nemmeno espressi viene confermata dalle interviste agli operatori dei servizi. Ad esempio, i richiedenti asilo devono essere ospitati solo temporaneamente, per una settimana circa, nel luogo in cui si rivolgono all\u2019autorit\u00e0 britannica, per poi essere sistemati pi\u00f9 stabilmente in aree \u201cdisperse\u201d lontane dalla zona di Londra (dove molti richiedenti arrivano, e dove sono pi\u00f9 vicini a servizi e comunit\u00e0 etniche di appartenenza). La sistemazione avviene d\u2019ufficio, senza scelta dei richiedenti; questi talvolta si oppongono al trasferimento, rimanendo a lungo in sistemazioni di emergenza, talvolta accettano il trasferimento ma, specie se hanno difficolt\u00e0 motorie, si ritrovano abbandonati a se stessi senza la possibilit\u00e0 di avere assistenti personali per muoversi; altre volte, invece, il trasferimento avviene senza particolari difficolt\u00e0, ma anche senza avvisare i servizi sociali locali, che vengono a conoscenza della necessit\u00e0 di dover prendere in carico una persona con bisogni anche molto particolari solo quando la persona stessa si presenta nelle loro sedi. In generale, sembrano mancare procedure consolidate per l\u2019attivit\u00e0 congiunta di operatori dei servizi di asilo e dei servizi sociali, ossia delle due dimensioni di disagio che si congiungono nell\u2019immigrato con disabilit\u00e0, la cui cura coordinata, necessaria per il suo benessere effettivo, dipende di fatto dalla bont\u00e0 delle relazioni reciproche e dall\u2019impegno personale degli operatori coinvolti. Contro tale collaborazione remano da un lato i budget limitati, dall\u2019altro l\u2019ignoranza da parte degli operatori di un ambito dei diritti connessi all\u2019altro ambito. Si delinea di conseguenza il rischio di una \u201cmedicalizzazione spinta\u201d delle difficolt\u00e0 degli utenti, che in questo modo riceverebbero dai servizi sanitari quello che i servizi sociali, per vari motivi, non possono dare loro \u2013 ma ha davvero senso dare un aiuto sbagliato piuttosto che nessun aiuto?<br \/>\nIl quadro piuttosto fosco delineato da Roberts e Harris per i servizi inglesi \u00e8 legato anche allo status giuridico ambiguo dei richiedenti asilo. Questi, finch\u00e9 la loro domanda non \u00e8 accolta, hanno accesso generalmente gratuito alle cure mediche pubbliche, ma con l\u2019istituzione del NASS (National Asylum Support Service), nel 1999-2000, sono stati esclusi da quasi tutti i servizi sociali, sostituiti appunto dai servizi del NASS, generalmente solo finanziari e che prescindono dalle condizioni dei richiedenti asilo. Solo con l\u2019ottenimento dello status di rifugiato viene raggiunta una sostanziale eguaglianza con i cittadini britannici. D\u2019altronde, in molti paesi europei tutti gli immigrati non comunitari si ritrovano in situazioni simili, con la garanzia delle sole cure mediche urgenti ed esclusi dall\u2019accesso a numerose prestazioni sociali riservate ai cittadini comunitari.<\/p>\n<p><strong>La non-discriminazione come principio generale<\/strong><br \/>\nProblemi molto simili emergono dall\u2019esperienza finlandese, come raccontataci da Hannaleena P\u00f6lkki, coordinatrice di HILMA, il centro di supporto agli immigrati del Finnish Disability Forum [l\u2019intervista completa \u00e8 disponibile su www.accaparlante.it)]. Come ribadisce P\u00f6lkki, \u201cuna delle principali difficolt\u00e0 tra gli immigrati disabili \u00e8 la mancanza di conoscenza o la mancanza di accesso alla conoscenza. Il sistema di sicurezza sociale \u00e8 molto complicato (e il linguaggio ufficiale usato a proposito di questi problemi \u00e8 piuttosto difficile). [\u2026] Ci\u00f2 \u00e8 ancor pi\u00f9 impegnativo per le persone con disabilit\u00e0, dato che esse sono spesso pi\u00f9 in carico ai servizi pubblici di altri\u201d. Torna anche il problema del supporto alle famiglie con minori (in cui la quota di immigrati \u00e8 crescente), anche se emerge un\u2019ulteriore difficolt\u00e0: \u201cLe famiglie di origine immigrata sono molte volte pi\u00f9 riluttanti ad accettare sostegno esterno nella loro vita quotidiana rispetto alla famiglie finlandesi; in questi casi altre forme di sostegno dovrebbero essere considerate\u201d.<br \/>\nPer affrontare le sfide imposte dalle nuove esigenze sociali, P\u00f6lkki sostiene la necessit\u00e0 di superare l\u2019attuale divisione di strutture e logiche tra servizi all\u2019immigrazione e servizi alla disabilit\u00e0: \u201cDovremmo spostarci da strutture basate sui settori verso strutture o politiche pi\u00f9 olistiche [\u2026] Per assicurare che i servizi di welfare raggiungano davvero pi\u00f9 persone possibile, si dovrebbe tener conto di identit\u00e0 multiple in tutti i settori delle politiche sociali\u201d. Questa attenzione, pi\u00f9 che la soluzione specifica per singoli sottogruppi sociali, dovrebbe diventare un\u2019impostazione politica universale, specie a livello di Unione Europea: \u201cPoich\u00e9 i gruppi di multipla minoranza possono essere piuttosto piccoli a livello nazionale, \u00e8 pi\u00f9 efficace cooperare e innalzare il livello di consapevolezza a proposito di discriminazione e identit\u00e0 multiple in generale\u201d. In linea con queste indicazioni \u00e8 la necessit\u00e0 di non appoggiarsi su pregiudizi legati alle diverse origini etniche delle persone nel valutare la loro percezione della disabilit\u00e0: \u201cDue persone dello stesso paese e religione possono vedere la disabilit\u00e0 in modi molto diversi. Di conseguenza, esiste il rischio che le categorie \u2018ufficiali\u2019 delle percezioni influenzino il comportamento di autorit\u00e0 e ONG, dal momento che esse presumono che un cliente pensi e agisca in un certo modo\u201d.<br \/>\nNella costruzione di un nuovo sistema di protezione sociale \u201cmultidimensionale\u201d, un ruolo fondamentale hanno le associazioni e le ONG. Al momento, tuttavia, queste ultime risultano poco preparate ai problemi specifici delle persone migranti in situazione di handicap. Da un lato, emerge un problema economico: \u201cMolte ONG attive devono sopravvivere con risorse finanziarie molto ristrette, il che ovviamente incide sulla ampiezza e qualit\u00e0 delle azioni\u201d. Dall\u2019altro, l\u2019attuale organizzazione delle associazioni per singoli settori inficia la loro capacit\u00e0 di trattare problemi a pi\u00f9 dimensioni: \u201cMolte associazioni di immigrati in Finlandia sono ancora organizzate piuttosto debolmente o non hanno sufficienti risorse per concentrarsi sulla questione disabilit\u00e0 [mentre] le associazioni della disabilit\u00e0 sono piuttosto forti in Finlandia. Comunque, le questioni dell\u2019immigrazione sono ancora abbastanza nuove per esse e mancano conoscenza, strumenti e risorse\u201d. Ne deriva la necessit\u00e0 di maggiore ricerca, anche a livello accademico, e scambio di informazioni. In questo senso va il progetto, attualmente in fase iniziale, di una rete informativa tra le associazioni che si occupano di immigrazione e disabilit\u00e0, a partire da Finlandia, Svezia e Danimarca e con il supporto dell\u2019<em>European Disability Forum.<\/em> Anche P\u00f6lkki comunque ammette che \u201cnel centro formiamo le associazioni di disabili su questioni migratorie e buone pratiche, ma siamo ancora all\u2019inizio del nostro lavoro\u201d.<\/p>\n<p><strong>Revisioni strutturali<\/strong><br \/>\nLa struttura dei sistemi di welfare europei si \u00e8 sempre basata su una divisione per settori: l\u2019ufficio stranieri, l\u2019ufficio disabili, l\u2019ufficio case popolari\u2026 Questa suddivisione \u00e8 nata dalla crescente complessit\u00e0 degli strumenti utilizzati per ogni tipologia di utenza, in base a una logica della \u201cdivisione del lavoro\u201d che, in termini socio-economici, avrebbe portato a un \u201cvantaggio competitivo\u201d nel trattamento delle problematiche di ogni settore. Si potrebbe discutere quanto questa evoluzione storica abbia risposto e risponda a competenze realmente distinte, e quanto alla complicazione e burocratizzazione delle norme di gestione interne al sistema stesso, ma non \u00e8 questo il principale difetto che imponga ripensamenti. Pi\u00f9 sostanziale \u00e8 la critica secondo cui la divisione del lavoro risponde all\u2019esigenza di produrre beni sempre pi\u00f9 differenti tra loro, mentre il prodotto del sistema di welfare \u00e8 il benessere complessivo dell\u2019utente; questo, pur rimanendo lo stesso utente (certo, gli pu\u00f2 venire la schizofrenia girando decine di uffici, come capitava a Asterix e Obelix in una loro avventura\u2026), tende ad avere pi\u00f9 esigenze strettamente collegate tra loro. L\u2019assetto attuale vede invece l\u2019immigrato con disabilit\u00e0 trattato dai servizi talora come extra-comunitario, talora come disabile, con una rete tra gli operatori ancora carente e quindi una segmentazione innaturale delle sue esigenze.<br \/>\nDi fronte al mutare delle condizioni sociali, e in particolare all\u2019aumento nelle societ\u00e0 occidentali di immigrati che vivono, oltre a quelli legati alla propria origine, bisogni finora \u201ctipici\u201d delle popolazioni autoctone, occorre dunque una revisione sistemica, e di conseguenza con tempi paragonabili a quelli in cui si \u00e8 costituita l\u2019assistenza sociale odierna \u2013 anche se, dato che i sistemi di welfare europei risalgono agli anni \u201940 del XX secolo, \u00e8 lecito augurarsi un processo un po\u2019 pi\u00f9 veloce.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>In genere, quando si parla di &ldquo;doppia disabilit&agrave;&rdquo; si intende, se non quella legata a una doppia menomazione sensoriale (come la sordo-cecit&agrave;), la situazione di una donna con disabilit&agrave;, soggetta a una discriminazione multipla per il proprio genere e per il proprio handicap. 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