{"id":113,"date":"2009-11-04T17:04:39","date_gmt":"2009-11-04T17:04:39","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=113"},"modified":"2025-11-21T09:54:08","modified_gmt":"2025-11-21T08:54:08","slug":"comunicare-al-di-l-delle-parole","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=113","title":{"rendered":"3. Comunicare al di l\u00e0 delle parole"},"content":{"rendered":"<p align=\"left\">Di Francesco &#8220;Ghighi&#8221; Di Paola<\/p>\n<p>Dice la favola: \u201cE la regina mentre stava ricamando si punse un dito e una goccia di sangue bagn\u00f2 il bianco lenzuolo. Allora la regina pens\u00f2: oh come vorrei avere una bambina con<!--break--> le labbra rosse come il sangue, la pelle bianca come la neve, i capelli neri come l\u2019ebano\u201d.<br \/>\nSono proprio le fiabe a raccontarci cos\u00ec bene come un bambino nasce prima nei pensieri, poi nel cuore e infine nella pancia.<br \/>\nI desideri, i sogni, le paure e le preoccupazioni formano un\u2019immagine interiore forte e radicata, anche se nascosta e spesso non detta che accompagna tutto il percorso fino alla nascita di un bambino\/a.<br \/>\n\u00c8 il \u201cbambino della notte\u201d che \u00e8 ospite nei pensieri paterni e materni, ed \u00e8 con questa immagine formata, costruita, sperata, che ogni bambino quando nasce o come si dice, quasi in contrapposizione, viene alla luce, fa in un certo modo i conti.<br \/>\nLe prime comunicazioni che alimentano la vita mentale e fisica sono presenti in questo periodo dell\u2019attesa, oltre le parole possibili, attesa che accompagna il passare dei giorni e crea lo sfondo per il primo incontro tra il bambino e il mondo che lo accoglier\u00e0.<br \/>\n\u00c8 in quel tempo che il genitore prepara il venire al mondo del proprio figlio tra aspettative e titubanze, tra la curiosit\u00e0 di sapere \u201ccome sar\u00e0\u201d.<br \/>\nIl centro emotivo della casa si sposta: \u201cUn bambino nasce e noi diventiamo padri e madri. Questo avvenimento \u00e8 diverso da tutti gli altri perch\u00e9 \u00e8 veramente irreversibile, senza possibilit\u00e0 di ritorno.<br \/>\nPossiamo cessare di essere marito e moglie ma resteremo sempre genitori\u201d, scrive la psicoanalista Silvia Vegetti Finzi nel libro Il romanzo della famiglia.<br \/>\nNella nostra societ\u00e0 il venire al mondo \u00e8 accompagnato da un carico di promesse di felicit\u00e0, spesso enfatizzato, spesso anche esasperato da una difficolt\u00e0 diffusa crescente e generalizzata a confrontarsi con i termini reali del vivere; vivere \u00e8 sempre affrontare questa mescolanza di aspetti, attivi e passivi, pulsioni vitali e momenti di sofferenza e difficolt\u00e0. \u00c8 come dire a un nuovo essere: ti aspetta un futuro <u>solo<\/u> di cose felici quando noi sappiamo che invece ci sar\u00e0 un alternarsi di momenti di felicit\u00e0 e di disagio.<br \/>\nQuando la nascita per\u00f2 \u00e8 segnata da un tratto diverso, come la presenza di deficit oppure da elementi di sofferenza evidente o anche di incertezza (situazioni non chiare, confuse, ma che comunque indicano qualcosa che non va), questo messaggio simbolico e culturale cambia dolorosamente di segno e ci si trova davanti alla prefigurazione di un futuro <u>solo<\/u> difficile. L\u2019immagine del bambino \u201cimmaginato\u201d e l\u2019immagine concreta si divaricano e la distanza pu\u00f2 diventare davvero pericolosa se i genitori non sono aiutati a vedere oltre il dato fisico, a dare parole al proprio dolore, ad aprirsi alla comunicazione possibile.<br \/>\nPerch\u00e9 \u00e8 bisogno primario di ogni bambino di essere visto, raccontato, accolto in senso ampio come bambino tutto intero, come persona da subito piena di caratteristiche e modi propri. Ogni bambino, tutti i bambini, in un modo o nell\u2019altro si sottraggono alle tabelle di marcia o alle attese precostituite. Si impongono nel mondo come una presenza nuova e imprevista.<\/p>\n<p><strong>Quando nasce un bambino disabile<\/strong><br \/>\nUno psicologo inglese, il dottor Laing, ha scritto: \u201cOgni bimbo \u00e8 un essere nuovo, un profeta potenziale, un nuovo Principe dello spirito, una nuova favilla di luce caduta nelle tenebre esteriori. Chi siamo noi per poter decidere che per lui non ci sono speranze?\u201d.<br \/>\nE ancora Silvia Vegetti Finzi: \u201cCiascuno nasce gi\u00e0 inserito in un sogno altrui, gi\u00e0 parlato da altri discorsi. Il nome proprio, ad esempio, esprime le fantasie, i desideri, le ansie, le speranze della famiglia. \u00c8 la prima eredit\u00e0 che riceviamo dalla societ\u00e0 e non \u00e8 sempre facile accettarla\u201d.<br \/>\nPer un bambino che ha anche dei deficit questo bisogno \u00e8 ancora pi\u00f9 forte; la ricerca di una sua identit\u00e0 personale vera si situa in un percorso che corre fra due gravi rischi: la negazione della sua situazione (\u201cnon ha niente, \u00e8 uguale agli altri\u201d), oppure all\u2019opposto l\u2019assimilazione totale con la sua condizione di deficit, malattia, difficolt\u00e0 ( rimane \u201cil bambino <u>\u00e8<\/u> il suo deficit, diventa tutto deficit\u201d).<br \/>\nLa strada principale per restituire a questi bambini il senso del loro posto nel mondo \u00e8 quella di contribuire a costruire un\u2019immagine di identit\u00e0 capace di tenere insieme il presente e il possibile, ci\u00f2 che si vede e ci\u00f2 che si intuisce, ci\u00f2 che \u00e8 definito (e anche definitivo) e ci\u00f2 che \u00e8 potenziale.<\/p>\n<p><strong>&#8220;Salve sono un geranio&#8221;<\/strong><br \/>\nClaudio Imprudente, del Centro Documentazione Handicap di Bologna ha una tetraparesi spastica che gli impedisce totalmente di camminare o correre, ma non di spostarsi; che gli impedisce totalmente di parlare ma non di comunicare, perch\u00e9 utilizza una lavagnetta trasparente sulla quale sono incollate le lettere dell\u2019alfabeto e attraverso questa lavagnetta Claudio Imprudente ogni giorno incontra persone, lavora nelle scuole e con i bambini, comunica col mondo.<br \/>\nAncora oggi Claudio Imprudente fa riferimento alla prima informazione reale che la sua famiglia ha avuto di lui, quindi anche la prima immagine data dalla societ\u00e0 che si \u00e8 incontrata\/scontrata con il \u201cbambino della notte\u201d e si presenta ai convegni cos\u00ec: \u201cSalve sono un geranio!\u201d, spiegando poi: \u201cMi presento cos\u00ec facendo memoria di ci\u00f2 che era stato detto a mia madre al momento della mia nascita dal famoso luminare di turno \u2018Signora guardi, suo figlio \u00e8 vivo ma rester\u00e0 per sempre un vegetale\u2019 e come vegetale allora ho scelto di essere un geranio\u201d.<br \/>\nDella famiglia di Claudio Imprudente e in particolare modo della sua mamma mi ha sempre colpito la capacit\u00e0 di non fermarsi solo a quello che si vedeva e che si vede, e che \u00e8 cos\u00ec forte: sua madre non ha mai rinunciato per lui a possibilit\u00e0 future e a capire, anche nel dolore e nella fatica, che c\u2019era un bambino da accogliere, per cui valeva comunque la pena di fare dei pensieri pieni di futuro, anche se in quel momento sembrava pi\u00f9 facile negargli questo futuro, soprattutto di fronte alla frase \u201cSuo figlio \u00e8 vivo ma rester\u00e0 per sempre un vegetale\u201d.<br \/>\nIl primo importante compito che la scuola dell\u2019infanzia ha nell\u2019incontro con il bambino o la bambina che ha anche dei deficit, che arriva prima nella scuola e poi nella singola sezione, \u00e8 anche quello di accogliere un bambino nella sua interezza e contribuire a restituirgli un\u2019immagine non monodimensionale ma pluridimensionale.<\/p>\n<p><strong>Bambini, innanzitutto: il deficit viene dopo<\/strong><br \/>\nScrive Andrea Canevaro, uno degli studiosi che pi\u00f9 ha contribuito all\u2019integrazione scolastica, lavorativa e sociale dei bambini e degli adulti con deficit: \u201cUn bambino o una bambina disabile ha bisogno di essere riconosciuto per quello che \u00e8, accettando il deficit come un dato irreversibile e che va conosciuto, approfondito il pi\u00f9 possibile. Ha bisogno di ridurre le sue difficolt\u00e0, trovando le risorse in s\u00e9, negli altri, nell\u2019ambiente in cui vive, nei coetanei con cui ha amicizia, gioca, studia. \u00c8 prima di tutto un bambino o una bambina\u201d.<br \/>\nNello stesso libro che si intitola Quel bambino l\u00e0&#8230; Scuola dell\u2019infanzia, handicap e integrazione si trova la testimonianza di un insegnante delle Scuole dell\u2019Infanzia del Comune di Ravenna: \u201cHo conosciuto Dario quando si \u00e8 presentato insieme ai suoi genitori per il colloquio iniziale al momento del suo inserimento a scuola. Con Sonia, la collega della sezione ho vissuto i tanti dubbi e i pensieri che ci premevano. Primo fra tutti il rapporto con l\u2019insegnante di sostegno: \u00e8 gi\u00e0 faticoso andare d\u2019accordo in due figurarsi in tre, e poi saremmo state in grado di gestire la situazione, ce l\u2019avremmo fatta? Alla fine del percorso posso dire che ho imparato che Dario \u00e8 un bambino, un bambino Down per mappa cromosomica, ma un bambino. \u00c8 stato questo scoprirlo bambino, con il suo ritardo psicomotorio, con le sue paure ad affrontare le esperienze, con la sua difficolt\u00e0 ad organizzare gli apprendimenti ma anche con il suo abbandonarsi fiducioso a chi gli si avvicinava con calore che mi ha aperto gli occhi: c\u2019era Dario nella nostra sezione, non la sindrome di Down.\u201d<br \/>\nAllora questo \u00e8 il riconoscimento: stiamo incontrando un bambino, una bambina; sembra una situazione scontata, ma non lo \u00e8 affatto in presenza di deficit e se non si d\u00e0 per scontato questo riconoscimento, scopriremo che \u00e8 il presupposto fondamentale per una buona comunicazione e risponder\u00e0 anche a tutti i nostri dubbi, le nostre fatiche, le nostre domande: faccio bene, faccio male a fare cos\u00ec? Ma questo bambino lo posso toccare? Vorr\u00e0 farsi coccolare? Mi capir\u00e0 se parlo? ecc.<br \/>\nSenza negare il deficit possiamo riconoscere e scoprire l\u2019essere bambini nonostante il deficit.<br \/>\nCrediamo e sentiamo di avere bisogno di indicazioni molto tecniche, specialistiche, \u201cspeciali\u201d per metterci in relazione con i bambini che hanno anche dei deficit.<br \/>\nMa quali sono i motivi di questo bisogno cos\u00ec forte di rassicurazione e indicazione? Perch\u00e9 questo bisogno \u00e8 cos\u00ec forte, al punto che manda in crisi tutte le nostre competenze, le nostre conoscenze abituali, proprio quelle che utilizziamo tutti i giorni nel nostro lavoro e che fanno parte del nostro bagaglio professionale, della nostra professionalit\u00e0 e da cui attingiamo spontaneamente in situazioni \u201cnormali\u201d?<br \/>\nPerch\u00e9 facciamo cos\u00ec fatica tutti noi, genitori e insegnanti, tecnici e persone in generale, a porci nei confronti di chi ha un deficit con un atteggiamento educativo che riconosca la possibilit\u00e0 di essere prima di tutto bambini, adolescenti, adulti e poi anche anziani?<br \/>\nLo psicologo genovese Carlo Lepri, che lavora da anni sull\u2019inserimento lavorativo delle persone adulte disabili, si chiede: \u201cQual \u00e8 il motivo vero che ci rende cos\u00ec maldestri? Lo dico partendo da me stesso, perch\u00e9 sono sentimenti ed emozioni che nonostante 25 anni di esperienza io ritrovo ancora nel mio cuore. Come mai facciamo cos\u00ec fatica a essere tranquilli nei rapporti con una persona disabile? Perch\u00e9 diventiamo tutti un po\u2019 maldestri, non siamo pi\u00f9 spontanei come normalmente si \u00e8 nel momento in cui si incontra una persona \u201cnormale\u201d? Io credo che questo sia uno dei temi che porta al centro di una complessit\u00e0 psicologica veramente importante.<br \/>\nQuesta fatica, questa \u2018maldestrezza\u2019 relazionale, che ci coglie nel momento in cui ci confrontiamo con qualcuno che non \u00e8 conforme, che non \u00e8 normale, che non rispecchia la nostra normalit\u00e0, \u00e8 un\u2019esperienza che bisogna riconoscere per potere gestire\u201d.<br \/>\nQuesto \u00e8 un passaggio importante per tutti noi: riconoscere i nostri stati d\u2019animo significa poterli gestire, non esserne troppo spaventati e quindi poter cominciare a ragionare del perch\u00e9 li viviamo.<br \/>\nFacciamo fatica perch\u00e9 il rapporto con la diversit\u00e0 rimanda e fa scattare dentro di noi una serie di rappresentazioni mentali che sono proprio dentro di noi, profondamente dentro di noi: sono immagini interne ma che hanno anche un risvolto di immagine sociale altrettanto forte.<br \/>\nFaccio un esempio che ci pu\u00f2 aiutare a capire e quindi a riconoscere questa maldestrezza, questi timori e paure, a volte rifiuto, che investono tutta la nostra persona, la nostra comunicazione verbale e non verbale, che \u201cagiscono\u201d, anche contro la nostra intenzione, nelle nostre azioni e nei nostri atteggiamenti.<br \/>\nL\u2019esempio riguarda la rappresentazione che \u201cvede\u201d il bambino disabile come \u201cmalato\u201d.<br \/>\nQuesta rappresentazione \u00e8 il risultato di un approccio medico, pseudo-scientifico che considera la disabilit\u00e0 come una malattia.<br \/>\n\u00c8 una rappresentazione che consente una costruzione parziale dell\u2019identit\u00e0 perch\u00e9 se una persona \u00e8 malata non pu\u00f2 confrontarsi pienamente con i ruoli sociali della vita quotidiana.<br \/>\nInfatti ci sono moltissimi disabili che sono in cura perenne, sono in continua riabilitazione: fisioterapia, ippoterapia, musicoterapia, iniziano dalla primissima infanzia e non finiscono pi\u00f9.<br \/>\nPerch\u00e9 se una persona \u201cnormale\u201d \u201cva a cavallo\u201d, va <u>solo<\/u> a cavallo, ma se lo fa una persona \u201cdisabile\u201d fa \u201cippoterapia\u201d, e se io vado in palestra faccio \u201cginnastica\u201d, ma se lo fa una persona disabile fa la \u201cfisioterapia\u201d?<\/p>\n<p><strong>Rappresentazioni sbagliate<\/strong><br \/>\nAllora cosa c\u2019\u00e8 dietro a questo tipo di atteggiamenti, che ci portano verso la costruzione di una identit\u00e0 di una persona che \u00e8 sempre in riparazione, che \u00e8 sempre malata, che deve continuamente fare delle cose per poter stare meglio?<br \/>\nQuesta rappresentazione amplifica i meccanismi normali di cura e protezione che noi abbiamo nei confronti di tutti i bambini e per\u00f2 fa s\u00ec che per i bambini anche con deficit scattino meccanismi di iperprotezione che spesso durano ben al di l\u00e0 dell\u2019et\u00e0 infantile. Quindi una rappresentazione di un bambino sempre da curare, assistere e proteggere. Che quindi corre il rischio di veder ridotte le proprie possibilit\u00e0 di fare esperienze e intrecciare relazioni in maniera anche <u>casuale<\/u>, non finalizzate a qualcosa, riconosciute come terapeutiche o di apprendimento, ma semplicemente come vivere anche <u>casu<\/u>almente le occasioni della vita. Pensiamo a quanto \u00e8 stato importante il Ruolo della Casualit\u00e0 nella formazione della nostra identit\u00e0.<br \/>\nQuesta rappresentazione, cos\u00ec forte e che corre attraverso gli anni, attraverso le epoche temporali, ha una profonda influenza sui nostri pensieri e sulle nostre emozioni e ci limita nell\u2019immaginare quei bambini l\u00e0 come bambini con un futuro possibile diverso che non sia quello del deficit e della malattia, quindi in cura continua.<br \/>\nRiflette ancora Carlo Lepri: \u201cSe uno \u00e8 pensato come un bambino e se \u00e8 rappresentato come un bambino malato, da proteggere difficilmente potr\u00e0 diventare \u2018grande\u2019.<br \/>\nAlla lunga far\u00e0 il bambino, cio\u00e8 si adatter\u00e0 a questa rappresentazione, a questo ruolo che in qualche misura gli altri pensano vada bene per lui. Allora i bambini e le bambine disabili non diventano grandi o fanno fatica a diventare grandi non perch\u00e9 non sono intelligenti o perch\u00e9 hanno difficolt\u00e0 specifica o di settore, ma perch\u00e9 non sono immaginati dagli altri, da tutti noi, come possibili adulti. Perch\u00e9 non abbiamo dentro la testa questa possibilit\u00e0, questo immaginario verso l\u2019adultit\u00e0. La costruzione dell\u2019identit\u00e0 adulta comincia da quando uno \u00e8 piccolo e comincia dalla capacit\u00e0 di immaginarlo che hanno gli educatori, in senso molto ampio, i genitori, il gruppo familiare, e tutti gli educatori che una persona incontra nella sua vita, gli insegnanti.<br \/>\nAlla capacit\u00e0 che tutte queste persone hanno di immaginare la persona disabile come persona che pu\u00f2 diventare adulta, e di lavorare per questo, mi verrebbe da dire usando una bella immagine giapponese: \u2018vedendo la foresta prima ancora che ci siano gli alberi\u2019.\u00a0 E questo se ci pensiamo \u00e8 quello che \u00e8 accaduto a ciascuno di noi.<br \/>\nI nostri genitori hanno sognato la nostra crescita, il nostro diventare grandi. Quando un genitore chiede al proprio figlio \u2018Cosa vuoi fare da grande\u2019 che cosa gli sta dicendo? Gli sta dicendo \u2018Io penso che tu puoi diventare grande, che puoi diventare adulto, che puoi avere un ruolo sociale\u2019. Cio\u00e8 apre un credito, apre una fiducia. Questa \u00e8 una cosa che facciamo per i bambini normali, perch\u00e9 non lo facciamo con la stessa naturalezza per i bambini disabili?\u201d.<br \/>\nSi apre un credito dunque, si d\u00e0 fiducia e questo ci fa capire molto bene i bisogni primari che hanno tutti i bambini e le bambine, soprattutto in un contesto educativo e scolastico come la scuola dell\u2019infanzia, bisogni che sono quelli di avere accanto adulti che li possano immaginare dentro un futuro possibile, che solamente allora \u00e8 molto probabile che lo diventi.<\/p>\n<p><strong>Nuove parole per cambiare i significati?<\/strong><br \/>\nQuesta \u00e8 responsabilit\u00e0 nostra, non c\u2019entrano le intelligenze di ognuno o gli impedimenti psicomotori; la possibilit\u00e0 di tutti i bambini e le bambine di diventare grandi \u00e8 legata agli atteggiamenti, alle esperienze, ai rapporti affettivi e a quelli educativi.<br \/>\nSi pu\u00f2 diventare adulti anche essendo pochissimo intelligenti. Occorre per\u00f2 incontrare le persone capaci di mettere in atto delle \u201cimmagini\u201d e una comunicazione che aiuti a costruire, e prima ad accettare, il percorso di crescita.<br \/>\nIn comunicazione non esiste il \u201cmigliore\u201d, o il \u201cpeggiore\u201d. Esiste soltanto il \u201cpersonale\u201d: ogni comunicazione, infatti, \u00e8 personale. E per questo, unica. Diversa.<br \/>\nE la presenza di un deficit-diversit\u00e0 pu\u00f2 mettere in crisi qualsiasi struttura della comunicazione, a partire proprio dal linguaggio.<br \/>\nDa sempre per definire le persone che hanno anche dei deficit ci si situa tra un eccesso di attenzione e un eccesso di tecnicismi, spesso per la paura di offendere.<br \/>\nProprio per la potenzialit\u00e0 del linguaggio di formare pensiero e come stimolo a ribaltare concetti, credo che il fuoco non sia tanto nella parola che cambia (handicappato, persona con bisogni speciali, disabile, persona con deficit, diversamente abile, ecc.) ma si trovi nel significato che la parola <u>ha<\/u> per ognuno di noi quando la usiamo.<br \/>\nE forse, come nel caso di persone con diverse abilit\u00e0, si cercano termini e definizioni non tanto per sostituire quelli vecchi ma per sostituirne i significati, o almeno per cercare di indicarne altri, non validi forse in assoluto ma in quanto \u201cstimolatori\u201d di nuove percezioni, di nuove immagini, che con uno scarto linguistico spostano l\u2019attenzione dal deficit alla persona.<br \/>\nQualche volta la comunicazione, verbale e non verbale, pu\u00f2 allontanare piuttosto che avvicinare: la paura di sbagliare, di comportarsi in un modo non appropriato, di ferire anche, portata agli eccessi, rischia di bloccare alla nascita la spontaneit\u00e0 di una qualsiasi relazione e dunque di bloccare anche la capacit\u00e0 di attingere dalla nostra professionalit\u00e0, dalle nostre capacit\u00e0 dimostrate tutti i giorni con i nostri bambini nelle scuole.<br \/>\nL\u2019incontro con i deficit, o con una forma di \u201cdiversit\u00e0\u201d percepita come tale, ci chiama in causa per\u00f2 ben oltre le parole che usiamo, siamo immersi in una comunicazione profonda (per le parti di noi che vengono chiamate in causa), complessa (per tutti gli elementi di diversa natura che la compongono) e estremamente coinvolgente.<br \/>\nE non si pu\u00f2 non comunicare, comunicare \u00e8 un verbo che non ha il suo opposto: la nostra immagine <u>\u00e8<\/u> informazione. Questa comunicazione pu\u00f2 non essere intenzionale, eppure esiste. Generalmente, quando si parla di \u201ccomunicare\u201d si pensa subito alle parole: in realt\u00e0, non esiste una comunicazione verbale isolata, \u00e8 sempre accompagnata dalla comunicazione non verbale che pu\u00f2 rafforzare le parole che pronunciamo, ma anche renderle ambigue o perfino smentirle. Sono i metalinguaggi, il tono della voce, il nostro sguardo, la gestualit\u00e0 a comunicare per noi, anche ci\u00f2 che non diciamo.<\/p>\n<p><strong>La capacit\u00e0 di ascolto inizia dal riconoscimento<\/strong><br \/>\nUna comunicazione metalinguistica che comunica ci\u00f2 che siamo anche in modo indipendente da ci\u00f2 che vogliamo. E tale comunicazione fa riferimento ai nostri modelli interiori, coscienti e inconsci, alle nostre emozioni, alle nostre rappresentazioni mentali.<br \/>\nEd \u00e8 questo il primo nodo da sciogliere: essere consapevoli che nel nostro modo di comunicare, noi trasmettiamo, in aggiunta a ci\u00f2 che razionalmente pensiamo, una parte del nostro mondo interiore, delle emozioni che le persone e le situazioni suscitano in noi.<br \/>\nFare i conti con questo spazio emotivo, saper riconoscere quando siamo attraversati da aspettative e curiosit\u00e0, da tensioni o preoccupazioni ci permette di evitare il pi\u00f9 possibile il rischio di irrigidire o rendere stereotipato il nostro stile comunicativo.<br \/>\n\u00c8 questo che un insegnante mette in gioco di s\u00e9 quando si fa carico\/incontra un bambino\/a anche con dei deficit o in difficolt\u00e0: la capacit\u00e0 di ascolto e accoglienza inizia dal riconoscimento di ci\u00f2 che un incontro di questa natura \u201cmuove\u201d nei propri pensieri e nelle proprie immagini mentali ed emotive.<br \/>\nOccuparsi di un bambino\/bambina anche con deficit \u00e8 un compito impegnativo e forte perch\u00e9 costringe a occuparci di ci\u00f2 che questo provoca in noi, non solo di ci\u00f2 che il bambino o la bambina porta nella scuola, in sezione, nel gruppo dei coetanei.<br \/>\nQuesto \u00e8 un grande tema da condividere, che tocca la sfera professionale e quella emotiva, personale: ci\u00f2 che provoca in noi.<br \/>\n\u00c8 un compito che tocca il nodo centrale della professionalit\u00e0 dell\u2019insegnante e del ruolo della scuola dell\u2019infanzia.<br \/>\nAltro compito importante che la scuola ha \u00e8 quello di favorire l\u2019apprendimento e la crescita evolutiva, in senso lato. Il processo di apprendimento per\u00f2 \u00e8 insieme di ordine cognitivo ed emotivo, questo vuol dire che anche le emozioni che un bambino vive e sente condizionano le sue possibilit\u00e0 di crescere e di apprendere: se sono emozioni difficili, immagini negative, senza un futuro immaginato e possibile, questa crescita sar\u00e0 rallentata e, nei casi pi\u00f9 gravi, del tutto impedita. Ecco come il ruolo delle emozioni personali \u00e8 sempre fondamentale in un processo d\u2019apprendimento, anche quando sono gli adulti a percorrerlo.<br \/>\nCompito della scuola \u00e8 permettere anche un\u2019elaborazione collettiva di queste esperienze.<br \/>\nAllora proviamo a dare un senso al perch\u00e9 ci si occupa di bambini e bambine che segnalano e hanno, vivono, dei disagi, dei deficit.<br \/>\nGli insegnanti se ne occupano non in nome del fatto che sono brave persone (anche se si spera che lo siano) o perch\u00e9 animate da spirito caritatevole. N\u00e9 perch\u00e9 debbano diventare quasi terapeuti, quindi con il compito di prendere in carico il problema, sanare una situazione o riparare qualcosa di rotto, ma proprio per poter svolgere il ruolo di accompagnamento, supporto alla crescita e allo sviluppo cognitivo ed emotivo che \u00e8 lo specifico di questa professione.<br \/>\nGiuseppe Pontiggia ha scritto nel libro Nati due volte: \u201cQuesti bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso pi\u00f9 difficile. La seconda dipende da noi, da quello che sapremo dare\u201d. E, vorrei aggiungere, potremo dare anche a partire dalla nostra disponibilit\u00e0 ad accettare che l\u2019incontro con un bambino o una bambina che ha anche dei deficit inizia prima dell\u2019incontro fisico, della prima volta che vedo <em>quel bambino l\u00e0<\/em>, ma inizia dall\u2019immagine di diversit\u00e0 che abbiamo dentro.<br \/>\nPer questo diventa importante avere spazi e tempi per comunicare tra noi queste immagini, mettersi intorno a un tavolo e avere la possibilit\u00e0 di parlare, di ascoltare, condividere e confrontare le proprie emozioni, la fatica e la gioia: questa \u00e8 una delle prime strade conoscitive che abbiamo per aiutarci a capire cosa stiamo facendo e perch\u00e9 lo facciamo; quindi anche cosa trasmettiamo con la nostra comunicazione non verbale.<br \/>\nPenso in questo momento a difficolt\u00e0 o risorse che hanno a che fare con noi come persone e che come persone mettiamo in gioco nell\u2019incontro e nel lavoro con la diversit\u00e0.<br \/>\n\u00c8 in questa dimensione che si situa la creazione di momenti di riflessione sulle difficolt\u00e0 che si incontrano nel gestire quotidianamente la disabilit\u00e0; fare un lavoro sulle nostre immagini vuol dire cercare di capire che cosa si sta vivendo e avere pi\u00f9 chiaro possibile questo quadro emotivo significa anche trovare delle piste concrete operative, nonch\u00e9 elementi arricchenti per altri colleghi.<br \/>\nSuggerisce Gianfranco Staccioli, docente di Tecnologie dell\u2019apprendimento dell\u2019Universit\u00e0 di Firenze: \u201cLa via d\u2019uscita sembra essere quella di accettare l\u2019idea che la realt\u00e0 non sta nelle cose, n\u00e9 nella mente che le elabora, ma nell\u2019atto stesso di discuterle e di confrontarsi con il loro significato.<br \/>\nPer far questo occorre da una parte porre in discussione il famoso proverbio \u2018vedere per credere\u2019 e cambiarlo in \u2018credere per vedere\u2019. Insomma come dice Goodman: \u2018La realt\u00e0 si crea, non si trova\u2019\u201d.<br \/>\n\u00c8 questo il primo strumento di lavoro per tutti noi che condividiamo spazi, tempi di vita e lavoro con bambini e adulti che hanno anche dei deficit: l\u2019attivazione di una riflessione su quello che si fa e si vive. Molte cose si sanno, poche diventano esperienza vera. Sta in questo passaggio, dal fare quotidiano all\u2019avere un\u2019esperienza di questo fare, la possibilit\u00e0 di un vero apprendimento che non ci lasci ogni volta con la sensazione di non essere adeguati o di stare sulla difensiva.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;importanza della documentazione<\/strong><br \/>\nPer concludere vorrei fare una riflessione su un punto che mi sta molto a cuore, uno fra gli strumenti fondamentali per chi lavora in ambito educativo e scolastico: la documentazione. Forse \u00e8 anche la meno amata ma dobbiamo fare il possibile per allontanarci dal concetto di documentazione come un\u2019azione inutile, noiosa.<br \/>\nIo penso a una documentazione attiva, e che diventa attiva proprio perch\u00e9 pu\u00f2 rimandare alle nostre esperienze, anche e soprattutto emotive, parla di noi, su di noi, delle nostre fatiche, delle nostre difficolt\u00e0 e degli eventuali piaceri che abbiamo incontrato nelle nostre modalit\u00e0 di lavoro concreto.<br \/>\nUna documentazione costruita giorno dopo giorno, che possa raccontare le situazioni, positive o negative, confuse o particolari, per esempio la prima volta che abbiamo incontrato una bambina o un bambino che ha anche dei deficit o che ha anche altre abilit\u00e0, nella nostra scuola o nella nostra sezione.<br \/>\n\u00c8 la possibilit\u00e0 di costruire \u201cun\u2019intelligenza collettiva e reticolare\u201d, da cui attingere, e che si compone delle esperienze e degli scambi con altri nella nostra situazione, strumento ancora pi\u00f9 necessario a mio avviso dell\u2019aspettarsi le indicazioni da parte di un\u2019intelligenza superiore, l\u2019esperto che dovrebbe saperne di pi\u00f9. E credo che tutte le istituzioni scolastiche dovrebbero impegnare sempre pi\u00f9 risorse e strumenti per favorire questo tipo di documentazione.<br \/>\nNon parlo solo di conoscere i possibili progetti che hanno funzionato, che pure sono importanti anche se difficilmente replicabili in contesti diversi, penso soprattutto a una documentazione chiamata a curiosare, a indagare, a mettere in relazione la propria situazione e a come si \u00e8 affrontato le situazioni che di volta in volta abbiamo incontrato, il nostro contesto e come le abbiamo vissute noi personalmente, altrimenti si rischia di farle rimanere conoscenze e modalit\u00e0 che sopravvivono solo nella memoria dei protagonisti e poi si disperdono.<br \/>\nProprio per non dover ricominciare tutto da capo, ogni volta, <u>sapendo e ignorando<\/u> al tempo stesso, che a pochi chilometri di distanza da noi altri colleghi si sono o si stanno confrontando con difficolt\u00e0 ed emozioni cos\u00ec simili alle nostre.<\/p>\n<p>Relazione \u201cComunicare oltre le parole\u201d presentata al Seminario Abilit\u00e0-Disabilit\u00e0 in Et\u00e0 Evolutiva, Comune di Roma, Dipartimento XI\u00b0-III^ U.O, Piano di aggiornamento rivolto al personale docente della Scuola dell\u2019Infanzia del Comune di Roma, 19 marzo 2005, 8\u00b0 Municipio di Roma.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Dice la favola: \u201cE la  regina mentre stava ricamando si punse un dito e una goccia di sangue bagn\u00f2 il  bianco lenzuolo. 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