{"id":1158,"date":"2011-07-12T13:13:27","date_gmt":"2011-07-12T13:13:27","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1158"},"modified":"2025-10-13T12:33:37","modified_gmt":"2025-10-13T10:33:37","slug":"donne-con-le-gonne-graffiate-dalla-guerra-la-sfida-delle-ex-bambine-soldato","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1158","title":{"rendered":"Graffiate dalla guerra: la sfida delle ex bambine soldato"},"content":{"rendered":"<p>Di Nadia Luppi<\/p>\n<p>Parlare di invalidit\u00e0 di guerra in Italia, come in altri paesi europei, significa sostanzialmente riferirsi ai reduci dell\u2019ultimo conflitto mondiale o a quei militari rimasti feriti durante le \u201cmissioni di pace\u201d all\u2019estero. Ma, come sappiamo dalle superficiali cronache giornalistiche, ci sono molti paesi nel mondo in cui la guerra \u00e8 uno stato permanente, che imperversa soprattutto sulle popolazioni civili, mietendo vittime tra donne e minori, spesso colpiti da attacchi illegittimi o arruolati negli eserciti nazionali e nei gruppi ribelli.<br \/>\nNon tutti sanno, per\u00f2, che dei quasi 300.000 soldati con meno di 18 anni, poco meno della met\u00e0 sono proprio bambine o ragazze. Queste giovani donne sono state rapite dalle loro case durante le scorrerie dei gruppi armati, spesso dopo essere state violentate e aver visto i propri cari feriti o uccisi. Sono state condotte nel campo militare dove, sotto l\u2019effetto di stupefacenti e condizionamenti psicologici, sono state trasformate in guerriere e schiave sessuali al tempo stesso.<br \/>\nLe menomazioni fisiche che permangono sul corpo di una ex bambina soldato a cui \u00e8 esplosa una mina vicino, o a cui \u00e8 stato tagliato un arto, o le stesse conseguenze delle violenze sessuali ripetute, cosa sono se non disabilit\u00e0 fisiche e psichiche?<br \/>\nAncora di pi\u00f9 dei colleghi maschi, le ex bambine soldato portano in s\u00e9 traumi tanto profondi da compromettere la loro capacit\u00e0 di intrecciare relazioni e si trovano spesso sole quando devono fare i conti con una societ\u00e0 che, a causa di pregiudizi e stereotipi radicati, le rifiuta, le esclude, le esilia.<br \/>\nE l\u2019isolamento, l\u2019incapacit\u00e0 di rispondere alle richieste della societ\u00e0, l\u2019estremo svantaggio in cui queste ragazze si ritrovano, come si potrebbero definire se non \u201chandicap\u201d?<br \/>\nQuel che rende ancor pi\u00f9 drammatiche le storie di queste giovani \u00e8 proprio l\u2019impossibilit\u00e0 delle comunit\u00e0, gi\u00e0 devastate dalla guerra, di farsi carico di questi bisogni speciali, l\u2019insufficiente impegno della comunit\u00e0 mondiale e la cronica mancanza di fondi per i progetti di recupero.<br \/>\nSembra si parli di mondi lontani, difficilmente riconducibili alla nostra realt\u00e0, ma non \u00e8 sempre inutile riflettere su qualcosa che pu\u00f2 apparirci come lontano, ma che, quando smette di essere ignoto, rivela profonde affinit\u00e0 e interessanti parallelismi con il nostro quotidiano.<\/p>\n<p><strong>Ferite nel corpo, ferite nell\u2019anima: le violenze subite e il biasimo collettivo<br \/>\n<\/strong>La guerra non ferisce solo i corpi di chi vi \u00e8 immerso: i traumi psicologici che derivano dall\u2019aver vissuto in prima persona un conflitto armato sono spesso molto pi\u00f9 profondi e invalidanti delle stesse mutilazioni fisiche. Se poi a vivere certe esperienze sono bambini e ragazzi si intuisce come certi ricordi siano destinati a destabilizzare fortemente il gi\u00e0 precario equilibrio psicologico adolescenziale. Leggendo certi racconti ci si rende ben conto della profondit\u00e0 di certe ferite: \u201cUn ragazzo tent\u00f2 di scappare, ma fu preso\u2026 Le sue mani furono legate, poi essi costrinsero noi, i nuovi prigionieri, a ucciderlo con un bastone. Io mi sentivo male. Conoscevo quel ragazzo da prima, eravamo dello stesso villaggio. Io mi rifiutavo di ucciderlo ma essi mi dissero che mi avrebbero sparato. Puntarono un fucile contro di me cos\u00ec io lo feci. Il ragazzo mi chiedeva: perch\u00e9 mi fai questo? Io rispondevo che non avevo scelta. [\u2026] Io sogno ancora il ragazzo del mio villaggio che ho ucciso. Lo vedo nei miei sogni, egli mi parla e mi dice che l&#8217;ho ucciso per niente, e io grido\u201d. (Susan, 16 anni, rapita dal Lord\u2019s Resistence Army in Uganda).<br \/>\nLa prima ragione di quello che potremmo definire \u201cl\u2019handicap delle ex combattenti\u201d consiste nella difficolt\u00e0 di reinserirsi nelle dinamiche della vita civile a causa dell\u2019impatto che ha la guerra sull\u2019animo umano.<br \/>\nPer comprendere cosa accade a livello psicologico mentre siamo immersi nelle ostilit\u00e0, pu\u00f2 essere utile tener conto di alcune teorie psicologiche secondo le quali nei contesti di violenza sociale la mente funziona attraverso una modalit\u00e0 schizzoparanoide, che contempla solo dicotomie assolute, come buono\/cattivo, vittoria\/sconfitta, noi\/contro-di-noi. Questi pensieri totalizzanti non lasciano spazio ad alcun giudizio morale o ad alcuna scelta autonoma dal punto di vista etico. In guerra non si pensa, non si riflette: si agisce. E in questa sovrapposizione di pensiero e azione si esprime tutta l\u2019impossibilit\u00e0 di mantenere una certa autonomia morale e valutare obiettivamente la correttezza delle proprie azioni.<br \/>\nMa, anche nelle situazioni di violenza sociale e di conflitto, una parte della nostra mente rimane intatta e continua a distinguere ci\u00f2 che \u00e8 giusto da ci\u00f2 che non lo \u00e8. \u00c8 proprio qui che nascono i traumi, le ferite inferte dalla violenza agita o subita. Quando si esce dal meccanismo totalizzante della violenza, ci si rende conto anche di essere stati parte di un contesto che risulta inumano e si finisce per sentirsi colpevoli del proprio esserne stati complici. L\u2019abbandono di questo stato di colpa rappresenta per le ex bambine soldato un obiettivo particolarmente difficile, proprio perch\u00e9 spesso, nel loro vissuto, si intrecciano traumi derivanti sia dall\u2019aver subito abusi, che dall\u2019aver perpetrato violenza su altri.<br \/>\nDall\u2019altro lato, quando le ragazze tornano al loro villaggio dopo essere state parte di gruppi armati, non solo si trovano, come i colleghi maschi, a confrontarsi con una mentalit\u00e0 collettiva diffidente e aggressiva, ormai abituata a ragionare secondo \u201cl\u2019assetto di guerra\u201d, ma devono anche fare i conti con il peso degli abusi subiti e, soprattutto, con la stigmatizzazione che spesso ne segue: \u201cDopo essere stata violentata la vita in famiglia divent\u00f2 insopportabile. Appena rincasata raccontai quel che era successo, e loro mi chiesero come mai avessi potuto accettare tutto questo. Mi allontanarono, mi impedirono di tornare a scuola e mi cacciarono fuori a calci\u201d. (Hobson M., Forgotten casualties of war, girls in armed conflicts, London, Save the children UK, 2005, p.14).<br \/>\nDa questo e altri racconti si comprende bene come una difficolt\u00e0 individuale, unita a un atteggiamento ostile della comunit\u00e0, arrivi inesorabilmente a creare uno scontro frontale tra la ex bambina soldato e la societ\u00e0 con cui si rapporta; scontro in cui inevitabilmente \u00e8 destinata a soccombere la giovane donna, che spesso si trova esiliata dal tessuto sociale, passando cos\u00ec dal ruolo di sposa dei soldati a quello di merce per i clienti della strada.<\/p>\n<p><strong>L\u2019importanza dell\u2019aiuto: sostegno e mediazione<br \/>\n<\/strong>Abbiamo tracciato finora una panoramica piuttosto oscura, per certi versi desolante. Si tratta effettivamente di contesti d\u2019azione molto complessi, nei quali si richiede tatto e competenza nella progettazione e nell\u2019azione. Ma questo non significa che tutto sia perduto, n\u00e9 tanto meno che il solo atteggiamento possibile nei confronti degli ex bambini soldato sia quello di compatirli, senza aiutarli effettivamente a costruirsi un futuro e a ritrovare se stessi.<br \/>\nNel forum psico-sociale della coalizione Internazionale \u201cStop Using Child Soldiers\u201d\u00a0ricorrono spesso gli appelli degli esperti a un atteggiamento ottimista degli operatori. \u00c8 vero che le ragazze arruolate in diversi gruppi armati devono imparare a uccidere e a negare la propria dignit\u00e0 per il piacere dei soldati, ma questo non significa che siano destinate per sempre a ragionare e comportarsi come assassine o prostitute. Chi si trova a lavorare con le ex guerriere deve sempre tenere in considerazione l\u2019unicit\u00e0 di ogni storia e le particolarit\u00e0 che nasconde, nonch\u00e9 le potenzialit\u00e0 peculiari su cui sviluppare il percorso individuale di ogni singola ex combattente.<br \/>\nSolo partendo dal presupposto che queste ragazze possano restaurare un assetto mentale adatto alla vita civile e seguire con successo percorsi che le aiutino a ritrovare il valore di s\u00e9 e delle relazioni umane, si pu\u00f2 pensare a programmi di recupero ben pianificati ed efficaci.<br \/>\nCi\u00f2 che \u00e8 certo \u00e8 che serve tempo, sia per superare i traumi e, talvolta, fare i conti con qualche deficit acquisito, che per agire sul tessuto relazionale e sociale da cui viene esiliato chi ritorna dalla guerra.<br \/>\nRiprendendo e portando a compimento la metafora iniziale, possiamo dire che, per le ex bambine soldato, una parte importante del proprio percorso di \u201csuperamento dell\u2019handicap\u201d consiste nel sentirsi di nuovo capaci di intrecciare relazioni e nutrire fiducia negli altri, potendo contare \u2013 e questo dovrebbe essere prerogativa di ogni programma di reinserimento \u2013 su un tessuto sociale non pi\u00f9 ostile, ma liberato da pregiudizi e atteggiamenti discriminatori.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Parlare di invalidit&agrave; di guerra in Italia, come in altri paesi europei, significa sostanzialmente riferirsi ai reduci dell&rsquo;ultimo conflitto mondiale o a quei militari rimasti feriti durante le &ldquo;missioni di pace&rdquo; all&rsquo;estero. 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