{"id":1169,"date":"2011-07-15T10:14:23","date_gmt":"2011-07-15T10:14:23","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1169"},"modified":"2026-01-16T09:44:15","modified_gmt":"2026-01-16T08:44:15","slug":"il-magico-alvermann-etichetta-e-preferenze","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1169","title":{"rendered":"Etichetta e preferenze"},"content":{"rendered":"<p>a cura di Valeria Alpi<\/p>\n<p>Sono sempre stato convinto che la caratteristica della nostra famiglia sia la riservatezza. Portiamo il pudore a estremi incredibili, tanto nel nostro modo di vestirci e di mangiare come nel modo di esprimerci o di salire sul tram. I soprannomi, per esempio, che con tanta noncuranza vengono affibbiati nel quartiere di Pacifico, sono per noi motivo di estrema cura, di riflessione e persino di inquietudine. Ci sembra che non si possa attribuire un nomignolo qualsiasi a qualcuno che dovr\u00e0 farlo suo e portarlo come un attributo per tutta la vita. Le signore di via Humboldt chiamano Toto, Coco e Cacho i loro figli, e Negra e Beba le bambine, ma nella nostra famiglia questo tipo di corrente di soprannome non esiste, e tanto meno altri ricercati e abominevoli come Chirola, Cachuzo o Matagatos, che abbondano in quartieri come quello di Paraguay o di Godoy Cruz. Come esempio della nostra prudenza in queste cose baster\u00e0 citare il caso di mia zia, la seconda. Visibilmente dotata di un sedere dalle imponenti dimensioni, mai ci saremmo permessi di cedere alla facile tentazione dei soprannomi abituali; cos\u00ec, invece di darle il brutale nomignolo di Anfora Etrusca, fummo tutti d\u2019accordo su quello pi\u00f9 decente e familiare di Culona. Procediamo sempre con lo stesso tatto, anche se ci capita di dover far baruffa con i vicini e gli amici che insistono nei tradizionali appellativi. A mio cugino primo, il secondo, il minore, decisamente dotato d\u2019una gran testa, gli negammo sempre il soprannome di Atlante che gli avevano appioppato nella rosticceria dell\u2019angolo, e preferimmo quello infinitamente pi\u00f9 delicato di Zuccone. E cos\u00ec via.<br \/>\nVorrei che fosse ben chiaro che non facciamo cos\u00ec per distinguerci dagli altri del quartiere. Vorremmo soltanto modificare, gradualmente e senza urtare i sentimenti di chicchessia, la routine e le tradizioni. Non ci piace la volgarit\u00e0 in nessuna delle sue manifestazioni, ed \u00e8 sufficiente che uno di noi si senta dire al bar frasi come: \u201cHanno fatto un gioco pesante\u201d [\u2026] perch\u00e9 immediatamente noi si rivendichi la vitalit\u00e0 delle espressioni pi\u00f9 pure e consigliabili in tali occorrenze, e cio\u00e8: \u201cHan menato duro che dovevi vedere\u201d [\u2026] La gente ci guarda con sorpresa, ma non manca mai qualcuno che raccolga la lezione che si nasconde in queste frasi delicate.<br \/>\n(Julio Cort\u00e1zar, \u201cEtichetta e preferenze\u201d, in Storie di cronopios e di famas)<\/p>\n<p>Ci\u00f2 che ha contraddistinto la rubrica Il magico Alvermann fin dai suoi esordi \u00e8 l\u2019emozione. Non cerchiamo di \u201cpiegare\u201d i nostri ricordi narrativi alla ricerca di un brano che parli di diversit\u00e0, ma di solito avviene il contrario. Ci capita un testo tra le mani, per vari motivi, proviamo un\u2019emozione sulla diversit\u00e0 e ci viene voglia di commentarlo ne Il magico Alvermann. L\u2019incontro con Cort\u00e1zar non \u00e8 stato casuale, per\u00f2. Un collega, un amico, del Centro Documentazione Handicap \u00e8 venuto da me con questo libro di racconti e \u2013 con frasi di manzoniana memoria \u2013 mi ha intimato: \u201cCort\u00e1zar s\u2019ha da fare su \u2018HP-Accaparlante\u2019!\u201d. C\u2019era gi\u00e0 un\u2019idea da parte sua: utilizzare un racconto con una strana storia di capelli che finiscono nel lavandino, una storia talmente surreale che sprigionava diversit\u00e0 da ogni parola! Ma poi eccola, l\u2019emozione. Ecco il racconto, un altro, non quello dei capelli, che sarebbe stato su \u201cHP-Accaparlante\u201d, e non perch\u00e9 mi venisse chiesto, ma perch\u00e9 non poteva essere altrimenti. Perch\u00e9 quando si trova la cosa giusta, non la si pu\u00f2 far scappare. Questo racconto, con molta ironia, cinismo forse, ma anche con una dose di onesto equilibrio, comunica, anzi \u00e8 come se gridasse, ci\u00f2 che da tempo penso sui termini che riguardano la disabilit\u00e0. Diamo il nome alle cose, anche il nome pi\u00f9 brutale, non vergogniamoci, il problema non sta nel nome, ma negli aggettivi sottintesi che il nome si porta dietro. Vengo da un mondo in cui si \u00e8 lottato per anni per non parlare pi\u00f9 di handicappato, di portatore di handicap, ma di persona disabile, anzi meglio: di persona diversamente abile. Ma ci\u00f2 che mi ha sempre lasciato perplessa \u00e8 che i termini, essendo noi degli esseri umani con la necessit\u00e0 di definire e di indicare il mondo circostante, servono, non ne possiamo fare a meno. Ma sono appunto termini, come dire: strumenti. Abbiamo la parola \u201ctavolo\u201d per definire l\u2019oggetto sopra cui per esempio apparecchiamo per il pranzo, ma per descrivere il tavolo dobbiamo aggiungere degli aggettivi: alto, basso, bello, moderno, antico, di legno, laccato, ecc. La parola \u201ctavolo\u201d e basta non ci dice molto, tranne un\u2019idea che comunque abbiamo nelle nostre definizioni. La parola \u201chandicappato\u201d, allora, non sarebbe cos\u00ec sbagliata se non portasse con s\u00e9 tutta una serie di aggettivi negativi che la cultura vi ha sedimentato: e quindi persona sfortunata, incapace, per non dire di peggio. La parola \u201cdiversamente abile\u201d ha il vantaggio di portare alla luce le qualit\u00e0 positive che comunque permangono nella persona, nonostante il deficit. Ha anche il vantaggio di \u201cpareggiare\u201d un po\u2019 i cosiddetti normodotati con i disabili, perch\u00e9 alla fin fine siamo tutti diversamente abili in qualcosa. Spesso, non posso non ammetterlo, il termine diversamente abile funziona, e davvero alle persone che non si trovano a contatto con la disabilit\u00e0, o a volte anche alle stesse famiglie di persone disabili, si apre un mondo fatto di possibilit\u00e0 anzich\u00e9 di negazioni. Ma, a volte, questo termine \u00e8 solo di facciata. \u00c8 politically correct, anzi \u00e8 di moda, \u00e8 trendy. E nello stesso tempo, a volte, \u00e8 vuoto di significati, oppure, peggio, resta ancorato alla cultura del passato. Perch\u00e9 indica, definisce una persona con deficit, ma non sempre cambia gli aggettivi che ci stanno dietro. E quindi capita che chi usa diversamente abile continui a guardare le persone disabili come dei marziani, si schifi vedendole imboccare da altri, non sappia come relazionarsi, se non con un dislivello asimmetrico, della serie \u201cio sono quello che ti potrebbe aiutare, tu sei quello che ha bisogno di aiuto\u201d. Allora mi viene voglia di essere nel racconto di Cort\u00e1zar. E preferisco chi usa ancora \u201chandicappato\u201d, ma lo fa in modo genuino, ruspante, senza ambiguit\u00e0, senza sedimenti culturali, ma solo per indicare una situazione di diversit\u00e0, semplicemente perch\u00e9 essa \u00e8. Ma che poi accetta la disabilit\u00e0 nella sua concretezza, ti porta a fare un giro in citt\u00e0, ti imbocca se ce n\u2019\u00e8 bisogno, ti sorride, ti abbraccia, ti solleva; ti parla pi\u00f9 lentamente se devi leggere sulle labbra; prova ad ascoltarti anche se non riesci a esprimerti bene; prova a farti esperire il mondo, anche se non lo vedi. Preferisco \u201chandicappato\u201d se non si porta dietro nulla, piuttosto che \u201cdiversamente abile\u201d e pensare ancora \u201cpoverino\u201d. Come preferirei che non ci fosse bisogno di termini pi\u00f9 \u201cgiusti\u201d per cambiare la mentalit\u00e0; sarebbe bello cambiarla anche stando sui termini brutti. Forse m\u2019illudo. Ma non manca mai qualcuno che raccolga la lezione che si nasconde in queste frasi delicate.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sono sempre stato convinto che la caratteristica della nostra famiglia sia la riservatezza. Portiamo il pudore a estremi incredibili, tanto nel nostro modo di vestirci e di mangiare come nel modo di esprimerci o di salire sul tram. I soprannomi, per esempio, che con tanta noncuranza vengono affibbiati nel quartiere di Pacifico, sono per noi motivo di estrema cura, di riflessione e persino di inquietudine. 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