{"id":1174,"date":"2011-07-15T10:38:56","date_gmt":"2011-07-15T10:38:56","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1174"},"modified":"2025-10-13T12:18:04","modified_gmt":"2025-10-13T10:18:04","slug":"viaggi-e-miraggi-ritrovare-l-orizzonte","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1174","title":{"rendered":"Ritrovare l&#8217;orizzonte"},"content":{"rendered":"<p>Di Luca Baldassare<\/p>\n<p>Quand\u2019ero piccolo pensavo che tutti gli invasi d\u2019acqua, a eccezione del mare, fossero grandi come gli stagni dove pescavo i pesci gatto. Presumo che la mia convinzione dipendesse, crassa ignoranza a parte, dal fatto che nato sul mare, il mio riferimento naturale \u00e8 sempre stato l\u2019orizzonte tra cielo e acqua. E forse proprio per questo ho sempre prediletto la pesca in mare, dal molo. Le mie banchine preferite erano a Fossacesia e Ortona, due bei posti in provincia di Chieti (la \u201cSvizzera d\u2019Abruzzo\u201d). Come direbbero i pescatori, l\u00ec andavo a mormore o ad aguglie. A distanza di anni, mi rendo conto che guardare l\u2019orizzonte era l\u2019unico passatempo sensato, considerato che le mormore non abboccavano nemmeno ad ammazzarsi! La smodata passione per la pesca me l\u2019ha trasmessa lo zio Lino: lo stesso personaggio che mi ha insegnato a commercializzare in \u201ctentata vendita\u201d le patatine pai e il lievito di birra negli alimentari delle quattro provincie d\u2019Abruzzo, fino alla met\u00e0 degli anni Ottanta. Di queste botteghe, ormai fossili del commercio al dettaglio, ricordo un\u2019usanza tipica degli anni Settanta, andata via via perduta: la conversione automatica, con controvalore in mou o in galatine, di tutte le transazioni con resto sotto le cinquanta lire. Optare per l\u2019una o l\u2019altra era qualcosa di pi\u00f9 di una scelta tra due caramelle, era un posizionamento preciso. Una scuola di pensiero. Una visione del mondo. Ad esempio, lo zio Lino era per le galatine. Secondo lui, la loro asciuttezza al palato implicava una lettura degli accadimenti senza ambiguit\u00e0 n\u00e9 tentennamenti. Invece, la mescolanza bituminosa e attaccaticcia delle altre richiamava una complessit\u00e0 artificiosa, inutile. Per me lo zio ha sempre semplificato troppo. Va detto che normalmente questo discorso si faceva strafogandosi la bomba (per chi non \u00e8 abruzzese: bombolone o krapfen ripieno) al cioccolato della pasticceria Santavenere di Pescara Colli e sorseggiando mezzo litro di latte confezionato in pretrapak (il precursore del tetrapak), in direzione del bar-tabaccheria centrale di Pineto. Personalmente non mi sono mai fatto ammaliare dai proclami propugnati nel nome delle galatine. E non a caso adoravo la signora Adele, moglie di Nunzio il lattaio, strenua difensore (o difentrice) delle mie gialle predilette, le mou. A differenza del taccagno marito, lei arrotondava gli importi sempre a suo discapito, di quel tanto sufficiente a farci scappare una o anche due mou in pi\u00f9. So che queste mitiche chicche esistono ancora; io per\u00f2 mi riferisco a quelle che facevano in Italia. Gi\u00e0, perch\u00e9 oggi perfino le mou vengono prodotte in Cina. Le chiamano \u201cVere mou dalla Cina\u201d. Ma cosa vuol dire?, mi chiedo. \u00c8 una sorta di contrappasso? Accusiamo il popolo cinese di contraffare l\u2019impossibile e poi si viene a scoprire che, noi per primi, l\u2019abbiamo fatto con delle innocue caramelle?! So per certo che siamo colpevoli: c\u2019\u00e8 la prova! Schiacciante. Le mou sono gialle! Fortunatamente sono cresciuto, cos\u00ec ho potuto conoscere e apprezzare anche altro. In un signor Lago, quello di Garda, ho ritrovato, inaspettatamente, il mio orizzonte. La prima volta ci sono stato nel 1985, con zio Lino. Per quale ragione? Vi basti sapere che nel lago le maledette mormore non ci sono! La seconda volta, qualche anno dopo, \u00e8 stata tutta un\u2019altra storia. Munito dell\u2019immancabile Fabio Ciancetta, mio amico d\u2019infanzia, detto Fuss(e) ca fuss(e) (grossolanamente tradotto dall\u2019abruzzese vuol dire \u201cforse questa \u00e8 la volta buona; quasi quasi..\u201d), ho potuto dedicarmi ad altri sport (ammesso e non concesso che la pesca sia ascrivibile a questa categoria). Al lago di Garda ci si pu\u00f2 davvero sbizzarrire nel fare un po\u2019 di tutto: sport acquatici, terrestri, passeggiate non competitive, mangiate agonistiche, terme, trattamenti benessere definitivi (si entra 130 cm \u2013 sia di girovita che di altezza \u2013 e si esce 1,80 m per 55 kg). Per\u00f2 non \u00e8 questa abbondanza che ha rapito la mia immaginazione bens\u00ec una strana e precisa impressione di benessere. Una specie di allegrezza sospesa nell\u2019aria. Escludendo che si possa trattare di quella che Rocca Tanica attribuisce alle canzoni di Ivano Fossati, secondo me \u00e8 frutto di un\u2019alchimia: 3 parti di micro clima, 5 grattugiate di cibo, 2 abbondanti spruzzate di odori e di vino bardolino, paesaggi e comunit\u00e0 gardenese con le sue tante parlate (dal bresciano medio al teutonico alto) q.b\u2026 Servire tutto in sinergia. Risultato? Parecchio ritemprante! E bisogna provarlo. Anzi, provare provare provare (come diceva Amanda Sandrelli in \u201cNon ci resta che piangere\u201d)! A proposito, come si chiamano le mormore in italiano?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Quand&rsquo;ero piccolo pensavo che tutti gli invasi d&rsquo;acqua, a eccezione del mare, fossero grandi come gli stagni dove pescavo i pesci gatto. Presumo che la mia convinzione dipendesse, crassa ignoranza a parte, dal fatto che nato sul mare, il mio riferimento naturale &egrave; sempre stato l&rsquo;orizzonte tra cielo e acqua. 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