{"id":1205,"date":"2011-09-27T10:55:00","date_gmt":"2011-09-27T10:55:00","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1205"},"modified":"2025-07-28T11:10:20","modified_gmt":"2025-07-28T09:10:20","slug":"sul-grande-schermo-presi-dall-aria-coricati-sui-sedili-dell-aria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1205","title":{"rendered":"Presi dall&#8217;aria, coricati sui sedili dell&#8217;aria"},"content":{"rendered":"<p>Nell\u2019Ottocento la fotografia psichiatrica produceva, per volont\u00e0 degli psichiatri (o alienisti, come al tempo venivano chiamati), immagini destinate alle gazzette scientifiche che ritraevano i volti e i corpi di isterici e depressi per poterli catalogare poi come dementi, schizofrenici, etc. Anche attraverso la pretesa oggettivit\u00e0 indagatoria e la trasparenza del mezzo e del prodotto fotografico si cercava di scovare, catturare la follia, determinarne una sorta di iconografia e, quindi, metterla alla prova, incriminarla.<br \/>\nSuccessivamente, il cinema e la fotografia che si sono occupati dell\u2019istituzione manicomiale hanno sempre cercato di mostrare i segni, la cifra di quella istituzione, e delle politiche e delle idee a essa sottese, attraverso i corpi e i volti degli \u201cinternati\u201d: in alcune scene di \u201cChangeling\u201d Clint Eastwood cita secondo questi canoni alcuni episodi del cinema c.d. manicomiale, e andando a ritroso si potrebbe ricordare \u201cBedlam\u201d, scuro e orrorifico film di Mark Robson con Boris Karloff del 1946.<br \/>\nAncora, vengono in mente le fotografie di Gianni Berengo Gardin e Carla Cerati, scattate nel 1968, che denunciano la condizione dei manicomi e cercano di dare visibilit\u00e0 e rilievo alle drammatiche \u201cdistorsioni\u201d di tale condizione attraverso la fisicit\u00e0 della sofferenza e della costrizione. Il corpo come testo spudoratamente eloquente, leggibile. Un ribaltamento dell\u2019uso dell\u2019immagine che, se l\u00e0 serviva a \u201cdenunciare\u201d e incriminare la follia e giustificarne l\u2019isolamento, la costrizione, la censura e la distruzione, qui ne mette in risalto la costruzione sociale, e denuncia piuttosto l\u2019istituzione, la legge, la scienza.<br \/>\n\u201cAria\u201d di Francesco Migliorino sceglie un\u2019altra modalit\u00e0 di rappresentazione: gi\u00e0 il titolo suggerisce che il film agisce su un piano del tutto diverso. \u00c8 un film fatto di vuoti, di ribaltamenti del vuoto, che riempie l\u2019immagine per sottrazione, ma riesce a non essere banalmente evocativo. Questi vuoti pesano eccome e, se possono anche essere luoghi di pensieri e associazioni \u201clibere\u201d dello spettatore, danno da soli un ritratto talmente efficace da non necessitare dell\u2019interpretazione \u201ccreatrice\u201d del nostro occhio e del nostro intelletto. I quali, semmai, restano quasi inermi, silenti di fronte al mistero (non saprei come altro definirlo) che il documentario crea. Forse involontariamente; comunque in modo inesorabile.<br \/>\nIl film racconta le voci, le scritture e le immagini del passato del manicomio penitenziario di Barcellona Pozzo di Gotto.<br \/>\nLo fa riprendendo, e montando in successione, fotografie risalenti agli anni \u201930 di stanze vuote dell\u2019istituto penitenziario e sovrapponendo a esse le parole delle lettere scritte dai detenuti e delle incontestabili relazioni mediche degli psichiatri, che quasi emergono dalle pareti, dagli strumenti, dagli oggetti filmati e risuonano nel vuoto delle camere e dei corridoi. Ne smascherano gli intenti, lo \u201cripopolano\u201d&#8230;<br \/>\nProprio cos\u00ec: le parole creano un cortocircuito nel meccanismo pacificante, scientifico, quasi consolatorio di quei vuoti. Lo smascherano, e, insieme con esso, smascherano la consolazione che noi stessi vi trovavamo e vi troviamo tuttora, il nostro bisogno di sicurezza (declinata come incolumit\u00e0 fisica e morale o altro ancora), la nostra paura della diversit\u00e0. Le deleghe che concediamo agli specialisti perch\u00e9 si occupino per conto nostro di allontanare l\u2019alterit\u00e0 dalla vista, dall\u2019udito, dalla riflessione. Quello che ancora oggi si ripropone con stranieri, poveri, marginali. Le deleghe nella definizione di rappresentazioni invece gi\u00e0 nostre, della cui costruzione siamo stati partecipi.<br \/>\nTorniamo alle immagini fotografiche sulle quali il film \u00e8 costruito: quel che davvero colpisce \u00e8 la pressoch\u00e9 totale assenza dell\u2019essere umano, del vivente. Ma da questa insistita reticenza, da questo falso pudore, emerge quel che Migliorino stesso definisce il \u201ccongegno\u201d che ha reso possibile ogni singola storia (dei detenuti del manicomio), ma che nella sua forma astratta avrebbe potuto accoglierne mille volte tante di storie simili a quelle che ha veramente raccolto.<br \/>\nIl film \u00e8 diviso in brevi capitoli, i cui titoli contestualizzano gli oggetti sullo schermo o suggeriscono una lettura della successione delle immagini: \u201cClassificare\u201d, \u201cEffetti di invisibilit\u00e0\u201d, \u201cIl padrone della follia\u201d, \u201cBonifica umana\u201d, \u201cInterno esterno\u201d, \u201cI sedili dell\u2019aria\u201d.<br \/>\nIl primo, \u201cClassificare\u201d, ci introduce a una serie di quadri con primi piani dei detenuti: le immagini si fanno progressivamente sfuocate, come a dire che classificare \u00e8 sfumare, non mettere a fuoco e inevitabilmente, colpevolmente perdere. Generalizzare \u00e8 perdere; togliere sostanza, distanziarsi dalle cose.<br \/>\n\u00c8 il nodo concettuale del film: il manicomio non classifica individui nella loro concretezza, ma classifica individui secondo parametri che servono al funzionamento del manicomio stesso. Il manicomio si nutre della classificazione che attua. Scrive Franca Ongaro Basaglia nell\u2019introduzione a Per non dimenticare: 1968 la realt\u00e0 manicomiale di \u201cMorire di classe\u201d : \u201cMa \u00e8 davvero la faccia della malattia quella che si incontra fra le mura del manicomio, dietro quelle grate, o \u00e8 la faccia prodotta dall\u2019istituzione?\u201d.<br \/>\nChe pazzia approdava nei manicomi? Ogni forma di pazzia, o piuttosto quella, presunta, di poveri, diseredati, esclusi, reietti? E il degrado, l\u2019abbrutimento, lo stato di annientamento dei malati non era forse prodotto dalla violenza imperscrutabile (come i vuoti asettici di Migliorino) dell\u2019istituzione pi\u00f9 che dalla malattia in s\u00e9? Il quarto capitolo di \u201cAria\u201d, \u201cBonifica umana\u201d, risponde attraverso le parole di un \u201cuomo scienziato\u201d: \u201cIl problema penitenziario diviene un problema di bonifica umana, non meno necessario e urgente della bonificazione della terra. Ogni processo di disinfezione, affinch\u00e9 sia completo e duraturo deve constare di due tempi: l\u2019accantonamento del materiale settico e la sua sterilizzazione. Dove va a finire il materiale umano settico separato che sia dal corpo sociale? A quale trattamento viene sottoposto affinch\u00e9 diventi effettivamente sterile? Occorre studiare i delinquenti per conoscerli; occorre conoscerli per governarli razionalmente; occorre governarli razionalmente per bonificarli; occorre bonificarli per utilizzarli. Il manicomio criminale \u00e8 il policlinico della delinquenza\u201d.<br \/>\nMigliorino non offre alcuna visione \u201cromantica\u201d della malattia, della pazzia, ma contribuisce a definire con pi\u00f9 chiarezza un dato che dovrebbe essere indiscutibile: per sperare di incontrare la malattia \u00e8 prima necessario affrontare la violenza, la crudelt\u00e0, l\u2019autoreferenzialit\u00e0 dell\u2019istituzione manicomiale, l\u2019annientamento sistematico della persona da essa perseguita. E, ancora prima, \u00e8 necessario affrontare la psichiatria che scientificamente, asetticamente avalla quell\u2019istituzione e la societ\u00e0 che ne richiede l\u2019esistenza e ne avverte la necessit\u00e0 per mantenere l\u2019\u201cordine\u201d. Ai modelli di pensiero seguono strumenti, pratiche, processi, involuzioni, \u201cerrori\u201d\u2026<br \/>\n\u201cAria\u201d \u00e8 un film che ci invita a scoprire, nelle immagini che mostra e in ogni altrove, l\u2019eloquenza del silenzio, l\u2019evidenza nell\u2019assenza e, ripeto, dice di noi e ci interroga, ci chiama in causa come potenziali rei incolpevoli.<\/p>\n<p>Aria<\/p>\n<p><strong>Voci scritture immagini dal manicomio criminale di Barcellona Pozzo di Gotto <\/strong>(Italia, 2008)<br \/>\nDurata: 25\u2019<br \/>\nRegia: Francesco Migliorino<br \/>\nMusica: John Cage, Dream (1948), In a Landscape (1948)<br \/>\nEseguita da: Stephen Drury<br \/>\nAlbum: In a Landscape: piano music of John Cage (1995), BMG Records<br \/>\nVoci: Antonio Rapisardi<br \/>\nImmagini: Archivio OPG Barcellona Pozzo di Gotto, Archivio Prof. Aldo Madia, Barcellona Pozzo di Gotto, Archivio OPG Aversa<br \/>\nEditing video: Biagio Teseo<br \/>\nEditing audio: Luigi Sambito<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Nell&rsquo;Ottocento la fotografia psichiatrica produceva, per volont&agrave; degli psichiatri (o alienisti, come al tempo venivano chiamati), immagini destinate alle gazzette scientifiche che ritraevano i volti e i corpi di isterici e depressi per poterli catalogare poi come dementi, schizofrenici, etc. Anche attraverso la pretesa oggettivit&agrave; indagatoria e la trasparenza del mezzo e del prodotto fotografico si cercava di scovare, catturare la follia, determinarne una sorta di iconografia e, quindi, metterla alla prova, incriminarla. <\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3764],"tags":[3608,3596],"edizioni":[113],"autori":[2933],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1205"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1205"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1205\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4005,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1205\/revisions\/4005"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1205"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1205"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1205"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=1205"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=1205"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=1205"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=1205"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=1205"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=1205"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}