{"id":1207,"date":"2011-09-27T11:03:43","date_gmt":"2011-09-27T11:03:43","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1207"},"modified":"2025-07-28T11:10:57","modified_gmt":"2025-07-28T09:10:57","slug":"beati-noi-le-mie-prigioni","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1207","title":{"rendered":"Le mie prigioni"},"content":{"rendered":"<p>Da qualche mese ormai mi reco in carcere una volta alla settimana. I miei 25 lettori si staranno gi\u00e0 interrogando sui reati che pu\u00f2 avere commesso uno in carrozzina. Ebbene, seppure ultimamente in effetti con la mia automobile attrezzata e dotata di tutti i contrassegni possibili stia prendendo un bel po\u2019 di multe (e non si capisce perch\u00e9), in carcere non ci sono finito per qualche malefatta, ma per fare volontariato. Ancora i miei 25 lettori avranno sgranato gli occhi. Come? Un disabile fa volontariato? Di solito sono i cosiddetti normodotati che fanno volontariato con i disabili\u2026 o no? Ebbene, io faccio volontariato. Spesso lo faccio con gli amici che vengono a trovarmi, offro consulenza e consigli psicologici per 5 cent, come Lucy dei Peanuts. Adesso, per\u00f2, ho allargato i miei orizzonti fra le mura del carcere. Come possono allargare gli orizzonti delle mura e delle sbarre alle finestre? Altra domanda che almeno uno dei 25 lettori si star\u00e0 ponendo. Ebbene, io vado in carcere a parlare di libert\u00e0. Un disabile che parla di libert\u00e0 in un carcere. Quasi scandaloso. Invece, i disabili e i carcerati hanno qualcosa in comune. Ovvero, la mancanza di libert\u00e0. Mi correggo, la mancanza di autonomia. Libert\u00e0 e autonomia sono due cose diverse. Nei suoi Four Essays on Liberty, il filosofo Isaiah Berlin definisce la celeberrima distinzione fra libert\u00e0 positiva e negativa, libert\u00e0 di e libert\u00e0 da. Al carcerato mancano entrambe, se si considera l\u2019aspetto materiale della libert\u00e0 e non quello morale (libert\u00e0 di pensiero, di parola, religiosa, ecc.). Il disabile, invece, non \u00e8 privo di libert\u00e0 da, perch\u00e9 non \u00e8 vincolato da sbarre. Ma \u00e8 privo, spesso, della libert\u00e0 di. Il disabile dipende in molte cose, talvolta in tutte, da qualcun altro. Non \u00e8 la carrozzina che tiene prigioniero il disabile, perch\u00e9 essa non \u00e8 paragonabile alle sbarre, anzi, di frequente \u00e8 uno strumento di libert\u00e0, permette di spostarsi, di fare cose che, altrimenti, non sarebbero possibili. Ma la libert\u00e0 di, la libert\u00e0 positiva, quindi la pi\u00f9 importante, come il termine suggerisce, non ce l\u2019ha nessuno dei due. Questa \u00e8 ci\u00f2 che indicavo sopra con la parola \u201cautonomia\u201d. Dal greco, autos e nomos, la possibilit\u00e0 di darsi delle regole da s\u00e9, di gestirsi in modo libero e non vincolato. Una persona con handicap le regole non se le pu\u00f2 dare da solo. Mangia quando gli altri preparano il cibo per lui, spesso deve essere anche imboccato, si lava quando qualcuno lo aiuta, dorme quando c\u2019\u00e8 chi lo adagia nel letto. Naturalmente, pu\u00f2 imporsi tutte le regole morali che vuole, ma non quelle materiali. Anche sulle regole morali, per\u00f2, ci sarebbe da discutere. Il disabile, spesso, non \u00e8 libero nemmeno di peccare. Meno male che vale anche il pensiero, verrebbe da dire. Altrimenti, i portatori di deficit sarebbero tutti santi. Per verit\u00e0, molti credono che lo siano davvero. Racconto sempre l\u2019aneddoto delle due vecchine che, al santuario di Sant\u2019Antonio da Padova, strofinarono il fazzoletto candido su di me invece che sulla reliquia del Santo, sperando che io intercedessi in modo ugualmente efficace per ottenere loro le grazie. Se avessi tanto credito presso il Padreterno, ne approfitterei diversamente. In ogni caso, dicevo, non siamo liberi neppure di peccare, di sbagliare. Invece, chi \u00e8 in carcere ha approfittato troppo della libert\u00e0 di sbagliare che gli era stata data. Sia i disabili, sia i carcerati, naturalmente, mantengono tutta la loro libert\u00e0 interiore. Talvolta, tuttavia, nemmeno il pensiero \u00e8 libero, anche se a prima vista dovrebbe esserlo pi\u00f9 di ogni altra cosa. I condizionamenti, interni ed esterni, sono tanti. Le sbarre, come la carrozzina, possono influenzare anche il modo di pensare. Cos\u00ec come, talvolta, i pensieri che portano a commettere i reati possono essere stati condizionati da circostanze esterne. Inoltre, il disabile, spesso, \u00e8 nato cos\u00ec. Carcerati, invece, non si nasce. Chi ha conosciuto gli sterminati spazi leopardiani difficilmente si adatta alla costrizione della detenzione. I rei, per\u00f2, hanno potuto scegliere, i disabili no. La detenzione ha fine, la disabilit\u00e0 no. Quasi tutti i carcerati possono immaginare il momento in cui riacquisteranno la libert\u00e0. Potranno riabbracciare i familiari, tornare alla loro vita. Avranno la possibilit\u00e0 di non commettere di nuovo gli errori che li hanno portati alla detenzione. Una certa cultura, ormai fortunatamente quasi scomparsa, voleva che anche i disabili si ritrovassero in una simile condizione a causa di una qualche colpa. Ma non una colpa attribuibile a loro stessi, naturalmente, bens\u00ec ai genitori, alla famiglia, agli avi. Colpe dei padri che ricadono sui figli. Il massimo dell\u2019ingiustizia. Eppure, secondo molti, l\u2019handicap era una punizione divina, una possibilit\u00e0 di purificazione ed espiazione in nome di tutta l\u2019ascendenza. Se dal punto di vista scientifico alcuni deficit sono perfettamente spiegabili, altri meno, dal punto di vista morale e teologico l\u2019handicap rimane un grande mistero, un\u2019incarnazione del dolore e della piccolezza dell\u2019uomo. Il teologo Vito Mancuso ha scritto sull\u2019argomento un libro intero, dal titolo emblematico Il dolore innocente. Se si \u00e8 avvertito nel XXI secolo il bisogno di dare alle stampe siffatta opera, significa che, forse, il dubbio, qualcuno, ancora lo aveva.<br \/>\nLa mancanza di autonomia dei carcerati e dei disabili, dunque, ha radici totalmente diverse. Per i primi \u00e8 conseguenza di una colpa evidente, per i secondi \u00e8 un \u201cdolore innocente\u201d. Tuttavia, forse \u00e8 pi\u00f9 dolorosa per i primi. Per questi, infatti, \u00e8 un \u201cdolore colpevole\u201d.<br \/>\nTale esperienza di confronto \u00e8 stata per me totalmente nuova. Io sono abituato a parlare di fronte a platee che, spesso, condividono poco con me, che al massimo possono pormi qualche domanda alla fine del mio intervento, o meglio, della lettura di esso da parte di un mio collaboratore. Invece, quella che ho seguito in carcere \u00e8 una vera e propria classe, da cui mi sono recato una volta alla settimana per un anno intero, condividendo, dialogando, confrontando, scambiando esperienze e opinioni. Ho sentito la responsabilit\u00e0 di accompagnare i miei allievi in un percorso che non si esaurisse in una lezione frontale di filosofia. Quello che ho insegnato ai miei discenti \u00e8 per lo meno pari a quello che io ho appreso da loro. Forse, la cosa pi\u00f9 importante che ho capito riguarda il fatto che la condizione di disabilit\u00e0, come quella di recluso, riguarda tutti, non solo i portatori di handicap e i carcerati. Tutti manchiamo di libert\u00e0, perch\u00e9 la natura umana ha dei limiti ben precisi in s\u00e9 connaturati, che rendono l\u2019uomo un essere imperfetto. Tutti, dunque, possono riconoscere le proprie prigioni, talvolta superarne lo spazio angusto, talvolta, semplicemente, accettarle.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Da qualche mese ormai mi reco in carcere una volta alla settimana. I miei 25 lettori si staranno gi&agrave; interrogando sui reati che pu&ograve; avere commesso uno in carrozzina. Ebbene, seppure ultimamente in effetti con la mia automobile attrezzata e dotata di tutti i contrassegni possibili stia prendendo un bel po&rsquo; di multe (e non si capisce perch&eacute;), in carcere non ci sono finito per qualche malefatta, ma per fare volontariato. Ancora i miei 25 lettori avranno sgranato gli occhi. Come? 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