{"id":1213,"date":"2011-09-27T12:16:53","date_gmt":"2011-09-27T12:16:53","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1213"},"modified":"2025-07-29T19:30:14","modified_gmt":"2025-07-29T17:30:14","slug":"sul-grande-schermo-l-acquisizione-nasce-da-un-atto-d-oblio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1213","title":{"rendered":"L&#8217;acquisizione nasce da un atto d&#8217;oblio"},"content":{"rendered":"<p>Tempo fa mi \u00e8 capitato di leggere un\u2019interessante intervista al comparatista Daniel Heller-Roazen, realizzata in occasione della pubblicazione in Italia del suo saggio <em>Ecolalie. Saggio sull\u2019oblio delle lingue <\/em>(Macerata, Quodlibet, 2007, traduzione di Andrea Cavazzini).<br \/>\nA un certo punto l\u2019intervista si concentrava sulla questione della \u201clallazione infantile\u201d cos\u00ec come era stata affrontata da Roman Jacobson in <em>\u201cLinguaggio infantile, afasia e leggi generali della struttura fonetica\u201d<\/em>, secondo il quale un bambino riesce facilmente ad accumulare un enorme numero di articolazioni che nessuna lingua particolare possiede. Partendo da queste considerazioni, Heller-Roazen ha cercato di capire come sia possibile \u201cdimenticare\u201d questa capacit\u00e0 ricettivo-produttiva nel passaggio dalla fase prelinguistica a quella di apprendimento di una lingua. Riporto le parole del comparatista: \u201cIl lavoro sulle afasie mi ha, in effetti, fornito un punto di partenza. Contiene una memorabile evocazione di ci\u00f2 che Jacobson chiama \u2018l\u2019apice del balbettio\u2019: uno stato [\u2026] in cui non si pu\u00f2 porre alcun limite alle capacit\u00e0 fonatorie del borbottio infantile. In questo stato, per quanto riguarda l\u2019articolazione, gli infanti sono capaci di tutto. Pur non parlando ancora, possono gi\u00e0 produrre qualsiasi lingua umana, il tutto senza il minimo sforzo. Tanto pi\u00f9 sorprendente, nota Jacobson, \u00e8 il fatto che, \u201cquando il bambino passa dallo stadio prelinguistico all\u2019acquisizione delle prime parole, perde interamente la sua capacit\u00e0 di produrre dei suoni\u201d. Non solo non pu\u00f2 pi\u00f9 produrre quei suoni contenuti nel suo balbettio che non servono nella sua nuova lingua, ma molti suoni comuni al balbettio infantile e al linguaggio adulto spariscono anch\u2019essi, ora, dal repertorio linguistico dell\u2019infante. Solo a questo punto pu\u00f2 dirsi veramente iniziata l\u2019acquisizione di una singola lingua. Il mio libro <em>Ecolalie <\/em>inizia con alcune riflessioni su questo evento che [\u2026] costituisce una sorta di mito dell\u2019origine del linguaggio. Come ogni mito, anche questo suscita delle domande. Che cosa succede ai molteplici suoni un tempo emessi facilmente dall\u2019infante? E che cosa ne \u00e8 stato dell\u2019abilit\u00e0 \u2013 che possedeva prima di apprendere i suoni di una singola lingua \u2013 di produrre quelli contenuti in tutte le lingue? \u00c8 come se l\u2019acquisizione del linguaggio fosse possibile solo attraverso un atto di oblio, una sorta di amnesia linguistica infantile (o amnesia fonica, dato che ci\u00f2 che l\u2019infante sembra dimenticare non \u00e8 il linguaggio, ma una capacit\u00e0 infinita di articolazione). Forse l\u2019infante deve dimenticare le infinite serie di suoni che poteva un tempo produrre \u2018all\u2019apice del balbettio\u2019 per padroneggiare il sistema finito di consonanti e vocali che caratterizza una singola lingua. Forse la perdita di un arsenale fonetico illimitato \u00e8 il prezzo da pagare per ottenere i documenti che gli garantiscono piena cittadinanza nella comunit\u00e0 di una singola lingua\u201d.<br \/>\nQuesta parole mi sono tornate in mente mentre assistevo alla proiezione di <em>Hear and Now,<\/em> al quale sembravano adattarsi in maniera perfetta, al di l\u00e0 delle (tante) differenze del caso.<br \/>\nSono, in un certo senso, la descrizione del momento di una scelta, per quanto involontaria, della dismissione di una particolare capacit\u00e0 in presenza della quale sarebbe forse impossibile acquisirne un\u2019altra, necessaria e propedeutica allo sviluppo di competenze ulteriori.<br \/>\n\u00c8 necessario abbandonare, dimenticare il possesso di tutti i \u201csuoni\u201d per accedere a una lingua finita e condivisa. Una declinazione specifica della pi\u00f9 generale necessit\u00e0 di abbandonare qualcosa (di s\u00e9 e non solo) per poter aver accesso alla vita sociale.<br \/>\n<em>Hear and Now<\/em> \u00e8 un documentario sulla storia dei genitori della regista, Paul e Sally Taylor, entrambi sordi dalla nascita, che decidono di sottoporsi all\u2019et\u00e0 di sessantacinque anni all\u2019applicazione di un impianto cocleare, un\u2019operazione che potrebbe dar loro la capacit\u00e0 di udire. Il film \u00e8 un ritratto intimo che segue il viaggio dei due coniugi da un \u201cconfortevole\u201d mondo di silenzio a un nuovo e complicato mondo di suoni. Il legame di parentela tra la regista, Irene Taylor Brodsky, e i protagonisti ha consentito una vicinanza estrema della telecamera a Paul e Sally e un accesso fluido, mai artefatto, all\u2019intimit\u00e0 dei corpi e degli spazi della realt\u00e0 filmata. L\u2019appuntamento con un\u2019operazione potenzialmente destabilizzante fornisce l\u2019occasione per \u201caprire\u201d la narrazione a momenti di ricordo spesso incredibilmente densi: il racconto di quando Sally smise di cantare alla figlia ancora bambina essendosi accorta che quest\u2019ultima cominciava a percepire come anormale, o non completamente conformi alla normalit\u00e0, la sua voce e, con la voce, la madre in s\u00e9. O il ricordo di quegli eventi della vita quotidiana che rivelavano progressivamente alla regista la vulnerabilit\u00e0 dei propri genitori, nonostante la loro capacit\u00e0 di adattarsi ottimamente alle \u201cregole\u201d del mondo.<br \/>\nAncora, le sequenze in cui Paul e Sally rivivono il passaggio, traumatico per entrambi, dalla scuola privata per sordi alla scuola pubblica per tutti.<br \/>\nO il ricordo delle invenzioni del sig. Taylor, come il videotelefono, che permetteva ai due coniugi la lettura del labiale e quindi di stabilire comunicazioni e contatti a distanza: una sorta di \u201cscoperta\u201d della distanza, della non-prossimit\u00e0.<br \/>\nIl film pu\u00f2 essere letto anche come il racconto di una storia d\u2019amore che, a un certo momento, deve affrontare un ostacolo e, insieme, sperimentare una possibilit\u00e0, entrambi frutto di una scelta volontaria condivisa, che riguarder\u00e0, forse con esiti diversi, i due protagonisti: in ultima istanza, essi non sanno come usciranno da questa prova, da questo tentativo, tanto singolarmente quanto come coppia. Hanno sempre condiviso la stessa condizione di sordit\u00e0, hanno condiviso la scelta di operarsi, ma non sanno se condivideranno le stesse condizioni di vita successive all\u2019operazione, non sanno se sentiranno allo stesso modo, se reagiranno allo stesso modo.<br \/>\nMa, al di l\u00e0 degli aspetti legati alla vita della coppia, l\u2019approssimarsi dell\u2019operazione, del cui esito definitivo non sappiamo niente fino alla fine del film, coincide con il sorgere di numerosi dubbi da parte della regista e dei diretti interessati: come si trasformer\u00e0 la relazione tra loro e con i propri figli? Cosa potranno guadagnare o perdere per sempre? Cosa saranno Paul e Sally dopo l\u2019intervento? Sordi che sentono? Sordi e non sordi allo stesso tempo?<br \/>\n\u00c8 a questo punto che il ricordo delle parole di Heller-Roazen si fa attuale e applicabile al documentario: cos\u00ec come l\u2019infante deve \u201cdimenticare\u201d per \u201cacquisire\u201d, allo stesso modo il problema principale per i coniugi Taylor non \u00e8 tanto la riuscita tecnica dell\u2019operazione chirurgica, quanto la loro capacit\u00e0, una volta inserito l\u2019impianto cocleare, di imparare a udire. I signori Taylor non sono bambini, ma, come il bambino che inizia a parlare per la prima volta, cos\u00ec loro si apprestano a udire per la prima volta, a quasi settant\u2019anni d\u2019et\u00e0, e questo comporta difficolt\u00e0 ancora maggiori nella gestione e nel processo di conoscenza dei suoni.<br \/>\nPerch\u00e9 udire \u00e8 innanzitutto imparare a non-udire quello che non si vuole o non si pu\u00f2, \u00e8 la capacit\u00e0 di sapersi sintonizzare su quello che si vuole, di selezionare tra i suoni e i rumori, di scegliere un flusso sonoro tra i tanti compresenti. Non \u00e8 sufficiente poter udire, occorre saper udire. Dobbiamo imparare a non udire tutto per sentire qualcosa. Il destino dell\u2019uomo, almeno in questo mondo, non \u00e8 l\u2019onnipotenza\u2026<\/p>\n<p><strong>Hear and Now<br \/>\n<\/strong>Durata: 84\u2019<br \/>\nRegia: Irene Taylor Brodsky<br \/>\nMontaggio: Irene Taylor Brodsky, Geoff Bartz (Supervising Editor)<br \/>\nFotografia: Irene Taylor Brodsky, Crofton Diack<br \/>\nMusica: Original Music by Joel Goodman<br \/>\nSuono: Michael Gandsey<br \/>\nProduzione: Irene Taylor Brodsky, Eve Epstein (Senior Producer), Sheila Nevins (Executive Producer, HBO), Sara Bernstein (Supervising Producer, HBO)<br \/>\nNazionalit\u00e0: USA<br \/>\nAnno: 2007<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Tempo fa mi &egrave; capitato di leggere un&rsquo;interessante intervista  al comparatista Daniel Heller-Roazen, realizzata in occasione della pubblicazione in Italia del suo saggio Ecolalie. 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