{"id":1224,"date":"2011-10-03T11:47:56","date_gmt":"2011-10-03T11:47:56","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1224"},"modified":"2025-07-28T13:02:19","modified_gmt":"2025-07-28T11:02:19","slug":"europa-europa-le-cooperative-sociali-un-modello-che-l-europa-apprezza-ma-stenta-a-diffondere","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1224","title":{"rendered":"Le cooperative sociali: un modello che l&#8217;Europa apprezza, ma stenta a diffondere"},"content":{"rendered":"<p>Oltre 7.000 cooperative sociali a fine 2005, di cui 1.700 nate dal 2001 in poi (il che fa ipotizzare oggi numeri ancor pi\u00f9 alti), che impiegano 245.000 lavoratori stipendiati e producono un valore di quasi 6,4 miliardi di euro: i numeri della cooperazione sociale in Italia la rendono una entit\u00e0 economica e sociale di grande rilevanza, che per\u00f2 non trova riscontri paragonabili in alcuno Stato europeo. Molti paesi guardano con interesse a questa esperienza italiana, soprattutto come modalit\u00e0 di integrazione di lavoratori svantaggiati, ma la politica europea tende a riflettere e favorire le forme pi\u00f9 diffuse, o quelle pi\u00f9 diffuse in paesi pi\u00f9 abili nell\u2019attivit\u00e0 di lobbying, valorizzando ben poco la cooperazione sociale come modello da condividere nel concreto.<\/p>\n<p><strong>Le caratteristiche di un modello<br \/>\n<\/strong>Secondo la legge 381\/1991, \u201cle cooperative sociali hanno lo scopo di perseguire l\u2019interesse generale della comunit\u00e0 alla promozione umana e all\u2019integrazione sociale dei cittadini attraverso la gestione di servizi socio-sanitari ed educativi e lo svolgimento di attivit\u00e0 diverse [&#8230;] finalizzate all\u2019inserimento lavorativo di persone svantaggiate\u201d. Pi\u00f9 significativa appare la descrizione data in letteratura della \u201cimpresa sociale\u201d, che si distingue tra gli attori dell\u2019economia sociale per la marcata dimensione produttiva (mentre nelle forme associative l\u2019attivit\u00e0 economica \u00e8 funzionale alla vocazione primaria di rappresentanza) e per l\u2019elevata partecipazione degli stakeholders, ossia per una tendenziale gestione democratica (assente nell\u2019impresa classica).<br \/>\nQuanto si ritrova questo modello nelle organizzazioni che gestiscono servizi socio-educativi o promuovono l\u2019inserimento di lavoratori svantaggiati nei Paesi europei, e nelle politiche comunitarie? Pu\u00f2 essere utile tenere a mente che le cooperative nascono storicamente a fini di mutualit\u00e0 tra i soci che le costituiscono \u2013 ad esempio, le cooperative di consumo o di credito sorte nel XIX secolo. Per le cooperative sociali la mutualit\u00e0 (che \u00e8 quanto tutela anche la Costituzione Italiana) si estende giuridicamente all\u2019intera comunit\u00e0, ma per ci\u00f2 stesso si ridefinisce nella sostanza; ne deriva che esse risultano un\u2019anomalia nel movimento cooperativo tradizionale, avvicinandosi a organismi di diversa origine e orientamento, quali le associazioni benefiche (da questo deriva la contraddizione teorica per cui le cooperative sociali italiane sono di diritto sia \u201ca mutualit\u00e0 prevalente\u201d sia \u201corganizzazioni non lucrative di utilit\u00e0 sociale\u201d).<br \/>\nSe il concetto di cooperativa sociale \u00e8 una (felice) anomalia, non stupisce che l\u2019Italia ne sia la punta avanzata in Europa. L\u2019unica altra nazione che a oggi presenta una realt\u00e0 altamente sviluppata di impresa sociale risulta la Spagna, anche per la forte attenzione dello Stato al movimento cooperativo sociale, che a partire dal 1999 ha portato a una normativa di favore molto simile a quella italiana. Per lo stesso motivo, una nuova normativa specifica (limitata per\u00f2 all\u2019inserimento lavorativo), un grande sviluppo si \u00e8 riscontrato in Polonia dal 2006, con 140 cooperative sociali nate in pochi mesi. All\u2019estremo opposto nella scala della rilevanza delle cooperative sociali stanno i paesi in cui le loro funzioni sono storicamente assegnate allo Stato, o a enti mutualistici in senso stretto: quest\u2019ultimo \u00e8 il caso della Germania, mentre l\u2019esempio pi\u00f9 evidente del primo sono i paesi scandinavi, dove per\u00f2 recenti dinamiche di riduzione del welfare state hanno aumentato l\u2019interesse per il modello dell\u2019impresa sociale. Altrove, il quadro \u00e8 reso pi\u00f9 complicato dal fatto che la forma associativa, a differenza che in Italia, consente il pieno svolgimento di attivit\u00e0 di impresa: di conseguenza, \u00e8 difficile dire se le associations sans but lucratif francesi e belghe, o le Institui\u00e7\u00f5es Particulares de Solidariedade Social portoghesi, siano effettivamente diverse dalle cooperative sociali, o se al di l\u00e0 di una questione nominale siano a esse assimilabili (tenuto comunque presente che la loro attivit\u00e0 si concentra nell\u2019erogazione di servizi pi\u00f9 che nell\u2019inserimento lavorativo).<\/p>\n<p><strong>Le difficolt\u00e0 del tertium<br \/>\n<\/strong>Come si \u00e8 visto, sembra esistere una correlazione tra il riconoscimento giuridico di vantaggi costitutivi e fiscali alle cooperative sociali e il loro sviluppo. Quanto tali agevolazioni promuovono uno sviluppo reale del movimento, e quanto soggetti diversi accedono a esso come pura conformazione di comodo? In breve: di tutte le cooperative sociali che nascono, quante sono vere? La questione declina in modo evidente un generale rapporto ambivalente che i \u201ccooperatori sociali doc\u201d vivono con la politica e il legislatore, di cui in Italia si \u00e8 avuta la prova con il dibattito a cavallo dell\u2019approvazione della legge sulle cooperative sociali, e delle norme attuative, nei primi anni \u201990. Da un lato, infatti, chi costituisce imprese per erogare servizi o offrire opportunit\u00e0 lavorative a persone in situazione di svantaggio cercher\u00e0 di vedere riconosciuto il proprio sforzo (al di l\u00e0 dei casi in cui tale riconoscimento diventa necessario, in contesti di mercato in cui non si potrebbe competere senza agevolazioni); dall\u2019altro, ogni provvedimento di favore si tradurr\u00e0 in norme generali che non potranno essere tagliate su misura della singola cooperativa esistente, n\u00e9, una volta fissate, impedire ad altri operatori economici di adeguarsi formalmente a esse, per attingere ai medesimi benefici, senza condividere lo spirito del movimento. Lo stesso problema si pone quando si tratta di ridefinire, come vedremo, le quote minime di lavoratori svantaggiati in una cooperativa di inserimento, o quando occorre allargare la definizione di \u201clavoratore svantaggiato\u201d. In sintesi, lo sviluppo della cooperazione sociale giustamente promosso dalla politica verr\u00e0 da alcuni giudicato un suo traviamento \u2013 e d\u2019altronde il rischio che la forma giuridica soffochi la sostanza sociale sar\u00e0 sempre reale.<br \/>\nUna ambivalenza simile, e collegata a queste, attiene non alle norme, ma ai servizi concreti. Come ha notato Gianfranco Marocchi, presidente del consorzio Idee in Rete, l\u2019impresa sociale, a partire dalla crisi dei sistemi di welfare europei negli anni \u201970, \u00e8 stata il cardine delle politiche di de-pubblicizzazione conservatrici (attuate peraltro anche da governi progressisti), ma al tempo stesso si pone come tutela dei ceti emarginati, a volte da queste stesse politiche. Di conseguenza, l\u2019estensione del volume economico di attivit\u00e0 delle cooperative sociali (e del loro ruolo di modello) pu\u00f2 essere attribuita al ruolo di mero regolatore che si ritaglia l\u2019attore pubblico, o anche all\u2019assorbimento in un mercato pagato dagli utenti di servizi che erano in precedenza forniti gratuitamente, o a tariffa sociale \u2013 un processo che cozza con la funzione di rappresentanza degli interessi delle fasce deboli che le stesse cooperative sociali intendono svolgere.<br \/>\nInfine, e pi\u00f9 in generale, l\u2019interesse dell\u2019impresa sociale come modello sta nel trovare una propria via tra l\u2019economia (sempre meno sociale) di mercato e gli interventi puramente assistenzialistici; nella prassi concreta, per\u00f2, questo obiettivo pu\u00f2 tradursi in scelte che portano la cooperativa sociale \u201cfuori di s\u00e9\u201d. Ad esempio, almeno fino alla riforma del 1999, in Spagna alcune imprese sociali con maggiori prospettive di mercato tendevano a costituirsi come entit\u00e0 for profit, per non apparire all\u2019esterno unit\u00e0 produttive di serie B, mentre le cooperative sociali di inserimento lavorativo erano viste dai loro lavoratori come un\u2019occupazione temporanea in attesa del reinserimento nel mondo del lavoro \u201cnormale\u201d \u2013 un\u2019auto-percezione che presuppone un mondo ideale in cui le imprese tradizionali assorbono direttamente tutti i lavoratori svantaggiati, eliminando la stessa ragion d\u2019essere della cooperativa sociale. Viceversa, nei Paesi Bassi diverse imprese sociali sono state assorbite verso una pura concorrenza, implicando l\u2019esclusione sistematica dei lavoratori con competenze meno utili sul mercato e quindi l\u2019annullamento, su opposte basi, del valore della cooperazione sociale.<\/p>\n<p><strong>I laboratori protetti e l\u2019Unione Europea<br \/>\n<\/strong>Un caso esemplare della difficolt\u00e0 della cooperazione sociale italiana nel farsi modello di riferimento, ma anche della complessit\u00e0 del quadro in cui essa si muove, riguarda le nuove norme comunitarie sugli aiuti pubblici ammessi per l\u2019inserimento lavorativo di soggetti svantaggiati, inserite nel Regolamento UE n. 800 del 6 agosto 2008, noto anche come GBER (General Block Exemption Regulation). Il testo del GBER definisce \u201cposto di lavoro protetto\u201d quello in un\u2019impresa nella quale almeno il 50% dei lavoratori \u00e8 costituito da lavoratori disabili, con una terminologia che richiama espressamente i \u201claboratori protetti\u201d, di origine pi\u00f9 assistenziale che imprenditoriale, diffusi in molti paesi europei. Con una analoga logica di separazione, il GBER include tra i \u201clavoratori svantaggiati\u201d un\u2019ampia platea di categorie (poco scolarizzati, ultra50enni, membri di minoranze linguistiche, e anche sottorappresentati su base di genere nel proprio settore produttivo), mentre i \u201clavoratori disabili\u201d sono trattati a parte, seppure con un regime economicamente pi\u00f9 elastico; le altre tipologie di lavoratori svantaggiati riconosciute dalla legislazione italiana, come tossicodipendenti, alcolisti, detenuti ammessi a misure alternative, non vengono citate (se non indirettamente, in quanto disoccupati di lungo periodo).<br \/>\nIl mondo della cooperazione sociale italiana (e non solo: sulla stessa linea il commento al Regolamento di CEPES \u2013 Confederaci\u00f3n Empresarial Espa\u00f1ola de la Econom\u00eda Social) non pu\u00f2 riconoscersi in questa formulazione, che i bandi nazionali e regionali per contributi allo sviluppo delle imprese sociali devono oggi rispettare. Sergio Della Valle, presidente della cooperativa sociale \u201cL\u2019Agor\u00e0\u201d di Pordenone, trova nel GBER la conferma che \u201cin Europa la legislazione che si occupa di inclusione lavorativa di fasce deboli richiama altre esperienze, in particolare quella francese e tedesca\u201d. Per i lavoratori con disabilit\u00e0, invece, Dalla Valle nota che la cooperazione sociale riesce a dare concretezza al recente utilizzo del termine \u201cinclusione\u201d al posto di \u201cinserimento\u201d: \u201cla costruzione di percorsi in cui la persona svantaggiata pu\u00f2 arrivare ad essere protagonista del proprio lavoro, quello che gi\u00e0 da tempo \u00e8 definito come il passaggio dalla relazione di aiuto alla relazione di scambio\u201d. Fabrizio Valencic, team manager di un progetto Italia-Slovenia per lo sviluppo di imprese sociali transnazionali, individua il valore aggiunto della cooperazione sociale rispetto ai laboratori protetti nella sostenibilit\u00e0: \u201cl\u2019impresa sociale italiana in forma di cooperativa sociale garantisce inserimenti lavorativi \u2018reali\u2019 di soggetti svantaggiati, con costi di sostegno (contributi statali) ridicoli e trasformando costi di welfare in risorse fiscali per la comunit\u00e0\u201d.<br \/>\nD\u2019altro canto, le organizzazioni internazionali che rappresentano i laboratori protetti (ma anche diverse forme di impiego di persone disabili) si dichiarano soddisfatte della nuova normativa. In particolare, Workability Europe cos\u00ec commenta, nel marzo 2008, la quota minima di lavoratori per essere riconosciuti \u201cposto di lavoro protetto\u201d inserita nella terza bozza del GBER (poi approvata): \u201cLa soglia del 50% rappresenta adeguatamente la realt\u00e0 delle imprese protette in Europa oggi. Workability Europe sconsiglierebbe di rivedere questa soglia al ribasso, poich\u00e9 questo porterebbe il concetto di \u2018impresa protetta\u2019 pi\u00f9 vicino a quanto \u00e8 noto come \u2018impresa sociale\u2019 \u2013 un\u2019entit\u00e0 con struttura, mission e statuto del tutto differenti\u201d. E tuttavia, in altra parte del medesimo commento, si rileva che \u201c\u00e8 stata usata una terminologia positiva: ai laboratori\/aziende protette ci si riferisce come \u2018imprese\u2019, il che corrisponde al loro ruolo di mercato oggi\u201d. Diventa quindi difficile giudicare se a contrapporsi, nell\u2019azione di lobbying comunitaria che ha portato alla stesura finale del GBER (come in quelle che verranno), siano due modelli culturalmente in antitesi o due posizioni basate sugli attuali assetti giuridici nazionali, la cui armonizzazione in sede europea, come si \u00e8 gi\u00e0 argomentato, non potr\u00e0 mai lasciare del tutto appagate le realt\u00e0 esistenti. Rimane comunque paradossale che, dopo quasi trent\u2019anni di progetti transnazionali in cui la cooperazione sociale italiana \u00e8 stata conosciuta e apprezzata, l\u2019Unione Europea rimanga legata a opzioni di carattere pi\u00f9 assistenziale \u2013 e meno in linea con gli obiettivi di Lisbona da essa stessa proposti.<\/p>\n<p><strong>La crisi come opportunit\u00e0<br \/>\n<\/strong>La riduzione dell\u2019occupazione in corso in questi mesi come effetto della crisi finanziaria, abbinata ai tagli di spesa pubblica e alla riduzione delle commesse private, sembrerebbe una mannaia sotto cui molte belle parole sul modello della cooperazione sociale rischiano di cadere. Eppure, gli operatori interpellati sembrano ottimisti, trovando nell\u2019impasse delle imprese for profit una possibile opportunit\u00e0 di rilancio di altri modelli su scala europea. A detta di Valencic, \u201cfino a oggi ognuno si \u00e8 tenuto stretto il proprio sistema pi\u00f9 o meno assistenziale, pi\u00f9 o meno costoso, ma l\u2019attuale situazione economica (per la sua natura non congiunturale) pu\u00f2 rappresentare un\u2019opportunit\u00e0 di sviluppo per l\u2019economia sociale, per le sue caratteristiche di attenzione alla persona, alla comunit\u00e0, al territorio, all\u2019ambiente\u201d. La cooperazione sociale pu\u00f2 offrire un modello anche per nuove fasce di emarginazione sociale, purch\u00e9 si faccia trovare pronta al processo, di cui gi\u00e0 diversi anni fa Carlo Borzaga riscontrava l\u2019ineluttabilit\u00e0, di estensione del perimetro dei lavoratori svantaggiati: \u201cla sfida\u201d afferma Della Valle \u201c\u00e8 di riuscire a esportare un modello di inclusione lavorativa come il nostro, che ha capacit\u00e0 di offrire alle persone progetti che integrano lavoro, formazione, partecipazione consapevole all\u2019impresa, inserimento sociale\u201d.<br \/>\nPer il successo di questa campagna, per\u00f2, all\u2019azione della classe politica italiana in Europa deve affiancarsi un\u2019autopromozione del mondo della cooperazione sociale, che stenta a decollare a causa delle piccole dimensioni delle imprese e dei loro ristretti margini operativi, che impediscono adeguati investimenti in comunicazione e scambi internazionali. Inoltre, la prassi delle cooperative dovr\u00e0 tenere fede al modello valoriale che esse propongono, evitando di incorrere nelle distorsioni cui le espone, come abbiamo in parte visto, la loro natura di \u201cterza via\u201d tra impresa tradizionale e servizio a gestione pubblica. \u201cAutogestione, una testa un voto, diversit\u00e0 come risorsa, lavoro di rete e relazioni con il territorio\u201d conclude Della Valle \u201csono aspetti, valori, che la cooperazione sociale italiana deve poter far arrivare in Europa\u201d.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Oltre 7.000 cooperative sociali a fine 2005, di cui 1.700 nate dal 2001 in poi (il che fa ipotizzare oggi numeri ancor pi&ugrave; alti), che impiegano 245.000 lavoratori stipendiati e producono un valore di quasi 6,4 miliardi di euro: i numeri della cooperazione sociale in Italia la rendono una entit&agrave; economica e sociale di grande rilevanza, che per&ograve; non trova riscontri paragonabili in alcuno Stato europeo.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3764],"tags":[3601],"edizioni":[117],"autori":[2932],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1224"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1224"}],"version-history":[{"count":1,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1224\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":4056,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1224\/revisions\/4056"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1224"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1224"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1224"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=1224"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=1224"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=1224"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=1224"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=1224"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=1224"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}