{"id":1320,"date":"2012-06-11T16:06:06","date_gmt":"2012-06-11T16:06:06","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1320"},"modified":"2025-07-25T12:01:25","modified_gmt":"2025-07-25T10:01:25","slug":"riuscire-a-fare-qualcosa-insieme","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1320","title":{"rendered":"5. Riuscire a fare qualcosa insieme"},"content":{"rendered":"<p><strong>Intervista a Stefano Rulli<br \/>\n<\/strong><strong>L\u2019idea di girare questo documentario<\/strong><br \/>\nL\u2019idea di girare questo documentario mi \u00e8 venuta in modo abbastanza casuale. Non era possibile pensare di fare un film insieme a Matteo ma neanche andare al cinema; non sono mai stato al cinema con Matteo perch\u00e9 lui dopo cinque minuti vuole alzarsi.<br \/>\nInizialmente l\u2019idea era di fare un documentario sull\u2019esperienza della Fondazione Citt\u00e0 del Sole, di cui io sono vicepresidente e Clara Sereni \u00e8 presidente, che si occupa di esperienze per il tempo libero e di vita per persone con problemi psichici consistenti. I Casali, dove ha sede la Fondazione, sono uno spazio dove facciamo del turismo per tutti, volevamo raccontare, testimoniare l\u2019esperienza delle persone che frequentavano questi Casali ormai da alcuni anni.<br \/>\nDurante un week end in cui ero l\u00ec a fare le riprese, Matteo \u00e8 venuto sul set e a un certo punto si \u00e8 messo tra me e la macchina da presa. Inizialmente ho pensato che volesse impedire la ripresa perch\u00e9 si sentiva a disagio: il cinema \u00e8 una cosa che gli ha sempre creato problemi soprattutto riguardo a me, forse perch\u00e9 sa che \u00e8 una mia grande passione, quasi un amore difficile da contrastare. Poi questa cosa \u00e8 avvenuta un\u2019altra volta e l\u2019operatore, che \u00e8 amico di Matteo e lo conosce da tanto tempo, mi ha fatto notare che forse Matteo voleva esserci anche lui dentro il film. E allora ho provato a fare una ripresa, una delle poche cose rimaste delle prime riprese, la scena del taglio dell\u2019albero nel bosco. Abbiamo provato a vedere cosa sarebbe successo se si filmava una scena fra me e Matteo da soli, e quando lui si \u00e8 messo l\u00ec a tagliare quel ramo mi sembrava ci fosse un po\u2019 tutto il sentimento che Matteo aveva rispetto al rapporto con la macchina da presa che ci stava filmando. Da un lato c\u2019era il desiderio di fare una cosa con me, dall\u2019altro c\u2019era la paura di non farcela, ma in fondo io ho sentito che Matteo ce la poteva fare, aveva voglia di farlo. Cos\u00ec abbiamo fatto delle riprese che riguardavano il rapporto fra me e Matteo e altre che riguardavano invece gli ospiti dei Casali. Via via mi sono reso conto che la prima parte era la pi\u00f9 complessa per\u00f2 forse anche la pi\u00f9 interessante, sicuramente per me e per Matteo. Matteo non sa n\u00e9 leggere n\u00e9 scrivere, quindi quel rapporto che spesso esiste tra un padre e un figlio, legato a insegnargli a leggere, aiutarlo a leggere, a parlare di un libro, \u00e8 un\u2019esperienza che noi non avevamo avuto. Fare insieme questo film aveva dentro quell\u2019emozione, riuscire a fare una cosa dove stavamo insieme in qualche situazione che apprendevamo tutti e due; lui l\u2019apprendeva perch\u00e9 certo non ha mai fatto l\u2019attore nella sua vita, ma anch\u2019io l\u2019apprendevo perch\u00e9 non avevo mai fatto un documentario come regista, quindi era un terreno su cui ci muovevamo tutti e due con uno spazio di scoperta e con qualche cosa che ci univa. Senz\u2019altro \u00e8 stata un\u2019esperienza importante, per noi prima di tutto.<br \/>\nPoi ho pensato che potesse essere utile per raccontare un po\u2019 dall\u2019interno a chi non la conosce che cosa si prova a vivere questa esperienza. Spesso c\u2019\u00e8 una visione ancora pi\u00f9 cupa, pi\u00f9 rigida dell\u2019esperienza che vivono le persone che hanno dei problemi. Noi siamo una famiglia problematica, non solo lui; il problema \u00e8 capire che l\u00e0 dentro c\u2019\u00e8 comunque la vita, c\u2019\u00e8 speranza, ci sono aspettative, ci sono litigate, ma c\u2019\u00e8 la vita.<br \/>\nMatteo per noi sa comunicare e volevo sapere se poteva accettare il film o no. Allora l\u2019abbiamo rivisto insieme, a casa, ed \u00e8 stata la prima volta che abbiamo visto un film insieme a Matteo. Il film era ancora pi\u00f9 lungo di adesso, un\u2019ora e mezza, e alla fine mi ha chiesto di rivedere la scena in cui piange. La scena che pi\u00f9 avevo paura di fargli vedere era la scena che pi\u00f9 l\u2019aveva colpito: \u00e8 come se gli fosse arrivato questo sentimento, che quel dolore nostro si potesse vedere, si potesse rappresentare e se ne potesse parlare.<\/p>\n<p><strong>Mettere in scena il mio rapporto con Matteo<\/strong><br \/>\nIn questo documentario ci sono anche alcune scene molto private, personali. Credo che la sostanza anche pi\u00f9 drammatica, pi\u00f9 conflittuale ci sia tutta, mi sembra di averla messa senza particolari censure. Il terreno \u00e8 molto delicato, cio\u00e8 decidere se mostrare questi momenti cos\u00ec privati e anche momenti che hanno una loro drammaticit\u00e0. Mi sembrava importante perch\u00e9 senza raccontare quei conflitti avrei raccontato un rapporto edulcorato, e non sarebbe stato un racconto di un rapporto reale. Quindi non potevo fare altrimenti: se accetto di mettere in scena il mio rapporto con Matteo non posso raccontare solo lui che canta. Cantare \u00e8 stata una conquista molto complicata per Matteo, lui non riusciva a sentire nemmeno la canzone del suo compleanno. Per arrivare a quel punto, Matteo ha dovuto superare dentro di s\u00e9, nel rapporto con me, dei momenti molto drammatici. Quello che ho cercato di fare \u00e8 di evitare la spettacolarizzazione compiaciuta: nel film, dopo il canto nel salone, si vede che Matteo parte e esce di campo, si sente il rumore di una sedia&#8230;\u00a0 Io non ho fatto vedere la scena dove l\u2019aggressivit\u00e0 di Matteo esplode in maniera ancora pi\u00f9 forte, poteva essere molto spettacolare ma non era quello che a me interessava comunicare. Era pi\u00f9 interessante per me raccontare il dopo, cio\u00e8 quel momento in cui l\u2019elaborazione di quell\u2019aggressivit\u00e0 diventa sofferenza, diventa qualcosa che lui fatica a pensare perch\u00e9 non ha una capacit\u00e0 astrattiva forte. \u00c8<br \/>\ncome se parlando con lui tu cercassi di ricostruire il senso di quello che \u00e8 accaduto. Il cinema \u00e8 anche morale, il modo in cui tu giri le riprese e fai delle scelte non sono solo tecnici ma anche morali.<br \/>\nAvevo dato alcune indicazioni all\u2019operatore, sapevo che ci sarebbero stati dei momenti in cui io non potevo essere regista ma potevo solo essere presente dentro quella situazione, perch\u00e9 il rapporto con Matteo avrebbe prevalso sulla dimensione cinematografica in senso stretto. In quel caso il regista diventava automaticamente lui e doveva sapere che si doveva attenere ad alcune regole di fondo. La prima \u00e8 quella di non tagliare: normalmente un operatore quando sente una cosa un po\u2019 noiosa stacca per risparmiare pellicola e poi riparte quando c\u2019\u00e8 un\u2019altra cosa interessante. L\u2019altra \u00e8 di fare degli zoom cio\u00e8 di stringere: quando c\u2019\u00e8 una cosa molto forte normalmente in televisione si stringe perch\u00e9 \u00e8 quella che fa spettacolo. Tutta la sequenza della crisi di Matteo nella camera \u00e8 girata con un\u2019inquadratura unica, proprio perch\u00e9 era importante che si capisse che non era una cosa costruita. Credo che sia importante capire la differenza rispetto al cinema normale, anche il cinema migliore: quando nel cinema si racconta la crisi c\u2019\u00e8 per esempio una frase drammatica che provoca una reazione, poi quella reazione dopo un minuto si ricompone perch\u00e9 uno ha detto una cosa intelligente, perch\u00e9 \u00e8 intervenuto lo psichiatra bravo; ci sono quei tempi l\u00ec perch\u00e9 il cinema va di fretta. Per\u00f2 la percezione che uno ha attraverso il cinema di una crisi psichica \u00e8 una percezione abbastanza magica che non corrisponde alla realt\u00e0. Allora l\u2019ho voluta raccontare con tutti i suoi tempi morti, proprio cos\u00ec come si genera: Matteo parte spesso in situazioni di aggressivit\u00e0 su frasi che sembrano apparentemente prive di qualunque contenuto violento; poi, andandole a rivedere, vedi che sono diverse. Io stesso quando le ho riviste mi sono reso conto che ero stato molto pi\u00f9 violento di quello che pensavo e ho deciso di mantenerle nel film proprio per questo; quando mi rivedo provo sempre un certo disagio per quelle scene, non per la violenza di Matteo ma per la mia aggressivit\u00e0. In alcune domande che gli pongo, in un certo mio modo di chiedergli ordine continuamente, regole, di chiedergli sempre di pi\u00f9 \u2013 lui fa una cosa e gliene chiedo subito un\u2019altra \u2013 mi sono reso conto che c\u2019\u00e8 in me un elemento di aggressivit\u00e0 di chi in fondo lo vorrebbe normale. Cio\u00e8 se tu fai un passo io te ne chiedo due, se tu ne fai due te ne chiedo cinque, allora in quella dinamica dove apparentemente la sua aggressivit\u00e0 \u00e8 un po\u2019 sproporzionata, non \u00e8 sensata, invece c\u2019\u00e8 qualcosa: lui \u00e8 una persona dalla sensibilit\u00e0 fortissima, lui avverte questo carico di aspettative e io ho pensato che fosse giusto mettere in scena anche questo perch\u00e9 credo che possa riguardare anche altri genitori. Quella spinta, quel desiderio, quel sogno di normalit\u00e0 poi te lo porti dentro e laddove viene percepito come negazione di quello che tu sei come persona reale diventa un elemento di dolore, per Matteo ma penso anche per altre persone. Per me la cosa pi\u00f9 difficile da mettere in scena sono a volte proprio le mie frasi pi\u00f9 banali, quelle che apparentemente sembrano pi\u00f9 normali quando, per esempio durante la festa di matrimonio lui a un certo punto ha uno scatto verso di me che gli ho detto di venire a ballare. Non gli ho chiesto niente di speciale. Ma lui, prima, per dire quei due versi di poesia a memoria, ha fatto una grande fatica, \u00e8 la prima volta che l\u2019ha fatto nella sua vita, ha trovato la forza di affrontare una festa, tante persone, tutti gli occhi concentrati su di lui ed \u00e8 riuscito a dire una frase in qualche modo d\u2019amore perch\u00e9 lui voleva molto bene a quei due sposi. Quindi lui aveva fatto gi\u00e0 un grande sforzo per stare dentro la realt\u00e0 e comunicare con gli altri e io gli ho chiesto qualcosa di pi\u00f9. Gli ho chiesto non se voleva ballare, ma gli ho chiesto di essere normale. C\u2019\u00e8 una grande violenza in quella frase. Per quello che ho potuto, ho cercato di tenere anche questa contraddittoriet\u00e0 dei miei comportamenti come genitore.<br \/>\nNormalmente il mio lavoro mi porta molto fuori: quando stai dentro un film, dentro alcuni personaggi, ti rapiscono emotivamente e per Matteo questa assenza cos\u00ec violenta \u00e8 qualche cosa di inaccettabile tant\u2019\u00e8 vero che io ero giunto alla conclusione di non lavorare mai in sua presenza. Quando Matteo rientrava, smettevo di lavorare perch\u00e9 avevo l\u2019impressione che ci fosse come una sorta di gelosia rispetto al lavoro. Aveva ragione lui: \u00e8 vero che quando sto dentro una cosa, il cinema, che mi coinvolge molto, faccio una gran fatica a condividere altre cose, \u00e8 un lavoro dove il coinvolgimento emotivo \u00e8 sempre molto forte. Per una persona come Matteo che vive di un bisogno di comunicazione emotiva pi\u00f9 che razionale, avvertire quella lontananza \u00e8 qualche cosa di non tollerabile.<br \/>\nQuesto documentario \u00e8 un\u2019esperienza conclusa, che sta dentro la nostra vita. Spesso mi chiedono se dopo quel film Matteo \u00e8 cambiato, se \u00e8 cambiato il nostro rapporto. In realt\u00e0 credo che questo film sia stato possibile perch\u00e9 il rapporto era cambiato prima. Matteo non avrebbe potuto partecipare a questo film se dentro di s\u00e9 non avesse avuto quella disponibilit\u00e0 a entrare con me in una relazione diversa. \u00c8 vero che, dopo, il nostro rapporto \u00e8 cambiato, ma non per il film ma perch\u00e9 il film stava gi\u00e0 dentro un sentimento di possibile cambiamento.<br \/>\nNel 1975 ho fatto un altro film documentario, Matti da slegare: \u00e8 il primo lavoro che ho realizzato, mi sono avvicinato al cinema con un film che si occupava della malattia mentale, \u00e8 stata un\u2019esperienza importante a livello personale perch\u00e9 \u00e8 stata l\u00ec la scoperta della malattia mentale, non avevo mai avuto esperienze di quel tipo. Raccontava la storia delle dimissioni dall\u2019ospedale psichiatrico di Parma, dei primi tentativi di uscita dall\u2019ospedale con la riforma Basaglia che era gi\u00e0 nell\u2019aria. Quell\u2019esperienza \u00e8 stata molto ricca, per\u00f2 mi ricordo che c\u2019era una parte che mi mancava in quel film: eravamo riusciti a raccontare molto di quei personaggi e delle loro condizioni sociali che spiegavano in parte la loro emarginazione, la loro diversit\u00e0, per\u00f2 non eravamo riusciti a entrare nel racconto della loro vita familiare, dei loro sentimenti pi\u00f9 privati. C\u2019era una difficolt\u00e0, un imbarazzo, \u00e8 difficile poter dire che hai raccontato il sentimento della malattia mentale se lo racconti solo stando dall\u2019altra parte. Per caso mi sono trovato nella condizione di poter fare Un silenzio particolare, non era stato affatto programmato, non avevo pensato a farlo ma poi \u00e8 come se Matteo mi avesse cercato. Il legame fra Matti da slegare e Un silenzio particolare \u00e8 forse questo fatto di aver potuto raccontare, questa volta dall\u2019interno, quell\u2019esperienza che prima avevo potuto filmare soltanto stando dall\u2019altra parte.<br \/>\nIn una scena del film, un giovane padre mette la sua bambina di pochi mesi in braccio a Matteo. Ho molto apprezzato e ammirato questo gesto, il coraggio di questo padre. Glielo riconosco con grande gratitudine, \u00e8 molto importante che esista un clima, un gruppo di persone, una cultura per cui c\u2019\u00e8 qualcun\u2019altro che fa quel passo che a volte tu non hai il coraggio di fare. Io non avrei mai potuto chiedere a un padre di mettere una bambina in braccio a Matteo. \u00c8 stato lui che ha dato una lezione a me non solo di coraggio ma di fiducia in Matteo. Di quella situazione mi ricordo in particolare il coraggio del padre e poi Matteo con questa ragazzina che mi dava una certa apprensione fino a quando lui ha detto ridendo \u201cMa la butto?\u201d.\u00a0 Ecco, quando l\u2019ha detto ridendo ho capito che poteva addirittura scherzare su quello che sentiva che mi passava nella testa. Quando lui mi legge nella testa un pensiero, mi guarda e me lo dice, forse io sono abbastanza prevedibile ma \u00e8 come se vedesse il mio pensiero. La sensazione di tenere in mano quella vita era un po\u2019 quello che Matteo ha provato a fare anche dopo, la sua vita con qualche fatica lui l\u2019ha ripresa in mano. Adesso lui lavora, per quello che riesce, in una cooperativa che fornisce attrezzature all\u2019ospedale, vive in una casa con degli amici, fa delle attivit\u00e0 pomeridiane, ci vediamo una volta ogni quindici giorni, ci sentiamo per telefono, io abito in un\u2019altra citt\u00e0 adesso\u2026 Per cui questa sua vita un po\u2019 tremolante se l\u2019\u00e8 abbastanza costruita.<\/p>\n<p><strong>Raccontare nel modo giusto una storia che riguarda la disabilit\u00e0<\/strong><br \/>\nPer raccontare nel modo giusto una storia che riguarda la disabilit\u00e0, la cosa pi\u00f9 difficile per me \u00e8 cercare di raccontare queste persone come persone. Non \u00e8 un gioco di parole: spesso la persona che ha dei problemi viene raccontata per i suoi problemi, non per il suo essere persona. Queste persone hanno delle caratteristiche che sono proprio loro, raccontarle come persone significa cogliere ci\u00f2 che sono come persone. In questo film ognuna di queste persone ha qualcosa per cui tu te la ricordi, io spero non per la sua diversit\u00e0. Quando Ugo parla del suo sentimento, della sua sofferenza d\u2019amore mi dice qualcosa di cos\u00ec profondo che riguarda anche me cosiddetto normale. La ragazzina Down che racconta che \u00e8 innamorata di un ragazzo che \u00e8 innamorato di un\u2019altra non me la ricordo perch\u00e9 ha la sindrome di Down, me la ricordo perch\u00e9 \u00e8 una persona particolarmente profonda e coraggiosa rispetto ai suoi sentimenti. O quando quel poeta alla festa dice \u201cio vorrei che mia madre fosse fiera di me\u201d. Questo \u00e8 stato anche il sogno della mia vita quando ho cominciato a scrivere la prima sceneggiatura o si leggeva il mio nome sul giornale\u2026 La cosa pi\u00f9 difficile, la cosa che sarebbe opportuno fare anche quando si parla di persone con delle disabilit\u00e0, \u00e8 quella di raccontarle sempre come persone e non come casi, problemi da affrontare, da risolvere. Spesso, quell\u2019esperienza che uno vive, quella sensibilit\u00e0 particolare che queste persone hanno, pu\u00f2 anche comunicarci qualcosa che noi non capiamo o non sappiamo.<br \/>\n<strong><br \/>\nUn silenzio particolare<\/strong><br \/>\nIl titolo del film nasce da una frase che dice Matteo a un certo punto, non ha un senso preciso, \u00e8 come se quel silenzio che lui sogna sia il silenzio di quelle sue paure, di quelle sue ossessioni, \u00e8 un sentimento di pace. Un silenzio particolare \u00e8 quel silenzio non fuori ma dentro di te. Penso che sia un\u2019aspirazione, un desiderio che non riguarda solo Matteo ma anche altri di noi.<br \/>\nIl rapporto fisico sta dentro quella disponibilit\u00e0 a vivere insieme delle emozioni; laddove le parole sono pi\u00f9 difficili, i pensieri sono pi\u00f9 difficili, i corpi sono importanti per capirsi, comunicarsi delle cose.<br \/>\nQuando tu racconti, scrivendo dei testi, il disagio mentale, la malattia mentale, sei tu che fai una sintesi di tutte le cose che sai, che hai letto, studiato, visto, poi le devi mettere dentro un racconto dove tu scegli i tempi, tu scegli quando quel personaggio esprime una crisi, scappa, torna, si innamora\u2026 Quindi \u00e8 una scelta razionale, controlli tu il racconto, il personaggio, lo controlli sempre, anche se sta raccontando una persona che non si controlla. Ho girato questo film nello stesso periodo in cui ho scritto con Gianni Amelio e Sandro Petraglia il film Le chiavi di casa che \u00e8 proprio la storia di un padre che rivede suo figlio malato, anche con un forte disagio psichico, dopo tanti anni, e cerca di stabilirci un rapporto. \u00c8 stato veramente un caso sovrapporre quell\u2019esperienza di scrittura di un personaggio, di una relazione tra un padre e un figlio con quei problemi, mentre giravo questo film.<br \/>\nLa percezione diversa \u00e8 che girando Un silenzio particolare io non potevo controllare niente, io non la sapevo la storia. Il montaggio \u00e8 stato molto importante: ci sono trenta ore di materiale filmato e quando sono andato a vederlo, ho visto qualcosa che mentre giravo non solo non sapevo e non avevo previsto, ma non avevo neanche capito. L\u00ec c\u2019\u00e8 stata un\u2019esperienza pi\u00f9 di apprendimento per me, mi sono guardato come un personaggio. Invece quando scrivi tu per il cinema, sei tu che decidi se mandare il personaggio di qua o di l\u00e0, quindi c\u2019\u00e8 il pericolo di essere sempre un po\u2019 schematici, a volte tu hai un\u2019idea in testa, la vuoi realizzare e quindi in qualche modo la attui. Spesso il cinema \u00e8 affascinato dalla pazzia, o dalla sua parte pi\u00f9 spettacolare, drammatica o da una specie di mito un po\u2019 bucolico per cui \u201cmatto \u00e8 bello\u201d. Invece penso che, proprio perch\u00e9 sono persone, ci sono dei momenti in cui i \u201cmatti\u201d li ami da morire e altre volte non li sopporti, altre volte ti fanno male, ti fanno paura. Bisogna accettare che possono suscitare questi sentimenti come li pu\u00f2 suscitare qualunque altra persona, non si capisce perch\u00e9 dovrebbe essere diverso.<br \/>\nL\u2019altra cosa che non amo tanto nel cinema italiano \u00e8 quando vedo delle immagini edulcorate delle persone che stanno male. Quando una persona sta male magari non \u00e8 simpatica, ma non \u00e8 una sua colpa, \u00e8 una condizione, quindi se uno vuole rappresentarla nella sua realt\u00e0, appunto come persona non come santo n\u00e9 come fenomeno da baraccone, bisognerebbe raccontarla con questa complessit\u00e0 di forza, di poesia, per\u00f2 anche di dolore, dolore che pu\u00f2 diventare qualcosa di difficile da vivere per chi ci sta insieme. Io parlo come genitore per l\u2019esperienza che ho vissuto. Ognuno non se lo sceglie il suo destino, dentro questo percorso credo di vivere una vita molto ricca anche di conoscenze e di emozioni, a volte difficili da vivere: questo film mi ricorda momenti molto belli, alcune scoperte di Matteo molto emozionanti. Una volta Matteo disegn\u00f2 una specie di cerchietto chiuso sulla parete e dato che lui non aveva mai fatto niente, non sapeva proprio scrivere, mi ricordo quel gesto l\u00ec come l\u2019emozione che uno pu\u00f2 avere se il figlio si laurea. Tutto \u00e8 rapportato alla vita che tu hai, alla relazione che tu hai e quindi puoi vivere emozioni molto forti sia in positivo che in negativo. Questo pu\u00f2 capitare nella vita di ogni genitore, avere un figlio che ti d\u00e0 emozioni molto positive o molto dolorose.<\/p>\n<p><strong>Stefano Rulli<\/strong><br \/>\nStefano Rulli \u00e8 nato a Roma nel 1949. Laureato in lettere con una tesi su neorealismo e critica cinematografica, nel 1975, assieme a Marco Bellocchio, Silvano Agosti e Sandro Petraglia, realizza il film-documento Matti da slegare, forse ancora oggi il pi\u00f9 significativo documento filmato sul mondo della malattia mentale e sul perch\u00e9 fosse necessaria la legge Basaglia. Dopo aver contribuito alla crescita e all\u2019affermazione di un certo cinema italiano, scrivendo (sempre insieme a Petraglia) sceneggiature come Il ladro di bambini, La meglio giovent\u00f9 e Le chiavi di casa, Rulli torna dietro la macchina da presa, a trent\u2019anni di distanza, sperimentando, stavolta in prima persona, che cosa significa vivere con qualcuno che, scomodo al cuore e alla ragione, viene da altri definito \u201cmatto\u201d, per svelare il pi\u00f9 intimo, personale rapporto che lo lega a Un silenzio particolare. Presentato nella sezione Cinema Digitale a Venezia 61, racconta del difficile rapporto tra Matteo e i suoi genitori, la scrittrice Clara Sereni e Rulli stesso.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Intervista a Stefano Rulli<\/p>\n<p>L&rsquo;idea di girare questo documentario<br \/>\nL&rsquo;idea di girare questo documentario mi &egrave; venuta in modo abbastanza casuale. 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