{"id":1331,"date":"2012-06-18T13:22:20","date_gmt":"2012-06-18T13:22:20","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1331"},"modified":"2025-07-28T10:32:35","modified_gmt":"2025-07-28T08:32:35","slug":"funes-o-della-memoria","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1331","title":{"rendered":"8. Funes, o della memoria"},"content":{"rendered":"<p>Questo scritto di Borges \u00e8 stato composto molto prima dell\u2019avvento di internet per\u00f2 l\u2019autore, come anche in un altro racconto (La biblioteca di Babele), d\u00e0 spunto a diverse riflessioni che riguardano la rete. In questo caso siamo partiti dal semplice accostamento tra il tema del nostro lavoro \u2013 disabilit\u00e0 e internet \u2013 con la situazione del racconto; Funes \u00e8 un ragazzo di campagna che, in seguito a un incidente, diventa disabile acquisendo per\u00f2 una memoria pressoch\u00e9 perfetta.<br \/>\nLa memoria perfetta per Funes \u00e8 un\u2019esperienza cos\u00ec totale che a mala pena si accorge della sua infermit\u00e0. Anzi, solo dopo che \u00e8 a letto, paralizzato e non fa niente, gli sembra di essersi veramente risvegliato, di aver iniziato a usare per la prima volta i propri sensi. La sua capacit\u00e0 di ricordare \u00e8 cos\u00ec perfetta che un semplice frammento di tempo si dilata nel ricordo a dismisura: ma come si pu\u00f2 e che senso ha raccontare un ricordo di pochi istanti in diverse ore? Che fare di questa mole impressionante di dati? E per Funes, chiuso nella sua stanza in penombra, in uno stato di sogno \u201cricordante\u201d che senso, che valore ha?<br \/>\nLa rete in effetti pu\u00f2 garantire una registrazione abbastanza completa di quello che accade, i dati si moltiplicano a dismisura ma questo accrescimento pu\u00f2 risolversi sia in un\u2019opportunit\u00e0 che in una occasione persa per una persona disabile, anzi per ogni persona.<br \/>\n[\u2026] Il mio primo ricordo di Funes \u00e8 assai netto. Lo vedo in una sera di marzo o febbraio del 1884. Mio padre, quell\u2019anno, m\u2019aveva portato in villeggiatura a Fray Bentos. Stavo tornando con mio cugino Bernando Haedo dalla tenuta di San Francisco. Tornavamo cantando, a cavallo, e questa non era la sola ragione della mia felicit\u00e0. Dopo una giornata soffocante, una enorme tempesta colore ardesia aveva oscurato il cielo. L\u2019incitava il vento da sud, gi\u00e0 impazzivano gli alberi; io temevo (e speravo) che lo scatenarsi dell\u2019acqua ci sorprendesse in aperta campagna. Corremmo una specie di corsa con la tempesta. Entrammo in una stretta che affondava tra due altissimi marciapiedi di mattoni. D\u2019un colpo si era fatto buio; udii in alto passi rapidi, quasi segreti; alzai gli occhi e vidi un ragazzo che correva per lo stretto e rovinato marciapiede come su uno stretto e rovinato muro. Ricordo le sue scarpe di corda; ricordo, contro la gi\u00e0 sterminata nuvolaglia, la sua sigaretta e il suo volto duro. Bernando gli grid\u00f2, imprevedutamente: \u2013 Che ore sono, Ireneo? \u2013 Senza consultare il cielo, senza fermarsi, l\u2019altro rispose: \u2013 Mancano quattro minuti alle 8, ragazzo Bernando Juan Francisco \u2013. La voce era acuta, burlesca.<br \/>\nSono cos\u00ec distratto che questo dialogo non avrebbe attirato la mia attenzione se non ve l\u2019avesse richiamata mio cugino, cui stimolavano (credo) un certo orgoglio locale e il desiderio di mostrarsi indifferente alla replica tripartita dell\u2019altro.<br \/>\nMi disse che il ragazzo della stradetta era un certo Ireneo Funes, celebre per alcune stranezze, come quella di non frequentare nessuno e di sapere sempre l\u2019ora, come un orologio. Aggiunse che era figlio d\u2019una stiratrice del paese, Mar\u00eca Clementina Funes, e che suo padre, secondo alcuni, era un inglese O\u2019Connor, medico agli stabilimenti; secondo altri, un ranchero del distretto del Salto. Viveva con sua madre in una fattoria dietro la villa dei Lauri.<br \/>\nLe estati dell\u201985 e dell\u201986 le passammo a Montevideo. Nell\u201987 tornai a Fray Bentos. Chiesi, com\u2019\u00e8 naturale, di tutti quelli che conoscevo, e da ultimo, del \u201ccronometrico Funes\u201d. Mi risposero che era stato travolto da un cavallo selvaggio nella tenuta San Francisco ed era rimasto paralizzato, senza speranza. Ricordo l\u2019impressione di spiacevole stranezza che mi fece questa notizia: l\u2019unica volta che l\u2019avevo visto, noi venivamo a cavallo da San Francisco e lui camminava in alto; la disgrazia, nel racconto di mio cugino Bernando, aveva molto d\u2019un sogno elaborato con elementi anteriori. Mi dissero che non si muoveva dalla branda, gli occhi fissi su un albero di fico in giardino, o sua una tela di ragno. Verso sera, lasciava che l\u2019avvicinassero alla finestra. Spingeva la superbia al punto di simulare che il colpo che l\u2019aveva fulminato fosse stato benefico\u2026 Due volte lo vidi dietro all\u2019inferriata, che grossamente sottolineava la sua condizione di eterno prigioniero; una volta, immobile, con gli occhi chiusi; un\u2019altra, sempre immobile, assorto nella contemplazione d\u2019un odoroso rametto di santonina.<br \/>\n[\u2026] Nel rancho ben tenuto fui ricevuto dalla madre di Funes. Mi disse che Ireneo era nella stanza di fondo e che non mi meravigliassi di trovarlo allo scuro, poich\u00e9 soleva passare le ore morte senza accendere la candela. Attraversai il patio lastricato, un andito breve; giunsi al secondo patio. C\u2019era una pergola; l\u2019oscurit\u00e0 pot\u00e9 sembrarmi totale. Udii d\u2019un tratto la voce alta e burlesca di Ireneo. Questa voce parlava latino; questa voce (che veniva dalla tenebra) articolava con dilettazione morosa un discorso, o preghiera, o incanto. Risonavano le sillabe romane nel patio di terra; il mio timore le credette indecifrabili, interminabili; poi, nell\u2019enorme dialogo di quella notte, seppi che erano il primo paragrafo del capitolo ventesimoquarto del libro settimo della Naturalis Historia. L\u2019argomento di questo capitolo \u00e8 la memoria; le ultime parole furono ut nihil non iisdem verbis redderetur auditum.<br \/>\nSenza il minimo cambiamento di voce, Ireneo mi disse di entrare. Stava sulla branda, fumando. Mi pare che non vidi la sua faccia fino all\u2019alba; credo di rammentare la brace della sua sigaretta, ravvivata a momenti. La stanza odorava vagamente di umidit\u00e0. Mi sedetti; ripetei la storia del telegramma e della malattia di mio padre.<br \/>\nGiungo, ora, al punto pi\u00f9 difficile del mio racconto; il quale (\u00e8 bene che il lettore lo sappia fin d\u2019ora) non ha altro tema che questo dialogo di mezzo secolo fa. Non tenter\u00f2 di riprodurre le parole, ormai irrecuperabili. Preferisco riassumere con veracit\u00e0 le molte cose che Ireneo mi venne dicendo. La forma indiretta \u00e8 remota e debole; so che sacrifico l\u2019efficacia del mio racconto; lascio al lettore d\u2019immaginare i frastagliati periodi che m\u2019incantarono quella notte.<br \/>\nIreneo cominci\u00f2 con l\u2019enumerare, in latino e in spagnolo, i casi di memoria prodigiosa registrati dalla Naturalis Historia: Ciro, re dei persiani, che sapeva chiamare per nome tutti i soldati del suo esercito: Mitridate Eupatore, che amministrava la giustizia nelle ventidue lingue del suo impero; Simonie, inventore della mnemotecnica; Metrodoro, che professava l\u2019arte di ripetere fedelmente ci\u00f2 che avesse ascoltato una sola volta. Con evidente buona fede, si meravigli\u00f2 che simili casi potessero sorprendere. Mi disse che prima di quella sera piovigginosa in cui il cavallo lo travolse, era stato ci\u00f2 che sono tutti i cristiani: un cieco, un sordo, uno stordito, uno smemorato. (Cercai di ricordargli la sua esatta percezione del tempo, la sua memoria dei nomi propri, ma non m\u2019ascolt\u00f2). Per diciannove anni aveva vissuto come chi sogna: guardava senza vedere, ascoltava senza udire, dimenticava tutto, o quasi tutto. Cadendo, perdette i sensi; quando li riacquist\u00f2, il presente era quasi intollerabile tanto era ricco e nitido, e cos\u00ec pure i ricordi pi\u00f9 antichi e pi\u00f9 banali. Poco dopo s\u2019accorse della paralisi; la cosa appena l\u2019interess\u00f2; ragion\u00f2 (sent\u00ec) che l\u2019immobilit\u00e0 era un prezzo minimo; ora la sua percezione e la sua memoria erano infallibili.<br \/>\nNoi, in un\u2019occhiata, percepiamo: tre bicchieri su una tavola. Funes: tutti i tralci, i grappoli e gli acini d\u2019una pergola. Sapeva le forme delle nubi australi dell\u2019alba del 30 aprile 1882, e poteva confrontarle, nel ricordo, con la copertina marmorizzata di un libro che aveva visto una sola volta, o con le spume che sollev\u00f2 un remo, nel Rio Negro, la vigilia della battaglia di Quebracho. Questi ricordi non erano semplici: ogni immagine visiva era legata a sensazioni muscolari, termiche ecc. Poteva ricostruire i sogni dei suoi sonni, tutte le immagini dei suoi dormiveglia. Due o tre volte aveva ricostruito una giornata intera; non aveva mai esitato, ma ogni ricostruzione aveva chiesto un\u2019intera giornata. Mi disse: \u2013 Ho pi\u00f9 ricordi io da solo, di quanti ne avranno avuti tutti gli uomini messi insieme, da che mondo \u00e8 mondo \u2013. Anche disse: \u2013 I miei sogni, sono come la vostra veglia \u2013. E anche: \u2013 La mia memoria, signore, \u00e8 come un deposito di rifiuti \u2013. Un cerchio su una lavagna, un triangolo rettangolo, un rombo, sono forme che noi possiamo intuire pienamente; allo stesso modo Ireneo vedeva i crini rabbuffati d\u2019un puledro, una mandria innumerevole in una sierra, i tanti volti d\u2019un morto durante una lunga veglia funebre. Non so quante stelle vedeva in cielo.<br \/>\n[\u2026] Mi disse che verso il 1886 aveva scoperto un sistema originale di numerazione e in pochi giorni aveva superato il ventiquattromila. Non l\u2019aveva scritto, perch\u00e9 averlo pensato una sola volta gli bastava per sempre. Il primo stimolo, credo, gli venne dallo scontento che per il 33 in cifre arabe ci volessero due segni e due parole, in luogo d\u2019una sola parola e d\u2019un solo segno. Applic\u00f2 subito questo stravagante principio agli altri numeri. In luogo di settemilatredici diceva (per esempio) Maximo Perez; in luogo di settemilaquattordici, La Ferrovia; altri numeri erano Luis Meli\u00e0n Lafinur, Olimar, zolfo, il trifoglio, la balena, il gas, la caldaia, Napoleone, Agust\u00ecn de Vedia. In luogo di cinquecento, diceva nove. A ogni parola corrispondeva un segno particolare, una specie di marchio; gli ultimi erano molti complicati\u2026 Cercai di spiegargli che questa rapsodia di voci sconnesse era precisamente il contrario di un sistema di numerazione. Gli feci osservare che dire 365 \u00e8 dire tre centinaia, sei decine, cinque unit\u00e0: analisi che non \u00e8 possibile con i \u201cnumeri\u201d Il Negro Timoteo o Mantello di carne. Funes non mi sent\u00ec o non volle sentirmi.<br \/>\nLocke, nel secolo XVII, propose (e rifiut\u00f2) un idioma impossibile in cui ogni singola cosa, ogni pietra, ogni uccello e ogni ramo avesse un nome proprio; Funes, aveva pensato, una volta, a un idioma di questo genere, ma l\u2019aveva scartato parendogli troppo generico, troppo ambiguo. Egli ricordava, infatti, non solo ogni foglia di ogni albero di ogni montagna, ma anche ognuna delle volte che l\u2019aveva percepita e immaginata. Decise di ridurre ciascuno dei suoi giorni passati a settantamila ricordi, da contrassegnare con cifre. Lo dissuasero due considerazioni: quella dell\u2019interminabilit\u00e0 del compito; quella della sua inutilit\u00e0. Pens\u00f2 che all\u2019ora della sua morte non avrebbe ancora finito di classificare tutti i ricordi della sua infanzia.<br \/>\nI due progetti che ho detto (un vocabolario indefinito per la serie naturale dei numeri, un inutile catalogo mentale di tutte le immagini del ricordo) sono insensati, ma rivelano una certa balbuziente grandezza. Ci permettono di intravedere, o di dedurre, il vertiginoso mondo di Funes. Questi, non dimentichiamolo, era quasi incapace di comprendere come il simbolo generico cane potesse designare un cos\u00ec vasto assortimento di individui diversi per dimensioni e forma; ma anche l\u2019infastidiva il fatto che il cane delle tre e quattordici (visto di profilo) avesse lo stesso nome del cane delle tre e un quarto (visto di fronte). Il suo proprio volto nello specchio, le sue proprie mani, lo sorprendevano ogni volta. Dice Swift che l\u2019imperatore di Lilliput discerneva il movimento delle lancette d\u2019un orologio; Funes discerneva continuamente il calmo progredire della corruzione, della carie, della fatica. Notava i progressi della morte, dell\u2019umidit\u00e0. Era il solitario e lucido spettatore d\u2019un mondo multiforme, istantaneo e quasi intollerabilmente preciso. Babilonia, Londra e New York hanno offuscato col loro feroce splendore l\u2019immaginazione degli uomini; nessuno, nelle loro torri popolose e nelle loro strade febbrili, ha mai sentito il calore e la pressione d\u2019una realt\u00e0 cos\u00ec intangibile come quella che giorno e notte convergeva sul felice Ireneo, nel suo povero sobborgo sud-americano. Gli era molto difficile dormire. Dormire \u00e8 distrarsi dal mondo; Funes, sdraiato sulla branda, nel buio, si figurava ogni scalfittura e ogni rilievo delle case precise che lo circondavano. (Ripeto che il meno importante dei suoi ricordi era il pi\u00f9 minuzioso e vivo della nostra percezione d\u2019un godimento o d\u2019un tormento fisico). Verso est, in fondo al quartiere, c\u2019era uno sparso disordine di case nuove, sconosciute. Funes le immaginava nere, compatte, fatte di tenebra omogenea; in questa direzione voltava il capo per dormire. Anche soleva immaginarsi in fondo al fiume, cullato e annullato dalla corrente.<br \/>\nAveva imparato senza fatica l\u2019inglese, il francese, il portoghese, il latino. Sospetto, tuttavia, che non fosse molto capace di pensare. Nel modo sovraccarico di Funes non c\u2019erano che dettagli, quasi immediati.<br \/>\nIl chiarore esistente dell\u2019alba entr\u00f2 per il patio di terra.<br \/>\nAllora vidi il volto di quella voce che aveva parlato tutta la notte. Ireneo aveva diciannove anni; era nato nel 1886; mi parve monumentale come il bronzo, ma antico come l\u2019Egitto, anteriore alle profezie e alle piramidi. Pensai che ciascuna delle mie parole (ciascuno dei miei movimenti) durerebbe nella sua implacabile memoria; mi gel\u00f2 il timore di moltiplicare inutili gesti.<br \/>\nIreneo Funes mor\u00ec nel 1889, d\u2019una congestione polmonare.<br \/>\n(*) Jorge Luis Borges, Finzioni, Torino, Einaudi, 1995<\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Questo scritto di Borges &egrave; stato composto molto prima dell&rsquo;avvento di internet per&ograve; l&rsquo;autore, come anche in un altro racconto (La biblioteca di Babele), d&agrave; spunto a diverse riflessioni che riguardano la rete. 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