{"id":1338,"date":"2012-07-02T11:38:52","date_gmt":"2012-07-02T11:38:52","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1338"},"modified":"2025-07-28T09:55:37","modified_gmt":"2025-07-28T07:55:37","slug":"una-buona-legge-un-applicazione-da-migliorare","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1338","title":{"rendered":"2. Una buona legge, un\u2019applicazione da migliorare"},"content":{"rendered":"<p>Carlo Lepri, psicologo e formatore, lavora al \u201cCentro Studi per l&#8217;integrazione lavorativa delle persone disabili\u201d della ASL 3 Genovese. \u00c8 Docente a contratto di Psicologia delle Risorse Umane presso l\u2019Universit\u00e0 di Genova, \u00e8 uno dei \u201cpadri\u201d della legge 68 del 1999 e uno dei massimi esperti italiani in materia di inserimento lavorativo delle persone con disabilit\u00e0. Con Enrico Montobbio ha scritto Lavoro e fasce deboli: strategie e metodi per l\u2019inserimento lavorativo di persone con difficolta cliniche o sociali, uscito in prima edizione nel 1994 (Milano, FrancoAngeli) e successivamente pi\u00f9 volte aggiornato, e Chi sarei se potessi essere: la condizione adulta del disabile mentale (Pisa, Edizioni del Cerro, 2000).<\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n<p><strong>Quale \u00e8 stato il percorso culturale che ha portato dalla logica del collocamento obbligatorio, introdotto nel 1968 con la legge 482, alla legge 68\/1999 e al collocamento mirato?<\/strong><br \/>\nC\u2019\u00e8 un passaggio fondamentale tra questi due provvedimenti legislativi. La 482 corrisponde all\u2019idea dell\u2019invalido passivo, \u201cdi peso\u201d, che non ha risorse, malato, per cui il lavoro diventa una forma di risarcimento che la societ\u00e0 si propone di dare, con logica assistenziale e con una incredibile suddivisione nelle varie categorie, che corrisponde alla rincorsa da parte delle vecchie associazioni ad avere ciascuna il suo spazio, e quindi la legge viene utilizzata anche per fini sostanzialmente clientelari. C\u2019\u00e8 da aggiungere, e di questo spesso ci dimentichiamo, che la 482 vieta espressamente il collocamento lavorativo degli invalidi psichici e intellettivi, e questo elemento risente della rappresentazione dell\u2019invalido fino a quel momento prevalente. Dai \u201cmeravigliosi\u201d anni \u201970 in poi, a seguito di tutti quei cambiamenti culturali che attraversano la societ\u00e0 in senso molto pi\u00f9 generale, la disabilit\u00e0 (o l\u2019handicap, come allora si chiamava) smette di essere una disgrazia individuale e comincia a essere un fenomeno che ha delle ragioni sociali profonde: anzi, l\u2019handicap \u00e8 proprio l\u2019incontro fra la persona in difficolt\u00e0 e una societ\u00e0 che \u00e8 incapace di accoglierla. Questo cambia completamente la visione delle persone disabili, che anche grazie alla lotta delle associazioni cominciano a pretendere il giusto riconoscimento dei loro diritti \u2013 compreso ovviamente il diritto al lavoro, che non \u00e8 pi\u00f9 un\u2019elemosina, ma uno strumento attraverso il quale affermare la propria identit\u00e0 e la propria presenza all\u2019interno della societ\u00e0. Nei trent\u2019anni tra la 482 e la 68 c\u2019\u00e8 sostanzialmente un cambio di rappresentazione sociale della persona disabile, che passa dall\u2019essere il malato da assistere, curare, riabilitare e qualche volta da segregare, o nel caso della disabilit\u00e0 intellettiva il \u201cpoverino\u201d, a una visione che si forma pian piano della persona, con i suoi diritti, i suoi limiti e le sue potenzialit\u00e0. Questo passaggio diventa possibile anche perch\u00e9 si costruisce un sistema di servizi alla persona, nel nostro Paese in particolare, che sostiene questi processi di integrazione, dalla scuola alla formazione professionale e al lavoro. Dalla met\u00e0 degli anni \u201970 in poi nasce infatti nel nostro Paese un sistema di servizi di mediazione al lavoro che, nonostante la legge 482, mettono le basi per l\u2019affermazione del principio del \u201ccollocamento mirato\u201d. La legge 68 in qualche misura raccoglie tutti questi anni di sperimentazione, in cui la persona disabile viene \u201caccompagnata\u201d verso il lavoro cercando l\u2019incontro tra le sue potenzialit\u00e0, competenze e capacit\u00e0, e anche i suoi limiti, e un ambiente di lavoro che deve essere da una parte accogliente, ma dall\u2019altra deve rimanere un ambiente dentro cui la persona possa esprimersi produttivamente. In questa logica, l\u2019azienda e la persona disabile diventano protagoniste, e l\u2019azienda smette di essere soggetto che accoglie passivamente, muovendosi invece attivamente per modificare i propri meccanismi e la propria cultura.<\/p>\n<p><strong>Quali erano le aspettative, in termini culturali e pratici, di chi si occupava di inserimento lavorativo di persone con disabilit\u00e0 negli anni immediatamente precedenti e subito dopo l\u2019approvazione della legge, e in che misura sono state soddisfatte in questi dieci anni?<\/strong><br \/>\nDi proposte di riforma della legge 482 io credo di averne viste almeno una quindicina, quindi c\u2019era un\u2019aspettativa in qualche modo moderata rispetto al fatto che questa nuova legge si facesse davvero; c\u2019\u00e8 poi stata una serie di \u201cfelici concause\u201d per cui questo provvedimento legislativo \u00e8 poi andato in porto, e nel passaggio dal testo predisposto a quello approvato in dibattito parlamentare si sono persi alcuni elementi, ma la legge ha mantenuto gli aspetti fondamentali intorno ai quali si erano sviluppate le aspettative di operatori e associazioni di disabili. Credo quindi che, tutto sommato, la legge sia stata la normale evoluzione di una sperimentazione che ormai aveva ampiamente dimostrato che l\u2019inserimento lavorativo era una pratica possibile, rispettando ovviamente alcune modalit\u00e0 e metodologie di lavoro. Qualche aspettativa c\u2019era probabilmente dal punto di vista numerico, ossia che l\u2019ingresso della legge avrebbe potuto finalmente trovare lavoro per tutti quelli che erano in attesa: questa credo fosse la speranza segreta \u2013 magari non degli operatori pi\u00f9 attenti e scafati, perch\u00e9 questi sapevano bene quali sono le difficolt\u00e0 oggettive nel percorso di incontro tra lavoro e disabilit\u00e0, per\u00f2 delle associazioni e di alcuni servizi un po\u2019 pi\u00f9 distanti dalla pratica del lavoro sul campo s\u00ec. Una speranza che \u00e8 stata parzialmente delusa, e dico \u201cparzialmente\u201d perch\u00e9 i numeri, se confrontati con la 482, sono assolutamente positivi: basta guardare l\u2019evoluzione delle \u201cfotografie\u201d che danno le varie relazioni al Parlamento curate dall\u2019ISFOL negli ultimi anni. Mi pare che la IV relazione in particolare, del 2006-2007, fotografi un trend positivo e che pu\u00f2 essere considerato intorno a 1:15 o 1:20, ossia per ogni inserimento che si faceva con la 482, con la 68 siamo tra i 15 e i 20. Tra l\u2019altro, con la 482 il collocamento molto spesso aveva un esito negativo in tempi abbastanza veloci, mentre con la 68 vediamo che i rientri\/fallimenti sono piuttosto contenuti. Credo che i prossimi dati non saranno altrettanto positivi, ma questo non sar\u00e0 da attribuire a un malfunzionamento della legge, quanto piuttosto alla grave crisi occupazionale di questo ultimo anno.<\/p>\n<p><strong>Come hanno funzionato in questi anni da un lato le prassi locali di integrazione, e dall\u2019altro la vigilanza sul sistema degli obblighi imposti alle aziende?<\/strong><br \/>\nDobbiamo dire che c\u2019\u00e8, come sempre in Italia, un\u2019applicazione \u201ca macchia di leopardo\u201d della 68, che formalmente \u00e8 vigente in tutto il Paese, ma in cui, in realt\u00e0, ci\u00f2 che fa la differenza \u00e8 come il sistema dei servizi per il collocamento e socio-sanitari riesce a costruire relazioni e strumenti di lavoro con il sistema produttivo nelle varie realt\u00e0. Laddove i Centri per l\u2019Impiego riescono in modo non burocratico-amministrativo a recuperare rapporti con i servizi socio-sanitari, educativi e formativi del territorio, e insieme costruiscono una rete che si interfaccia con il sistema produttivo, i risultati sono secondo me eccellenti. In questo momento abbiamo una visione un po\u2019 falsata dalla crisi economica e occupazionale che stiamo vivendo, ma se potessimo fare la tara a questo aspetto vedremmo che ci sono alcune regioni che da questo punto di vista stanno funzionando in modo veramente eccellente. Non credo quindi che il problema sia tanto una inapplicazione della legge perch\u00e9 \u201cle aziende fanno le furbe\u201d, ma che laddove la legge non viene applicata, o fa fatica a essere applicata, \u00e8 perch\u00e9 non si costruiscono rapporti e relazioni tra chi la gestisce, quindi le Province insieme ai servizi, e le imprese. \u00c8 chiaro che le imprese cercano di ottenere sempre il massimo nella relazione con l\u2019esterno, e quindi anche rispetto all\u2019obbligo, ma vedo che laddove c\u2019\u00e8 un rapporto non burocratico, ma di reale servizio alle imprese \u2013 andare in azienda, capire quali sono i problemi che essa pone, ragionare insieme sulle varie figure professionali che potrebbero essere inserite, e naturalmente dall\u2019altra parte lavorare con le persone disabili per sviluppare competenze e profili professionali \u2013, l\u2019obbligo \u00e8 ampiamente rispettato e senza neanche troppa fatica.<\/p>\n<p><strong>Con il D. Lgs. 276\/2003 \u00e8 stata introdotta la possibilit\u00e0 di assolvere l\u2019obbligo tramite commesse a cooperative, con una esclusione del successivo inserimento diretto in azienda molto contestato all\u2019epoca dalle associazioni di categoria. Quanto \u00e8 forte oggi la tentazione di creare un mercato del lavoro duale per le persone disabili, escluse dalle aziende profit e \u201criversate\u201d solo in imprese a carattere sociale?<\/strong><br \/>\nSu questo ho un\u2019idea abbastanza precisa: questo approccio viene da un famoso accordo rispetto al tema dell\u2019inserimento delle persone disabili sottoscritto dalle parti sociali a Treviso nel 1996, che nasconde un grosso rischio, la costruzione di un percorso differenziato, e che per\u00f2 secondo me ha sempre avuto il difetto di essere un po\u2019 \u201cideologico\u201d, perch\u00e9 in realt\u00e0 non ha mai funzionato. C\u2019\u00e8 stato uno sforzo legislativo e politico notevolissimo in tutti questi anni, dei vari governi, delle associazioni datoriali e anche di alcune associazioni cooperativiste che erano molto interessate a questo tipo di soluzione, cui per\u00f2 poi non ha corrisposto una effettiva attuazione di questo percorso dal punto di vista numerico. In alcune realt\u00e0 l\u2019opportunit\u00e0 di assolvere l\u2019obbligo in cooperativa \u00e8 stata colta secondo me nel modo giusto, facendo degli accordi molto seri e molto severi e utilizzando questo strumento per le persone che hanno davvero una disabilit\u00e0 cos\u00ec complessa e articolata che immaginare l\u2019inserimento in un\u2019azienda ordinaria potrebbe dare qualche elemento di preoccupazione, mentre l\u2019inserimento in un\u2019azienda con un\u2019organizzazione del lavoro pi\u00f9 semplice e ritmi produttivi meno intensi pu\u00f2 essere invece interessante. Mi pare che se le aziende fossero state davvero interessate avrebbero probabilmente spinto di pi\u00f9 verso questa direzione, mentre \u00e8 rimasta una modalit\u00e0 cui nessuno ha rinunciato ma molto circoscritta, che se utilizzata con grande attenzione e seriet\u00e0 pu\u00f2 anche dare qualche risposta, se invece utilizzata in modo troppo \u201callegro\u201d e superficiale pu\u00f2 creare situazioni pericolose \u2013 ma mi pare appunto che questo, per fortuna, non sia accaduto.<\/p>\n<p><strong>Nella normativa europea, la categoria di lavoratore disabile, gi\u00e0 abbinata nella Legge 68 a orfani e vedove per causa di servizio, si sovrappone in diversi casi a quella di \u201clavoratore svantaggiato\u201d, che ha una estensione piuttosto vasta (includendo ad esempio i disoccupati di lungo periodo). Per favorire il collocamento del lavoratore disabile \u00e8 pi\u00f9 opportuno mantenerne la specificit\u00e0 giuridica o farlo rientrare in una platea pi\u00f9 vasta di potenziali beneficiari di agevolazioni?<\/strong><br \/>\nLa mia idea su questo \u00e8 un po\u2019 controcorrente (ha tolto \u201cma vi sono affezionato): la dimensione che i regolamenti europei prevedono sullo svantaggio, che mi pare comporti 13 o 14 tipologie se non di pi\u00f9 \u2013 per cui \u00e8 svantaggiato chi perde il lavoro e dopo due anni non ne ha trovato un altro, o il dirigente disoccupato \u2013, mi pare veramente molto pericolosa come modalit\u00e0 di approccio. Ovviamente non voglio dire che anche per queste persone non possano essere immaginate politiche attive del lavoro che facilitino l\u2019inserimento, ma mettere all\u2019interno di un contenitore cos\u00ec ampio le persone disabili, che hanno all\u2019origine delle loro difficolt\u00e0 una menomazione, certificata tra l\u2019altro dal punto di vista medico-legale (ad esempio, nel nostro Paese occorre avere almeno il 45% di invalidit\u00e0), \u00e8 discriminante, perch\u00e9 significa farle \u201ccorrere\u201d con altre categorie che hanno altri problemi ma anche altre potenzialit\u00e0. La tendenza europea \u00e8 dire: \u201cnon si fanno discriminazioni, tutti i cittadini che hanno bisogno hanno bisogno\u201d, invece io credo che sia utile fare una discriminazione per dare una maggiore attenzione, con l\u2019obbligo per le aziende e percorsi tutelati per le persone disabili, cui occorrono progetti e strumenti adeguati ai loro bisogni, mentre per altre categorie occorrono politiche attive meno forti, di tipo formativo o informativo o di semplice incontro tra domanda e offerta, sostegni che possono essere dati entro le normali politiche del lavoro di una amministrazione. Io quindi rimango dell\u2019idea che debba esere chiaramente individuata la disabilit\u00e0, e anche le cause bio-psico-sociali che hanno portato alla situazione di disabilit\u00e0 di una persona, in modo da poterla aiutare in modo specifico.<\/p>\n<p><strong>Il gruppo di lavoro sul tema della Conferenza Nazionale Disabilit\u00e0 di Torino nel 2009 ha evidenziato come il coinvolgimento di tutte le parti sociali nell\u2019attuazione della normativa crei una burocratizzazione a volte eccessiva. Uno snellimento delle procedure \u00e8 a suo avviso auspicabile o rischia di creare \u201cscorciatoie\u201d che favorirebbero svuotamenti della normativa?<\/strong><br \/>\nFrancamente non mi pare di cogliere nella mia esperienza tutta questa burocratizzazione. Il coinvolgimento delle parti sociali \u00e8 comunque sempre auspicabile, ma queste si coinvolgono su un protocollo di intesa o un documento di avvio, poi le cose funzionano anche con una loro autonomia. Certamente ci possono essere amministrazioni, mi riferisco in particolare a quelle provinciali e ai loro assessorati alle politiche del lavoro che hanno il compito di gestire la 68 attraverso i Centri per l\u2019Impiego, con atteggiamenti in alcuni casi molto burocratici, perch\u00e9 magari c\u2019\u00e8 la tradizione di affrontare l\u2019inserimento lavorativo come fosse l\u2019asfaltatura di una strada, ma in altri casi le amministrazioni utilizzano in modo molto snello gli strumenti burocratici che la legge 68 prevede, come le convenzioni o il Comitato Tecnico, un gruppo di lavoro che pu\u00f2 essere fondato appunto in termini molto burocratici o snelli. Io non credo insomma che ci sia in generale il pericolo di una burocratizzazione, c\u2019\u00e8 nelle situazioni in cui una cultura burocratica \u00e8 predominante.<br \/>\n<strong><br \/>\nLo stesso gruppo di lavoro propone di prendere esempio dalle buone prassi locali per un\u2019evoluzione normativa che \u201cnel prevedere un sistema di controlli serio ed efficace, non abbia come involontaria conseguenza la penalizzazione di tutti gli attori per punire i pochi che commettono irregolarit\u00e0\u201d. C\u2019\u00e8 da attendersi in futuro una deregulation sostanziale, magari sotto l\u2019impatto della crisi occupazionale?<\/strong><br \/>\nMi pare che qui ci sia un tema abbastanza importante, ossia il perseguire le aziende inadempienti, il sistema di controllo. Il sistema delle sanzioni che la legge 68 prevede, e che, secondo me molto opportunamente, sono delegate al Ministero del Lavoro \u2013 e non alle Province, che debbono solo segnalare \u2013, \u00e8 sempre stato abbastanza ambiguo. I Ministri del Lavoro che si sono succeduti hanno a mio avviso avuto sempre un atteggiamento \u201cmorbido\u201d nei confronti delle aziende, cercando di non essere troppo punitivi e non mettere in piedi un sistema persecutorio nei confronti delle imprese. Non so se questa sia una scelta \u201cideologica\u201d, ma a me interessa dire che con le punizioni non si va da nessuna parte: quello che funziona \u00e8 semmai un sistema di premi nei confronti delle aziende, e ci sono molte realt\u00e0 nel nostro Paese che si sono inventate sistemi premianti per le imprese che partecipano con particolare attenzione ai progetti di inserimento lavorativo. Secondo me quella \u00e8 la strada, e le punizioni possono essere l\u2019extrema ratio di fronte a situazioni smaccatamente inadempienti, ma possono partire solo dopo che a livello tecnico si sono provati tutti gli strumenti per convincere un\u2019azienda a mettersi in regola. Ad esempio, qui a Genova abbiamo un certo numero di aziende che chiedono l\u2019esonero dall\u2019inserimento per una serie di motivi, in particolare la pericolosit\u00e0 dell\u2019ambiente di lavoro. Se si fosse avuto un atteggiamento burocratico, si sarebbe potuto dire di s\u00ec o di no, o chiedere dei documenti cartacei, in modo pi\u00f9 o meno punitivo. L\u2019atteggiamento che si \u00e8 scelto \u00e8 stato invece di andare in ogni azienda che ha chiesto l\u2019esonero con tecnici e operatori dell\u2019inserimento lavorativo, fare incontri per vedere le condizioni reali e i problemi, e discuterne per capire come uscirne: in quasi tutte le aziende qualche inserimento \u00e8 stato comunque fatto, perch\u00e9 si \u00e8 visto che le situazioni non erano poi cos\u00ec pericolose o che le aziende avevano una rappresentazione della persona disabile non corrispondente alla realt\u00e0, e quando \u00e8 stato concesso l\u2019esonero lo si \u00e8 fatto con un accordo, sulla base di una conoscenza approfondita. Le sanzioni quindi non sono l\u2019elemento che fa vincere le persone disabili nei loro diritti; certo in situazioni estreme ci vogliono anche quelle, ma ci\u00f2 che occorre veramente \u00e8 che gli operatori alzino il sedere dalla sedia, vadano in azienda e si diano da fare.<\/p>\n<p><strong>Sulla base di quali linee si dovr\u00e0, o si potr\u00e0, mettere mano alla Legge 68 nel diverso mercato del lavoro del dopo-crisi?<\/strong><br \/>\nLa 68 cos\u00ec com\u2019\u00e8, a parte questo momento drammatico che stiamo vivendo, complessivamente funziona abbastanza bene, ma certamente consente ampi spazi di manovra alle aziende per scegliersi le persone pi\u00f9 idonee all\u2019interno delle liste degli iscritti del collocamento mirato con le chiamate nominative. A questo c\u2019\u00e8 da aggiungere che, proprio perch\u00e9 la legge funziona, le persone si iscrivono \u201calla grande\u201d al collocamento mirato, per cui per ogni persona che viene collocata ce ne sono almeno 3 o 4 nuove che si stanno iscrivendo, e l\u2019aumento considerevole del numero degli iscritti rafforza la facilit\u00e0 per l\u2019azienda nel trovare la persona disabile che risponde al meglio alle sue esigenze. Vedo quindi come problematico, anche se abbastanza inevitabile, il fatto che le persone con una disabilit\u00e0 pi\u00f9 complessa rischiano di rimanere fuori dal meccanismo \u2013 e mi riferisco a persone con disabilit\u00e0 psichica oppure plurima, con doppia o tripla diagnosi. Io credo quindi che rispetto al problema della disabilit\u00e0 complessa occorrer\u00e0 pensare a utilizzare strumenti nuovi, come i progetti che nel gergo dei servizi si chiamano \u201cdi tipo socio-occupazionale\u201d. Di norma si tratta di progetti di inserimento lavorativo che non comportano l\u2019assunzione da parte dell\u2019azienda della persona disabile che rimane in carico al sistema dei servizi. Io credo che questi progetti, che in alcune zone del Paese vengono visti e applicati in una dimensione \u201cassistenziale\u201d, debbano essere \u201cnobilitati\u201d e forniti di un senso e di un significato, perch\u00e9 nella mia esperienza ho visto come essi rispondono realmente ai bisogni delle persone riuscendo a tenere in conto, allo stesso tempo, le esigenze aziendali. Naturalmente qui sorgono delicati problemi, poich\u00e9 progetti di questo genere non possono essere applicati in modo generalizzato, ma debbono essere rigidamente riservati a quelle persone che altrimenti non avrebbero nessuna chance di inserimento al lavoro, e occorrerebbe anzi capire come coinvolgere di pi\u00f9 in essi le aziende, che oggi danno semplicemente ospitalit\u00e0 alla persona mentre l\u2019ente locale o i servizi danno la borsa di lavoro economica; su questi meccanismi bisognerebbe lavorare di pi\u00f9 per trovare mediazioni che vadano incontro ai bisogni di queste persone. Si tratta di persone che hanno caratteristiche tali da non riuscire a reggere\u00a0 un lavoro a tempo pieno, che si affaticano pi\u00f9 facilmente \u2013 e magari qualche volta hanno bisogno di rimanere a casa per necessit\u00e0 particolari. Di questa categoria di persone sostanzialmente in tutti questi anni si \u00e8 occupato il mondo della cooperazione sociale, ma io credo non si possa chiedere alle cooperative sociali di essere l\u2019unica risposta ai bisogni di queste persone. Ma al di l\u00e0 della legge ci\u00f2 che sar\u00e0 determinante nei prossimi anni sar\u00e0 il rafforzamento del sistema dei servizi a livello locale, perch\u00e9\u00a0 \u00e8 evidente che sono vincenti quelle realt\u00e0 che riescono a creare sinergie tra politiche del lavoro, politiche sociali e politiche educative. Il progetto di vita di una persona disabile dovrebbe prevedere che il suo rapporto con il lavoro possa cominciare nei tempi giusti con le esperienze di alternanza scuola\/lavoro per poi proseguire, con il sostegno di servizi, attraverso gli strumenti formativi che sono oggi a disposizione per potersi concludere con l\u2019utilizzo della legge 68. Mi sembra per\u00f2 che i segnali che arrivano non siano tanto quelli di uno sforzo per mantenere e potenziare il sistema dei servizi pubblici, quanto piuttosto quelli di uno smantellamento dello stato sociale. Forse sarebbe utile che qualcuno sapesse che una persona disabile inserita, oltre a vedere rispettati i suoi diritti di cittadinanza, costa, durante il suo percorso di avvicinamento al lavoro, 20 volte meno di quanto costerebbe in un circuito assistenziale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Carlo Lepri, psicologo e formatore, lavora al &ldquo;Centro Studi per l&#8217;integrazione lavorativa delle persone disabili&rdquo; della ASL 3 Genovese. &Egrave; Docente a contratto di Psicologia delle Risorse Umane presso l&rsquo;Universit&agrave; di Genova, &egrave; uno dei &ldquo;padri&rdquo; della legge 68 del 1999 e uno dei massimi esperti italiani in materia di inserimento lavorativo delle persone con disabilit&agrave;. 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