{"id":1345,"date":"2012-07-02T12:25:22","date_gmt":"2012-07-02T12:25:22","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1345"},"modified":"2025-07-28T09:59:44","modified_gmt":"2025-07-28T07:59:44","slug":"il-lievito-della-relazione-tecnologica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1345","title":{"rendered":"8. Il lievito della relazione tecnologica"},"content":{"rendered":"<p>Sergio Bellucci, esperto in comunicazioni di massa e nuove tecnologie, \u00e8 tra i fondatori di Net Left, un\u2019associazione che si occupa delle frontiere dell\u2019innovazione tecnologica e delle libert\u00e0 dell\u2019era digitale; fa parte del Comitato Scientifico di \u201cSinistra Ecologia Libert\u00e0\u201d ed \u00e8 Consigliere di Amministrazione di LAit (Lazio Innovazione Tecnologica). Ha pubblicato, tra gli altri, i libri E-work. Lavoro, rete e innovazione (Roma, DeriveApprodi, 2005) e, con Marcello Cini, Lo spettro del capitale. Per una critica dell\u2019economia della conoscenza (Torino, Codice Edizioni, 2009).<\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n<p><strong>In che modo le nuove tecnologie dell\u2019informazione e della comunicazione e il passaggio a un\u2019economia della conoscenza possono agevolare l\u2019inserimento lavorativo delle persone con disabilit\u00e0?<\/strong><br \/>\nLe nuove tecnologie consentono cose prima quasi impensabili, cio\u00e8 costruire strumenti che possono essere adattati all\u2019individuo. Fino a quando le tecnologie sono state meccaniche, era l\u2019individuo che doveva in qualche modo rispondere alle esigenze della macchina; in parte, oggi, questa cosa \u00e8 ancora vera, ma il grado di flessibilit\u00e0 \u00e8 molto pi\u00f9 alto e siamo in grado di costruire delle interazioni uomo-macchina che tendono alla personalizzazione. Da questo punto di vista, \u00e8 ovvio che qualunque tipo di deficit pu\u00f2 essere ridotto drasticamente sia nell\u2019impatto di quel deficit nella relazione con la macchina sia con l\u2019altro da s\u00e9. Questa cosa \u00e8 ancora pi\u00f9 vera se si passa dalla produzione di merci materiali a quella che \u00e8 stata chiamata \u201ceconomia della conoscenza\u201d. Mentre il grado di flessibilit\u00e0 che si pu\u00f2 raggiungere attraverso le macchine, per quanto riguarda le merci materiali, pu\u00f2 essere diciamo del 60-70%, per l\u2019economia della conoscenza questa flessibilit\u00e0 pu\u00f2 tendere alla totalit\u00e0, in quanto la produzione di un contenuto \u00e8 virtualizzabile in maniera quasi completa. Da questo punto di vista possiamo dire, quindi, che l\u2019innovazione tecnologica consente gradi di parit\u00e0 che le vecchie tecnologie meccaniche non consentivano.<\/p>\n<p><strong>Queste nuove forme di organizzazione del processo produttivo, basate sulla gestione delle informazioni pi\u00f9 che sullo svolgimento manuale di operazioni, possono costituire un ostacolo per lavoratori con disabilit\u00e0 di tipo cognitivo (che prima potevano essere adibiti a mansioni \u201cmeccaniche\u201d) nel momento stesso in cui vengono incontro alle esigenze di quelli con deficit fisici o motori?<\/strong><br \/>\nQuesto \u00e8 sicuramente un problema aperto, perch\u00e9 nello sviluppo dell\u2019economia della conoscenza l\u2019apporto qualitativo dell\u2019individuo nel ciclo produttivo, in termini di aumento dell\u2019informazione contenuta nella merce o nel servizio prodotti, \u00e8 un dato assolutamente significativo. Ma anche qui, siccome credo che sia possibile lavorare verso elementi di personalizzazione \u2013 sempre che lo si voglia e che ci siano le risorse dedicate a sviluppare questi modelli \u2013, \u00e8 possibile sottolineare ed evidenziare le capacit\u00e0 cognitive, anche se ridotte, che l\u2019individuo ha su alcuni segmenti, e portarle a un livello qualitativo utile nel ciclo produttivo. \u00c8 ovvio che tutti i cicli produttivi, anche quelli automatizzati delle merci materiali, ripetitivi e senza immissione di qualit\u00e0, oggi sono pi\u00f9 facili dal punto di vista della gestione e anche meno faticosi, e quindi in qualche modo pi\u00f9 generalizzabili.<\/p>\n<p><strong>Una modalit\u00e0 di lavoro in cui il contatto fianco a fianco \u00e8 sempre pi\u00f9 sostituito da un\u2019interazione pi\u00f9 ampia, ma virtuale, ostacola o favorisce la formazione di quei rapporti informali tra colleghi, e tra lavoratori e direzione aziendale, che possono determinare per la persona disabile la differenza tra un semplice inserimento lavorativo e un\u2019integrazione sociale pi\u00f9 completa?<\/strong><br \/>\nDa questo punto di vista noi siamo in una fase di transizione che non \u00e8 terminata, e chiss\u00e0 se e quando potr\u00e0 avere un termine. Io sostengo da anni che stiamo entrando in societ\u00e0 che definisco \u201cmutanti\u201d, del cambiamento perenne, e che quindi non hanno pi\u00f9 la possibilit\u00e0 di essere stabilizzate in termini di modelli predefiniti, socializzabili come elementi stabili. Questo pone tanti quesiti, perch\u00e9 probabilmente \u00e8 la prima volta nella storia della specie umana che ci si ritrova in una dinamica sociale senza pi\u00f9 nessun elemento di stabilizzazione. Anzi, si pu\u00f2 dire che la capacit\u00e0 di mutamento perenne \u00e8 il cuore nuovo delle nostre societ\u00e0. Questo significa tanti cambiamenti, che noi possiamo semplicemente, per il momento, cominciare a registrare. \u00c8 evidente che cambiano le forme relazionali: nessuno di noi \u00e8 lo stesso di prima di Internet, ma siamo anche molto diversi da come eravamo con Internet 1.0 rispetto all\u2019attuale 2.0, con i contenuti costruiti attraverso una forma relazionale, come il famoso Facebook (ma non solo quello). Cosa questo significhi in termini di trasformazione nel ciclo produttivo, lo stiamo osservando in questo momento; mi sembra di poter dire \u201ca spanne\u201d, ma non c\u2019\u00e8 credo ancora nessuna ricerca che possa supportare per il momento un\u2019ipotesi o l\u2019altra, che questa trasformazione delle forme relazionali stia modificando anche alcuni aspetti della struttura cognitiva individuale e la forma dei gruppi sociali. Dentro questo quadro di grande trasformazione e incertezza, oso intravedere qualche possibile lettura degli esiti, e mi sembra di poter dire che in queste strutture la persona disabile non dico sia avvantaggiata rispetto alla situazione precedente, ma pu\u00f2 vedere il proprio deficit molto pi\u00f9 sciolto e superabile, perch\u00e9 le forme di relazione fondamentali, come la scrittura e la voce, sono gestibili con vari tipi di interfacce, e quindi rispetto alla situazione ex ante mi sembra ci sia qualche elemento di integrazione in pi\u00f9.<\/p>\n<p><strong>Di fronte a tecnologie che consentono molteplici adattamenti alle esigenze personali, c\u2019\u00e8 il rischio che l\u2019integrazione lavorativa e sociale delle persone disabili sia vista come frutto semplicemente di uno sforzo tecnico, e non anche di un lavoro culturale?<\/strong><br \/>\nIo su questo, in genere, mi colloco nella zona dei \u201ctecno-ottimisti\u201d, perch\u00e9 credo che gli esseri umani riescano sempre a piegare lo strumento che hanno in mano a un uso sociale: l\u2019uomo \u00e8 un animale sociale, sta bene quando sta insieme agli altri e condivide con gli altri delle cose. Queste strutture tecnologiche fanno emergere costantemente forme di relazione, condivisione e superamento dei limiti precedenti, un po\u2019 come la pasta lievita, che aumenta costantemente anche se ne leviamo dei pezzi, e il fenomeno dell\u2019interazione sociale sta producendo una richiesta enorme di relazione. Tutto questo non significa che non ci siano problemi e rischi, in primo luogo quelli di invasione della privacy e di controllo, molto significativi anche e soprattutto sul lavoro, perch\u00e9 queste tecnologie possono essere utilizzate per entrare nella vita dei singoli e condizionarla, o per sconfiggere capacit\u00e0 di lotta che emergono nei luoghi di lavoro. Il controllo esisteva per\u00f2 anche prima delle tecnologie digitali, e, tra rischi e benefici, mi sembra che il lievito abbondante delle tecnologie aumenti, molto di pi\u00f9 delle capacit\u00e0 di invasione della privacy, le forme di relazione e di condivisione, ci\u00f2 che mi rende al momento \u201ctecno-ottimista\u201d e mi pare possa alludere a qualche esperimento sociale significativo in positivo. Ovviamente, come in tutte le cose, sono pronto a ricredermi se invece la piega sar\u00e0 un\u2019altra, ma mi sembra in questa fase che tutti i tentativi di mettere sotto controllo stentino ad avere effetto, facendo invece riemergere questa forma un po\u2019 anarchica di auto-organizzazione. Certo, molte piattaforme sono prodotte da societ\u00e0 per scopi commerciali che provano a utilizzare i nostri dati, e li utilizzano, per interessi aziendali, per\u00f2 quello che vedo di fondo \u00e8 l\u2019elemento fortissimo della condivisione. Per esempio, nell\u2019aprile scorso c\u2019\u00e8 stata la crisi in Europa per le ceneri del vulcano islandese, che hanno messo in una condizione molto difficile il sistema aereo: mentre tutte le strutture, anche quelle grandissime e iper-organizzate, sono saltate e non sono state in grado di reggere l\u2019urto, attraverso la rete si sono create spontaneamente forme di auto-organizzazione di viaggi via terra, che hanno dato risposte molto importanti al problema individuale dello spostamento, e che non avevano nessun elemento centrale di controllo, ma si auto-generavano dallo scambio di itinerari, orari e dalla condivisione delle spese. Ci sono quindi delle forme che consentono alle persone di dare e trovare risposte ai problemi in una maniera che era totalmente imprevedibile anche soltanto qualche tempo fa. Stiamo quindi entrando in una fase nuova, ma molto interessante.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Sergio Bellucci, esperto in comunicazioni di massa e nuove tecnologie, &egrave; tra i fondatori di Net Left, un&rsquo;associazione che si occupa delle frontiere dell&rsquo;innovazione tecnologica e delle libert&agrave; dell&rsquo;era digitale; fa parte del Comitato Scientifico di &ldquo;Sinistra Ecologia Libert&agrave;&rdquo; ed &egrave; Consigliere di Amministrazione di LAit (Lazio Innovazione Tecnologica). Ha pubblicato, tra gli altri, i libri E-work. Lavoro, rete e innovazione (Roma, DeriveApprodi, 2005) e, con Marcello Cini, Lo spettro del capitale. 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