{"id":1346,"date":"2012-07-02T12:28:49","date_gmt":"2012-07-02T12:28:49","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1346"},"modified":"2025-07-28T10:02:30","modified_gmt":"2025-07-28T08:02:30","slug":"civilizzare-l-economia-paga","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1346","title":{"rendered":"9. Civilizzare l\u2019economia paga"},"content":{"rendered":"<p>Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia Politica all\u2019Universit\u00e0 di Bologna, \u00e8 uno degli economisti italiani di maggiore prestigio a livello internazionale; particolare importanza<br \/>\nriveste la sua opera in materia di analisi economica del terzo settore. Dal 2007 \u00e8 presidente dell\u2019Agenzia per le Onlus.<\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n<p><strong>La crisi in corso sta mettendo a rischio la posizione occupazionale di molti lavoratori. \u00c8 riscontrabile una differenza tra impresa sociale e mondo profit nella capacit\u00e0 di reggere questo urto, anche in riferimento ai lavoratori svantaggiati?<\/strong><br \/>\nBisogna dire le cose come stanno: la crisi occupazionale attuale non \u00e8 conseguenza ultima della crisi finanziaria, ma della terza rivoluzione industriale, che ha cominciato a produrre effetti da circa 20 anni a questa parte. Quello che la crisi finanziaria ha fatto \u00e8 accelerare questo fenomeno e magnificarlo, ma essa non ne \u00e8 la causa. \u00c8 importante chiarire questo errore comune, perch\u00e9 quando fra alcuni mesi la crisi sar\u00e0 superata, il problema occupazionale non sar\u00e0 risolto, e anzi potr\u00e0 essere aggravato. La terza rivoluzione industriale \u00e8 legata alle nuove tecnologie info-telematiche, le quali hanno modificato il rapporto tra aumento della produzione e aumento dell\u2019occupazione riscontrato nella storia economica almeno negli ultimi due secoli; ora le imprese possono aumentare la produzione senza creare nuovi posti di lavoro, un fenomeno noto come jobless growth che riscontriamo anche nei dati italiani dei primi mesi del 2010. In questa situazione, c\u2019\u00e8 differenza tra imprese sociali e profit, ed \u00e8 proprio qui il punto: in una situazione di jobless growth abbiamo necessit\u00e0 di aumentare la percentuale di imprese sociali presenti nell\u2019economia, se vogliamo risolvere il problema della disoccupazione. Quindi, mentre alcuni decenni fa si poteva fare a meno delle imprese sociali perch\u00e9 le imprese capitaliste assorbivano il lavoro, oggi le prime sono indispensabili. Questa \u00e8 la grossa novit\u00e0, eppure nessuno ne parla mai neppure nel mondo del non profit, e si continua a far credere che il non profit serva solo a produrre un po\u2019 di assistenza e di conforto, mentre oggi ne abbiamo bisogno di fronte a imprese profit che non assumeranno pi\u00f9 dello stretto necessario. E ci\u00f2 perch\u00e9 mentre le imprese profit devono competere sui mercati globali e difendersi dalla concorrenza dei Paesi emergenti come la Cina, le imprese sociali non hanno questo problema di competizione globale e non sono quindi portate a sostituire lavoro con capitale fisso (macchine). In conclusione, dobbiamo attrezzarci per capire che d\u2019ora in poi per andare verso la piena occupazione non c\u2019\u00e8 nessuna alternativa al potenziamento dell\u2019impresa sociale, e chi dice il contrario sbaglia: se noi anche aumentiamo la quota di mercato delle imprese profit, ad esempio con aiuti statali e incentivi di vari tipi, non c\u2019\u00e8 nessuna garanzia che queste imprese aumentino l\u2019occupazione. In Italia la FIAT ha avuto incentivi e aiuti finanziari di ogni sorta dallo Stato, e adesso dovr\u00e0 chiudere gli impianti di Termini Imerese, e poi magari altri, ma non perch\u00e9 sia \u201ccattiva\u201d come dicono i moralisti, quanto perch\u00e9 se non fa cos\u00ec non pu\u00f2 reggere la competizione globale. Una volta compreso razionalmente il fenomeno, la soluzione \u00e8 irrobustire, con misure di policy che ancora non si vogliono prendere in Italia, il comparto delle imprese sociali.<br \/>\n<strong><br \/>\nUn convegno di alcuni mesi fa si intitolava \u201cHa senso parlare di lavoro per i disabili in un momento di crisi?\u201d. Quale pu\u00f2 essere una risposta?<\/strong><br \/>\nNon solo ha senso, ma \u00e8 indispensabile, perch\u00e9 \u2013 e qui ancora una volta bisogna andare ai fondamenti \u2013 il lavoro \u00e8 prima di tutto l\u2019attivit\u00e0 con la quale le persone realizzano la propria identit\u00e0 e allargano gli spazi di libert\u00e0. Se, in prospettiva materialista, si vede il lavoro soltanto come modo per acquisire un reddito e un potere d\u2019acquisto, allora, di fronte alla persona disabile, si proporr\u00e0 di trovare il modo di trasferirle quote di reddito e tenerla fuori dall\u2019attivit\u00e0 lavorativa. Partendo invece dalla posizione della filosofia personalista, e vedendo nel lavoro l\u2019attivit\u00e0 per rendere libere tutte le persone e per affermarle, allora il ragionamento di prima cade, e occorre preoccuparsi di organizzare il processo produttivo in modo che tutti, anche la persona disabile, abbiano un lavoro, perch\u00e9 il lavoro le consente di realizzare se stessa; l\u2019approccio assistenzialistico, quindi, del tipo \u201cpoverini, sono disabili, non possono lavorare, diamogli dei soldi\u201d cade completamente. Questo \u00e8 uno di quei casi in cui si vede la differenza tra chi abbraccia le posizioni del personalismo e chi sostiene l\u2019individualismo materialista. Io rispetto chi si professa individualista, ma lo critico e lo avverso.<br \/>\n<strong><br \/>\nLa fine della crisi ci consegner\u00e0 una societ\u00e0 pi\u00f9 capace di integrare le ragioni del lavoro e dell\u2019inclusione nelle logiche produttive, o al contrario, dopo delocalizzazioni che delineeranno una nuova divisione del lavoro internazionale, un aumento delle diseguaglianze e una diminuzione del peso sociale dei lavoratori?<\/strong><br \/>\nQuesto \u00e8 veramente un punto interrogativo. Se devo giudicare in base ai provvedimenti che sono stati presi fino ad oggi, la risposta \u00e8 negativa, perch\u00e9 essi sono stati tutti di tipo congiunturale e non strutturale, e in secondo luogo non sono valsi a modificare il funzionamento dell\u2019economia e i comportamenti economici delle persone \u2013 sono stati provvedimenti del tipo \u201cspegniamo l\u2019incendio\u201d, e non si sono posti l\u2019obiettivo di ricostruire la casa incendiata. Siccome io sono un ottimista, voglio sperare che d\u2019ora in avanti i governi, e soprattutto gli organismi internazionali come il G20, vogliano prendere spunto da questa crisi per andare in questa direzione e incidere in profondit\u00e0. Se per\u00f2 questi provvedimenti non saranno presi, \u00e8 chiaro che la crisi nelle sue dimensioni finanziarie ed economiche verr\u00e0 superata, ma tra 10-15 anni ritorneremo di nuovo daccapo, a un\u2019altra crisi. E a quel punto, la colpa sar\u00e0 nostra \u2013 non solo dei dirigenti politici, cui spetta la responsabilit\u00e0 in primis, ma anche della societ\u00e0 civile, perch\u00e9 la societ\u00e0 civile organizzata, l\u2019associazionismo in senso lato, non fa abbastanza per chiedere con insistenza una modifica dei comportamenti economici, e sta agendo soltanto per chiedere tamponi e cerotti da mettere sulla ferita. La societ\u00e0 civile mostra troppo opportunismo \u2013 sento io con le mie orecchie dire: \u201ca me interessa poco di quello che verr\u00e0 nel futuro, a me interessa che mi si saldi il debito, che mi si consenta quell\u2019apertura di credito o quella possibilit\u00e0\u201d, con un comportamento miopico che spiega perch\u00e9 non si stiano invece prendendo provvedimenti radicali. C\u2019\u00e8 quindi una responsabilit\u00e0 di tutti, anche del mondo della cultura: ce n\u2019\u00e8 per tutti, in questo caso&#8230;<br \/>\n<strong><br \/>\nNon sempre le effettive realt\u00e0 di impresa sociale rispettano lo spirito originario di cooperazione e pari dignit\u00e0 tra i lavoratori. La \u201cderiva aziendalistica\u201d \u00e8 un accidente di singole cooperative o l\u2019effetto di un contesto di mercato selettivo, che potrebbe diventare ancora pi\u00f9 spietato nel dopo-crisi?<\/strong><br \/>\nIl fatto che il mondo delle imprese sociali abbia scelto la prospettiva aziendalistica, cio\u00e8 di badare alle ragioni dell\u2019efficienza, di per s\u00e9 non \u00e8 un male; il problema non sta l\u00ec, ma nella separazione che si vuole continuare a tenere in vita tra efficienza e solidariet\u00e0. Fino a tempi recenti, si diceva che le imprese o le organizzazioni non profit si dovessero occupare solo della solidariet\u00e0, e le imprese capitalistiche solo dell\u2019efficienza, e adesso ne abbiamo i risultati: le organizzazioni non profit, per aver curato solo la solidariet\u00e0 e non anche l\u2019efficienza, oggi si trovano in difficolt\u00e0 e non riescono a rispettare il vincolo di bilancio, e di conseguenza arriva la selezione \u201caziendalistica\u201d di cui si diceva. Tutto questo, per\u00f2, \u00e8 conseguenza di un errore culturale, propagandato da centri di elaborazione che fino ad anni recenti predicavano esattamente questa dicotomia tra imprese capitalistiche\/efficienza e imprese non profit\/solidariet\u00e0. La mia posizione, che ormai conoscono in tanti, \u00e8 che hanno sbagliato tutti e due, cadendo gli uni nell\u2019efficientismo, gli altri nell\u2019assistenzialismo, sicch\u00e9 oggi abbiamo il peggiore di tutti i mali \u2013 e ne sono responsabili anche quegli studiosi, economisti e sociologi soprattutto, che fino ad anni recenti predicavano che il mondo del non profit dovesse essere un mondo di \u201cduri e puri\u201d che doveva occuparsi soltanto della redistribuzione del reddito, cio\u00e8 della solidariet\u00e0. A suo tempo avevo polemizzato con queste posizioni, sostenute da famosi sociologi, e adesso i fatti mi stanno dando ragione, anche se allora, 10-15 anni fa, sembrava avessero partita vinta loro. Ecco perch\u00e9 parlo di un problema culturale, di un errore certo fatto in buona fede che per\u00f2 ora stiamo pagando: infatti, molte organizzazioni avevano dato retta a quei maestri di pensiero, e quando hanno cominciato a vedere che i conti non tornavano sono passate all\u2019eccesso opposto, dalla solidariet\u00e0 alla sovraefficienza, mentre ora noi dobbiamo spiegare a tutti che \u00e8 possibile far marciare insieme efficienza e solidariet\u00e0.<br \/>\n<strong><br \/>\nDurante la crisi argentina del 2001-2002 si sono avuti esempi di \u201clicenziamento dei padroni\u201d e conversione di strutture produttive classiche in cooperative autogestite dai lavoratori, anche per imprese ad alta densit\u00e0 di capitale e non di lavoro. Simili esiti di trasformazione neocooperativa sono possibili anche in Europa, come risposta alla chiusura o delocalizzazione di fabbriche e uffici?<\/strong><br \/>\nQuesto fenomeno non \u00e8 nato in Argentina, perch\u00e9 gi\u00e0 in Italia era accaduto qualcosa di analogo a fine \u2019800, e negli anni \u201980 negli Stati Uniti la compagnia aerea American Airlines, quando le cose andarono male, fu rilevata dai lavoratori (hostess, stewart e piloti) secondo uno schema di tipo cooperativistico; non c\u2019\u00e8 dunque nulla di nuovo nelle empresas recuperadas argentine, che hanno anzi tratto beneficio da esperienze pregresse. Io non nego che qualcosa del genere possa continuare a verificarsi, e in certe situazioni particolari pu\u00f2 essere utile, quindi non dico che non si debba fare, per\u00f2 \u00e8 ovvio che quella non \u00e8 la soluzione ai problemi di cui stiamo parlando. Infatti, \u00e8 evidente che per le imprese recuperate (in cui non vengono \u201clicenziati i padroni\u201d, ma subentrano altri padroni, che sono i loro lavoratori, con una propriet\u00e0 condivisa di tipo cooperativo che tende a unire efficienza e solidariet\u00e0), dopo una fase di avvio iniziale della gestione dei lavoratori che pu\u00f2 durare anche qualche anno, resta il nodo fondamentale del finanziamento \u2013 e dove vanno a prendere i soldi? Una soluzione pi\u00f9 convincente \u00e8 quella di creare una \u201cborsa sociale\u201d, di cui ancora non si parla abbastanza ma per cui \u00e8 gi\u00e0 stato avviato un processo e che spero nel giro di un anno possa essere messa in piedi, ossia un mercato dei capitali dedicato alle imprese non capitalistiche (sociali e cooperative), da cui esse possano attingere i capitali di cui hanno necessit\u00e0 per finanziare le proprie attivit\u00e0; il resto sono tutti rimedi in s\u00e9 validi ma che durano lo spazio di un mattino.<\/p>\n<p><strong>Se l\u2019impresa capitalistica classica si svilupper\u00e0 senza creare posti di lavoro, esister\u00e0 nelle economie occidentali una domanda sufficiente per i servizi che l\u2019impresa sociale si proporr\u00e0 di offrire?<\/strong><br \/>\n\u00c8 ovvio, ma non bisogna ragionare in termini oppositivi, perch\u00e9 avremo sempre bisogno del settore manifatturiero, senza fare l\u2019errore di deindustrializzare come l\u2019Inghilterra e la Spagna, che ora ne pagano le conseguenze. Il problema non \u00e8 quindi \u201co questo o quello\u201d, ma \u201ce-e\u201d, ossia il settore manifatturiero dell\u2019economia deve continuare a esistere, per\u00f2 non pu\u00f2 aumentare allo steso tasso di crescita che si \u00e8 registrato negli ultimi 30-40 anni, perch\u00e9 gli aumenti di produttivit\u00e0 che il progresso tecnico garantisce devono essere utilizzati o spesi non tanto per continuare la produzione e il consumo di quella tipologia di beni, ma devono essere dirottati verso la produzione e il consumo di beni di altra natura, i beni relazionali, quali sono ad esempio i servizi alla persona. Si potr\u00e0 fare? \u00c8 chiaro, perch\u00e9 la gente si sta stufando di consumare automobili o ville; c\u2019\u00e8 un limite di saturazione al consumo dei beni manifatturieri, e la gente se ne rende sempre pi\u00f9 conto, e c\u2019\u00e8 invece un bisogno disperato di beni relazionali, che nessuno produce al momento. Le persone preferiscono avere pi\u00f9 soldi al mese con cui comprare l\u2019ultimo gadget, oppure pi\u00f9 servizi alla persona in ambito educativo, assistenziale, culturale? Al momento, questi beni li facciamo produrre alle imprese di tipo capitalistico, che di conseguenza li vendono a prezzi troppo alti, ma se noi li facessimo produrre alle cooperative o alle imprese sociali, \u00e8 ovvio che i costi e i prezzi sarebbero pi\u00f9 bassi, e la gente li comprerebbe: il segreto \u00e8 tutto l\u00ec. Bisogna fare la stessa operazione che \u00e8 stata fatta un secolo fa con il manifatturiero, con Henry Ford che ha abbassato i costi di produzione dell\u2019automobile e tutti si sono messi a comprarla, mentre prima potevano permettersela solo i ricchi; lo stesso vale oggi con i beni relazionali \u2013 chi l\u2019ha detto che l\u2019asilo deve essere gestito da un\u2019impresa for profit? Se lo gestisce una cooperativa sociale alla cui gestione partecipano le famiglie, i costi scendono a un livello che consentono anche alle famiglie a basso reddito di soddisfare quella domanda. Questo \u00e8 il ragionamento da fare, e mi meraviglia che non si capisca come certi beni cosiddetti di lusso, che solo un 10% della popolazione poteva permettersi, siano ora alla portata di tutti. I beni relazionali sono invece prodotti oggi a prezzi troppo elevati, e poi, in maniera ipocrita, diciamo che \u201cla gente non ha soldi per comprarli\u201d, senza chiederci perch\u00e9 quei prezzi sono cos\u00ec elevati.<br \/>\n<strong><br \/>\nEsiste nel medio-lungo termine una capacit\u00e0 dell\u2019impresa sociale di \u201ccontaminare\u201d anche il mondo profit, e modificarne gli aspetti pi\u00f9 \u201cdarwiniani\u201d?<\/strong><br \/>\nNon solo questo \u00e8 possibile, ma sta gi\u00e0 avvenendo. Ad esempio, le grandi banche italiane come Intesa Sanpaolo, Unicredit e Monte dei Paschi di Siena hanno dato vita in tempi recentissimi a banche non profit come Banca Prossima, e questo \u00e8 un esempio di contaminazione. Tutto il processo che si chiama Responsabilit\u00e0 Sociale di Impresa, praticato dalle imprese capitalistiche oggi (non dico tutte, ma un certo numero s\u00ec), non \u00e8 forse un esempio di contaminazione? Quindi, \u00e8 evidente che la presenza di un nucleo di imprese sociali in un sistema ha l\u2019effetto di contagiare anche i comportamenti degli altri, e questo sta gi\u00e0 avvenendo \u2013 certo, non avviene ancora in maniera sufficiente per le\u00a0 mie propensioni, per\u00f2 guardando in avanti vedo che questa sar\u00e0 la traccia che verr\u00e0 battuta nel prossimo futuro. E questo perch\u00e9 gli stessi imprenditori capitalistici hanno capito che \u00e8 nel loro interesse: non perch\u00e9 abbiano cambiato mentalit\u00e0, ma perch\u00e9 hanno scoperto che i profitti si fanno meglio se si umanizza l\u2019economia. Questo \u00e8 il punto: bisogna umanizzare l\u2019economia, perch\u00e9 un\u2019economia disumana alla fine diventa inefficiente \u2013 alla fine, non subito! Chi l\u2019aveva capito 50 anni fa, prima di ogni altro, fu Adriano Olivetti, la cui grande statura sta nel fatto che era un capitalista, per\u00f2 aveva capito l\u2019urgenza del processo di civilizzazione dell\u2019economia. Sono stato nell\u2019aprile scorso a Princeton, una delle pi\u00f9 importanti Universit\u00e0 negli Stati Uniti, e il titolo del convegno internazionale era Civilizing the Economy, \u201ccivilizzare l\u2019economia\u201d: anche gli americani stanno capendo che il modello capitalistico tradizionale fa acqua da tutte le parti e dunque non \u00e8 sostenibile.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Stefano Zamagni, professore ordinario di Economia Politica all&rsquo;Universit&agrave; di Bologna, &egrave; uno degli economisti italiani di maggiore prestigio a livello internazionale; particolare importanza<br \/>\nriveste la sua opera in materia di analisi economica del terzo settore. 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