{"id":1347,"date":"2012-07-02T12:32:07","date_gmt":"2012-07-02T12:32:07","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1347"},"modified":"2025-07-28T10:03:21","modified_gmt":"2025-07-28T08:03:21","slug":"verso-un-nuovo-modello-di-lavoro-e-di-impresa","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1347","title":{"rendered":"10. Verso un nuovo modello di lavoro e di impresa"},"content":{"rendered":"<p>Michela Marzano, filosofa e professore associato di filosofia morale all\u2019Universit\u00e9 Paris Descartes, \u00e8 una delle pensatrici pi\u00f9 importanti e innovative nello scenario europeo, ed \u00e8 nota al pubblico italiano anche come editorialista di \u201c la Repubblica\u201d. In Estensione del dominio della manipolazione. Dall\u2019azienda alla vita privata (Milano, Mondadori, 2009) ha condotto una delle analisi pi\u00f9 lucide e spietate della cultura aziendale oggi dominante, le cui contraddizioni producono alienazione individuale ed esclusione sociale.<\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n<p><strong>In un mondo in cui la competizione economica richiede la qualit\u00e0 totale, il lavoratore con grave disabilit\u00e0, che pu\u00f2 essere impossibilitato a una produttivit\u00e0 tecnica pari a quella dei normodotati, costituisce una sfida a un intero modello produttivo \u2013 \u00e8 possibile un\u2019integrazione in un modello diverso, l\u2019integrazione fa soltanto parte della Responsabilit\u00e0 Sociale di Impresa, o ci sono altri modi di vedere questo fenomeno?<\/strong><br \/>\nLa questione \u00e8 complicata, perch\u00e9 il lavoratore con disabilit\u00e0 mette in crisi completamente il modello. La concezione lavorativa dominante, estremamente utilitarista, riduce l\u2019individuo a non essere altro che una somma di competenze, da cui dipende la sua impiegabilit\u00e0 \u2013 ma siccome le competenze vengono sistematicamente valutate in base a standard rigidi, tutti coloro che si allontanano da essi finiscono automaticamente con l\u2019essere penalizzati, perch\u00e9 sono ci\u00f2 che rinvia al \u201cmeno\u201d rispetto a questi standard definiti in maniera rigida; il problema \u00e8 quindi come fare spazio non tanto al \u201cmeno\u201d, ma al \u201cdifferente\u201d. Secondo me uno dei problemi della societ\u00e0 attuale, che si ritrova poi a livello del lavoro, \u00e8 quello di promuovere un modello unico di individuo, in base al quale tutti devono assomigliare, e quindi ogni differenza viene automaticamente letta in termini di inferiorit\u00e0, con una emarginazione crescente di tutti i diversi, in particolare di coloro che soffrono a causa della propria differenza. Per chi soffre a causa di un handicap, oltre alla differenza inerente alla condizione umana (ognuno di noi \u00e8 diverso da tutti gli altri), si aggiunge una sofferenza legata a una propria differenza \u201cche pesa\u201d, e quindi alla penibilit\u00e0 della propria differenza si aggiunge lo sguardo della societ\u00e0 che contesta, emargina e ha tendenza a rigettare tutti coloro che non corrispondono a un certo standard. Non si tratta solo di un problema a livello lavorativo, ma ha portata pi\u00f9 generale, di un\u2019ideologia della societ\u00e0, che si deve poter smontare e decostruire per permettere poi di accogliere le persone che soffrono di un handicap all\u2019interno di un modello lavorativo che deve esso stesso cambiare.<br \/>\n<strong><br \/>\nIn particolar modo in Italia, esiste il modello alternativo delle cooperative sociali tra o con lavoratori con disabilit\u00e0, o comunque svantaggiati. Questo pu\u00f2 essere realmente un modello di sviluppo o, entro il contesto attuale di mercato, copre solo nicchie marginali per definizione?<\/strong><br \/>\nNel modello attuale, copre delle nicchie e quindi per certi aspetti non permette alla situazione di evolvere in maniera generale. \u00c8 importante che la cooperazione sociale esista come fenomeno, perch\u00e9 permette ad alcune realt\u00e0 di sussistere, ma c\u2019\u00e8 anche la possibilit\u00e0 di una auto-esclusione, perch\u00e9 se questo modello alternativo non si integra nella societ\u00e0 a livello pi\u00f9 generale, il rischio \u00e8 quello di farne una atipicit\u00e0 sociale e quindi di escludere in blocco delle \u201cfette di realt\u00e0\u201d. Si dovrebbe invece prendere esempio da questi tentativi, per integrarli per\u00f2 entro modelli pi\u00f9 generali, non farne delle eccezioni ma analizzarli come possibilit\u00e0 di cambiare la struttura interna delle societ\u00e0 o delle aziende dominanti.<br \/>\n<strong><br \/>\nPer alcuni tipi di disabilit\u00e0 un contesto molto strutturato di lavoro pu\u00f2 essere quello migliore, e la presenza di margini di autonomia nello svolgimento del lavoro, che normalmente pu\u00f2 essere un elemento di miglioramento, pu\u00f2 risultare problematica. Come pu\u00f2 conciliarsi questa esigenza con la richiesta di autonomia, con tutte le sue ambiguit\u00e0, che la cultura aziendale propone ai lavoratori?<\/strong><br \/>\nCredo che uno dei nodi stia nel significato stesso che si d\u00e0 al termine \u201cautonomia\u201d. L\u2019autonomia non si oppone sistematicamente e necessariamente alla dipendenza, non \u00e8 l\u2019indipendenza totale; si \u00e8 autonomi quando si ha la possibilit\u00e0 di portare avanti un proprio progetto, sempre nella consapevolezza che questo progetto ci lega agli altri e che siamo tutti interconnessi. Il problema \u00e8 che progressivamente, in questi ultimi venti anni, si \u00e8 voluto fare dell\u2019autonomia una forma di indipendenza, come sinonimo di \u201cnon dipendo da niente e da nessuno\u201d, e quindi ogni realt\u00e0 in cui si mettono in evidenza le dipendenze reciproche e intersoggettive viene automaticamente classificata come \u201canti-autonoma\u201d. Ora, io non credo che ci sia un\u2019opposizione tra l\u2019autonomia dell\u2019individuo e la dipendenza: tutti dipendiamo almeno in parte dagli altri, senza perdere la nostra autonomia morale. Quando amiamo una persona, ad esempio, la nostra gioia dipende anche dal modo in cui questa persona accetta e ricambia il nostro amore. \u00c8 per questo che una persona che presenta un certo tipo di disabilit\u00e0 e che dipende, per poter compiere mansioni o svolgere ruoli nella propria vita, anche dagli altri, non \u00e8 automaticamente \u201cnon-autonomo\u201d: pu\u00f2 esserlo da un punto di vista fisico, ma l\u2019autonomia \u00e8 un concetto morale, \u00e8 ci\u00f2 che permette di diventare attori della propria vita, e quando lo si diventa si pu\u00f2 anche domandare aiuto agli altri \u2013 anzi, \u00e8 spesso domandando aiuto all\u2019altro che si \u00e8 consapevoli dei propri limiti e quindi ancor pi\u00f9 consapevoli della propria autonomia e della propria soggettivit\u00e0. Si tratta quindi secondo me di ridefinire lo stesso concetto di autonomia, non opponendolo a quello di dipendenza, e cercare di mostrare come anche compiere delle operazioni ripetitive non tocca l\u2019autonomia individuale: ci si pu\u00f2 appoggiare sugli altri senza per questo essere \u201cagenti non-autonomi\u201d.<br \/>\n<strong><br \/>\nMolto importante per una buona integrazione della persona disabile nel contesto lavorativo appare la costituzione di reti informali tra i lavoratori dello stesso ufficio o reparto. Fino a che punto possono queste reti restare indipendenti dal management, o viceversa pu\u00f2 essere la direzione aziendale stessa a promuoverle, anche per svuotarle di ogni possibile contenuto oppositivo (lo \u201cspirito di fabbrica\u201d di alcuni decenni fa)?<\/strong><br \/>\nTutto pu\u00f2 essere recuperato, ma quello che mi sembra importante \u00e8 proprio il concetto di rete. Il modello del management che critico \u00e8 quello che distrugge ogni forma di rete, formale o informale, per concentrarsi sull\u2019individuo isolato da tutti gli altri, e dunque molto pi\u00f9 debole e fragile, con lo scopo di rompere ogni forma di solidariet\u00e0. Queste reti, anche quando sono informali, possono permettere di ricreare una forma di solidariet\u00e0, anche se poi, perch\u00e9 questa solidariet\u00e0 possa diventare veramente un argine rispetto a un management che destabilizza, bisogna che da informali le reti possano progressivamente diventare formali, e quindi essere riconosciute come un contropotere. D\u2019altronde, \u00e8 solo nel momento in cui ci sono poteri e contropoteri che si pu\u00f2 permettere a una societ\u00e0 nel suo insieme di svilupparsi.<br \/>\n<strong><br \/>\nUn ruolo fondamentale per l\u2019inserimento lavorativo delle persone con disabilit\u00e0 va attribuito ai decisori aziendali come persone \u2013 e in questo un grande impatto ha avuto il contatto che queste persone hanno avuto, grazie all\u2019integrazione scolastica avviata negli anni \u201970, con compagni in situazione di handicap prima ghettizzati, creando una sensibilit\u00e0 che pu\u00f2 portare a inserimenti anche oltre i vincoli imposti dalla legge. \u00c8 possibile che questi operatori si ritaglino uno spazio di autonomia rispetto a culture aziendali che, mirando alla massimizzazione dei profitti, tendono a vedere questi inserimenti lavorativi come costi?<\/strong><br \/>\nSicuramente sono anche dei costi, ma ci sono dei costi che qualunque tipo di societ\u00e0 deve essere disposta ad accettare perch\u00e9 il benessere collettivo possa essere massimizzato. Anche in termini di utilit\u00e0 \u00e8 quindi necessario prendere in conto una serie di costi, e oltre a concentrarsi sul corto termine occorre ragionare sul lungo termine, in cui questi costi vengono integrati e riassorbiti e, attraverso un clima di solidariet\u00e0 e anche di collaborazione pi\u00f9 \u201ctranquilla\u201d tra i vari agenti, permettono all\u2019azienda stessa di massimizzare i propri profitti. La questione che per\u00f2 si pone \u00e8 quella dell\u2019educazione: \u00e8 importante, perch\u00e9 la situazione cambi a livello generale e nelle varie aziende, fare in modo che gi\u00e0 a livello educativo questo modello possa diffondersi, fare s\u00ec che non siano solo alcuni elementi marginali a confrontarsi con la differenza, l\u2019handicap e la sofferenza, ma, in fondo, tutti. Deve rientrare all\u2019interno di un modello educativo, che deve quindi evolvere, il prendere in conto e fare spazio alle differenze e alla fragilit\u00e0. Questo \u00e8 per\u00f2 sempre pi\u00f9 difficile perch\u00e9, non bisogna dimenticarlo, sempre di pi\u00f9 anche il modello educativo e scolastico si basa e si struttura su una serie di competenze; adesso si parla anche di \u201cscuola di competenze\u201d \u2013 \u00e8 come se il modello del management fosse stato trapiantato e stesse progressivamente trapiantandosi anche nel mondo dell\u2019educazione. Il problema \u00e8 quindi tenere ferma l\u2019importanza di un\u2019educazione che non si riassuma semplicemente nello sviluppo di competenze, ma che permetta effettivamente di essere a contatto con realt\u00e0 diverse, in modo da poter poi, nella vita attiva e nella vita professionale, integrare ci\u00f2 che si \u00e8 imparato a livello scolastico.<br \/>\n<strong><br \/>\nIl fatto che la tendenza all\u2019integrazione scolastica e al superamento dell\u2019educazione differenziale, in cui l\u2019Italia ha fatto da apripista a tutta l\u2019Europa, non \u201cpassi\u201d nelle culture aziendali che sono rimaste alquanto distanti da essa, e anzi si registri nell\u2019educazione stessa un regresso, ad esempio costruendo portafogli di competenze molto rigidi e rifiutando i rallentamenti nel passo di apprendimento legati all\u2019unit\u00e0 del gruppo-classe, pu\u00f2 essere considerato un fallimento dell\u2019educazione inclusiva?<\/strong><br \/>\nDirei che \u00e8 un fallimento nel senso che il modello non \u00e8 stato spinto fino in fondo, non si \u00e8 generalizzato realmente nell\u2019educazione, per cui \u00e8 fallito nella misura in cui non \u00e8 stato provato in tutte le strutture educative. In fondo \u00e8 un fenomeno piuttosto marginale: sono poche le classi in cui sono presenti bambini con forti handicap. Io credo che il modello si debba generalizzare a livello educativo, per poter in seguito passare anche a livello lavorativo, anche se per questo \u00e8 importante la consapevolezza della necessit\u00e0 di superare il corto termine, ancora una volta, per valutare le strategie a lungo termine.<\/p>\n<p><strong>La crisi finanziaria tra 2008 e 2009 si \u00e8 spostata nell\u2019economia reale e nel lavoro, e oggi vediamo, come nel caso della Grecia, che le prassi della finanza non sono cambiate rispetto a prima della crisi. Ci sono prospettive di maggiore ottimismo per un modello di lavoro e di impresa diverso da quello che abbiamo visto negli ultimi vent\u2019anni?<\/strong><br \/>\nPurtroppo, \u00e8 come se non si riuscisse a tirare tutte le conseguenze di questa crisi. \u00c8 vero che la finanza ha ricominciato a funzionare esattamente come funzionava prima, senza voler rendersi conto delle conseguenze catastrofiche del fatto di avere dimenticato la realt\u00e0 in quanto tale. Non si tratta tanto di essere ottimisti o pessimisti: io credo che il modello dell\u2019economia finanziaria, con poi un impatto sull\u2019economia reale, cos\u00ec come lo si conosce non pu\u00f2 continuare. Per forza di cose si sar\u00e0 costretti a un cambiamento, perch\u00e9 il fatto che la crisi a livello economico sia ancora forte e non si riesca a uscirne \u00e8 la prova che questo modello in qualche modo deve essere cambiato. Per\u00f2, perch\u00e9 le cose cambino, c\u2019\u00e8 bisogno di tempo; per cui, anche se la constatazione che si pu\u00f2 fare oggi, rispetto alla situazione di fatto, \u00e8 piuttosto negativa, non per questo non mi sento di essere ottimista, e credo che pian piano questo modello cambier\u00e0.<br \/>\n<strong><br \/>\nLei vede quindi un cambiamento graduale e non traumatico, per una spinta o dall\u2019alto, con una politica che riprenda il proprio primato, o dal basso, con qualche forma di \u201csommovimento popolare\u201d?<\/strong><br \/>\nIo lo vedo semplicemente progressivo, perch\u00e9 qualunque cambiamento traumatico non pu\u00f2 che implicare conseguenze ancora pi\u00f9 traumatiche. Questo per\u00f2 \u00e8 un punto di vista molto soggettivo: io credo che le cose si possono e si devono cambiare, ma progressivamente, perch\u00e9 ogni strappo, che venga dall\u2019alto o dal basso, lo si paga poi caro.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Michela Marzano, filosofa e professore associato di filosofia morale all&rsquo;Universit&eacute; Paris Descartes, &egrave; una delle pensatrici pi&ugrave; importanti e innovative nello scenario europeo, ed &egrave; nota al pubblico italiano anche come editorialista di &ldquo; la Repubblica&rdquo;. In Estensione del dominio della manipolazione. 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