{"id":1349,"date":"2012-07-02T14:20:46","date_gmt":"2012-07-02T14:20:46","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1349"},"modified":"2025-07-25T13:14:59","modified_gmt":"2025-07-25T11:14:59","slug":"l-immagine-collettiva-della-donna-disabile-con-figli","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1349","title":{"rendered":"2. L\u2019immagine collettiva della donna disabile con figli"},"content":{"rendered":"<p>Il desiderio di occuparmi di maternit\u00e0 di donne con deficit \u00e8 sempre scaturito per me dal fatto che esiste una produzione molto ampia sul tema della genitorialit\u00e0, ma ci si riferisce sempre a genitori normodotati che hanno figli disabili. Di libri su questo tema ne vengono scritti continuamente, ma quasi nulla esiste invece sul tema opposto, cio\u00e8 su genitori disabili che hanno o desiderano dei figli.<br \/>\nIl mio desiderio non \u00e8 solo provare a coprire questa lacuna, per quanto \u00e8 possibile, e con tutti i limiti del caso, ma fornire anche dei consigli.<br \/>\nNei primi tempi del mio lavoro, cinque anni fa, mi capit\u00f2 di chiedere consigli a varie persone che lavorano nel campo della disabilit\u00e0. Dato infatti che non trovavo materiale sul tema, cercai consigli in chi lavora nel settore da molto pi\u00f9 tempo di me. E ogni volta che raccontavo il mio progetto sulle madri disabili, mi veniva risposto che dovevo cambiare idea, perch\u00e9 l\u2019idea che volevo realizzare era troppo macabra. Perch\u00e9 io volevo raccontare anche le varie azioni quotidiane di una mamma, quindi come sollevare il figlio, come fargli il bagnetto, come allattarlo, come metterlo nel lettino, ecc. E volevo raccontare le difficolt\u00e0 di una donna disabile a compiere queste azioni e le possibili soluzioni. Ma secondo molti era un modo di raccontare macabro. E mi dispiace che questo aggettivo provenisse proprio da chi lavora nella disabilit\u00e0.<br \/>\nQuando poi iniziai a realizzare le interviste (la prima monografia si era basata infatti sulle interviste dirette a mamme disabili con deficit motori), mi capitava di raccontarle ad alcuni colleghi o a persone che si occupano di disabilit\u00e0, e quando raccontavo che queste donne avevano trovato, dopo varie difficolt\u00e0, un punto di equilibrio nel rapporto mamma\/figlio, mi veniva risposto: \u201cSi vedr\u00e0 quando il bimbo sar\u00e0 pi\u00f9 grande, quando i compagni di scuola lo prenderanno in giro perch\u00e9 ha la mamma disabile, quando per lui avere una mamma disabile sar\u00e0 un peso\u201d. Anche qui rimanevo stupita che affermazioni simili provenissero da chi lavora nell\u2019handicap. Soprattutto mi spaventavano un po\u2019, perch\u00e9 si davano per scontati dei meccanismi causa-effetto come: disabilit\u00e0 della mamma = peso per il figlio. E si sa che meccanismi mentali simili sono poi quelli che generano i pregiudizi. Tra l\u2019altro, come ripeto sempre, il fatto di vivere su di s\u00e9 una diversit\u00e0 o di occuparsi di una diversit\u00e0, non salva dai pregiudizi su altre diversit\u00e0. Devo ammetterlo, io stessa avevo pregiudizi per le mamme non vedenti: occupandomi di disabilit\u00e0 motoria, davo un po\u2019 per scontato che tutto sommato le madri non vedenti avessero meno problemi nell\u2019accudimento del figlio. Il che \u00e8 assurdo, perch\u00e9 una madre che non vede ha ovviamente delle difficolt\u00e0 notevoli. Pensavo che il tatto potesse bastare finch\u00e9 il neonato \u00e8 piccolo, mentre una donna con deficit motorio pu\u00f2 avere tutta una serie di problemi a sollevare il bambino, o a cambiarlo, o a vestirlo. Pensavo che una madre non vedente avesse pi\u00f9 problemi quando il figlio diventa pi\u00f9 grande, quando corre e pu\u00f2 sfuggire al controllo. Devo davvero ringraziare Edith Thoueille per avermi fatto comprendere nei pi\u00f9 minimi dettagli cosa significa essere una madre non vedente e quali ripercussioni ha sul bambino. Per avermi fatto comprendere la delicata fase dell\u2019allattamento, da me \u2013 ignorante del deficit visivo \u2013 decisamente sottovalutata. Sono contenta di avere potuto, grazie a lei, aggiungere un altro tassello al tema della maternit\u00e0 delle donne disabili.<\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n<p><strong>Limiti fisici, psicologici, sociali<\/strong><br \/>\nPassando ai contenuti, posso dire che attraverso le interviste realizzate all\u2019epoca, erano state individuate tre categorie di limiti che possono ostacolare o comunque influenzare la maternit\u00e0, sia nel momento precedente, cio\u00e8 quando ancora c\u2019\u00e8 solo il desiderio di un figlio, sia durante la gravidanza vera e propria, sia nel post partum quando la donna viene dimessa dall\u2019ospedale e si trova a casa ad accudire un neonato.<br \/>\nLe tre categorie di limiti sono di tipo fisico, psicologico e sociale. Li riprendiamo anche qua, perch\u00e9 a parte alcune piccolissime differenze per quel che riguarda ad esempio le barriere architettoniche, i discorsi fatti per le donne con deficit motorio valgono anche per quelle con deficit visivo.<br \/>\nPer quanto riguarda i limiti di tipo fisico, ci possono essere ovviamente dei problemi di salute che potrebbero compromettere la gravidanza. Come ci potrebbero essere delle malattie trasmissibili geneticamente, ma qui si entra in scelte etiche sui cui non mi sento di esprimere giudizi. Ma come limiti fisici intendo anche il tema delle barriere architettoniche. Ovviamente per la donna con deficit visivo non si tratta per esempio dell\u2019impossibilit\u00e0 a salire sul lettino ginecologico, ma anche per lei esistono numerose barriere architettoniche, date soprattutto dall\u2019impossibilit\u00e0 di orientarsi nei reparti ospedalieri. Anche la stanza in cui si soggiorna prima e dopo il parto pu\u00f2 rappresentare un luogo scarsamente accessibile per chi non vede. Edith Thoueille fa inoltre notare che per la donna non vedente esistono dei tempi diversi, tempi che un reparto di maternit\u00e0 deve tenere in considerazione. Ad esempio permettere alla donna di avere pi\u00f9 tempo, subito dopo il parto, di esplorare il bambino con le mani. Il personale medico e paramedico di solito non \u00e8 preparato ad accogliere donne con disabilit\u00e0. Le barriere architettoniche possono poi ritrovarsi anche in casa, quando la mamma viene dimessa col piccolo. Possono infatti esserci esigenze di adattamenti per quanto riguarda la cura del figlio: quindi per esempio adattare il fasciatoio, organizzare la cameretta del bambino in un certo modo, ecc. Per le mamme non vedenti occorrono anche tutta una serie di adattamenti tattili.<br \/>\nPer quanto riguarda i limiti psicologici, la donna disabile pu\u00f2 avere tutta una serie di paure e tab\u00f9 sul proprio corpo e la propria sessualit\u00e0. Inoltre l\u2019immagine collettiva \u00e8 quella di una donna abile a prendersi cura del figlio, e la donna disabile pu\u00f2 sentirsi non abile in questo senso.<br \/>\nInfine c\u2019\u00e8 il problema della propria autonomia. Nel senso che una donna disabile nel corso della vita pu\u00f2 avere acquisito determinati spazi di autonomia per se stessa, ha imparato a convivere col proprio deficit. Mentre pu\u00f2 risultare molto faticoso scoprire che l\u2019autonomia che si \u00e8 acquisita per se stesse non \u00e8 pi\u00f9 valida in relazione a un figlio. Mi spiego meglio: in relazione a un figlio \u2013 che \u00e8 una persona totalmente dipendente da altri \u2013 la donna disabile pu\u00f2 scoprirsi non autonoma nei gesti in cui prima era autonoma, e quindi deve compiere una rielaborazione di se stessa e del proprio essere.<br \/>\nInfine, per quanto riguarda i limiti sociali, molte delle donne raccontano che i genitori hanno reagito molto male quando hanno rivelato loro: \u201cSono incinta\u201d.<br \/>\nPer i genitori di figli disabili, i figli restano sempre \u201cpiccoli\u201d. Questi genitori fanno fatica a percepire i figli disabili come adulti, e quindi scoprire che la propria figlia diventer\u00e0 a sua volta madre li mette davanti all\u2019obbligo di dover accettare l\u2019adultit\u00e0 della loro \u201cpiccola\u201d. Inoltre sembrano aver paura di dover sviluppare strumenti di protezione doppia: prendersi cura della propria figlia disabile e dei suoi figli. I genitori, ma soprattutto la societ\u00e0 in genere, l\u2019entourage (vicini di casa, amici, colleghi di lavoro, ecc.) non sono preparati all\u2019idea di una donna disabile con figli e soprattutto il fatto che una donna disabile voglia un figlio viene considerata un po\u2019 una follia.<br \/>\nIn generale mancano nella societ\u00e0 delle immagini culturali di riferimento, non c\u2019\u00e8 l\u2019immagine collettiva della donna disabile con figli.<br \/>\nE anche per le donne disabili mancano dei modelli di riferimento.<br \/>\nVorrei aggiungere una cosa: quando scrissi la prima monografia, la intitolai \u201cMamme\u201d. Mettendoci un punto dopo la parola mamme e aggiungendo \u201cNessun aggettivo dopo il punto\u201d. Questo per dire che non volevo per forza porre l\u2019accento sulla disabilit\u00e0 come a dire: queste donne ce l\u2019hanno fatta nonostante il deficit. Non volevo vittime o eroine come di solito vengono descritte le persone disabili nei mass media. Volevo che queste donne si raccontassero, come mamme, e basta.<br \/>\nNello stesso tempo per\u00f2, per poter procedere in questo ambito, per poter continuare a lavorare sul tema delle madri disabili e magari un giorno arrivare anche in Italia a costituire qualcosa di analogo ai modelli esteri, bisogna anche considerare il deficit. E avere quindi delle attenzioni particolari in relazione proprio alla disabilit\u00e0, che non va negata.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il desiderio di occuparmi di maternit&agrave; di donne con deficit &egrave; sempre scaturito per me dal fatto che esiste una produzione molto ampia sul tema della genitorialit&agrave;, ma ci si riferisce sempre a genitori normodotati che hanno figli disabili. 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