{"id":1351,"date":"2012-07-02T14:38:02","date_gmt":"2012-07-02T14:38:02","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1351"},"modified":"2012-07-02T14:38:02","modified_gmt":"2012-07-02T14:38:02","slug":"le-donne-di-edith","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1351","title":{"rendered":"Le donne di Edith"},"content":{"rendered":"<p>Marion Van Renterghem &egrave; giornalista per &ldquo;Le Monde&rdquo;. Si &egrave; occupata di conoscere e seguire alcune giornate di madri non vedenti che si rivolgono all&rsquo;Istituto di Puericultura di Parigi, e sono seguite da Edith Thoueille. <\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n<p>Ci sono delle abitudini che resistono a tutto, non c&rsquo;&egrave; che dire. Da quando Jacques e Chabba hanno perso la vista, a causa di una retinite pigmentosa, hanno continuato ad accendere le luci. Un piccolo colpo sull&rsquo;interruttore una volta aperta la porta di casa, entrando in cucina, andando in bagno, e ogni volta non c&rsquo;&egrave; dubbio che la rispengano. Quando comincia a farsi sera, accendono l&rsquo;abat-jour del salone. &ldquo;Sapere di essere al buio, a un orario come questo, ci metterebbe di cattivo umore&rdquo;, dicono. <br \/>\nNadia, la loro figlia, spunta correndo nel salone. Suo padre &egrave; andato a prenderla a scuola. Lei salta subito al collo di sua madre, si mette a fare delle coccole al suo criceto, poi si siede a tavola ed estrae i quaderni di scuola dalla cartella. Sua madre ci tiene a raggiungerla, e in fretta. Perch&eacute; per Nadia si tratta di un vero rituale fare i compiti con sua madre. &ldquo;&Egrave; la prima della classe&rdquo;, dichiara Chabba. Sospiro infastidito di Nadia: &ldquo;La seconda, mamma&rdquo;. Ed eccole faccia a faccia, ciascuna da un lato del tavolo, molto concentrate. <br \/>\n&ldquo;Allora cosa abbiamo? Hai dei verbi coniugati?&rdquo;<br \/>\n&ldquo;S&igrave;, bisogna mettere l&rsquo;infinito&rdquo;.<br \/>\n&ldquo;Allora, mi dici la frase?&rdquo;<br \/>\n&ldquo;Aspetta mamma, scrivo e poi ti dico. Ecco: &lsquo;Egli riflette&rsquo;, verbo infinito riflettere&rdquo;<br \/>\n&ldquo;S&igrave;, esatto&rdquo;. <br \/>\nQuando sar&agrave; grande, Nadia difender&agrave; le cause delle persone cieche. Cosa inventer&agrave; per semplificare loro la vita? Nadia esita. &ldquo;Che l&rsquo;autista dell&rsquo;autobus annunci le stazioni. E anche, quando si va a far la spesa, che le persone siano pi&ugrave; gentili&rdquo;. Chabba sorride dolcemente. Non far pesare la loro situazione di deficit visivo sulla loro figlia &egrave; la preoccupazione costante di Jacques e Chabba. <br \/>\nContro tutto e tutti hanno avuto una figlia. Contro il parere della famiglia di Jacques, non intenerita da una giovane e bella donna che per&ograve; accumulava dispiaceri: era al contempo disabile e algerina. Contro le loro innumerevoli apprensioni. Alla fine hanno avuto un bambino come migliaia di altre persone cieche (sono circa 60.000 in Francia, e oltre un milione le persone ipovedenti, ma il numero delle madri &egrave; impossibile da stabilire).<\/p>\n<p>Prima della nascita, le madri cieche sono inquiete e disarmate, come l&rsquo;era Chabba. Sapranno fare il bagno al beb&eacute; senza annegarlo? Trasportarlo senza farlo cadere? Dare le medicine senza sbagliare le dosi? Dargli il biberon senza affogarlo? Portarlo al parco senza che scappi? <br \/>\nAlla fine si sono scambiate un passaparola: &ldquo;Vai all&rsquo;Istituto di Puericultura di Parigi, l&agrave; c&rsquo;&egrave; una donna che pensa a noi&rdquo;. <\/p>\n<p>Queste donne, avendo paura di sbagliare, non sanno di sapere fare le cose. E invece sanno. E guardano. Sanno riconoscere il loro figlio tra mille. <br \/>\n&ldquo;&Egrave; difficile da spiegare &ndash; dice Delphine &ndash; ma io vedo bene quando lui gira lo sguardo verso di me&rdquo;. Delphine ha avuto tre figli. Quando vanno insieme al museo, &ldquo;loro mi raccontano i quadri, io li commento. Le loro descrizioni sono molto precise&rdquo;. Su questo fatto, Edith Thoueille, ha imbastito una piccola teoria personale, non scientifica. I figli di madri cieche verbalizzano meglio e prima. Sono bambini che imparano prima a sbrigarsela da soli, probabilmente perch&eacute; le madri, non vedendo gli sforzi che fanno ad esempio per afferrare un oggetto, non accorrono subito in loro aiuto. <\/p>\n<p>Al tempo stesso questa pu&ograve; essere un&rsquo;arma a doppio taglio. La piccola Clara ha imparato infatti ad appena tre anni che pu&ograve; commettere qualche marachella restando invisibile. &ldquo;Quando le chiedo cosa sta facendo, e lei mi risponde &lsquo;Non lo so&rsquo;, posso essere certa che sta facendo qualcosa di proibito&rdquo;, racconta Anne, sua madre. &ldquo;L&rsquo;altro giorno ha dipinto il cane&rdquo;. <br \/>\nOra se ne sta in silenzio, io la vedo bene, sta cercando di vuotare il sacchetto di crocchette e darle al cane, il quale trova un evidente interesse a non dare l&rsquo;allarme. Anne guarda sua figlia, le sopraciglia corrugate. <br \/>\n&ldquo;Cosa fai Clara?&rdquo;<br \/>\n&ldquo;Non lo so&rdquo;.<br \/>\n&ldquo;Lo sai che non bisogna dare le crocchette a Jodie?&rdquo;<br \/>\n&ldquo;S&igrave;, lo so&rdquo;. <br \/>\nSiamo andati a prendere Clara a scuola. Si &egrave; precipitata verso sua madre con la sua aria birichina. &ldquo;Mamma, guarda!&rdquo;, ha detto senza aspettare, mettendo intanto un sacchetto in mano a sua madre e spiegandole il contenuto. <br \/>\nLe mamme cieche raccontano tutte la stessa cosa: ancora prima di comprendere che esse non vedono, i loro figli compensano in modo istintivo il loro handicap. Si avvicinano alla bocca il cucchiaio che esse tendono nel vuoto in maniera imprecisa. Per loro, &ldquo;far vedere&rdquo; significa mettere in mano, fare toccare. E non hanno bisogno di diventare grandi per sapere che questi gesti, riservati alle loro madri non vedenti, sono inutili con le persone vedenti. <\/p>\n<p>In un piccolo appartamento di Belleville, Najat racconta la sua storia. Per terra, M&eacute;lodie fa dei versetti. Ang&eacute;lique, la figlia maggiore, &egrave; a scuola. Najat ha perso la vista quando era piccolissima. Dice che &egrave; una fortuna non avere la nostalgia di visioni che comunque non si hanno. Ha 41 anni, e le piace vestire in maniera appariscente. Non le piace ascoltare i consigli o i rimproveri di sua figlia (&ldquo;Sei brutta cos&igrave;, mamma&rdquo;), e ha delle idee tutte sue sulle forme e sui colori. &ldquo;In questo momento, vai a sapere il perch&eacute;, non sopporto il blu cielo&rdquo;. A Casablanca, dove &egrave; nata, la sua famiglia non le ha mai perdonato di essere donna, e di essere cieca. Sua madre sognava che la Francia fosse un paradiso dove nessuno era malato n&eacute; disabile. Quando la famiglia &egrave; migrata in Francia, Najat era la loro vergogna e la tenevano nascosta. &Egrave; stata un&rsquo;assistente sociale che ha obbligato i suoi genitori a mandarla a scuola, lei aveva gi&agrave; quasi 12 anni. &ldquo;Ang&eacute;lique e M&eacute;lodie mi hanno riconciliato con la societ&agrave;. Le persone del quartiere sono gentilissime con me, grazie a loro. Anche la mia famiglia mi chiama ora per chiedermi dei consigli. Senza le mie figlie sarei rimasta trasparente&rdquo;. Unico cruccio, espresso timidamente, cos&igrave;, en passant: &ldquo;Il primo sorriso di mia figlia, &egrave; l&rsquo;assistente sociale che l&rsquo;ha visto. Lei sorrideva e non ero io che la vedevo. Si pu&ograve; anche dire che si fa l&rsquo;abitudine a tutto, ma non &egrave; vero&rdquo;. <\/p>\n<p>(traduzione a cura di Valeria Alpi)<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Marion Van Renterghem &egrave; giornalista per &ldquo;Le Monde&rdquo;. 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