{"id":1365,"date":"2012-07-30T14:17:41","date_gmt":"2012-07-30T14:17:41","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1365"},"modified":"2025-07-28T09:42:59","modified_gmt":"2025-07-28T07:42:59","slug":"beati-noi-un-lavoro-che-vale-doppio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1365","title":{"rendered":"Un lavoro che vale doppio"},"content":{"rendered":"<p>Prima, serve\/i. Poi, colf, termine inventato dal sen. Giovanni Bersani come acronimo di collaboratrici\/ori familiari. Oggi, badanti. Quasi tutte donne, perch\u00e9 il lavoro di cura \u00e8 pressoch\u00e9 sempre sulle spalle delle donne, in tutte le societ\u00e0 e le culture. Le badanti sono coloro che badano. Come il mandriano bada il bestiame\u2026 perch\u00e9 nelle versioni di latino e greco del liceo \u201cbadare\u201d si trova per lo pi\u00f9 riferito a questo. Delle persone ci si prende cura, non si \u201cbadano\u201d.<br \/>\nQuesto verbo non prevede una reciprocit\u00e0 dell\u2019azione, ma nemmeno una vera e propria attivit\u00e0, perch\u00e9 badare una persona letteralmente significa vegliarla, prestarle attenzione. \u201cBada!\u201d \u00e8 un ammonimento che significa \u201cStai attento!\u201d, ma ancora una volta non c\u2019\u00e8 reciprocit\u00e0. Invece la badante non dovrebbe semplicemente stare attenta a una persona, tanto meno se questa, come nel mio caso, non \u00e8 un anziano, bens\u00ec un adulto con handicap bisognoso di cure ben pi\u00f9 ampie del cambio pannolone \u2013 preparazione brodino \u2013 pastiglina serale \u2013 messa a letto.<br \/>\nDa quando \u00e8 mancata mia mamma, di \u201cbadanti\u201d ne sono passati\/e in casa mia una quantit\u00e0 indefinita. Ma, sempre, il filo conduttore \u00e8 stata la reciprocit\u00e0 e lo scambio. Non solo prestazione d\u2019opera \u2013 salario, come in un qualsiasi altro rapporto di lavoro subordinato. Sono stati due bisogni a cercarsi e a unirsi. Il mio, di assistenza continua. Il loro\u2026 di una casa, di uno stipendio, di una nuova opportunit\u00e0 di vita, spesso lontano da casa, di un lavoro, cui in Italia si lega inscindibilmente la permanenza sul territorio per gli stranieri. Purtroppo molti di loro avevano delle carenze. Per lo meno, delle incompatibilit\u00e0 con i miei bisogni. Tante delle loro caratteristiche o esperienze mi hanno fatto pensare. Ho conosciuto Paesi e culture cos\u00ec lontane e diverse da non averle neppure sentite nominare prima. Ho incontrato fedi diverse e mi sono stupito di quante analogie avevano col mio credo. Mi sono sentito dire da un giovane africano che qua in Italia rinneghiamo la fede che abbiamo insegnato loro ad avere, quasi come se volessimo significare che a loro abbiamo trasmesso i residui delle nostre credenze che per noi non sono pi\u00f9 tali. Cos\u00ec come in Africa arrivano i nostri abiti dismessi, i farmaci avanzati e spesso scaduti, gli occhiali fuori moda, cos\u00ec abbiamo dato loro una religione di cui noi stessi non abbiamo pi\u00f9 rispetto. Ora sono loro a insegnare a noi la fede, la speranza, la carit\u00e0. Ho imparato che, se fuggi dal tuo Paese perch\u00e9 perseguitato, per avere asilo politico altrove devi rinnegare la tua identit\u00e0. Ho capito che se non possiedi i documenti e il permesso di soggiorno, non sei nemmeno considerato una persona. Ho appreso la necessit\u00e0 che chi mi assiste parli la mia stessa lingua o, almeno, la capisca. La comunicazione \u00e8 fondamentale nello scambio assistenziale. Se io non posso far comprendere i miei bisogni, a causa delle difficolt\u00e0 linguistiche, la cura di me non potr\u00e0 essere adeguata. L\u2019aspetto che pi\u00f9 mi ha fatto riflettere di questa considerazione \u00e8 il fatto che io sono un convinto assertore delle infinite possibilit\u00e0 delle forme alternative di comunicazione, specie di tutte quelle non verbali. Tuttavia, ho compreso che comunicare un pensiero, una riflessione, uno stato d\u2019animo o, in generale, qualcosa di totalmente teorico \u00e8 differente dal comunicare una necessit\u00e0 fisica. Non solo: anche nella comunicazione per cos\u00ec dire alternativa, \u00e8 comunque necessario che chi riceve la comunicazione comprenda la lingua di chi la emette. Non importa come vengono comunicati i bisogni, ma \u00e8 necessario che vengano compresi. Poi, magari, la persona anziana non ha particolari esigenze da comunicare, spesso \u00e8 demente o si accontenta di avere qualcuno che ascolti i racconti di epoche passate e di anni lontani, senza che necessariamente vi sia interazione.<br \/>\nMa io ho bisogno di qualcosa in pi\u00f9 di un cambio e una minestrina, in caso contrario il mio deficit fisico si trasformerebbe in un deficit di relazioni umane paritarie, in una mancanza di qualcosa che va oltre una difficolt\u00e0 materiale e si trasforma in un vuoto morale.<br \/>\nQuesto trovarsi di due bisogni complementari deve poter comprendere la scelta, da parte di entrambi. Spesso, la burocrazia, insieme alla necessit\u00e0, fanno passare in secondo piano la scelta. Quando una professione prevede la relazione umana in maniera cos\u00ec predominante come avviene per il lavoro di cura, anche il lavoratore deve poter scegliere il suo datore di lavoro. Non a caso, il contratto di lavoro domestico ha due caratteristiche significative. La prima, che \u00e8 tendenzialmente a tempo indeterminato. Questo \u00e8 un buon segno del non voler porre limiti di tempo fin da subito a un lavoro legato cos\u00ec strettamente ai bisogni di un\u2019altra persona, che non ha una \u201cdata di scadenza\u201d come oggi, purtroppo, quasi tutte le professioni hanno.<br \/>\nLa seconda, che per il licenziamento del lavoratore non occorre la \u201cgiusta causa\u201d. Insomma, non \u00e8 necessario che il lavoratore domestico abbia tutte le caratteristiche pi\u00f9 negative che di solito inducono il datore di lavoro al licenziamento. Semplicemente, due persone, prima ancora che due bisogni, si devono trovare. Nessuno dei due pu\u00f2 imporre all\u2019altro di piacergli, sebbene si possano imporre regolamenti lavorativi, ritmi, abitudini, convivenza. Anche il periodo di prova \u00e8 sufficientemente lungo per far s\u00ec che le incompatibilit\u00e0 risaltino. Inoltre, ho notato che spesso mi sono trovato meglio con persone di culture tanto lontane dalla mia che con altre provenienti dal quartiere accanto. Ho imparato che l\u2019essere amici con qualcuno non comporta il fatto che lo scambio di amorosi sensi che sussiste fra le due anime implichi un eguale scambio di cure e assistenza materiale. Ho capito che persone piacevolissime, in grado di offrirmi impareggiabili momenti di elevazione spirituale, non sono adatte a offrirmi similari momenti di basso aiuto sostanziale. Per contro, assistenti abilissimi non hanno saputo regalarmi pi\u00f9 di uno stiracchiato saluto, subito seguito da un\u2019accurata igiene personale che mai ha previsto la bench\u00e9 minima conversazione. Quest\u2019ultimo aspetto mi ha indotto a pensare che forse il rapporto di lavoro che intercorre fra due persone esclude di per s\u00e9 la sincerit\u00e0 del rapporto umano. In fondo, lo scambio \u00e8 del tutto materiale. Ma pu\u00f2 valere anche per il lavoro di cura?<br \/>\nDa filosofo, questa esperienza mi ha fatto pensare al concetto di cura di s\u00e9 in Foucault. Il precetto di prendersi cura di se stessi era, per i Greci, uno dei principi basilari della vita sociale e personale. Per noi, oggi, il concetto si \u00e8, in sostanza, sdoppiato. Il prendersi cura di s\u00e9 inteso come il porre attenzione al proprio corpo, al proprio aspetto, \u00e8 considerato in contrapposizione al concetto pi\u00f9 apollineo, per usare un termine nietzschiano, del coltivare adeguatamente la propria interiorit\u00e0. Il precetto delfico \u201cconosci te stesso\u201d \u00e8 stato posto in primo piano dalla nostra tradizione filosofica, come se fosse in netto contrasto con la possibilit\u00e0, contemplata, invece, dagli antichi, di conciliare le due cose, anzi, di considerarle strettamente connesse. Si pensi al concetto greco di kalokagathia, che fa corrispondere la bellezza esteriore alla bont\u00e0 d\u2019animo. Mi \u00e8 venuto spontaneo, pertanto, chiedermi se non avevano forse ragione i Greci. In fondo, se io non mi prendo cura del mio corpo, che ha dei deficit, e se non sopperisco a tali mancanze con aiuti esterni, come potrei prendermi cura della mia anima? Allora, forse, il lavoro di cura ha qualche responsabilit\u00e0 in pi\u00f9 del menage igiene \u2013 somministrazione pasti e farmaci \u2013 messa a letto. Forse, dobbiamo prendere coscienza che siamo \u201cnani sulle spalle di giganti\u201d, come diceva Bernardo di Chartres riferendosi agli antichi, e arrenderci al fatto che la cura di s\u00e9 passa a uguale velocit\u00e0 dal corpo e dallo spirito. Il corpo non \u00e8 solo la prigione dell\u2019anima, come sosteneva Platone, ma anche ci\u00f2 che permette all\u2019anima di stare ben piantata su questa terra. Dunque, chi cura il mio corpo \u00e8 colui che mi permette di avere cura della mia anima, di dedicarmi al mio otium filosofico senza preoccupazioni materiali. Insomma, bisogna che il mio \u201cbadante\u201d abbia un aumento\u2026<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Prima, serve\/i. Poi, colf, termine inventato dal sen. Giovanni Bersani come acronimo di collaboratrici\/ori familiari. Oggi, badanti. Quasi tutte donne, perch&eacute; il lavoro di cura &egrave; pressoch&eacute; sempre sulle spalle delle donne, in tutte le societ&agrave; e le culture. Le badanti sono coloro che badano. Come il mandriano bada il bestiame&hellip; perch&eacute; nelle versioni di latino e greco del liceo &ldquo;badare&rdquo; si trova per lo pi&ugrave; riferito a questo. 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