{"id":1383,"date":"2012-08-03T17:05:03","date_gmt":"2012-08-03T17:05:03","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1383"},"modified":"2025-07-28T10:44:19","modified_gmt":"2025-07-28T08:44:19","slug":"sul-grande-schermo-indietro-con-segre-avanti-con-segre-il-ruolo-del-pigiama","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1383","title":{"rendered":"Indietro con Segre, avanti con Segre: il ruolo del pigiama"},"content":{"rendered":"<p class=\"MsoNormal\">La cadenza trimestrale della rivista e l\u2019inaccessibilit\u00e0 strutturale, endemica a determinati film, l\u2019impossibilit\u00e0 di fruirne in Italia e, quindi, di scriverne, diventano involontariamente condizioni che legittimano una certa inattualit\u00e0 di questa rubrica. Raramente potremo godere di una piena contemporaneit\u00e0 tra visione e critica di una pellicola, almeno per quanto riguarda determinati titoli.<br \/>\nSpesso proprio quelli ai quali, fidandoci di quanto scritto da altri (pi\u00f9 fortunati di noi), ci piacerebbe dedicare uno spazio di critica e riflessione, perch\u00e9 presumibilmente sono proprio quelli che ci interrogherebbero con maggior forza e ostinazione, con maggiore urgenza e in cui il \u201cpotere\u201d del cinema si esprimerebbe in modo pi\u00f9 pieno. Insomma, gestiamo una sorta di libert\u00e0 coatta o, quantomeno, <i>a posteriori<\/i>: sapendo cosa non posso fare, sapendo che non potr\u00f2 fare, determino cosa sono libero di fare. Pure una ricerca paziente e testarda e la disponibilit\u00e0 di molti cineasti e case di produzione ci porta a conoscere numerosi lavori, alcuni dei quali davvero significativi e realizzati con grande scrupolo tecnico e formale, altri in cui questo elemento risulta evidentemente meno curato e sviluppato, ma che sono in grado di colpirci, emozionarci, fornirci strumenti di lettura della realt\u00e0 inaspettati, ispirarci, informarci.<br \/>\nCito tre film recenti, CIMAP! (di Giovanni Piperno), L\u2019isola dei sordobimbi (di Stefano Cattini) e Allegro Moderato (di Patrizia Santangeli), il quale prosegue un lavoro di documentazione gi\u00e0 iniziato, nel 2006, da Il sesto rigo di Raffaella Pusceddu, relativo alle attivit\u00e0 e alle personalit\u00e0 dell\u2019orchestra Esagramma di Milano. Per\u00f2, proprio per riprenderci e sfruttare a pieno (il pieno che ci \u00e8 consentito) la libert\u00e0 di cui parlavamo sopra, dedichiamo questa rubrica a un lavoro di qualche anno fa di Daniele Segre, Vestiti di Vita (2004). Precisiamo subito che il film non \u00e8 di Daniele Segre, quanto il frutto di un\u2019attivit\u00e0 laboratoriale collettiva \u201corchestrata\u201d dal regista piemontese. Il film, infatti, \u00e8 stato realizzato dagli utenti e dagli operatori del centro diurno \u201cMarco Polo\u201d di Terni secondo le modalit\u00e0 che vedremo successivamente.<br \/>\nCome scrive Stefano Rulli nel libretto che accompagna il DVD di Vestiti di Vita \u201cil cinema \u00e8 stato in alcuni casi strumento di auto-rappresentazione delle stesse persone con problemi psichici. E qui appare centrale l\u2019esperienza di Daniele Segre che da ManilaPalomaBianca, a Sto lavorando? e A proposito di sentimenti \u00e8 riuscito a sviluppare un cinema molto intimo e personale proprio nel mettersi a disposizione del mondo \u2018altro\u2019 di persone apparentemente incapaci di raccontare se stesse. Trovare un punto di equilibrio artistico tra l\u2019espressione della propria interiorit\u00e0 e il rispetto di quello della persona intervistata, soprattutto se resa pi\u00f9 indifesa da una fragilit\u00e0 psichica \u00e8 un\u2019esperienza ad altissimo rischio\u201d.<br \/>\nQuello che stupisce nei lavori di Segre \u00e8 proprio la naturalezza con la quale sembra affrontare questo rischio, svolgere gli \u201cargomenti\u201d dei suoi film ed entrare in rapporto con il \u201cmateriale umano\u201d che popola e anima i suoi lavori. Che ci si mostrano, che guardiamo nella loro trasparenza. Non ci faccia perdere di vista, questa trasparenza, l\u2019intenso e puntuale lavoro preparatorio sotteso a ognuno dei suoi film. Anzi, spesso palesato dalle scelte di regia e montaggio di Segre, ma che, nonostante o proprio grazie a questo, resta come in secondo piano, lasciando il dato \u201cnaturale\u201d, l\u2019oggetto della ripresa\/visione in superficie. In questo caso, peraltro, il percorso realizzativo e (post)produttivo \u00e8 particolarmente articolato e differisce da quello che ha caratterizzato altre pellicole del regista. E torniamo al punto di prima, ovvero alle modalit\u00e0 di realizzazione di Vestiti di Vita, che rappresentano un interessante modello di esperienza di laboratorio, per gli argomenti e la materia trattata, in campo socio-educativo, e per l\u2019approccio metodologico.<br \/>\nIl laboratorio e il video di documentazione finale, come scrive Luana Conti, curatrice del progetto, dovevano \u201crappresentare un esempio di uso sociale dell\u2019audiovisivo da utilizzare come occasione di formazione per il mondo del volontariato e come stimolo ad aggiornare e sperimentare nuovi e inusuali strumenti di lavoro\u201d.<br \/>\nSegre decide di integrare gli operatori del centro \u201cMarco Polo\u201d con pari trattamento degli utenti all\u2019interno del laboratorio: questa scelta si rivela un elemento fondamentale di tutto il percorso e dello stesso prodotto conclusivo. Propone anche di far ruotare tutto il laboratorio attorno al cambio di abiti e ambienti, suggerendo una lista di oggetti da portare all\u2019interno della sede del centro come possibili \u201cgeneratori di contesto\u201d. L\u2019idea \u00e8 quella di smuovere, senza scardinarli, routine, ruoli e immagini consolidati all\u2019interno del centro, introducendo degli \u201celementi dissonanti\u201d che possano, appunto, innescare dinamiche nuove e imprevedibili. \u00c8 questa la ragione per cui, nel corso del documentario, vediamo operatori e utenti del \u201cMarco Polo\u201d dapprima in pigiama, poi in abiti civili, poi ancora in eleganti vestiti da sera. Allo stesso tempo, questa scelta fornisce un elemento ritmico evidente e riconoscibile alla narrazione e un cardine al racconto. Si pone, quindi, come creatrice di senso, di significati potenziali, latenti, di contesto e di forma.<br \/>\nSecondo quanto viene ricostruito nel libretto che accompagna il DVD (materiale descrittivo e diario di viaggio molto interessante e stimolante), le riprese sono iniziate in abiti civili, con una \u201cfoto di gruppo\u201d dalla quale, uno alla volta, i componenti emergevano per presentarsi e affermarsi come soggetti singoli. Successivamente la presentazione \u00e8 proseguita in circolo e ognuno ha esposto \u201cci\u00f2 che sa fare\u201d, storie quotidiane, passioni, abitudini. Cambiando luogo\/scena e indossando il pigiama, ci si \u00e8 avvicinati ad aspetti pi\u00f9 intimi delle persone coinvolte nel laboratorio. \u201cCome ti senti in pigiama? Quali ricordi ti evoca il pigiama? E questo pigiama in particolare?\u201d. Domande semplici che dovevano stimolare ricordi, immagini ed evocare altri luoghi e persone, legami, le difficolt\u00e0 passate, quelle presenti.<br \/>\nLa foto di gruppo in pigiama accompagna poi i partecipanti verso un\u2019altra situazione, la rappresentazione collettiva di vari stati d\u2019animo: il risveglio, la risata, la rabbia, la tristezza. La stanza diventa un luogo carico di emozioni. Una forte energia passa dall\u2019uno all\u2019altro: si crea un terreno di condivisione significativo tra persone che, se quotidianamente convivono, non per questo si \u201cfrequentano\u201d, si condividono, si dedicano all\u2019altro. O, meglio, spesso questa condivisione avviene entro strutture, griglie rigide che escludono e proteggono da certi livelli di conoscenza reciproca. Le riprese sono continuate con la sfilata delle donne in pigiama e i commenti degli uomini in fila, pronti ad accoglierle. Poi, in un angolo arredato con un letto, un comodino e un quadro sullo sfondo, a turno i partecipanti hanno raccontato i sogni della notte precedente e quelli pi\u00f9 ricorrenti. Anche qui l\u2019intento era quello di cercare, attraverso l\u2019espressione di qualcosa di s\u00e9, delle corrispondenze, delle risonanze con e negli altri, un\u2019apertura di se stessi e verso un nuovo rapporto con se stessi. Dall\u2019individuale al collettivo, di nuovo: un girotondo, momento armonico e ludico.<br \/>\nAl centro del cerchio, chiuso dalle mani intrecciate degli altri, ognuno allora trova la forza per dare un nome alle proprie paure e ai propri bisogni. L\u2019ultima serie delle riprese \u00e8 stata dedicata alle persone in abiti eleganti: dapprima i partecipanti hanno fatto sfoggio delle rispettive <i>mises, <\/i>poi, dopo una seconda passerella\/presentazione, questa volta pi\u00f9 convinta, sicura della prima, si \u00e8 passati alla rievocazione singolare di momenti in cui ci si \u00e8 vestiti in modo elegante, in occasione di cerimonie, feste, per andare in sala da ballo\u2026<br \/>\nMolto interessante anche il modo in cui \u00e8 avvenuto il montaggio. Sono state costruite delle cassette individuali dei singoli partecipanti in cui \u00e8 stato raccolto tutto ci\u00f2 che, tra le immagini girate, li riguardasse. Questo per pi\u00f9 ragioni: fornire agli operatori uno strumento di lavoro, agli utenti uno strumento di autovalutazione e dare a tutti la possibilit\u00e0 di selezionare le proprie parti da inserire nel video finale. In base al girato selezionato dai singoli partecipanti \u00e8 stato realizzato il montaggio, che doveva cercare di ricavare (ricamare), estrarre una narrazione da materiale in parte frammentario. L\u2019ordine delle riprese non viene rispettato, il video si apre con le scene in pigiama: Segre parte dall\u2019interno e ci mostra gli amici di \u201cMarco Polo\u201d prima nel loro coraggio e nella loro debolezza e solo dopo li contestualizza, quando ormai le notizie sulla loro vita risultano quasi superflue o comunque incapaci di offuscare con qualunque forma di pregiudizio il loro ritratto. In pigiama si annullano ruoli e funzioni: solo dopo si specifica chi \u00e8 utente e chi operatore e l\u2019orizzontalit\u00e0 veramente praticata nel laboratorio trova la sua rappresentazione metaforica anche alla documentazione.<br \/>\nNe risulta un lavoro che vive delle sue \u201cimperfezioni\u201d, costruito con soli stacchi, senza artifici eccessivi, senza commento musicale, che si lascia penetrare, vivere e \u201cvitalizzare\u201d dalla realt\u00e0, dall\u2019effettivit\u00e0 di quanto successo nei tre giorni di riprese e riesce a restituirne la pregnanza, la profondit\u00e0. Un film intensamente, poeticamente e <i>collettivamente segriano<\/i>.<i> <\/i><\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n<p class=\"MsoNormal\"><b>Vestiti di Vita<br \/>\n<\/b>Laboratorio di Daniele Segre al Centro Diurno \u201cMarco Polo\u201d di Terni<br \/>\nDurata: 39\u2019<br \/>\nRealizzato da: gli utenti e gli operatori del centro \u201cMarco Polo\u201d<br \/>\nRiprese audio\/video: stagisti volontari dell\u2019Universit\u00e0 di Terni: Simone Fratini, Riccardo Palladino<br \/>\nAssistente tecnico riprese e postproduzione: Marco Coppoli<br \/>\nMontaggio: Francesco Locci<br \/>\nResponsabile e curatrice del progetto: Luana Conti<br \/>\nProduzione: Ce.S.Vol. Terni<br \/>\nNazionalit\u00e0: Italia<br \/>\nAnno: 2004<br \/>\n\u00c8 possibile richiedere il DVD al Ce.S.Vol. di Terni<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La cadenza trimestrale della rivista e l&rsquo;inaccessibilit&agrave; strutturale, endemica a determinati film, l&rsquo;impossibilit&agrave; di fruirne in Italia e, quindi, di scriverne, diventano involontariamente condizioni che legittimano una certa inattualit&agrave; di questa rubrica. 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