{"id":175,"date":"2009-11-04T17:05:00","date_gmt":"2009-11-04T17:05:00","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=175"},"modified":"2025-11-24T12:23:27","modified_gmt":"2025-11-24T11:23:27","slug":"tra-centri-professionali-e-laboratori-protetti","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=175","title":{"rendered":"4. Tra centri professionali e laboratori protetti"},"content":{"rendered":"<p>Il mancato inserimento lavorativo, o il non concludere l&#8217;iter scolastico, possono dipendere da diversi fattori. Vi possono concorrere cause esterne, o problematiche legate alla gravit\u00e0 dell&#8217;handicap.<!--break--> Se il soggetto diversamente abile giunge a questo punto, viene preso in carico dall&#8217;Ausl, che tra le varie soluzioni a sua disposizione pu\u00f2 scegliere di avviarlo verso i corsi di formazione professionale, fino al raggiungimento del diciottesimo anno di et\u00e0, e poi di inserirlo in un Centro di lavoro protetto.<br \/>\nI corsi di formazione professionale conducono gli allievi che vi partecipano su un cammino fatto di esperienze cognitive e di relazioni interpersonali al fine di svilupparne le capacit\u00e0 di autonomia e di interrelazione. I corsi dovrebbero preparare al lavoro, all&#8217;inserimento nella fabbrica, o in qualsiasi altra struttura produttiva.<br \/>\nI centri di lavoro protetto sono invece dedicati a chi, disabile, pur avendo concluso il percorso formativo, obbligatorio fino al diciottesimo anno di et\u00e0, non \u00e8 riuscito ad inserirsi in una azienda.\u00a0 Ma non solo.<br \/>\nAll&#8217;interno del tessuto sociale e produttivo un centro di lavoro protetto ha diverse funzioni. Pu\u00f2 rappresentare lo strumento per il recupero e il conseguimento di maggiori abilit\u00e0 da spendere nel mondo lavorativo, o farsi carico di una funzione di ammortizzatore, in grado di alleggerire i problemi dei familiari della persona diversamente abile. Altrimenti possiamo intenderlo anche come una camera di decompressione, viste le difficolt\u00e0 oggettive che un disabile incontra nel collocamento all&#8217;interno delle aziende del mondo del lavoro &#8220;normale&#8221;.<br \/>\nPer capire come funzionano ne abbiamo visitato uno, gestito dall&#8217;Opera dell&#8217;Immacolata di Bologna.<br \/>\nL&#8217;Opera, diretta da don Saverio Aquilano, ora fondazione come statuto giuridico, ha una storia antica. Nasce nel 1845. Le origini la vedono impegnata nel dare aiuto ai giovani diseredati. Continua cos\u00ec la sua funzione sociale fino al 1957, quando nasce il Comitato bolognese formazione professionale giovani lavoratori, una libera associazione che vede al suo interno figure come Luigi Pedrazzi e Giuseppe Dossetti. Il comitato promuove la formazione al lavoro per le classi disagiate, e collabora con l&#8217;Opera Pia, proprietaria degli stabili dove vengono tenuti i corsi. Una sinergia tra chi ha il capitale e chi ha le idee.<br \/>\nNel 1968 (\u00e8 l&#8217;anno del varo delle leggi 482\/68 per il collocamento al lavoro, e della 118\/68 per la formazione professionale dei disabili) l&#8217;Opera decide di affrontare il problema delle persone con deficit mentale. Un&#8217;attivit\u00e0 portata avanti fino ai nostri giorni.<br \/>\nDue sono i rami d&#8217;attivit\u00e0: il Centro di lavoro protetto, e il Centro di formazione professionale.<br \/>\nConfermando il frazionamento, che francamente appare eccessivo, tra le competenze delle strutture pubbliche nei riguardi delle problematiche legate all&#8217;handicap, il Centro di lavoro protetto riceve i finanziamenti necessari al suo funzionamento dall&#8217;Ausl, mentre l&#8217;attivit\u00e0 della formazione \u00e8 a carico della Provincia.<br \/>\nL&#8217;obbiettivo ultimo per i due rami d&#8217;attivit\u00e0 \u00e8 quello dell&#8217;inserimento nel mondo produttivo vero e proprio.<br \/>\n&#8220;Il lavoro ha finalit\u00e0 formative, migliora la sicurezza, la stima di s\u00e9, la capacit\u00e0 di essere autonomi. Questa \u00e8 la proposta centrale&#8221;. Cos\u00ec afferma Walter Baldassarri, direttore dei Laboratori protetti dell&#8217;Opera. Al loro interno, conto terzi per aziende dell&#8217;hinterland, vengono effettuati lavori di confezionamento, montaggio, prevedendo anche l&#8217;uso di macchine utensili. &#8220;Lavoro vero&#8221;, tiene a precisare Baldassarri. Con tempi di consegna da rispettare, e controlli per la qualit\u00e0 del prodotto. \u00c8 prevista anche una forma di retribuzione, che all&#8217;Opera chiamano indennit\u00e0 di presenza. Il denaro incassato dalle commesse viene redistribuito secondo un principio egualitario basato sul numero delle presenze sul posto di lavoro. Ogni disabile incassa annualmente un migliaio di euro.<br \/>\nPer la Oma Bargellini vengono assemblate prese elettriche, per una azienda di Ponte Ronca vengono montate valvole antiriflusso, per la Italfarad vengono confezionati carburatori. L&#8217;et\u00e0 media per i disabili mentali dell&#8217;Opera \u00e8 indirizzata verso l&#8217;alto. Si va dai trent&#8217;anni ai sessanta. E non potrebbe essere diversamente. I pi\u00f9 giovani seguono ancora il percorso della formazione, o vengono inseriti in azienda attraverso borse lavoro, mentre per i casi pi\u00f9 gravi \u00e8 prevista la frequenza in centri diurni.<br \/>\nComplessivamente sono assegnati al centro 120 disabili. Il rapporto con gli educatori \u00e8 di uno a dieci. Altri 17 operatori assolvono a compiti di accompagnamento, o contribuiscono a dare vita agli atelier di teatro, ceramica, informatica e cucina.<br \/>\nDalle 8.30 del mattino, fino alle 17 circa del pomeriggio, per cinque giorni alla settimana, i momenti di lavoro si alternano all&#8217;integrazione formativa attraverso la frequenza negli atelier.<br \/>\nQuattordici utenti frequentano il laboratorio di ceramica, mentre sono in tredici quelli che si trasformano in attori all&#8217;interno dell&#8217;atelier di teatro, realizzato in collaborazione con la compagnia Camelot. Entrambi gli atelier hanno frequenti momenti di contatto e confronto con il mondo esterno. Niente pietismo, insomma, ma il tentativo apparentemente riuscito di offrire al pubblico un prodotto artistico, compiuto sia tecnicamente che nei contenuti.<br \/>\nEntrare nei laboratori dell&#8217;Opera di via Decumana e di via del Carrozzaio, rimanda ad una dimensione di officina artigiana anni &#8217;80. Macchine utensili un poco antiquate ma efficienti, gruppi di lavoro raccolti intorno a isole di produzione fatte di tavoli da lavoro attaccati gli uni agli altri. Si mettono insieme prese elettriche, o si assemblano sifoni. L&#8217;arrivo del &#8220;giornalista&#8221; \u00e8 accolto con interesse. Strette di mano e baci sulle guance vengono riservate al visitatore. C&#8217;\u00e8 aria di cordialit\u00e0, e di famiglia. Allo stesso tempo, come ci fa notare Emma, nome di fantasia per una operatrice, stiamo entrando in contatto con persone, affette s\u00ec da deficit mentale, ma in maniera lieve. Ovvero siamo in contatto con individui che si rendono conto della loro condizione di handicap. E spesso ne soffrono. L&#8217;entrata dello straniero rappresenta la metafora dell&#8217;ingresso del mondo esterno nella loro vita. Accende speranze, rinfocola i sogni sepolti nel fondo del cassetto. Non \u00e8 una forzatura fare il parallelo con la routine che appartiene alla vita dei &#8220;normali&#8221;, anche loro sempre alla ricerca di novit\u00e0 che rendano un senso alla realt\u00e0 del vivere. Anche qui \u00e8 lo stesso. Una pulsione che ci viene confermata, anche se in maniera empirica, dal desiderio di molti utenti, di andare a spendere la pausa pranzo nelle mense delle aziende &#8220;vere&#8221;. Come a volersi disegnare un&#8217;identit\u00e0 di lavoratore meno ai margini possibile.<br \/>\nNulla da eccepire sulla qualit\u00e0 dei centri visitati, ma gli interrogativi restano. Quali sono i criteri che regolano la collocabilit\u00e0 dei \u201cdiversamente abili\u201d? Qui ne abbiamo visti alcuni lavorare egregiamente, con buon controllo motorio, e rapidit\u00e0 esecutiva nelle mansioni assegnate. E, come confermato dalle biografie di alcuni di loro, all&#8217;interno del centro sono presenti anche figure di ritorno, reduci da inserimenti aziendali magari riusciti, e poi conclusi per cause diverse: il trasferimento dell&#8217;azienda o la sua chiusura; l&#8217;impossibilit\u00e0 di assicurare il trasporto del lavoratore sul luogo di produzione; l&#8217;aggravamento della condizione di handicap del disabile. Qualche volta sono le famiglie stesse a preferire il collocamento all&#8217;interno dei Centri di lavoro protetto, piuttosto che in fabbrica. Per evitare &#8220;noie&#8221;, o perch\u00e9 per pregiudizio culturale credono troppo poco alle possibilit\u00e0 di recupero del congiunto.<br \/>\nDal 1968 al 1998 (fonte interna) l&#8217;Opera dell&#8217;Immacolata ha inserito nel tessuto produttivo bolognese 300 lavoratori con deficit mentale lieve. Le borse lavoro, attivate dall&#8217;Opera per il 2004 sono 2.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il mancato inserimento lavorativo, o il non concludere  l&#8217;iter scolastico, possono dipendere da diversi fattori. 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