{"id":180,"date":"2009-11-04T17:05:02","date_gmt":"2009-11-04T17:05:02","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=180"},"modified":"2009-11-04T17:05:02","modified_gmt":"2009-11-04T17:05:02","slug":"non-vorrei-esser-nato-mai","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=180","title":{"rendered":"\u201cNon vorrei esser nato mai&#8230;\u201d"},"content":{"rendered":"<p>Riflessioni sulla disabilit\u00e0 come stigma che contrassegna in modo indelebile e irreversibile<!--break--><\/p>\n<p>Eccomi qua. Disteso sul letto. Con questo corpo sgraziato (privo veramente di grazia), piegato e piagato. Le gambe atrofiche e rinsecchite, i piedi ricurvi, le braccia perennemente ripiegate e i polsi curvi in modo innaturale. I movimenti a scatto, apparentemente bruschi, impossibilitati a gesti e a movenze fluide. Lo scatto della mandibola che impedisce alla parola di trovare un suo senso. Fisso il muro bianco che mi trovo in alto e penso&hellip;io non sono questo corpo, io sono una cosa, un organismo, tutti mi vedono come un organismo. Sono &ldquo;sezionato&rdquo;, diviso, scomposto, separato. Io &ldquo;sono&rdquo; un corpo malato, una cosa ammalata, sono inefficiente, malandato e sofferente, sono squilibrato e sbilanciato, malfermo e disarmonico. Non c&rsquo;&egrave; sguardo di desiderio su questo corpo, non c&rsquo;&egrave; struggimento, ansia o bramosia in cui perdere i propri sensi. Respiro e solo ascolto il silenzio. Sento un battito lento e regolare; &egrave; un suono sordo, cupo, lieve. Nelle profondit&agrave; della carne continua il suo interminabile pulsare, nessuno mai ha sentito l&rsquo;eco di questa vibrazione, &egrave; un suono segreto, celato e riposto. La finestra &egrave; aperta, spira il vento e la brezza; ecco, solo loro mi accarezzano, non gli ripugna sfiorarmi il corpo delicatamente, serpeggiare fra le mie dita, scompigliare i capelli e insinuarsi fra le pieghe pi&ugrave; segrete. Chiudo gli occhi e lascio che ogni fibra del mio corpo assapori il brivido delicato dato dal vento e porti con s&eacute; un segreto d&rsquo;amore.<br \/>  Ho bisogno di un dono, il dono di uno sguardo d&rsquo;amore, uno sguardo di memoria e di ricordo, ma so che rester&ograve; da solo su questo letto lindo e con un pensiero che si dipinge nella mia mente e che dice: non vorrei essere nato mai&hellip; <\/p>\n<p>Questo post pubblicato su un forum di un sito di disabili evidenzia in modo quasi tangibile la sofferenza, la disperazione, la solitudine e finanche l&rsquo;alienazione a cui pu&ograve; portare una condizione esistenziale che &egrave; quella della disabilit&agrave;.<br \/>  In questo breve scritto cercher&ograve; di delineare alcuni orizzonti tematici che riguardano in specifico il tema dell&rsquo;handicap e come questo si declina nell&rsquo;esperienza di chi si trova in una condizione di minoranza.<br \/>  La condizione di minoranza in questo caso non viene attribuita per ragioni di tipo etnico, razziale o di genere, ma riguarda una diversit&agrave; relativa al corpo. Un corpo che non &egrave; con-forme, anzi &egrave; de-forme, quindi al di fuori di una &ldquo;forma&rdquo; culturalmente costruita e che non risponde ai criteri di efficienza, di salute, di utilit&agrave; e funzionalit&agrave; richieste in un contesto produttivo e di consumo.<br \/>  La disabilit&agrave;, una presunta minorazione fisica diventa quindi uno stigma, un marchio che contrassegna in modo indelebile e irreversibile l&rsquo;individuo che ne &egrave; portatore. <\/p>\n<p><strong>Origini dello stigma<\/strong><br \/>La convivenza civile, l&rsquo;intersecarsi e il contrapporsi di diversi interessi, visioni del mondo, valori e ideali genera delle tensioni che se non controllate possono destabilizzare un sistema sociale e quindi impedirne il suo funzionamento. Queste tensioni, possibili generatrici di violenza e di effetti destabilizzanti, vengono esorcizzate attraverso rituali che ne consentono una &ldquo;catarsi&rdquo; e le depotenziano delle loro cariche &ldquo;eversive&rdquo;. Ben conoscevano la questione i Greci che gi&agrave; nell&rsquo;antichit&agrave; effettuavano riti che <\/p>\n<p>&ldquo;recitando, ritualizzando, sublimando la violenza, si cercava una via d&rsquo;uscita alla violenza stessa [&hellip;] Ad Abdera, nella Grecia classica, l&rsquo;intera comunit&agrave; si purificava attribuendo ad un individuo designato il ruolo di capro espiatorio (pharmak&ograve;s): lo si nutriva abbondantemente e poi lo si inseguiva a colpi di pietre fino ai confini del territorio della citt&agrave;&rdquo; . <\/p>\n<p>Non &egrave; un caso che l&rsquo;etimo di &ldquo;capro espiatorio&rdquo; sia pharmak&ograve;s che &egrave; lo stesso di farmaco, di medicina, ma anche di veleno. Il capro espiatorio diventa una sorta di medicamento, di farmaco contro le possibili esplosioni di violenza date delle tensioni o nei vari momenti critici di crisi. E&rsquo; da tenere presente che secondo l&rsquo;antropologo Ren&eacute; Girard (La violenza e il sacro, 1972) la ricerca del capro espiatorio per farne un assassinio sacrificale &egrave; all&rsquo;origine e a fondamento delle societ&agrave; umane in quanto la violenza viene circoscritta e ritualizzata, confinandola su un elemento che si presta a tale sacrificio e impedendo quindi che la violenza dilaghi. Dato che il processo di sacrificazione &egrave; ritualizzato, il capro espiatorio si carica di elementi mitici e spesso gli vengono riconosciuti attributi divini, ponendolo in una dimensione di tipo sacrale e non riconoscendolo pi&ugrave; come &ldquo;umano&rdquo;. Di questo aspetto di divinizzazione vedi paragrafo sullo stigma morale.<br \/>  La designazione, la ricerca di un capro espiatorio &egrave; cosa oramai ben risaputa, ma ci sono alcune categorie di persone che per le loro caratteristiche si prestano meglio di altri ad essere additati come elementi impuri e quindi sacrificabili per il bene collettivo. Queste persone vengono quindi stigmatizzate per poter essere riconosciute come tali e come tali essere trattate.<br \/>  Il termine stigma deriva dal greco st&iacute;gma, deriv. di st&iacute;zein che significa marcare, pungere, e secondo Goffman (Stigma, l&rsquo;identit&agrave; negata, 1963)<\/p>\n<p>&ldquo;stigma indica quei segni fisici che caratterizzano quel tanto di insolito e criticabile della condizione morale (corsivo mio) di chi li ha&rdquo; . <\/p>\n<p>Goffam continua: <\/p>\n<p>&ldquo;Si possono elencare, grosso modo, tre tipi diversi di stigma. Al primo posto stanno le deformazioni fisiche; al secondo gli aspetti criticabili del carattere che vengono percepiti coma mancanza di volont&agrave;, passioni sfrenate o innaturali, credenze malefiche e dogmatiche, disonest&agrave; [&hellip;] Infine ci sono gli stigmi tribali della razza, della nazione, della religione&rdquo; <\/p>\n<p>Goffman asserisce che ogni contesto sociale stabilisce le caratteristiche che devono essere manifestate da un individuo per poter dimostrare di appartenere a tale contesto. In una situazione sociale (relazionale) in cui ci si incontra &egrave; possibile che l&rsquo;aspetto di una persona permetta di stabilire a quale categoria appartenga. Gli si attribuisce, in altri termini, una &ldquo;identit&agrave; sociale&rdquo;. Quest&rsquo;ultima pu&ograve; essere determinata da una serie di attribuzioni presupposte che non necessariamente corrispondono ai fatti. A volte, o forse spesso, sono frutto di proiezioni, pregiudizi, convinzioni e convenzioni fino a creare dei veri e propri stereotipi. <br \/>  Quando ci si trova di fronte ad un &ldquo;estraneo&rdquo; che possiede un attributo che lo rende diverso dalla categoria a cui dovrebbe corrispondere<\/p>\n<p> &ldquo;nella nostra mente viene declassato da persona completa a cui siamo comunemente abituati, a persona segnata, screditata. Tale attributo &egrave; uno stigma [grassetto mio], specialmente quando ha la capacit&agrave; di esercitare un profondo effetto di discredito. [&hellip;] Un individuo che potrebbe essere facilmente accolto in un ordinario rapporto sociale possiede una caratteristica su cui si focalizza l&rsquo;attenzione di coloro che lo conoscono alienandolo da lui, spezzando il carattere positivo che gli altri suoi attributi potevano avere. Ha uno stigma, una diversit&agrave; non desiderata rispetto a quanto noi avevamo anticipato. <\/p>\n<p>In questo caso sembrerebbe attuarsi lo scambio fra la pars pro toto, avvitando l&rsquo;attributo negativo come asse esistenziale e disconoscendo di conseguenza tutti gli altri attributi della persona. Lo stigma stesso agirebbe ricorsivamente come una lente di ingrandimento che si focalizza su s&eacute; stessa dilatando e permeando l&rsquo;attributo negativo anche su tutti gli altri aspetti. Succede per esempio e con una certa frequenza, restando nel campo della disabilit&agrave;, di rilevare che le azioni, gli atti sociali svolti da una persona disabile vengano letti in funzione della disabilit&agrave;, come se quest&rsquo;ultima fosse l&rsquo;unico parametro in grado di dar conto delle possibilit&agrave; espressive della persona cosiddetta disabile.<br \/>  Questo attributo negativo, la disabilit&agrave;, l&rsquo;handicap che allontana dalle aspettative normative comporta un processo di discredito dovuto alla &ldquo;visibilit&agrave;&rdquo; dello stigma in cui la soggettivit&agrave; viene negata e con essa la disconferma di persona umana.<br \/>  E&rsquo; sempre Goffam che afferma:<\/p>\n<p>&ldquo;Per definizione, crediamo naturalmente che la persona con uno stigma non sia proprio umana [grassetto mio]. Partendo da questa premessa, pratichiamo diverse specie di discriminazioni, grazie alle quali gli riduciamo, con molta efficacia anche se spesso inconsciamente, le possibilit&agrave; di vita.&rdquo;<br \/>Andr&ograve; ora ad esaminare in specifico due tipi di stigma, quello morale e quello medico, che si sono premuniti o a cui &egrave; stata affidata la delega della &ldquo;gestione&rdquo; della devianza dovuta allo stigma.<\/p>\n<p><strong>Stigma morale<\/strong><br \/>  Uno degli stereotipi pi&ugrave; radicati &egrave; profondi inerenti una condizione di disabilit&agrave; fisica (ma anche quella psichica) &egrave; quello relativo alla colpa. <br \/>  Alla persona con uno stigma fisico viene attribuita come causa del suo stigma una colpa &ldquo;originaria&rdquo; (a volte riferita anche ad una vita precedente!); una trasgressione, un peccato originale che deve essere espiato attraverso le conseguenze che comporta il suo essere diverso. Questa colpa primaria &egrave; &ldquo;impressa&rdquo;, visibile e naturalmente pi&ugrave; &egrave; grave la colpa commessa, pi&ugrave; grave &egrave; la punizione (pi&ugrave; sar&agrave; grave il livello della disabilit&agrave;). Non &egrave; un caso che siano state le istituzioni religiose ad occuparsi in prima persona delle persone stigmatizzate fisicamente, in quanto il loro &ldquo;essere&rdquo; era (&egrave;) ammantato da una colpa morale e come tale &egrave; di pertinenza dell&rsquo;ambito religioso farsene carico. A questo riguardo posso riportare un&rsquo;esperienza diretta che esemplifica in modo chiaro questo tema. Ai tempi della mia istituzionalizzazione presso un centro religioso, all&rsquo;et&agrave; di 7, 8 anni chiedemmo alla nostra assistente, che era una suora, il perch&eacute; della nostra condizione. La risposta, sorprendente (ma non pi&ugrave; di tanto), fu che dato che dio nella sua onniscienza aveva &ldquo;visto&rdquo; che noi eravamo incamminati (sic!) su una cattiva strada, si era premunito di &ldquo;fermarci&rdquo; attraverso l&rsquo;handicap. In questo modo ci era chiaro che noi eravamo intrinsecamente malvagi e quindi stavamo pagando una colpa supposta, un reato presunto, e quindi siamo stati condannati ancor prima di commettere il reato. Strano modo di fare prevenzione! Lascio all&rsquo;immaginazione del lettore le possibili conseguenze che ne possono derivare su una mente di un bambino. <br \/>  Sono decine gli episodi che potrei riferire, ma per rimanere all&rsquo;attualit&agrave; riporto una testimonianza riferitami da una persona partecipante ai gruppi di auto-mutuo-aiuto per disabili; questi raccontava un episodio in cui una famiglia con un bambino gravemente disabile veniva &ldquo;consolata&rdquo; da un prete con le seguenti parole &ldquo;Voi dovete essere orgogliosi del fatto che dio vi abbia mandato un dono cos&igrave; grande!!&rdquo;. C&rsquo;&egrave; da farsi venire dei seri dubbi teologici sulla bont&agrave; infinit&agrave; del dio cristiano!<br \/>  Il tema di un contatto diretto con una dimensione sovrumana, trascendente lo si rileva\/va anche dal fatto che si ritiene\/va che la condizione di disabilit&agrave; porta di necessit&agrave; ad essere &ldquo;pi&ugrave; vicini a dio&rdquo;; messaggio questo che viene\/veniva reiterato continuamente anche nei contesti sociali pi&ugrave; disparati. Ma questo tipo di credenza &egrave; pi&ugrave; diffusa di quanto non si pensi; scrive infatti, M. Bacchiega in Abstracta: <\/p>\n<p>&ldquo;Presso gli arabi un&rsquo;antica credenza popolare, tuttora viva, ritiene che un&#8217;andatura claudicante sia la conseguenza positiva di un contatto con lo spirito (corsivo mio). Zoppo era anche il dio Egiziano Ptah &#8211; e Harpocrate, fratello del dio Horus, era nato &quot;debole agli arti inferiori&rdquo; In una storia antica Zeus appare mutilato dal drago Tifone che gli aveva tagliato i tendini. Ma zoppicare ha un preciso significato: camminare con un solo piede, saltellare, inciampare, &egrave; universalmente riconosciuto come il simbolo di un&rsquo;asimmetria probabile causa di caduta (corsivo mio). Con la caduta si verifica un coinvolgimento pi&ugrave; intenso con la terra, &#8211; Madre divina e un contatto pi&ugrave; completo con le sue profondit&agrave; includendo il mondo dei morti. La camminata asimmetrica irregolare dell&#8217;uomo con un piede deforme rientra nel quadro del camminare &#8216;diverso&rsquo;, del camminare &lsquo;altro&rsquo; che &#8211; come il passo strascicato del vecchio &#8211; ha gi&agrave; contatto con il mondo sotterraneo delle ombre. Il significato preciso dello zoppicare &egrave; riferito, quindi, al morire.&quot; <\/p>\n<p>E anche T. G. Gallino nel suo libro &ldquo;La ferita e il re&rdquo; dice: &quot;Un altro modo maschile e mitico di mostrarsi ciclici, non drammatico come la morte o la scomparsa annuale, ma ugualmente vistoso e &lsquo;magico&rsquo; &egrave; stato quello di camminare zoppicando. L&#8217;andatura da zoppi in un mondo in cui il camminare era un evento piano e senza scosse, poteva dare una sensazione di ciclicit&agrave; e di periodicit&agrave; che differenziava dai comuni mortali (corsivo mio) e ricordava inconsciamente certi fenomeni cosmici (si pensi ad esempio al movimento ritmico delle onde del mare, o anche al muoversi cadenzato delle ali degli uccelli, ora verso l&#8217;alto ora verso il basso). L&#8217;uomo che zoppicava appariva, in modo alterno, alto o basso. Ora pi&ugrave; vicino al cielo, ora pi&ugrave; vicino alla terra. Inoltre si appoggiava spesso ad un bastone, che gli conferiva simbolicamente il potere del comando e lo faceva diventare, come nell&rsquo;enigma che la Sfinge aveva posto ad Edipo, l&#8217;unico &lsquo;animale al mondo che cammina a tre gambe&rsquo; diverso, forse anziano ma anche pi&ugrave; saggio e autorevole. Per questo tanti profeti e veggenti maschi sono zoppi, per nascita o per una ferita al piede o all&rsquo;anca. Il loro procedere ciclico o alternato pu&ograve; evocare infatti, in modo simbolico, la ciclicit&agrave; femminile. Per nascita (o perch&eacute; Zeus l&#8217;aveva scaraventato dall&#8217;Olimpo) era storpio e zoppo il greco Hefesto (Vulcano), capace di costruire armi magiche e meravigliose che rendevano invincibile chi le indossava. Il dio egizio Horus e l&#8217;eroe Edipo, che nella vita persero il primo un occhio, il secondo la vista, zoppicavano dalla nascita. Horus era nato &lsquo;incompleto&rsquo; e storpio; Edipo, il cui nome significa &lsquo;piede gonfio&rsquo;, zoppicava per le ferite ai piedi che il padre gli aveva procurato. Anche Giacobbe, come riferisce la Bibbia, venne ferito durante un combattimento. Giacobbe fu ferito mentre lottava con Dio (un uomo o angelo che egli riconoscer&agrave; come Dio). E Giacobbe zoppic&ograve; per sempre poich&eacute; aveva visto, come egli stesso disse, &#8216;Dio in faccia&rsquo;&rdquo; <\/p>\n<p>A quanto pare sembra esserci una corsia preferenziale per i disabili verso le strade della trascendenza. Lo stigma morale ad ogni modo &egrave; trasversale, non rappresentativo solo delle istituzioni religiose, in quanto lo si ritrova anche nel &ldquo;comune sentire&rdquo; e fa riscontro al tema sopra accennato della divinizzazione del capro espiatorio. Chi porta addosso quindi lo stigma dell&rsquo;handicap, entra di diritto, in una dimensione mitica, non umana e quindi facilmente incolpabile. Non essendo umano gli si possono attribuire colpe senza per questo farsi un senso di colpa. La reificazione annulla le differenze soggettive, ingabbia le persone in identit&agrave; immobili e immutabili, nega l&rsquo;individualit&agrave; ed esalta le differenze in negativo per aumentarne le distanze. Il processo di reificazione non &egrave; monopolio di una categoria come quella morale ma, come andremo a vedere, pu&ograve; essere affidato ad altri &ldquo;professionisti&rdquo;, nella fattispecie il potere medico, collaborante nel controllo e gestione dello stigma.<\/p>\n<p><strong>Stigma medico<\/strong><br \/>  Nel 1795 lo psichiatra Pinel, considerato il padre della psichiatria moderna, entrava alla Salpetriere, un lazzaretto in cui erano ricoverate 7000-8000 donne in condizioni inumane e &ldquo;Le sottrae alla carit&agrave; delle confraternite cristiane e li affida per la prima volta alla scienza&rdquo; L&rsquo;isteria assurgeva ad un nuovo paradigma: non pi&ugrave; &ldquo;utero mobile&rdquo; che nel suo movimento arrivava alla testa provocando i tipici sintomi isterici ma &ldquo;malattia&rdquo; di tipo neurologico che comportava paralisi di diverso grado. Con Pinel in psichiatria, con Kock (scopritore del bacillo della TBC) e Fleming (scopritore della penicillina) nel campo della medicina, &egrave; l&rsquo;inizio dell&rsquo;era medica scientifica che sull&rsquo;onda del positivismo imperante ritiene di spazzare via ogni forma di superstizione e iniziare una nuova era basata sulle prove empiriche e sperimentali. Ed &egrave; a partire da questo periodo che eventi considerati naturali vengono medicalizzati: nascita, morte, comportamenti di vita, sessualit&agrave;, salute e quant&rsquo;altro ricadono sotto il potere della medicina che ne definisce i termini e ne stabilisce le norme. Diagnosi, prognosi, terapia sono il nuovo modello della trimurti che scandisce i passaggi e i ritmi dell&rsquo;esistenza. <br \/>  La medicalizzazione di ogni aspetto ha portato I. Illich (Nemesi medica, 1976) a coniare il termine di &ldquo;iatrogenesi&rdquo; (clinica, sociale, culturale), cio&egrave; fonte essa stessa di disagio e di malattia. Nell&rsquo;introduzione al suo testo Illich scrive:<\/p>\n<p>&ldquo;La corporazione medica &egrave; diventata una grande minaccia per la salute. L&rsquo;effetto inabilitante prodotto dalla gestione professionale della medicina ha raggiunto le proporzioni di un&rsquo;epidemia. Il nome di questa nuova epidemia, iatrogenesi, viene da iatros, l&rsquo;equivalente greco di &lsquo;medico&rsquo;, e genesis, che vuol dire &lsquo;origine&rsquo;.<br \/>  Era inevitabile dunque che anche la &ldquo;categoria&rdquo; disabili venisse presa in consegna dal potere medico in sostituzione (a volte in contiguit&agrave;) di quello religioso e ne andasse a definire in modo differente i diversi aspetti. <br \/>Questo aspetto di presa in carico delle diverse categorie devianti viene cos&igrave; descritto da Illich:<\/p>\n<p>&ldquo;Qualunque societ&agrave;, per essere stabile, ha bisogno di registrare la devianza. Gli individui dall&rsquo;aria strana o dal contegno eccentrico costituiscono un fattore di sovversione fino a quando le caratteristiche che li accomunano non abbiano ricevuto una designazione formale e la loro condotta sconcertante non sia stata sistemata in una casella riconosciuta. Una volta ricevuto un nome e un ruolo, gli anormali che spaventavano e disturbavano sono domati e diventano semplici eccezioni prevedibili, che si possono trattare con riguardo, evitare, reprimere o espellere. Nella maggioranza delle societ&agrave; ci sono alcune persone incaricate di assegnare ruoli agli individui che non rientrano nella regola; di solito esse hanno una particolare competenza in merito alla natura della devianza e a seconda della norma sociale prevalente sono loro a decidere se il deviante &egrave; posseduto da un demonio, dominato da un dio, intossicato da un veleno, punito per i suoi peccati o vittima di un sortilegio scagliato da una strega.&rdquo; <\/p>\n<p>L&rsquo;handicap nell&rsquo;ottica medica si svincola dalla connotazione di tipo morale e diventa dis-funzionale rispetto alle varie richieste produttive e adattative. Vengono quindi stabiliti i criteri per una riabilitazione tesa a minimizzare gli effetti dell&rsquo;handicap sulla socializzazione e sull&rsquo;integrazione. <br \/>  Il potere medico nell&rsquo;ambito della disabilit&agrave; &egrave; totalmente pervasivo: sono medici che stabiliscono e certificano percentualmente il grado di disabilit&agrave;; sono medici che stabiliscono le &ldquo;residue capacit&agrave; lavorative&rdquo; e quindi condizionano la persona disabile nel mercato del lavoro; sono medici che determinano le eventuali provvidenze economiche spettanti alla persona disabile condizionandone quindi la sua autonomia; sono medici quelli che sanciscono il grado di riabilitazione e di cure creando ricorsivamente una dipendenza. L&rsquo;handicap diventa una &ldquo;malattia&rdquo; senza la possibilit&agrave; di una restituitio ad integrum, ed essendo cronica resta vincolata ad una prognosi senza risoluzione ed in perenne terapia. Il disabile quindi &egrave; un paziente perennis che migra da un istituto all&rsquo;altro, da un medico all&rsquo;altro, da una terapia all&rsquo;altra senza soluzione di continuit&agrave; restando dipendente e assoggettato alla diagnosi iniziale.<br \/>  Il potere medico in questo caso &egrave; totalmente discrezionale e insindacabile in quanto si ammanta della &ldquo;conoscenza&rdquo; di ci&ograve; che &egrave; sano\/malato, funzionale\/disfunzionale, abile\/disabile.<br \/>  In sostanza questo potere agisce come elemento che &ldquo;normalizza&rdquo; la persona disabile, inserendola nei vari circuiti sociali e medicalizzando la disabilit&agrave; cerca di togliere gli aspetti perturbanti che ne derivano dall&rsquo;incontro con chi, proprio per il suo aspetto Altro, possa creare inquietudine, sospetto, ansia, paura.<\/p>\n<p><strong>Alterit&agrave;\/diversit&agrave;<\/strong><br \/>&ldquo;Io &egrave; un altro&rdquo; scriveva Rimbaud nelle sue lettere ponendo in modo poetico il tema dell&rsquo;alterit&agrave; e dell&rsquo;identit&agrave; e della loro inevitabile contrapposizione. Scrive a questo proposito Remotti (Contro l&#8217;identit&agrave;, 1996): Vi &egrave; tensione tra identit&agrave; e alterit&agrave;: l&rsquo;identit&agrave; si costruisce a scapito dell&rsquo;alterit&agrave;, riducendo drasticamente le potenzialit&agrave; alternative; &egrave; interesse perci&ograve; dell&rsquo;identit&agrave; schiacciare, far scomparire all&rsquo;orizzonte l&rsquo;alterit&agrave;&rdquo; <\/p>\n<p>In questo modo sembrerebbe che la formazione dell&rsquo;identit&agrave; si attui per contrasto in un processo continuo di differenziazione verso l&rsquo;alterit&agrave;. Raggiunto un certo, e necessario, grado di coesione l&rsquo;identit&agrave; dovrebbe riconoscere l&rsquo;alterit&agrave; come una possibilit&agrave; informativa (la famosa batesoniana &ldquo;differenza che crea una differenza&rdquo;) in grado di ampliare le possibilit&agrave; comunicative e rendere l&rsquo;identit&agrave; stessa non un processo definitivo e conclusivo, ma una successione continua di pluralit&agrave; in cui l&rsquo;alterit&agrave; fa parte integrante dell&rsquo;identit&agrave; stessa.<br \/>  E&rsquo; sempre Remotti che scrive magistralmente:<\/p>\n<p>&ldquo;Infine, ci si pu&ograve; spingere a riconoscere non solo l&#8217;esistenza dell&#8217;alterit&agrave;, non solo la sua inevitabilit&agrave;, ma anche il suo essere &#8216;interno&#8217; all&#8217;identit&agrave;, alla sua genesi, alla sua formazione. L&#8217;alterit&agrave; &egrave; presente non solo ai margini, al di l&agrave; dei confini, ma nel nocciolo stesso dell&#8217;identit&agrave;. Si ammette allora che l&#8217;alterit&agrave; &egrave; coessenziale non semplicemente perch&egrave; &egrave; inevitabile (perch&egrave; non se ne pu&ograve; fare a meno), ma perch&egrave; l&#8217;identit&agrave; (ci&ograve; che &#8216;noi&#8217; crediamo essere la nostra identit&agrave;, ci&ograve; in cui maggiormente ci identifichiamo) &egrave; fatta anche di alterit&agrave;. Si riconosce, in questo modo, che costruire l&#8217;identit&agrave; non comporta soltanto un ridurre, un tagliar via la molteplicit&agrave;, un emarginare l&#8217;alterit&agrave;; significa anche un far ricorso, un utilizzare, un introdurre, un incorporare dunque (che lo si voglia o no, che lo si dica o meno) l&#8217;alterit&agrave; nei processi formativi e metabolici dell&#8217;identit&agrave;.&quot; (corsivo nell&#8217;originale) <\/p>\n<p>Il riconoscere che l&rsquo;alterit&agrave; fa parte integrante dell&rsquo;identit&agrave; fa compiere un salto logico per quanto riguarda la visione dell&rsquo;Altro, del &ldquo;diverso&rdquo; che non diventa pi&ugrave; una minaccia per l&rsquo;identit&agrave;, ma consentirebbe invece di diventare scoperta e affermazione della stessa e, contemporaneamente, valorizzazione delle differenze.<br \/>  Restando nel campo dell&rsquo;handicap, quest&rsquo;ultimo non verrebbe pi&ugrave; ostracizzato e marginalizzato, ma riconosciuto come uno degli eventi che si inscrivono nella biografia di una persona senza che questo diventi l&rsquo;appartenenza ad una categoria dei &ldquo;diversi&rdquo; come quella dei disabili. <br \/>  Il diverso, il disabile in questo caso, non diventerebbe pi&ugrave; il facile collettore di proiezioni individuali e collettive, ma svincolato da pregiudizi e da dimensioni pi&ugrave; o meno trascendenti, gli si riconoscerebbe la sua completa soggettivit&agrave; e progettualit&agrave;. Allora anche il termine &ldquo;diverso&rdquo;, con un gioco di inversione, lo si potrebbe cambiare in &ldquo;verso\/di&rdquo;, connotandolo come apertura, progetto, in cui, accettando le rispettive differenze, si possano tracciare sentieri di comunanza e reciproca accettazione. <\/p>\n<p><strong>Bibliografia<br \/><\/strong>Andreoli V., &ldquo;Un secolo di follia&rdquo;, Rizzoli, Milano, 1991<br \/>  Bacchiega M., in Abstracta nr. 47, aprile 1990<br \/>  Bocchi G., Ceruti M., &ldquo;Origini di storie&rdquo;, Feltrinelli, Milano, 1993<br \/>  Gallino T.G., &ldquo;La ferita e il re&rdquo;, Raffaello Cortina, Torino, 1986<br \/>  Goffman E., &ldquo;Stigma, L&rsquo;identit&agrave; negata&rdquo; Laterza, Bari, 1963<br \/>  Illich I., &ldquo;Nemesi medica&rdquo;, Red Edizioni, Como, 1991<br \/>  Remoti F., &ldquo;Contro l&#8217;identit&agrave;&rdquo;, Laterza, Roma-Bari, 1996<br \/>Rimbaud A., &ldquo;Opere&rdquo;, Feltrinelli, Milano 1988<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Riflessioni sulla disabilit\u00e0 come stigma che contrassegna in modo indelebile e irreversibile<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[],"tags":[3608,3607],"edizioni":[39],"autori":[254],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/180"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=180"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/180\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=180"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=180"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=180"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=180"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=180"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=180"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=180"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=180"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=180"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}