{"id":1887,"date":"2010-02-19T11:43:33","date_gmt":"2010-02-19T11:43:33","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1887"},"modified":"2010-02-19T11:43:33","modified_gmt":"2010-02-19T11:43:33","slug":"il-significato-dell-intervento-riabilitativo-1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1887","title":{"rendered":"Il significato dell&#8217;intervento riabilitativo"},"content":{"rendered":"<p><strong>Riabilitare: chi, come e perch&eacute;<\/strong><\/p>\n<p>Intervista al professor Andrea Canevaro<br \/>\na cura di Grazia Giura<\/p>\n<p>D.: Professor Canevaro, qual &egrave; la sua definizione di riabilitazione?<\/p>\n<p>R.: La riabilitazione &egrave; la realizzazione di un progetto che non &egrave; mai casuale, che ha come obiettivo quello di consentire a chi ha avuto dei danni di ripararli.<br \/>\nPu&ograve; esserci una riabilitazione in senso strettamente tecnico, che per&ograve; necessita di una corrispondenza negli elementi di contesto. Ad esempio, la riabilitazione di un arto di una persona che raggiunge dei buoni risultati, necessita di una riorganizzazione del contesto familiare in cui quella persona trascorre il proprio tempo. Tempo che, in questo specifico caso, &egrave; di transizione tra una situazione di inabilit&agrave; ed una situazione di totale abilit&agrave;. La riorganizzazione del contesto familiare, lavorativo, permette in parte di superare le difficolt&agrave; legate alla situazione, seppur temporanea, di inabilit&agrave;, evitando squilibri e tensioni.<br \/>\n&Egrave; necessario che tutti gli aspetti, siano curati senza esasperarne le ragioni&#8230;<br \/>\nLa riabilitazione ha quindi sempre di pi&ugrave; un investimento sulla situazione di handicap, di svantaggio e non sulla sola persona che ha una riduzione di capacit&agrave; funzionale.<\/p>\n<p>D.: Cosa si fa per riabilitare?<\/p>\n<p>R.: Per riabilitare &egrave; necessario fare un&#8217;analisi delle competenze residue e delle competenze che sono state danneggiate individuando gli esercizi, le attivit&agrave;, gli schemi intellettuali da curare affinch&eacute; il soggetto riassuma quelle funzioni.<br \/>\nL&#8217;operazione di riorganizzazione delle attivit&agrave; cognitive &egrave; molto importante per evitare una riduzione della riabilitazione ad un esercizio muscolare.<br \/>\nLa riabilitazione ha sempre bisogno di avere un&#8217;organizzazione mentale che permetta di imparare ad apprendere. Fr&ouml;sting raccontava di un camionista che doveva imparare a ballare e non riusciva a eseguire le indicazioni che la sua ragazza gli dava, ogni volta che iniziavano a ballare. Solo quando ha riorganizzato le indicazioni relative ai passi da eseguire, sui pedali del camion ha imparato a ballare, poich&eacute; ha messo le competenze che gli erano richieste non sulle immagini che la sua ragazza aveva in mente ma sulle proprie immagini, o meglio sulle immagini che facevano parte della propria quotidianit&agrave;.<br \/>\nMoltissime volte, infatti, la persona riabilitata, si trova di fronte a delle difficolt&agrave; che sembrano proprie dell&#8217;invalidit&agrave; e in realt&agrave; sono legate all&#8217;estraneit&agrave; con quel percorso di riabilitazione. Una persona da riabilitare deve essere messa nella condizione di fare proprio il percorso di riabilitazione a partire dal proprio scenario. Ad esempio, una persona anziana che ha avuto un ictus e ha una vita religiosa molto intensa, pu&ograve; realizzare un percorso di riabilitazione legato in parte alla propria vita religiosa, al fine di fare proprie le prospettive di riabilitazione a partire dal contesto quotidiano. Senza fare delle pericolose confusioni, ripenso in particolare ad una persona che, pur in una condizione di perdita definitiva di molte abilit&agrave; motorie, ha investito parte delle proprie energie nella riabilitazione partendo dalla riflessione che Cristo &egrave; stato sulla croce e che quindi, piena umanit&agrave; non &egrave; piena efficienza. Tutto ci&ograve; ha consentito a quella persona di capire che era suo dovere non lasciarsi andare e riprendere le poche funzioni che poteva riconquistare.<br \/>\nPur mantenendo la riabilitazione un ambito specifico per&ograve; tale specifico pu&ograve; collegarsi a diverse cose. E&#8217; necessario che chi riabilita superi un approccio monomodale e a partire da una buona metodologia utilizzi molti metodi, che non significa mettere tutto insieme bens&igrave; avere la capacit&agrave; di integrare gli elementi, i suggerimenti che la conoscenza di molteplici esperienze propone.<\/p>\n<p>D.: Come si riabilita?<\/p>\n<p>R.: La riabilitazione ha bisogno, come buona parte della psicoterapia, di un setting, cio&egrave; di uno spazio e di un tempo organizzato. Quando gli spazi e i tempi vengono proposti esclusivamente in termini medicalizzanti una certa parte della popolazione pu&ograve; avere molte pi&ugrave; difficolt&agrave; nell&#8217;intraprendere un percorso riabilitativo di quello che &egrave; lecito proporre.<br \/>\nPensiamo ad esempio ai bambini e alle bambine, se il setting viene organizzato in modo tale da essere accogliente, simile ad una stanza giochi, ad una sezione di asilo nido, ad una ludoteca, si offre un contesto riabilitativo pi&ugrave; favorevole creando una situazione di partenza migliore.<br \/>\nIn questo momento in cui la popolazione italiana incontra pi&ugrave; popolazioni, dovremmo pensare con attenzione a creare dei contesti che favoriscano l&#8217;incontro e di conseguenza la collaborazione e lo scambio. Ad esempio, preparando un caff&egrave; in ambiente di lavoro si pu&ograve; facilitare e favorire l&#8217;incontro e la collaborazione fra pi&ugrave; persone.<\/p>\n<p>D.: Che cosa si vuol riabilitare?<\/p>\n<p>&Egrave; complesso definire che cosa si vuol riabilitare, spesso di qui nascono le diatribe, le scorrettezze e le incomprensioni. &Egrave; chiaro che un fisioterapista impegna la sua professionalit&agrave; sulla parte da riabilitare non dimenticandosi del resto della persona. In questo caso &egrave; ricco il lavoro di fisioterapisti che non lavorano solo in un ambiente, ad esempio l&#8217;ospedale, ma decidono di lavorare anche in casa della persona.\n<\/p>\n<p><strong>Se la riabilitazione diventa un abuso&nbsp;<\/strong><\/p>\n<p>di: Cristina Pesci<\/p>\n<p>E&#8217; difficile parlare di abuso e violenza nella riabilitazione senza cadere in una elencazione di aspetti denunciati tra le righe della vita quotidiana di famiglie e bambini handicappati, di operatori e strutture (ambulatori, scuole, ospedali&#8230;), ma spesso allontanati da un&#8217;immagine complessiva forse troppo dura da riconoscere e accettare.<br \/>\nViolenza manifesta e violenza nascosta; ed &egrave; sicuramente quest&#8217;ultima, quella nascosta, la pi&ugrave; difficile da riconoscere e affrontare. La violenza nascosta &egrave; quella che a volte si d&agrave; per scontata e quasi per inevitabile, quella che ad esempio non si prende cura di accogliere la nascita di un bambino handicappato fornendo alla madre e al padre tutto l&#8217;appoggio e l&#8217;attenzione che una condizione come questa richiede e lasciando quasi sempre sospeso il carico di incertezze e di dolore, di scelte e di elaborazione di ci&ograve; che &egrave; successo.<br \/>\nSicuramente violenti possono essere avvertiti quei provvedimenti e cure che devono paradossalmente allontanare il neonato dalla madre per terapie intensive; oppure ancora i ritmi, i tempi delle pratiche riabilitative; la curiosit&agrave; che la diversit&agrave; provoca, inevitabile eppure tanto forte nel determinare l&#8217;immagine della corporeit&agrave; e le strategie adottate dal bambino.<\/p>\n<p>Il caso dei bambini disabili<\/p>\n<p>Sono tante le variabili in gioco, prime tra tutte le reazioni e le capacit&agrave; di adattamento specifiche di ciascun bambino, che diventa improponibile dare un quadro generale che accomuni ogni singola storia. Una riflessione attenta permetterebbe comunque di arrivare a riconoscere o scoprire che in alcuni comportamenti o reazioni del bambino handicappato si rivela una condizione avvertita come contrapposta ai propri desideri, sub&igrave;ta senza la possibilit&agrave; di sottrarsi completamente a ci&ograve; che viene avvertito come pericoloso, motivo di paura e dolore.<br \/>\nQuesta dimensione soggettiva rappresenta bene quel significato che la parola &quot;soggetto&quot; racchiude: &quot;essere sottoposto a dei limiti&quot;. In questo caso un bambino handicappato si ritrova per definizione in una condizione in cui i limiti sono rappresentati non solo dalle situazioni pi&ugrave; varie che la realt&agrave; propone a ciascuno; ci sono infatti limiti che nel bambino handicappato assumono spesso una vera e propria impossibilit&agrave; a incidere sulla realt&agrave;, sul tempo e sullo spazio entro cui &egrave; immerso, salvo adottare questa passivit&agrave; trasformandola in piacere.<br \/>\nMa &quot;soggetto&quot;, come sottolinea Silvia Veggetti Finzi, significa anche artefice della propria condizione e delle proprie scelte, oltre che sottoposto a limiti; anche su questo piano la gamma delle scelte possibili subisce una forte riduzione in presenza di deficit, ma non esclude la possibilit&agrave; di salvaguardare una spinta al desiderio di autonomia che produca quindi il piacere di incidere sulla realt&agrave;.<br \/>\nPerch&eacute; questo piacere possa essere salvaguardato in misura sufficiente da potere riemergere come risorsa ogni qualvolta nuove e impreviste difficolt&agrave; mettono in discussione il processo di crescita nel percorso riabilitativo, &egrave; necessario che il bambino possa sentirsi riconosciuto nel proprio timore. In fondo ogni bambino in riabilitazione si trova a dover considerare l&#8217;alternanza continua del piacere della dipendenza al piacere di sperimentare nuove autonomie, spesso affrontando da solo il disagio di un tale conflitto.<br \/>\nTenendo conto di quanto possa essere faticoso e difficile e quindi privo di piacere sperimentare funzioni che sono normalmente vissute come spontanee, istintive, occasioni di scoperta (mangiare, muoversi, afferrare, camminare&#8230;) la riabilitazione porta con s&eacute; situazioni molto controverse.<br \/>\nIn un campo come quello della riabilitazione, esistono aspetti che in modo manifesto o in maniera pi&ugrave; mascherata, possono rappresentare vere e proprie condizioni di violenza o comunque essere percepite come tali da chi, a causa ad esempio di un deficit congenito, si trovi a crescere e a strutturare la propria identit&agrave; e autostima &quot;nonostante&quot; gli svantaggi e le differenze che la menomazione comporta.<br \/>\nIl termine nonostante &egrave; tra virgolette allo scopo di sottolineare quanto lavoro emotivo profondo sia richiesto a un bambino handicappato, chiamato ad apprendere come muoversi, percepire collegare le proprie esperienze nell&#8217;ambiente circostante e nelle relazioni che lo coinvolgono.<br \/>\nSe spostarsi autonomamente per un bambino che comincia a camminare rappresenta una occasione evolutiva di indipendenza non solo fisica ma anche psichica dall&#8217;adulto a cui il bambino partecipa con piacere, esiste un piacere vissuto di riflesso dal bambino, piacere proveniente dalla gioia e dall&#8217;orgoglio di un genitore che ad esempio assiste ai primi passi del proprio figlio.<br \/>\nOccasioni analoghe possono diventare per un bambino handicappato situazioni di delusione, di insuccesso, di invasiva presenza dell&#8217;adulto, non immediatamente riconoscibile come violenza ma ugualmente in grado di produrre una ferita profonda nella struttura e nella rappresentazione dell&#8217;identit&agrave; del bambino continuamente giocata sul filo del &quot;cosa sa fare, cosa non sa fare&quot;, del &quot;troppo presto, troppo tardi&quot;.<\/p>\n<p>Le violenze nascoste che negano la persona<\/p>\n<p>Del resto se esistono e possono essere ammesse disattenzioni o errori nell&#8217;interpretazione degli effettivi bisogni e desideri che un bambino handicappato propone, generalmente si &egrave; molto meno disposti a considerare la presenza di un&#8217;altra importante dimensione. Il riferimento riguarda la dimensione interiore, soggettiva della esperienza legata alle terapie, alle manipolazioni, agli interventi pi&ugrave; o meno cruenti per la definizione di una diagnosi, agli eventuali interventi chirurgici, alle apparecchiature utilizzate e cos&igrave; via.<br \/>\nA questo &egrave; necessario aggiungere una condizione che inevitabilmente si collega con l&#8217;elenco prima accennato e che forse pi&ugrave; di questo, pu&ograve; rappresentare in termini soggettivi un vero e proprio vissuto di violenza subita; ad esempio le separazioni dalla madre da parte del bambino ricoverato o sottoposto a visite e cure, comunque l&#8217;allontanamento dall&#8217;ambiente familiare conosciuto, dai ritmi e dalle occasioni tipiche di una casa o di quegli ambiti dove comunemente si svolge la vita di un bambino.<br \/>\nLa violenza nascosta pu&ograve; allora essere quella che inconsapevolmente nega la condizione di disagio, tralasciando la persona-bambino per occuparsi dell&#8217;handicap-bambino in cui emozioni, sentimenti, conoscenze, comunicazioni, sono separati e tutti filtrati da quel giudizio preordinato che la disabilit&agrave; pu&ograve; portare con s&eacute; in quanto simbolo di diversit&agrave; e dolore. In questo caso il bambino non &egrave; pi&ugrave; soggetto della cura, del percorso riabilitativo scandito dalla sua persona e dai suoi bisogni, ma la riabilitazione e le terapie diventano i soggetti a cui il bambino deve adattare la propria crescita e la propria vita quotidiana.<br \/>\nLa riabilitazione pu&ograve; trasformarsi nella occupazione della vita della persona handicappata, non solo nella scansione delle giornate, settimane, mesi e anni impegnati, ma nella immagine interna costantemente occupata a definire qualcosa che non &egrave; piuttosto che dare una dimensione di se stessi, per quello che si &egrave;.<\/p>\n<p>L&#8217;angoscia di cadere<\/p>\n<p>Se in questa lettura la riabilitazione assoggetta il bambino handicappato, la sua famiglia, il futuro, sicuramente si pu&ograve; intravedere in tutto questo un aspetto che produce effetti contrari alle intenzioni di chi cura; il bambino pu&ograve; difendersi congelando la propria partecipazione attiva e in definitiva il proprio sviluppo: una sorta di resistenza passiva che egli mette in atto per cautelarsi, come meglio pu&ograve;, da interventi che spesso inconsapevolmente lo sottopongono a situazioni avvertite come minacciose e che quindi lo inducono a sottrarsi dal partecipare alle proposte e alle aspettative dell&#8217;adulto.<br \/>\nWinnicott elenca tra le angosce primarie del bambino (1) l&#8217;angoscia di cadere. Ogni bambino la sperimenta nei primi mesi di vita. Via via questa lascia il posto a quella capacit&agrave; motoria che implica la rassicurazione rispetto al &quot;mondo&quot; esterno, attraverso quelle possibilit&agrave; di modificarlo, di controllarlo e cambiarlo con le proprie azioni (2).<br \/>\nCos&igrave; il contenimento proveniente dall&#8217;esterno, dalla madre che tiene in braccio il bambino, si tramuta in una capacit&agrave; sempre pi&ugrave; autonoma di un sostegno proveniente dall&#8217;interno, da una condizione sempre pi&ugrave; evoluta in termini motori ed emotivi che il bambino acquista crescendo.<br \/>\nIn una condizione di deficit il contenimento dall&#8217;esterno si prolunga per pi&ugrave; tempo rispetto al periodo fisiologico, influendo sulla costruzione di un&#8217;immagine corporea stabile e sull&#8217;angoscia primaria di cadere. Questa a sua volta, pu&ograve; prolungare la sua impronta, agendo cos&igrave; sullo sviluppo stesso della motricit&agrave;, innescando un meccanismo a catena che non tralascia di influire anche sulla relazione primaria (simbiotica). La dipendenza fisica del bambino handicappato mantiene pi&ugrave; a lungo, a volte indefinitamente, questo legame e il cerchio si pu&ograve; chiudere a volte ingabbiando il bambino e la famiglia (quasi sempre la madre) in un isolamento inespugnabile: nemmeno il tempo che scorre e gli anni che si succedono hanno a volte ragione di una tale condizione!<br \/>\nInfine una ulteriore paradossale condizione di violenza potrebbe diventare, a dispetto di qualunque profonda attenzione, quella secondo la quale gi&agrave; prevedendo danni pi&ugrave; o meno visibili, pi&ugrave; o meno recuperabili, ci mettessimo tutti a pensare che in fondo a un&#8217;inevitabile condizione di sofferenza corrisponde sempre e comunque un futuro prevedibilmente nero.<br \/>\nIl senso di continuit&agrave; e di imprevedibilit&agrave; che il futuro racchiude in s&eacute;, molto spesso sembra negato a chi cresce con un deficit. Il senso di continuit&agrave; significa la possibilit&agrave; di pensare proiezioni di s&eacute; nel futuro che diano anche ragione della fatica di crescere, di proporsi in prima persona, diventando autonomi.<br \/>\nIn questo caso, autonomia rappresenta soprattutto la possibilit&agrave; di progettarsi nonostante il proprio passato, senza dimenticarlo e quindi anche nell&#8217;impossibilit&agrave; di cancellare le cicatrici di una probabile violenza vissuta, ma potendo contare su ferite che si sono rimarginate.<\/p>\n<p>Note<\/p>\n<p>(1) Winnicott D., &quot;Gioco e realt&agrave;&quot;, Armando<br \/>\n(2) Imbasciati A., &quot;Sviluppo psicosessuale e sviluppo cognitivo&quot;, Il Pensiero Scientifico<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Riabilitare: chi, come e perch&eacute;<br \/>\nIntervista al professor Andrea Canevaro<br \/>\na cura di Grazia Giura<br \/>\nD.: Professor Canevaro, qual &egrave; la sua definizione di riabilitazione?<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[],"tags":[],"edizioni":[],"autori":[],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3706],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1887"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1887"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1887\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1887"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1887"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1887"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=1887"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=1887"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=1887"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=1887"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=1887"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=1887"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}