{"id":1902,"date":"2010-02-19T12:19:52","date_gmt":"2010-02-19T12:19:52","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1902"},"modified":"2010-02-19T12:19:52","modified_gmt":"2010-02-19T12:19:52","slug":"r-come-relazione-1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1902","title":{"rendered":"R come Relazione"},"content":{"rendered":"<p><strong>Comunicare al di l&agrave; delle parole<\/strong><\/p>\n<p>di Francesco Ghighi Di Paola<\/p>\n<p>Dice la favola: &ldquo;E la regina mentre stava ricamando si punse un dito e una goccia di sangue bagn&ograve; il bianco lenzuolo. Allora la regina pens&ograve;: oh come vorrei avere una bambina con le labbra rosse come il sangue, la pelle bianca come la neve, i capelli neri come l&rsquo;ebano&rdquo;.<br \/>\nSono proprio le fiabe a raccontarci cos&igrave; bene come un bambino nasce prima nei pensieri, poi nel cuore e infine nella pancia.<br \/>\nI desideri, i sogni, le paure e le preoccupazioni formano un&rsquo;immagine interiore forte e radicata, anche se nascosta e spesso non detta che accompagna tutto il percorso fino alla nascita di un bambino\/a.<br \/>\n&Egrave; il &ldquo;bambino della notte&rdquo; che &egrave; ospite nei pensieri paterni e materni, ed &egrave; con questa immagine formata, costruita, sperata, che ogni bambino quando nasce o come si dice, quasi in contrapposizione, viene alla luce, fa in un certo modo i conti.<br \/>\nLe prime comunicazioni che alimentano la vita mentale e fisica sono presenti in questo periodo dell&rsquo;attesa, oltre le parole possibili, attesa che accompagna il passare dei giorni e crea lo sfondo per il primo incontro tra il bambino e il mondo che lo accoglier&agrave;.<br \/>\n&Egrave; in quel tempo che il genitore prepara il venire al mondo del proprio figlio tra aspettative e titubanze, tra la curiosit&agrave; di sapere &ldquo;come sar&agrave;&rdquo;.<br \/>\nIl centro emotivo della casa si sposta: &ldquo;Un bambino nasce e noi diventiamo padri e madri. Questo avvenimento &egrave; diverso da tutti gli altri perch&eacute; &egrave; veramente irreversibile, senza possibilit&agrave; di ritorno.<br \/>\nPossiamo cessare di essere marito e moglie ma resteremo sempre genitori&rdquo;, scrive la psicoanalista Silvia Vegetti Finzi nel libro Il romanzo della famiglia.<\/p>\n<p>Nella nostra societ&agrave; il venire al mondo &egrave; accompagnato da un carico di promesse di felicit&agrave;, spesso enfatizzato, spesso anche esasperato da una difficolt&agrave; diffusa crescente e generalizzata a confrontarsi con i termini reali del vivere; vivere &egrave; sempre affrontare questa mescolanza di aspetti, attivi e passivi, pulsioni vitali e momenti di sofferenza e difficolt&agrave;. &Egrave; come dire a un nuovo essere: ti aspetta un futuro solo di cose felici quando noi sappiamo che invece ci sar&agrave; un alternarsi di momenti di felicit&agrave; e di disagio.<\/p>\n<p>Quando la nascita per&ograve; &egrave; segnata da un tratto diverso, come la presenza di deficit oppure da elementi di sofferenza evidente o anche di incertezza (situazioni non chiare, confuse, ma che comunque indicano qualcosa che non va), questo messaggio simbolico e culturale cambia dolorosamente di segno e ci si trova davanti alla prefigurazione di un futuro solo difficile. L&rsquo;immagine del bambino &ldquo;immaginato&rdquo; e l&rsquo;immagine concreta si divaricano e la distanza pu&ograve; diventare davvero pericolosa se i genitori non sono aiutati a vedere oltre il dato fisico, a dare parole al proprio dolore, ad aprirsi alla comunicazione possibile.<br \/>\nPerch&eacute; &egrave; bisogno primario di ogni bambino di essere visto, raccontato, accolto in senso ampio come bambino tutto intero, come persona da subito piena di caratteristiche e modi propri. Ogni bambino, tutti i bambini, in un modo o nell&rsquo;altro si sottraggono alle tabelle di marcia o alle attese precostituite. Si impongono nel mondo come una presenza nuova e imprevista.<\/p>\n<p>Uno psicologo inglese, il dottor Laing, ha scritto: &ldquo;Ogni bimbo &egrave; un essere nuovo, un profeta potenziale, un nuovo Principe dello spirito, una nuova favilla di luce caduta nelle tenebre esteriori. Chi siamo noi per poter decidere che per lui non ci sono speranze?&rdquo;.<\/p>\n<p>E ancora Silvia Vegetti Finzi: &ldquo;Ciascuno nasce gi&agrave; inserito in un sogno altrui, gi&agrave; parlato da altri discorsi. Il nome proprio, ad esempio, esprime le fantasie, i desideri, le ansie, le speranze della famiglia. &Egrave; la prima eredit&agrave; che riceviamo dalla societ&agrave; e non &egrave; sempre facile accettarla&rdquo;.<\/p>\n<p>Per un bambino che ha anche dei deficit questo bisogno &egrave; ancora pi&ugrave; forte; la ricerca di una sua identit&agrave; personale vera si situa in un percorso che corre fra due gravi rischi: la negazione della sua situazione (&ldquo;non ha niente, &egrave; uguale agli altri&rdquo;), oppure all&rsquo;opposto l&rsquo;assimilazione totale con la sua condizione di deficit, malattia, difficolt&agrave; ( rimane &ldquo;il bambino &egrave; il suo deficit, diventa tutto deficit&rdquo;).<\/p>\n<p>La strada principale per restituire a questi bambini il senso del loro posto nel mondo &egrave; quella di contribuire a costruire un&rsquo;immagine di identit&agrave; capace di tenere insieme il presente e il possibile, ci&ograve; che si vede e ci&ograve; che si intuisce, ci&ograve; che &egrave; definito (e anche definitivo) e ci&ograve; che &egrave; potenziale.<\/p>\n<p>Claudio Imprudente, del Centro Documentazione Handicap di Bologna ha una tetraparesi spastica che gli impedisce totalmente di camminare o correre, ma non di spostarsi; che gli impedisce totalmente di parlare ma non di comunicare, perch&eacute; utilizza una lavagnetta trasparente sulla quale sono incollate le lettere dell&rsquo;alfabeto e attraverso questa lavagnetta Claudio Imprudente ogni giorno incontra persone, lavora nelle scuole e con i bambini, comunica col mondo.<br \/>\nAncora oggi Claudio Imprudente fa riferimento alla prima informazione reale che la sua famiglia ha avuto di lui, quindi anche la prima immagine data dalla societ&agrave; che si &egrave; incontrata\/scontrata con il &ldquo;bambino della notte&rdquo; e si presenta ai convegni cos&igrave;: &ldquo;Salve sono un geranio!&rdquo;, spiegando poi: &ldquo;Mi presento cos&igrave; facendo memoria di ci&ograve; che era stato detto a mia madre al momento della mia nascita dal famoso luminare di turno &lsquo;Signora guardi, suo figlio &egrave; vivo ma rester&agrave; per sempre un vegetale&rsquo; e come vegetale allora ho scelto di essere un geranio&rdquo;.<\/p>\n<p>Della famiglia di Claudio Imprudente e in particolar modo della sua mamma mi ha sempre colpito la capacit&agrave; di non fermarsi solo a quello che si vedeva e che si vede, e che &egrave; cos&igrave; forte: sua madre non ha mai rinunciato per lui a possibilit&agrave; future e a capire, anche nel dolore e nella fatica, che c&rsquo;era un bambino da accogliere, per cui valeva comunque la pena di fare dei pensieri pieni di futuro, anche se in quel momento sembrava pi&ugrave; facile negargli questo futuro, soprattutto di fronte alla frase &ldquo;Suo figlio &egrave; vivo ma rester&agrave; per sempre un vegetale&rdquo;.<\/p>\n<p>Il primo importante compito che la scuola dell&rsquo;infanzia ha nell&rsquo;incontro con il bambino o la bambina che ha anche dei deficit, che arriva prima nella scuola e poi nella singola sezione, &egrave; anche quello di accogliere un bambino nella sua interezza e contribuire a restituirgli un&rsquo;immagine non monodimensionale ma pluridimensionale.<\/p>\n<p>Scrive Andrea Canevaro, uno degli studiosi che pi&ugrave; ha contribuito all&rsquo;integrazione scolastica, lavorativa e sociale dei bambini e degli adulti con deficit: &ldquo;Un bambino o una bambina disabile ha bisogno di essere riconosciuto per quello che &egrave;, accettando il deficit come un dato irreversibile e che va conosciuto, approfondito il pi&ugrave; possibile. Ha bisogno di ridurre le sue difficolt&agrave;, trovando le risorse in s&eacute;, negli altri, nell&rsquo;ambiente in cui vive, nei coetanei con cui ha amicizia, gioca, studia. &Egrave; prima di tutto un bambino o una bambina&rdquo;.<\/p>\n<p>Nello stesso libro che si intitola Quel bambino l&agrave;&#8230; Scuola dell&rsquo;infanzia, handicap e integrazione si trova la testimonianza di un insegnante delle Scuole dell&rsquo;Infanzia del Comune di Ravenna: &ldquo;Ho conosciuto Dario quando si &egrave; presentato insieme ai suoi genitori per il colloquio iniziale al momento del suo inserimento a scuola. Con Sonia, la collega della sezione ho vissuto i tanti dubbi e i pensieri che ci premevano. Primo fra tutti il rapporto con l&rsquo;insegnante di sostegno: &egrave; gi&agrave; faticoso andare d&rsquo;accordo in due figurarsi in tre, e poi saremmo state in grado di gestire la situazione, ce l&rsquo;avremmo fatta? Alla fine del percorso posso dire che ho imparato che Dario &egrave; un bambino, un bambino Down per mappa cromosomica, ma un bambino. &Egrave; stato questo scoprirlo bambino, con il suo ritardo psicomotorio, con le sue paure ad affrontare le esperienze, con la sua difficolt&agrave; ad organizzare gli apprendimenti ma anche con il suo abbandonarsi fiducioso a chi gli si avvicinava con calore che mi ha aperto gli occhi: c&rsquo;era Dario nella nostra sezione, non la sindrome di Down.&rdquo;<\/p>\n<p>Allora questo &egrave; il riconoscimento: stiamo incontrando un bambino, una bambina; sembra una situazione scontata, ma non lo &egrave; affatto in presenza di deficit e se non si d&agrave; per scontato questo riconoscimento, scopriremo che &egrave; il presupposto fondamentale per una buona comunicazione e risponder&agrave; anche a tutti i nostri dubbi, le nostre fatiche, le nostre domande: faccio bene, faccio male a fare cos&igrave;? Ma questo bambino lo posso toccare? Vorr&agrave; farsi coccolare? Mi capir&agrave; se parlo? ecc.<br \/>\nSenza negare il deficit possiamo riconoscere e scoprire l&rsquo;essere bambini nonostante il deficit.<\/p>\n<p>Crediamo e sentiamo di avere bisogno di indicazioni molto tecniche, specialistiche, &ldquo;speciali&rdquo; per metterci in relazione con i bambini che hanno anche dei deficit.<br \/>\nMa quali sono i motivi di questo bisogno cos&igrave; forte di rassicurazione e indicazione? Perch&eacute; questo bisogno &egrave; cos&igrave; forte, al punto che manda in crisi tutte le nostre competenze, le nostre conoscenze abituali, proprio quelle che utilizziamo tutti i giorni nel nostro lavoro e che fanno parte del nostro bagaglio professionale, della nostra professionalit&agrave; e da cui attingiamo spontaneamente in situazioni &ldquo;normali&rdquo;?<\/p>\n<p>Perch&eacute; facciamo cos&igrave; fatica tutti noi, genitori e insegnanti, tecnici e persone in generale, a porci nei confronti di chi ha un deficit con un atteggiamento educativo che riconosca la possibilit&agrave; di essere prima di tutto bambini, adolescenti, adulti e poi anche anziani?<\/p>\n<p>Lo psicologo genovese Carlo Lepri, che lavora da anni sull&rsquo;inserimento lavorativo delle persone adulte disabili, si chiede: &ldquo;Qual &egrave; il motivo vero che ci rende cos&igrave; maldestri? Lo dico partendo da me stesso, perch&eacute; sono sentimenti ed emozioni che nonostante 25 anni di esperienza io ritrovo ancora nel mio cuore. Come mai facciamo cos&igrave; fatica a essere tranquilli nei rapporti con una persona disabile? Perch&eacute; diventiamo tutti un po&rsquo; maldestri, non siamo pi&ugrave; spontanei come normalmente si &egrave; nel momento in cui si incontra una persona &ldquo;normale&rdquo;? Io credo che questo sia uno dei temi che porta al centro di una complessit&agrave; psicologica veramente importante.<br \/>\nQuesta fatica, questa &lsquo;maldestrezza&rsquo; relazionale, che ci coglie nel momento in cui ci confrontiamo con qualcuno che non &egrave; conforme, che non &egrave; normale, che non rispecchia la nostra normalit&agrave;, &egrave; un&rsquo;esperienza che bisogna riconoscere per potere gestire&rdquo;.<\/p>\n<p>Questo &egrave; un passaggio importante per tutti noi: riconoscere i nostri stati d&rsquo;animo significa poterli gestire, non esserne troppo spaventati e quindi poter cominciare a ragionare del perch&eacute; li viviamo.<\/p>\n<p>Facciamo fatica perch&eacute; il rapporto con la diversit&agrave; rimanda e fa scattare dentro di noi una serie di rappresentazioni mentali che sono proprio dentro di noi, profondamente dentro di noi: sono immagini interne ma che hanno anche un risvolto di immagine sociale altrettanto forte.<br \/>\nFaccio un esempio che ci pu&ograve; aiutare a capire e quindi a riconoscere questa maldestrezza, questi timori e paure, a volte rifiuto, che investono tutta la nostra persona, la nostra comunicazione verbale e non verbale, che &ldquo;agiscono&rdquo;, anche contro la nostra intenzione, nelle nostre azioni e nei nostri atteggiamenti.<\/p>\n<p>L&rsquo;esempio riguarda la rappresentazione che &ldquo;vede&rdquo; il bambino disabile come &ldquo;malato&rdquo;.<br \/>\nQuesta rappresentazione &egrave; il risultato di un approccio medico, pseudo-scientifico che considera la disabilit&agrave; come una malattia.<br \/>\n&Egrave; una rappresentazione che consente una costruzione parziale dell&rsquo;identit&agrave; perch&eacute; se una persona &egrave; malata non pu&ograve; confrontarsi pienamente con i ruoli sociali della vita quotidiana.<br \/>\nInfatti ci sono moltissimi disabili che sono in cura perenne, sono in continua riabilitazione: fisioterapia, ippoterapia, musicoterapia, iniziano dalla primissima infanzia e non finiscono pi&ugrave;.<br \/>\nPerch&eacute; se una persona &ldquo;normale&rdquo; &ldquo;va a cavallo&rdquo;, va solo a cavallo, ma se lo fa una persona &ldquo;disabile&rdquo; fa &ldquo;ippoterapia&rdquo;, e se io vado in palestra faccio &ldquo;ginnastica&rdquo;, ma se lo fa una persona disabile fa la &ldquo;fisioterapia&rdquo;?<br \/>\nAllora cosa c&rsquo;&egrave; dietro a questo tipo di atteggiamenti, che ci portano verso la costruzione di una identit&agrave; di una persona che &egrave; sempre in riparazione, che &egrave; sempre malata, che deve continuamente fare delle cose per poter stare meglio?<\/p>\n<p>Questa rappresentazione amplifica i meccanismi normali di cura e protezione che noi abbiamo nei confronti di tutti i bambini e per&ograve; fa s&igrave; che per i bambini anche con deficit scattino meccanismi di iperprotezione che spesso durano ben al di l&agrave; dell&rsquo;et&agrave; infantile. Quindi una rappresentazione di un bambino sempre da curare, assistere e proteggere. Che quindi corre il rischio di veder ridotte le proprie possibilit&agrave; di fare esperienze e intrecciare relazioni in maniera anche casuale, non finalizzate a qualcosa, riconosciute come terapeutiche o di apprendimento, ma semplicemente come vivere anche casualmente le occasioni della vita. Pensiamo a quanto &egrave; stato importante il Ruolo della Casualit&agrave; nella formazione della nostra identit&agrave;.<\/p>\n<p>Questa rappresentazione, cos&igrave; forte e che corre attraverso gli anni, attraverso le epoche temporali, ha una profonda influenza sui nostri pensieri e sulle nostre emozioni e ci limita nell&rsquo;immaginare quei bambini l&agrave; come bambini con un futuro possibile diverso che non sia quello del deficit e della malattia, quindi in cura continua.<\/p>\n<p>Riflette ancora Carlo Lepri: &ldquo;Se uno &egrave; pensato come un bambino e se &egrave; rappresentato come un bambino malato, da proteggere difficilmente potr&agrave; diventare &lsquo;grande&rsquo;.<br \/>\nAlla lunga far&agrave; il bambino, cio&egrave; si adatter&agrave; a questa rappresentazione, a questo ruolo che in qualche misura gli altri pensano vada bene per lui. Allora i bambini e le bambine disabili non diventano grandi o fanno fatica a diventare grandi non perch&eacute; non sono intelligenti o perch&eacute; hanno difficolt&agrave; specifica o di settore, ma perch&eacute; non sono immaginati dagli altri, da tutti noi, come possibili adulti. Perch&eacute; non abbiamo dentro la testa questa possibilit&agrave;, questo immaginario verso l&rsquo;adultit&agrave;. La costruzione dell&rsquo;identit&agrave; adulta comincia da quando uno &egrave; piccolo e comincia dalla capacit&agrave; di immaginarlo che hanno gli educatori, in senso molto ampio, i genitori, il gruppo familiare, e tutti gli educatori che una persona incontra nella sua vita, gli insegnanti.<br \/>\nAlla capacit&agrave; che tutte queste persone hanno di immaginare la persona disabile come persona che pu&ograve; diventare adulta, e di lavorare per questo, mi verrebbe da dire usando una bella immagine giapponese: &lsquo;vedendo la foresta prima ancora che ci siano gli alberi&rsquo;.  E questo se ci pensiamo &egrave; quello che &egrave; accaduto a ciascuno di noi.<br \/>\nI nostri genitori hanno sognato la nostra crescita, il nostro diventare grandi. Quando un genitore chiede al proprio figlio &lsquo;Cosa vuoi fare da grande&rsquo; che cosa gli sta dicendo? Gli sta dicendo &lsquo;Io penso che tu puoi diventare grande, che puoi diventare adulto, che puoi avere un ruolo sociale&rsquo;. Cio&egrave; apre un credito, apre una fiducia. Questa &egrave; una cosa che facciamo per i bambini normali, perch&eacute; non lo facciamo con la stessa naturalezza per i bambini disabili?&rdquo;.<\/p>\n<p>Si apre un credito dunque, si d&agrave; fiducia e questo ci fa capire molto bene i bisogni primari che hanno tutti i bambini e le bambine, soprattutto in un contesto educativo e scolastico come la scuola dell&rsquo;infanzia, bisogni che sono quelli di avere accanto adulti che li possano immaginare dentro un futuro possibile, che solamente allora &egrave; molto probabile che lo diventi.<\/p>\n<p>Questa &egrave; responsabilit&agrave; nostra, non c&rsquo;entrano le intelligenze di ognuno o gli impedimenti psicomotori; la possibilit&agrave; di tutti i bambini e le bambine di diventare grandi &egrave; legata agli atteggiamenti, alle esperienze, ai rapporti affettivi e a quelli educativi.<br \/>\nSi pu&ograve; diventare adulti anche essendo pochissimo intelligenti. Occorre per&ograve; incontrare le persone capaci di mettere in atto delle &ldquo;immagini&rdquo; e una comunicazione che aiuti a costruire, e prima ad accettare, il percorso di crescita.<\/p>\n<p>In comunicazione non esiste il &ldquo;migliore&rdquo;, o il &ldquo;peggiore&rdquo;. Esiste soltanto il &ldquo;personale&rdquo;: ogni comunicazione, infatti, &egrave; personale. E per questo, unica. Diversa.<\/p>\n<p>E la presenza di un deficit-diversit&agrave; pu&ograve; mettere in crisi qualsiasi struttura della comunicazione, a partire proprio dal linguaggio.<br \/>\nDa sempre per definire le persone che hanno anche dei deficit ci si situa tra un eccesso di attenzione e un eccesso di tecnicismi, spesso per la paura di offendere.<\/p>\n<p>Proprio per la potenzialit&agrave; del linguaggio di formare pensiero e come stimolo a ribaltare concetti, credo che il fuoco non sia tanto nella parola che cambia (handicappato, persona con bisogni speciali, disabile, persona con deficit, diversamente abile, ecc.) ma si trovi nel significato che la parola ha per ognuno di noi quando la usiamo.<br \/>\nE forse, come nel caso di persone con diverse abilit&agrave;, si cercano termini e definizioni non tanto per sostituire quelli vecchi ma per sostituirne i significati, o almeno per cercare di indicarne altri, non validi forse in assoluto ma in quanto &ldquo;stimolatori&rdquo; di nuove percezioni, di nuove immagini, che con uno scarto linguistico spostano l&rsquo;attenzione dal deficit alla persona.<\/p>\n<p>Qualche volta la comunicazione, verbale e non verbale, pu&ograve; allontanare piuttosto che avvicinare: la paura di sbagliare, di comportarsi in un modo non appropriato, di ferire anche, portata agli eccessi, rischia di bloccare alla nascita la spontaneit&agrave; di una qualsiasi relazione e dunque di bloccare anche la capacit&agrave; di attingere dalla nostra professionalit&agrave;, dalle nostre capacit&agrave; dimostrate tutti i giorni con i nostri bambini nelle scuole.<\/p>\n<p>L&rsquo;incontro con i deficit, o con una forma di &ldquo;diversit&agrave;&rdquo; percepita come tale, ci chiama in causa per&ograve; ben oltre le parole che usiamo, siamo immersi in una comunicazione profonda (per le parti di noi che vengono chiamate in causa), complessa (per tutti gli elementi di diversa natura che la compongono) e estremamente coinvolgente.<\/p>\n<p>E non si pu&ograve; non comunicare, comunicare &egrave; un verbo che non ha il suo opposto: la nostra immagine &egrave; informazione. Questa comunicazione pu&ograve; non essere intenzionale, eppure esiste. Generalmente, quando si parla di &ldquo;comunicare&rdquo; si pensa subito alle parole: in realt&agrave;, non esiste una comunicazione verbale isolata, &egrave; sempre accompagnata dalla comunicazione non verbale che pu&ograve; rafforzare le parole che pronunciamo, ma anche renderle ambigue o perfino smentirle. Sono i metalinguaggi, il tono della voce, il nostro sguardo, la gestualit&agrave; a comunicare per noi, anche ci&ograve; che non diciamo.<\/p>\n<p>Una comunicazione metalinguistica che comunica ci&ograve; che siamo anche in modo indipendente da ci&ograve; che vogliamo. E tale comunicazione fa riferimento ai nostri modelli interiori, coscienti e inconsci, alle nostre emozioni, alle nostre rappresentazioni mentali.<br \/>\nEd &egrave; questo il primo nodo da sciogliere: essere consapevoli che nel nostro modo di comunicare, noi trasmettiamo, in aggiunta a ci&ograve; che razionalmente pensiamo, una parte del nostro mondo interiore, delle emozioni che le persone e le situazioni suscitano in noi.<br \/>\nFare i conti con questo spazio emotivo, saper riconoscere quando siamo attraversati da aspettative e curiosit&agrave;, da tensioni o preoccupazioni ci permette di evitare il pi&ugrave; possibile il rischio di irrigidire o rendere stereotipato il nostro stile comunicativo.<\/p>\n<p>&Egrave; questo che un insegnante mette in gioco di s&eacute; quando si fa carico\/incontra un bambino\/a anche con dei deficit o in difficolt&agrave;: la capacit&agrave; di ascolto e accoglienza inizia dal riconoscimento di ci&ograve; che un incontro di questa natura &ldquo;muove&rdquo; nei propri pensieri e nelle proprie immagini mentali ed emotive. <br \/>\nOccuparsi di un bambino\/bambina anche con deficit &egrave; un compito impegnativo e forte perch&eacute; costringe a occuparci di ci&ograve; che questo provoca in noi, non solo di ci&ograve; che il bambino o la bambina porta nella scuola, in sezione, nel gruppo dei coetanei.<br \/>\nQuesto &egrave; un grande tema da condividere, che tocca la sfera professionale e quella emotiva, personale: ci&ograve; che provoca in noi.<br \/>\n&Egrave; un compito che tocca il nodo centrale della professionalit&agrave; dell&rsquo;insegnante e del ruolo della scuola dell&rsquo;infanzia.<\/p>\n<p>Altro compito importante che la scuola ha &egrave; quello di favorire l&rsquo;apprendimento e la crescita evolutiva, in senso lato. Il processo di apprendimento per&ograve; &egrave; insieme di ordine cognitivo ed emotivo, questo vuol dire che anche le emozioni che un bambino vive e sente condizionano le sue possibilit&agrave; di crescere e di apprendere: se sono emozioni difficili, immagini negative, senza un futuro immaginato e possibile, questa crescita sar&agrave; rallentata e, nei casi pi&ugrave; gravi, del tutto impedita. Ecco come il ruolo delle emozioni personali &egrave; sempre fondamentale in un processo d&rsquo;apprendimento, anche quando sono gli adulti a percorrerlo.<\/p>\n<p>Compito della scuola &egrave; permettere anche un&rsquo;elaborazione collettiva di queste esperienze.<br \/>\nAllora proviamo a dare un senso al perch&eacute; ci si occupa di bambini e bambine che segnalano e hanno, vivono, dei disagi, dei deficit.<br \/>\nGli insegnanti se ne occupano non in nome del fatto che sono brave persone (anche se si spera che lo siano) o perch&eacute; animate da spirito caritatevole. N&eacute; perch&eacute; debbano diventare quasi terapeuti, quindi con il compito di prendere in carico il problema, sanare una situazione o riparare qualcosa di rotto, ma proprio per poter svolgere il ruolo di accompagnamento, supporto alla crescita e allo sviluppo cognitivo ed emotivo che &egrave; lo specifico di questa professione.<\/p>\n<p>Giuseppe Pontiggia ha scritto nel libro Nati due volte: &ldquo;Questi bambini nascono due volte. Devono imparare a muoversi in un mondo che la prima nascita ha reso pi&ugrave; difficile. La seconda dipende da noi, da quello che sapremo dare&rdquo;. E, vorrei aggiungere, potremo dare anche a partire dalla nostra disponibilit&agrave; ad accettare che l&rsquo;incontro con un bambino o una bambina che ha anche dei deficit inizia prima dell&rsquo;incontro fisico, della prima volta che vedo quel bambino l&agrave;, ma inizia dall&rsquo;immagine di diversit&agrave; che abbiamo dentro.<\/p>\n<p>Per questo diventa importante avere spazi e tempi per comunicare tra noi queste immagini, mettersi intorno a un tavolo e avere la possibilit&agrave; di parlare, di ascoltare, condividere e confrontare le proprie emozioni, la fatica e la gioia: questa &egrave; una delle prime strade conoscitive che abbiamo per aiutarci a capire cosa stiamo facendo e perch&eacute; lo facciamo; quindi anche cosa trasmettiamo con la nostra comunicazione non verbale.<br \/>\nPenso in questo momento a difficolt&agrave; o risorse che hanno a che fare con noi come persone e che come persone mettiamo in gioco nell&rsquo;incontro e nel lavoro con la diversit&agrave;.<br \/>\n&Egrave; in questa dimensione che si situa la creazione di momenti di riflessione sulle difficolt&agrave; che si incontrano nel gestire quotidianamente la disabilit&agrave;; fare un lavoro sulle nostre immagini vuol dire cercare di capire che cosa si sta vivendo e avere pi&ugrave; chiaro possibile questo quadro emotivo significa anche trovare delle piste concrete operative, nonch&eacute; elementi arricchenti per altri colleghi.<\/p>\n<p>Suggerisce Gianfranco Staccioli, docente di Tecnologie dell&rsquo;apprendimento dell&rsquo;Universit&agrave; di Firenze: &ldquo;La via d&rsquo;uscita sembra essere quella di accettare l&rsquo;idea che la realt&agrave; non sta nelle cose, n&eacute; nella mente che le elabora, ma nell&rsquo;atto stesso di discuterle e di confrontarsi con il loro significato.<br \/>\nPer far questo occorre da una parte porre in discussione il famoso proverbio &lsquo;vedere per credere&rsquo; e cambiarlo in &lsquo;credere per vedere&rsquo;. Insomma come dice Goodman: &lsquo;La realt&agrave; si crea, non si trova&rsquo;&rdquo;.<\/p>\n<p>&Egrave; questo il primo strumento di lavoro per tutti noi che condividiamo spazi, tempi di vita e lavoro con bambini e adulti che hanno anche dei deficit: l&rsquo;attivazione di una riflessione su quello che si fa e si vive. Molte cose si sanno, poche diventano esperienza vera. Sta in questo passaggio, dal fare quotidiano all&rsquo;avere un&rsquo;esperienza di questo fare, la possibilit&agrave; di un vero apprendimento che non ci lasci ogni volta con la sensazione di non essere adeguati o di stare sulla difensiva.<\/p>\n<p>Per concludere vorrei fare una riflessione su un punto che mi sta molto a cuore, uno fra gli strumenti fondamentali per chi lavora in ambito educativo e scolastico: la documentazione. Forse &egrave; anche la meno amata ma dobbiamo fare il possibile per allontanarci dal concetto di documentazione come un&rsquo;azione inutile, noiosa.<\/p>\n<p>Io penso a una documentazione attiva, e che diventa attiva proprio perch&eacute; pu&ograve; rimandare alle nostre esperienze, anche e soprattutto emotive, parla di noi, su di noi, delle nostre fatiche, delle nostre difficolt&agrave; e degli eventuali piaceri che abbiamo incontrato nelle nostre modalit&agrave; di lavoro concreto.<br \/>\nUna documentazione costruita giorno dopo giorno, che possa raccontare le situazioni, positive o negative, confuse o particolari, per esempio la prima volta che abbiamo incontrato una bambina o un bambino che ha anche dei deficit o che ha anche altre abilit&agrave;, nella nostra scuola o nella nostra sezione.<br \/>\n&Egrave; la possibilit&agrave; di costruire &ldquo;un&rsquo;intelligenza collettiva e reticolare&rdquo;, da cui attingere, e che si compone delle esperienze e degli scambi con altri nella nostra situazione, strumento ancora pi&ugrave; necessario a mio avviso dell&rsquo;aspettarsi le indicazioni da parte di un&rsquo;intelligenza superiore, l&rsquo;esperto che dovrebbe saperne di pi&ugrave;. E credo che tutte le istituzioni scolastiche dovrebbero impegnare sempre pi&ugrave; risorse e strumenti per favorire questo tipo di documentazione.<br \/>\nNon parlo solo di conoscere i possibili progetti che hanno funzionato, che pure sono importanti anche se difficilmente replicabili in contesti diversi, penso soprattutto a una documentazione chiamata a curiosare, a indagare, a mettere in relazione la propria situazione e a come si &egrave; affrontato le situazioni che di volta in volta abbiamo incontrato, il nostro contesto e come le abbiamo vissute noi personalmente, altrimenti si rischia di farle rimanere conoscenze e modalit&agrave; che sopravvivono solo nella memoria dei protagonisti e poi si disperdono.<br \/>\nProprio per non dover ricominciare tutto da capo, ogni volta, sapendo e ignorando al tempo stesso, che a pochi chilometri di distanza da noi altri colleghi si sono o si stanno confrontando con difficolt&agrave; ed emozioni cos&igrave; simili alle nostre.<\/p>\n<p>Relazione &ldquo;Comunicare oltre le parole&rdquo; presentata al Seminario Abilit&agrave;-Disabilit&agrave; in Et&agrave; Evolutiva, Comune di Roma, Dipartimento XI&deg;-III^ U.O, Piano di aggiornamento rivolto al personale docente della Scuola dell&rsquo;Infanzia del Comune di Roma, 19 marzo 2005, 8&deg; Municipio di Roma.<\/p>\n<p>Riferimenti bibliografici<\/p>\n<p>Silvia Veggetti Finzi, Il romanzo della famiglia. Passioni e ragioni del vivere insieme, Milano, Mondadori, 1992<\/p>\n<p>Claudio Imprudente, Una vita Imprudente, Trento, Erickson, 2003<\/p>\n<p>Andrea Canevaro, Quel bambino l&agrave;&hellip; Scuola dell&rsquo;infanzia, handicap e integrazione, Firenze, La Nuova Italia, 1996<\/p>\n<p>Carlo Lepri, Relazione in: Atti del Convegno Progetto Softi &ndash; Enaip Rimini 22 febbraio 2002<\/p>\n<p>Giuseppe Pontiggia, Nati due volte, Milano , Mondadori, 2000<\/p>\n<p>Gianfranco Stacciali, Relazione &ldquo;Linguaggi e simboli&rdquo; presentata nell&rsquo;ambito delle &ldquo;Otto Tesi. Il progetto educativo della Scuola dell&rsquo;Infanzia di Roma&rdquo;. Piano di aggiornamento sull&rsquo;impianto culturale della Scuola dell&rsquo;Infanzia, 29 novembre 2003<\/p>\n<p>Andrea Canevaro, Dario Ianes, Buone Prassi di Integrazione scolastica, Trento, Erickson, 2001<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Comunicare al di l&agrave; delle parole<br \/>\ndi Francesco Ghighi Di Paola<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[],"tags":[],"edizioni":[],"autori":[],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3709],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1902"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=1902"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/1902\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=1902"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=1902"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=1902"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=1902"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=1902"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=1902"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=1902"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=1902"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=1902"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}