{"id":1937,"date":"2010-03-21T08:45:32","date_gmt":"2010-03-21T08:45:32","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=1937"},"modified":"2010-03-21T08:45:32","modified_gmt":"2010-03-21T08:45:32","slug":"whistler-dentro-al-villaggio-fantasma-degli-atleti-paraolimpici","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=1937","title":{"rendered":"Whistler, dentro al &#8220;villaggio fantasma&#8221; degli atleti paraolimpici"},"content":{"rendered":"<p>Un villaggio fantasma, praticamente. Un bunker difeso da sistemi di sicurezza internazionali, metal-detector, guardie, controlli incrociati. Quel pass per entrare vale una cifra, e  non basta ancora. Serve qualcuno che si pigli la tua responsabilit&agrave;, che garantisca per te: lo seguir&ograve; &ldquo;like a shadow&rdquo; assicura Stefano Tonali, dello staff del Cip, alle tre volontarie che presidiano l&rsquo;ultima via d&rsquo;accesso al Villaggio paralimpico degli atleti di Whistler, e che si &egrave; preso a cura la situazione. Le signore sembrano fidarsi. Entriamo. Superata la zona internazionale (bar, un negozio di  gadget, un piccolo palcoscenico per le cerimonie), ecco il villaggio che si trova a 8 chilometri dal paese:  le strade si chiamano &ldquo;Legacy Way&rdquo; oppure &ldquo;Mountain Fee Road&rdquo;, sono asfaltate di fresco e portano tutte nelle case dei circa 400 atleti che gareggiano per lo sci nordico e alpino a questi Giochi 2010. Portano nelle sedi delle delegazioni, nelle palestre, alla mensa, alle sale giochi&hellip; Che sono due, e sono bellissime. Ci sono il &ldquo;Monopoly&rdquo; e la Ui, il biliardo e &ldquo;Guitar heroes&rdquo;, poi quel gioco che sembra un palazzetto dello sport trasparente dove pigiando un tasto salta la pallina da una buca: in Italia si gioca a basket, qui &ndash; neanche a dirlo &ndash; &egrave; l&rsquo;hockey. Non mancano nemmeno un pianoforte a mezza coda e un divertente curling in miniatura dove le &ldquo;pietre&rdquo; scivolano su un sottile strato di trucioli di legno.  Qui vengono i campioni a rilassarsi in attesa delle gare. A ammazzare il tempo, a sfidarsi su terreni meno scivolosi di quelle piste ghiacciate che solcano ogni mattina.<\/p>\n<p>La delegazione italiana &egrave; al secondo piano di una palazzina rossa e grigia, proprio dopo aver superato il grande capannone bianco della mensa. La bandiera tricolore &egrave; appesa alla finestra, accanto a quella americana, perch&eacute; i condomini &ndash; anche qui, come i men&ugrave; della cucina comune  &ndash; sono multietnici: nel nostro caso il condominio &egrave; composto da Usa, Australia, Andorre e, appunto, Italia. Sembra vadano d&rsquo;accordo. Per ora. Lo conferma anche Domenico che &egrave; un dei sei volontari delle delegazione italiana. Vive a Vancouver da 42 anni, ma &egrave; nato a Montalbano, Brindisi, e l&rsquo;Italia (come dice lui) ce l&rsquo;ha nel cuore: &ldquo; Faccio tutto quello che mi chiedono, accompagno gli atleti, faccio commissioni, di tutto un po&rsquo;, li porto in giro in auto, e  mi piace &ndash; racconta . Prima di andare in pensione, facevo l&rsquo;ingegnere in Air Canada, ora sto seguendo un corso da arbitro di calcio, non hockey, calcio, come in Italia. Qui sta andando alla grande&hellip;  Mia moglie? E&rsquo; spagnola, si chiama Maria Pilar&rdquo;.  Piano piano viene fuori tutta la sua vita, le figlie Sandrina e Valeria, il babbo perso quando aveva solo pochi mesi, il sogno di potere avere la doppia cittadinanza, pure  Berlusconi, s&igrave;, una persona valida&#8230; E del perch&eacute; ha scelto di rispondere all&rsquo;appello per i volontari lanciato mesi fa dal Comitato paralimpico internazionale.  Ci ascolta Giusy, parrucchiera in pensione, genitori di Treviso, ma poche parole d&rsquo;italiano in tasca. Scappa subito, deve accompagnare un atleta dal tecnico e farsi sistemare la sedia a ruote: &ldquo;Sorry&rdquo;.  Torna dopo un po&rsquo;: &ldquo;Mi &egrave; sempre piaciuto fare volontariato, e adesso che ho i figli grandi ho ancora pi&ugrave; tempo.  Per me &egrave; una cosa importante. Ormai con il lavoro ho chiuso da un po&rsquo;, meglio fare la mamma e aiutare gli altri&rdquo;.  Sei volontari, e uno staff tutto italiano formato da un pugno di persone: Massimo, Guya, Mary, Giuseppe, Stefano sono l&rsquo;anima della delegazione italiana  a Whistler.  Con loro tre skymen, altrettanti fisioterapisti, un medico sportivo. Il loro piccolo ufficio &egrave; aperto dalle 8 alle 21, orario continuato:  per organizzare la logistica, la preparazione delle gare, la comunicazione, il sito web,  tutto quello che serve per una paralimpiade. E per degli atleti che vogliono vincere.  Poi, la sera, tutti a Casa Italia, nel centro di Whistler, a festeggiare. <br \/>\n&ldquo;La vita del villaggio &ndash; racconta Tonali &ndash; &egrave; molto semplice: gli atleti si alzano presto la mattina per andare sulle piste, allenarsi, oppure per andare in palestra&hellip; Noi li aiutiamo in tutto, dagli spostamenti alla preparazione atletica e ovviamente un&rsquo;attenzione particolare serve il giorno delle gare&rdquo;. Ah, c&rsquo;&egrave; anche un sindaco nel villaggio paralimpico di Whistler. Il primo cittadino ha dato il primo giorno il benvenuto agli atleti, assicura che la vita del villaggio proceda in maniera eco-sostenibile e ha previsto piccole aree per fumatori nelle periferie della &ldquo;sua&rdquo; citt&agrave;. Citt&agrave; che ovviamente &egrave; senza barriere architettoniche: anche per aprire le porte basta cercare il pulsante gigante &ldquo;push to open&rdquo; e, voil&agrave;, la porta si apre da sola. Ora si pu&ograve; tornare tranquillamente alla normalit&agrave; delle nostre barriere quotidiane.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Un villaggio fantasma, praticamente. Un bunker difeso da sistemi di sicurezza internazionali, metal-detector, guardie, controlli incrociati. Quel pass per entrare vale una cifra, e  non basta ancora. 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