{"id":2001,"date":"2011-07-11T15:07:38","date_gmt":"2011-07-11T15:07:38","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=2001"},"modified":"2025-10-29T11:45:42","modified_gmt":"2025-10-29T10:45:42","slug":"le-dinamiche-dell-identit-tra-deficit-e-contesto-socioculturale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2001","title":{"rendered":"2. Le dinamiche dell&#8217;identit\u00e0 tra deficit e contesto socioculturale"},"content":{"rendered":"<p>Di Alain Goussot<\/p>\n<p>&#8220;Tutto deve essere in fin dei conti interpretato&#8221;<br \/>\n(G.Devereux)<\/p>\n<p>L&#8217;opera dell&#8217;antropologo e psicoterapeuta Georges Devereux \u00e8 insieme di grande attualit\u00e0 e ancora poco troppo conosciuta; considerato come il fondatore dell&#8217;etnopsichiatria moderna che egli preferiva definire come psicoanalisi transculturale o addirittura metaculturale, il suo lavoro ha affrontato i temi del rapporto tra personalit\u00e0, cultura, sviluppo psicologico e psicopatologia. Morto a Parigi nel 1985 G.Devereux era di origine magiara; famiglia borghese di origine ebraica vissuta a Lugoj o Lugos (passato dall&#8217;Ungheria alla Romania dopo il crollo dell&#8217;impero austro-ungarico nel 1918), vivr\u00e0 tra la Francia e gli Stati-Uniti; prima antropologo poi psicoanalista tenta di costruire un approccio che renda complementari l&#8217;etnologia, la psicoanalisi e la sociologia per spiegare i comportamenti umani e i disturbi psicologici nei diversi contesti culturali. Lavorer\u00e0 sul campo con i Sedang Moi del Sud Vietnam e successivamente con gli indiani delle riserve del Nord-America nonch\u00e9 con gli immigrati. Oggi sono in molti a richiamarsi del suo lavoro ma sono in pochi a leggere le sue opere che non sono facilmente reperibili nonostante la quantit\u00e0 di articoli e di libri pubblicati in francese e in inglese. L&#8217;interesse per l&#8217;opera di Devereux non riguarda tanto il suo lavoro clinico(\u00e9 stato psicoanalista e ebbe in cura degli indiani delle riserve)ma il quadro epistemologico e metodologico del suo lavoro di osservatore della condizione umana in situazioni socio-culturali diverse; le sue riflessioni sull&#8217;identit\u00e0 , che considerava come un concetto ambiguo e da manipolare con prudenza, e il suo rapporto con la sofferenza costituiscono un quadro stimolante per tutti gli operatori sociali e educatori che hanno a che fare con la sofferenza dell&#8217;altro. L&#8217;opera di Devereux offre diversi spunti per ripensare la pratica sociale ed educativa nel lavoro con la disabilit\u00e0, la sofferenza psichica, l&#8217;emarginazione, i soggetti con difficolt\u00e0 comunicativa o di apprendimento, i migranti e tutte le situazioni caratterizzate da sofferenza nel passaggio da un contesto sociale e culturale ad un altro, oppure da una esperienza di vita ad un\u2019altra.<br \/>\nL\u2019interesse per noi \u00e8 di comprendere in cosa il suo lavoro ci pu\u00f2 aiutare ad approfondire l\u2019epistemologia della pedagogia speciale ma anche quale valenza operativa pu\u00f2 assumere per l\u2019operatore che si trova ad accompagnare il soggetto disabile nel suo percorso di apprendimento e di socializzazione.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;approccio antropologico di Devereux pu\u00f2 essere utile per la pedagogia speciale<br \/>\n<\/strong>Assioma fondamentale e trasversale di tutto il suo lavoro: \u201dOccorre cogliere l&#8217;universale nell&#8217;aspetto specifico della sofferenza psichica\u201d.<br \/>\nDevereux parte da una considerazione fondamentale: \u00e8 attraverso lo studio della diversit\u00e0 che si arriva a comprendere l\u2019universale cio\u00e8 quello che \u00e8 profondamente comune a tutti gli esseri umani; si potrebbe anche arrivare al paradosso di dichiarare che quello che \u00e8 specifico \u00e8 universale ed \u00e8 universale perch\u00e9 specifico. In fondo quante volte lavorando con bambini disabili ma anche con adulti ci accorgiamo che le loro modalit\u00e0 di esistere, relazionarsi, vivere, viversi ci permette di comprendere meglio il mondo cosiddetto \u201cnormale\u201d; quante volte i metodi innovativi nati nell\u2019insegnamento-apprendimento di bambini sordo-muti o con ritardo mentale ci hanno mostrati la loro validit\u00e0 ed efficace pedagogica con i bambini \u201cnormodottati\u201d. C\u2019\u00e8 qui in Devereux un approccio all\u2019alterit\u00e0 che si basa su due pilastri: la similitudine e la differenza; universalit\u00e0 e diversit\u00e0. E\u2019 quello che secondo lui fonda l\u2019eguaglianza profonda tra gli esseri umani in quanto produttore di Cultura cio\u00e8 in quanto soggetti capaci di significare il mondo. Cultura per Devereux \u00e8 sia l\u2019affresco africano, che la costruzione di un attrezzo semplice per andare a caccia oppure il disegno semplice e rudimentale di un bambino oppure di un adulto autistico. La capacit\u00e0 di sublimare rappresenta per lui un elemento trasversale, universale che riguarda tutti gli esseri umani; ma in modo diverso e variegato a secondo il contesto socio-culturale e il sistema simbolico di riferimento. Qui vi \u00e8 una indicazione di un grande interesse per chi lavora con la disabilit\u00e0: 1) ogni persona disabile \u00e8 in grado di sublimare tramite l\u2019azione e l\u2019attivit\u00e0 che produce senso; 2) il meccanismo di sublimazione pu\u00f2 tuttavia avvenire in forme diverse e talvolta attraverso modalit\u00e0 handicappanti per la persona. Inoltre quello che \u00e8 sublimazione (mediazioni attive che favoriscono lo sviluppo delle potenzialit\u00e0 del soggetto attraverso la \u201cconfigurazione\u201d integrata degli elementi socio-culturali e di quelli soggettivi) in un contesto di relazione positivo si svolge diversamente in un contesto di relazione negativo; e tutto questo viene mediato dai linguaggi e le culture.<\/p>\n<p><strong>L&#8217;approccio metodologico:<br \/>\n<\/strong>a. Principio complementaristico:<br \/>\nQuesto principio Devereux lo recupera dalla fisica di Heisenberg. L&#8217;idea che non esiste un metodo esaustivo in grado di spiegare e comprendere tutti i fenomeni della condizione umana. L&#8217;unico metodo \u00e8 che esistono pi\u00f9 metodi e schemi interpretativi complementari tra di loro nel fornire degli elementi di risposta. Il complementarismo implica un dialogo tra psicologia, sociologia, filosofia, storia, pedagogia e antropologia; dialogo non significa confusione epistemologica; ogni disciplina e oggetto di conoscenza conserva la propria autonomia epistemologica e metodologica. Ognuno usa i propri codici di riferimento, il proprio linguaggio e il proprio sguardo per comprendere la complessit\u00e0 dei comportamenti umani. Il principio complementaristico va anche al di l\u00e0 dell\u2019aspetto strettamente metodologico , \u00e8 una concezione della costruzione dell\u2019identit\u00e0: ognuno di noi si compone di diversi aspetti(sesso, gruppo sociale, professione, vita familiare, lingua, cultura, credenze politiche e religiose) che sono il frutto del lungo processo d\u2019inculturazione\/acculturazione avvenuto attraverso l\u2019educazione e gli incontri durante la nostra esperienza di vita. E\u2019 quello che permette ad ognuno di costruirsi un repertorio potenziale di capacit\u00e0, facolt\u00e0 e attitudini ricco di possibilit\u00e0 e in grado di funzionare in modo articolato nelle varie situazioni. Esiste una complementarit\u00e0 di questi diversi aspetti della nostra personalit\u00e0; complementarit\u00e0 che viene a mancare nelle situazioni in cui viene impedito la possibilit\u00e0 di sperimentare e produrre questo repertorio di competenze personali,sociali e culturali. L\u2019assenza di complementarit\u00e0 impoverisce la personalit\u00e0 e la rende come mutilata sul piano psico-esistenziale; il fatto di essere identificato continuamente con il proprio deficit- con la paraplegia, la sordit\u00e0, la cecit\u00e0 ecc\u2026-finisce per escludere la possibilit\u00e0 di uno sviluppo del repertorio potenziale e per rendere non complementare il deficit con questo. Devereux aveva capito molto bene che vi era una corrispondenza speculare tra l\u2019approccio complementaristico sul piano metodologico; cio\u00e8 l\u2019integrazione di pi\u00f9 punti di vista per avere una lettura globale della personalit\u00e0 e del suo sviluppo e il complementarismo della costruzione identitaria; tra la rappresentazione dell\u2019altro e l\u2019autorappresentazione che si fa il soggetto; tra lo sguardo degli \u201cesperti\u201d, degli operatori e quello del soggetto disabile su stesso.<\/p>\n<p>b. principio d&#8217;indeterminazione:<br \/>\nUn principio che Devereux riprende dalla fisica nucleare di N.Bohr: l&#8217;idea \u00e8 che non esiste mai una spiegazione assolutamente esaustiva dei fenomeni umani; sia sul piano teorico che pratico esiste un margine d&#8217;indeterminazione e di imprevedibilit\u00e0 che fa parte dell&#8217;operativit\u00e0 del ricercatore nel momento in cui sperimenta e entra in relazione con l&#8217;oggetto del suo lavoro. Questa indeterminazione \u00e8 ancora pi\u00f9 elevata nelle relazioni umani che si caratterizzano con una serie di variabili non prevedibili in partenza. L&#8217;importante \u00e8 avere un dispositivo di lettura che permette una revisione permanente. E&#8217; proprio il rapporto tra un dispositivo aperto e l&#8217;imprevedibilit\u00e0 che produce soluzioni e risposte inedite. Questo fattore d\u2019indeterminazione \u00e8 anche un modo per Devereux di mettere in discussione la tendenza della classificazione nosografia nel settore della psichiatria e della psicopatologia ma anche in quello dell\u2019etnopsicologia; il rischio che le categorie definitorie finiscono per non fare vedere la persona come \u00e8 realmente cio\u00e8 come un essere , spesso difficilmente comprensibile e classificabile, l\u2019approccio classificatorio finisce per vedere solo i sintomi, le categorie diagnostiche o culturali e non pi\u00f9 la persona. Invece nella relazione che esplora la realt\u00e0 umana vi \u00e8 sempre dell\u2019indeterminazione ed \u00e8 quello che alimenta lo spirito di ricerca aperta per trovare con l\u2019altro le soluzioni. Quante volte si sente gli operatori affermare con certezza che cosa \u00e8 un bambino Down oppure un paraplegico ? Quanto le definizioni e i tratti che vengono attribuiti a queste tipologie di deficit non permettono pi\u00f9 di vedere la persona; \u00e8 quello che Jean-Marc-Gaspard Itard diceva gi\u00e0 ai primi dell\u2019ottocento , a proposito del \u201cragazzo selvaggio\u201d dell\u2019Aveyron:\u201d Hanno guardato senza vedere\u201d. La stessa azione educativa \u00e8 fatta di indeterminazioni; la sperimentazione delle mediazioni che possono favorire gli apprendimenti della persona disabile sono tuttavia seminati di trappole, di buche pericolose, di curve improvvise, di salite e discese ripide, di tanti punti oscuri e imprevisti; la meta viene definita, o per lo meno si indica uno o pi\u00f9 obiettivi ma le strade sono sconosciute. L\u2019indeterminazione e l\u2019imprevisto costringono l\u2019etnologo e l\u2019educatore a dotarsi di strumenti di analisi e di modalit\u00e0 di osservazione che li permettono di cogliere l\u2019imprevisto per trasformalo in una nuova opportunit\u00e0 . Nel lavoro educativo con la disabilit\u00e0 la consapevolezza dell\u2019indeterminatezza sta tutto in quello che Philippe Meirieu ha chiamato \u201cil paradosso pedagogico dell\u2019anticipazione\u201d; nel processo di accompagnamento della persona disabile agisco con intenzionalit\u00e0, immagino quali potranno essere gli sviluppi di una esperienza ma vengo sistematicamente smentito dalla realt\u00e0 della libert\u00e0 di fare o non fare del soggetto disabile come soggetto attore che resiste alle mie anticipazioni e crea, appunto indeterminatezza. In fondo vi \u00e8 qui una idea di azione educativa come azione di ricerca; una azione di ricerca dove il soggetto disabile \u00e8 un ricercatore in azione nel proprio percorso formativo, esattamente come l\u2019indiano che Devereux aveva in terapia. L\u2019indeterminatezza sta nel fatto che esiste uno spazio di libert\u00e0 per il soggetto disabile, uno spazio che pu\u00f2 smentire clamorosamente le anticipazioni dell\u2019educatore; anticipazioni che d\u2019altronde questo non pu\u00f2 non fare. L\u2019importante \u00e8 di avere creato una situazione e un dispositivo di accompagnamento che permette all\u2019educatore di cogliere e leggere il margine d\u2019indeterminatezza permettendo al soggetto disabile di sperimentarsi e auto-correggersi. E&#8217; proprio nello spazio dell&#8217;indeterminatezza che si svolge l&#8217;azione educativa favorendo l&#8217;acquisizione da parte del soggetto disabile del controllo sul proprio percorso e la propria esperienza di vita.<\/p>\n<p><strong>I rischi del discorso sull&#8217;identit\u00e0<br \/>\n<\/strong>Devereux parla di \u201cconfigurazione psichica\u201d e di \u201cmodello di s\u00e9\u201d che considera composti da due parti fondamentali: \u00a0quello che unisce e crea il contatto (identit\u00e0 idiosincratica).<br \/>\nE\u2019 la parte trasversale e metaculturale; sono i meccanismi fondamentali della psiche che funzionano nel medesimo modo per tutti gli esseri umani; questo a prescindere della collocazione nel tempo e nello spazio. Per questa parte del processo di sviluppo della personalit\u00e0 tutti gli individui sono simili e esistono come \u201cproduttori di Cultura\u201dcio\u00e8 di strumenti di mediazione che permette ad ognuno di entrare in comunicazione con gli altri. E&#8217; La componente insieme individuale ed universale della personalit\u00e0 nelle forme del funzionamento della psiche. E&#8217; quello che permette ad ognuno di noi di comunicare con l&#8217;altro a prescindere delle differenze linguistiche, culturali ed altre. Questa parte \u00e8 inoltre quella che emerge con pi\u00f9 visibilit\u00e0 nelle situazioni di grossa sofferenza psichica e quest\u2019aspetto \u00e8 importante per chi lavora con la disabilit\u00e0. La disabilit\u00e0 come prodotto di una situazione handicappante ci permette di comprendere meglio lo sviluppo e il funzionamento bio-psico-sociale di tutti gli esseri umani; \u00e8 quello che pensava Itard nel suo lavoro con Victor, anzi considerava questo caso come una opportunit\u00e0 per capire in modo pi\u00f9 profondo \u201cl\u2019uomo naturale\u201d non ancora cambiato dalla civilt\u00e0; \u00e8 anche quello che pensava Decroly nel suo lavoro con i \u201cbambini irregolari\u201d in Belgio , cio\u00e8 che l\u2019osservazione dello sviluppo degli apprendimenti del bambino con un \u201critardo mentale\u201d permetteva di comprendere meglio il processo di sviluppo di tutti i bambini e i rischi per l\u2019integrazione delle varie parti della personalit\u00e0 globale nelle diverse situazioni.<br \/>\nQuello che differenzia e fa la specificit\u00e0 (etnico-culturale): si tratta qui della parte specificatamente storico-culturale e contestuale; la componente etnico-culturale particolare prodotta da una interazione tra l&#8217;individuo e il suo contesto socio-culturale particolare. Sono i contenuti, i materiali della forma psichica che sono il frutto della rielaborazione soggettiva di tutte le mediazioni del contesto: linguaggio, costumi, regole sociali e valori. E&#8217; l&#8217;insieme degli attrezzi mentali e psichici forniti dal contesto o dall&#8217;area storico-culturale dove si nasce e si viene educato nella prima infanzia. E&#8217; qui che il disabile si fa una immagine socialmente interiorizzata di s\u00e9 perch\u00e8 la societ\u00e0 dove vive funziona come uno specchio culturale.<br \/>\nL&#8217;integrazione di questi due livelli costituisce la &#8220;configurazione psichica&#8221; e il &#8220;modello di s\u00e9&#8221; della personalit\u00e0: questa \u00e8 fatta dall&#8217;integrazione del &#8220;comprendere&#8221;, del &#8220;comprendersi&#8221;e dell'&#8221;essere compreso&#8221;: comprendere il mondo e la propria collocazione nella realt\u00e0 sociale, essere in grado di orientarsi in questo mondo e quindi di scegliere, comprendersi ed accettarsi cio\u00e8 riuscire a comprendere la molteplicit\u00e0 di elementi che ci compone e dare un senso a tutto ci\u00f2 come progetto di vita, come traiettoria; essere compreso da chi ci circonda, sentirsi accettato con le proprie caratteristiche. L&#8217;integrazione di questi diversi livelli nel processo di combinazione della parte idiosincratica e di quella etnico-culturale, attraverso l&#8217;esperienza di vita, forma la personalit\u00e0 produttrice di senso e soggetta della propria storia. Queste considerazioni di Devereux ci possono aiutare a comprendere meglio cosa pu\u00f2 significare questa parte d\u2019identit\u00e0 nell\u2019interazione tra deficit e contesto socio-culturale: il bambino sordo-muto, ipoudente, trisomico o paraplegico costruisce un \u201cmodello di s\u00e9\u201d sulla base dell\u2019interazione e della relazione con il suo ambiente di vita e sull\u2019immagine di s\u00e9 che il contesto culturale li rimanda. Inoltre ogni contesto culturale ha una sua rappresentazione della \u201cnormalit\u00e0\u201d e dell\u2019\u201danormalit\u00e0\u201d; quello che \u00e8 considerato socialmente normale in Italia non lo \u00e8 magari tra gli indiani delle riserve del Nord America. Il punto fondamentale \u00e8 che il soggetto disabile vive il proprio deficit tramite la mediazione del linguaggio culturale del suo contesto di vita e le rappresentazioni che veicola. La questione che pone Devereux rispetto alla \u201cconfigurazione psichica\u201d \u00e8 di sapere s\u00e9 il soggetto con deficit \u00e8 messo nelle condizioni culturali di potere comprendere il mondo in cui si trova, di comprendersi con il suo deficit come essere potenzialmente ricco ma anche di accettarsi, di essere compreso dal suo contesto come essere potenzialmente ricco di possibilit\u00e0 e quindi di essere accettato con il suo deficit. All\u2019integrazione nel contesto socio-culturale corrisponde l\u2019integrazione complessa delle varie parti della sua personalit\u00e0.L&#8217;identit\u00e0 \u00e9 , secondo Devereux,&#8221;una unicit\u00e0 definita per mezzo di una irriproducibile accumulo di determinazioni imprecise&#8221;; \u00e9 relazione con l&#8217;altro, gli altri e il mondo. La costruzione di s\u00e9 \u00e9 il prodotto di un processo di relazione complesso dove siamo sempre insieme centro e periferia, dentro e fuori a secondo che siamo noi a guardare o gli altri a guardarci; si tratta di un meccanismo complesso di modellazione del s\u00e9 che passa tramite le mediazioni dell&#8217;identificazione , dell&#8217;introiezione e della proiezione. &#8220;In ogni istante, ogni persona, \u00e9 soggetto per se stesso e costituisce l&#8217;ambiente per gli altri: tutto ci\u00f2 che \u00e9 dentro per il soggetto \u00e9 fuori per l&#8217;Altro. Infine per diventare essere sociale, il soggetto deve imparare a osservarsi, sotto certi aspetti , e soprattutto nelle relazioni intersoggettive in quanto &#8220;fuori&#8221; in quanto ambiente per gli altri&#8221;.<br \/>\nQuindi la costruzione dell&#8217;immagine di s\u00e9 e degli altri sta tutta nel processo di etichettamento e di autoetichettamento; nella dialettica tra dentro e fuori, centro e periferia; l&#8217;etichetta agisce come &#8220;modello ideale dell&#8217;io e del s\u00e9&#8221; ma questa mia rappresentazione pu\u00f2 non coincidere con la rappresentazione che gli altri si fanno di me. Mario \u00e8 Mario oppure un bambino Down; Mario \u00e8 sicuramente Down ma il fatto di essere Down non qualifica Mario come persona che sente, percepisce, vive la vita, ha delle esperienze, apprende, soffre, gioisce, spera e si dispera; Mario \u00e8 la sua traiettoria complessa e sempre in divenire. Ma Mario , fin dalla sua nascita pu\u00f2 essere stato etichettato continuamente con la trisomia 21 e finire per introiettare la sua \u201cDownit\u00e0\u201d come elemento unico della sua personalit\u00e0, \u201cDownit\u00e0\u201d definita dal sistema di relazione dove vive e che lo identifica con una dimensione sola della sua persona. Mario pu\u00f2 finire per identificarsi con questa unica dimensione, perch\u00e9 in fondo, con sofferenza, ha imparato le strategie di sopravvivenza nelle relazioni e per comportarsi esattamente in base a questo sguardo esteriore che diventa sguardo interiore e modello di s\u00e9. Ma per Devereux &#8220;si pu\u00f2 concepire l&#8217;Io ,&#8230;, come qualcosa che costituisce una frontiera(e non \u00e9 una frontiera) fra &#8220;dentro&#8221; e &#8220;fuori&#8221;, una frontiera sempre e revocabile in ogni momento&#8221;: quindi siamo insieme simili e diversi e siamo sempre pi\u00f9 cose contemporaneamente; abbiamo pi\u00f9 di una appartenenza e pi\u00f9 affiliazioni; \u00e9 il soggetto a conferire senso a questa sua pluralit\u00e0 di elementi esistenziali. Ma abbiamo anche delle radici che ci permettono di essere insieme singolo e plurale; e quindi semplicemente noi stessi.<\/p>\n<p><strong>Il rischio della riduzione unidimensionale dell&#8217;identit\u00e0<br \/>\n<\/strong>Occupandosi della vita degli indiani delle riserve del Nord America Devereux mette in evidenza il rischio di un &#8220;iper-investimento dell&#8217;identit\u00e0 etnica&#8221; cio\u00e8 della riduzione, come difesa, opposizione o imposizione, della propria immagine ad una unica dimensione(religiosa, culturale, patologica ecc&#8230;):riduzione unidimensionale dell&#8217;identit\u00e0 che avviene spesso in situazioni di crisi e di violenza(di acculturazione brutale e antagonistica); riduzione che rappresenta una chiusura semplificatrice e fuorviante della personalit\u00e0 e anche un impoverimento globale. Per Devereux il &#8220;superinvestimento dell&#8217;identit\u00e0 etnica&#8221; porta ad una riduzione delle identit\u00e0 significative della personalit\u00e0, all&#8217;annientamento della reale e ricca identit\u00e0 dell&#8217;individuo:&#8221;Considerando specificamente l&#8217;identit\u00e0 etnica, si pu\u00f2 osservare che quando una identit\u00e0 etnica iper-investita prevale su tutte le altre, cessa di fungere da strumento e, a maggior ragione, da scatola degli attrezzi diventa&#8230;una camicia di forza&#8221;. Ecco la \u201cDownit\u00e0\u201d di Mario diventa per lui una \u201ccamicia di forza\u201d che l\u2019impedisce di dare libero corso allo sviluppo di tutti gli altri aspetti potenziali della sua ricca personalit\u00e0. Mario diventa una persona molto rigida che non riesce ad attivare le sue risorse e a fare funzionare le sue capacit\u00e0 in contesti nuove e per rispondere a situazioni sconosciute. In questo modo avviene un crollo drammatico del senso della sua personalit\u00e0; non bisogna dimenticare che ognuno di noi possiede un repertorio potenziale totale molto ricco; la riduzione unidimensionale dell&#8217;identit\u00e0 impoverisce questo repertorio e ci riduce ad alcuni segmenti di questo.<br \/>\nPer Devereux ogni essere umano \u00e9 la gamma di un inventario e di un repertorio che presenta tante potenzialit\u00e0; ridurlo ad un unico segmento(religioso, presunto etnico o culturale, oppure un deficit)significa impoverire la sua capacit\u00e0 di orientarsi nel mondo e di sperimentare tutte le sue potenzialit\u00e0. Nel processo di auto-etichettamento la persona finisce per identificarsi con questo unico segmento e per trovarsi in difficolt\u00e0 a riconoscersi in situazioni che mettono in moto gli altri segmenti del suo &#8220;inventario\/repertorio&#8221; disattivato e spento. Questa riduzione finisce per disorientare la persona e per metterlo in una situazione che si potrebbe definire handicappante e di sofferenza.<br \/>\nIl soggetto con deficit che non viene messo nelle condizioni di comprendere, comprendersi ed essere compreso vive una situazione di stress che se non mediata da un accompagnamento efficace pu\u00f2 trasformarsi in una situazione traumatizzante che si trasforma rapidamente in vera e propria patologia. Il disorientamento assoluto rispetto a se stesso e al proprio mondo vitale, prodotto dalla situazione handicappante, che pu\u00f2 portare il soggetto all\u2019incapacit\u00e0 e ad uno sviluppo di tipo psicopatologico. E\u2019 infondo quello che hanno descritto molto bene uomini come Franco Basaglia a proposito dell\u2019Istituzione Totale e Stanislaw Tomkiewicz per le situazioni di violenza istituzionale vissuta da bambini e adolescenti. Per quanto riguarda il tipo di risposta educativa o terapeutica Devereux preferisce la parola orientamento a quella di adattamento: quest\u2019ultima presuppone da qualche parte una norma; se poi la norma \u00e8 l\u2019Istituzione Totale, la famiglia disturbata oppure una societ\u00e0 che esclude diventa un\u2019ulteriore violenza volere adattare le persone disabili a questi contesti. Egli preferisce quindi parlare di &#8220;orientamento fallito&#8221; e anche di &#8220;riadattamento creativo&#8221; nonch\u00e9 di &#8220;implicazione reciproca&#8221;. Il disturbo, la sofferenza e la stessa patologia sono il frutto di \u201cun orientamento fallito\u201d cio\u00e8 il soggetto disabile non \u00e8 stato messo culturalmente nelle condizioni di accettarsi e di orientarsi nel contesto con il suo deficit ; qualsiasi \u201ctrattamento\u201d educativo o terapeutico richiede la possibilit\u00e0 per il soggetto di acquisire gli \u201cstrumenti mentali ed emotivi\u201d che li permettono di orientarsi e di fare delle scelte essendo se stesso.<\/p>\n<p><strong>Implicazioni pratiche e metodologiche<br \/>\n<\/strong>&#8221; Smarcarsi dagli stranieri(dai diversi)- scrive Devereux- presuppone talvolta il credo che solo il gruppo cui si appartiene sia autenticamente umano o per lo meno sia l&#8217;archetipo dell&#8217;umanit\u00e0. Un&#8217;altra manovra di dissociazione consiste nell&#8217;esagerare le differenze e nel sottolineare in modo ossessivo ci\u00f2 che \u00e9 unico- per esempio esagerando sistematicamente alcuni tratti e minimizzando l&#8217;esistenza di altri tratti soggiacenti, l&#8217;interdipendenza e la compensazione reciproca di questi diversi tratti. La ricerca di ci\u00f2 che \u00e8 unico e specifico induce praticamente alcuni analisti del comportamento a negare l&#8217;unit\u00e0 psichica dell&#8217;umanit\u00e0 e ad attribuire una &#8220;psicologia speciale&#8221; ad ogni gruppo etnico&#8221;. Non \u00e9 il rischio che si corre nel tentativo di differenziare ad ogni costo tramite delle categorie di classificazione: per esempio esiste una psicologia speciale del musulmano e del trisomico? E&#8217; quello che in fondo affermava il dottor Down paragonando il trisomico e il Mongolo(popolo dell&#8217;Asia). Qualcuno ha anche fatto un lungo elenco dei tratti psicologici speciali del soggetto trisomico o dell\u2019\u201dinsufficiente mentale\u201din relazione con l&#8217;inferiorit\u00e0 cognitiva del Mongolo. L\u2019approccio classificatorio , il differenzialismo assoluto e rigido portano al pregiudizio nonch\u00e9 al razzismo.Qui Devereux si pone dal punto di vista dell&#8217;osservatore, dell&#8217;etnologo, del medico,dello psicologo o dell&#8217;educatore che \u00e9 in contatto con l&#8217;immigrato, l&#8217;adolescente difficile, la persona disabile e l&#8217;individuo con problemi di natura psicopatologica: invita l\u2019osservatore ad interrogarsi sulle proprie categorie culturali. Contesta l&#8217;approccio che tende a vedere solo la diversit\u00e0, o meglio a vedere la diversit\u00e0 che sta nelle tassonomie dell\u2019osservatore, quindi a ridurre la persona ad una categoria unidimensionale: l&#8217;immigrato marocchino \u00e9 musulmano, la persona disabile \u00e9 un trisomico, il ragazzino \u00e9 affetto da deficit di attenzione e di iperattivit\u00e0, questo adulto \u00e9 un nevrotico ossessivo ecc&#8230;Devereux fa notare che nel processo di osservazione che passa tramite la relazione terapeutica oppure educativa; in qualsiasi relazione di aiuto l&#8217;osservatore \u00e9 insieme osservatore e osservato e viceversa. Non solo ognuno ha un &#8220;osservatore interiore&#8221; che entra in relazione con un &#8220;osservatore esteriore&#8221;; l&#8217;osservatore interiore \u00e9 il frutto delle influenze culturali che ci plasmano attraverso l&#8217;educazione e il contesto; quando osserviamo lo facciamo sempre attraverso un certo &#8220;paio di occhiali&#8221;; l&#8217;altro fa esattamente la stessa cosa. Per di pi\u00f9 nella relazione terapeutica, per esempio, vi \u00e9 un processo di controtransfert che proietta dei segmenti inconsci della nostra personalit\u00e0. Il contro-transfert \u00e9 determinante nel definire concretamente la relazione con l&#8217;altro che si vuole aiutare e accompagnare. Il terapeuta, l&#8217;operatore della riabilitazione e l&#8217;educatore non sono soggetti a-storici o non acculturati, lo sono in quanto prodotti della societ\u00e0 e veicolano immagini, stereotipi e pregiudizi che agiscono nella relazione con la persona disabile.<br \/>\nE&#8217; proprio partendo da una riflessione su questa dimensione della sua personalit\u00e0 che il terapeuta o l&#8217;educatore possono creare il contatto con l&#8217;altro; \u00e9 partendo dagli elementi di similitudine che si pu\u00f2 creare lo spazio per l&#8217;incontro. Invece partire dalla presunta diversit\u00e0- che \u00e9 frutto di uno sguardo appreso che non corrisponde mai alla realt\u00e0 soggettiva della traiettoria della persona in carne ed ossa- vuol dire scambiare le nostre categorie mentali per le categorie che ci spiegano l&#8217;altro. Vuol dire non riconoscere quello che ci appartiene come esseri umani(accomunandoci al soggetto disabile) e quello che ci appartiene come soggetto con una storia specifica. Devereux \u00e9 un strenuo difensore della relazione basata sulla possibilit\u00e0 per il paziente(noi possiamo anche dire dell&#8217;educando, del soggetto disabile in situazione di apprendimento)di parlare di s\u00e9 , di farlo con le proprie modalit\u00e0 e il proprio linguaggio,di raccontarsi attraverso il proprio vissuto. Il rischio che , secondo lui, si corre, \u00e8 sempre quello di chiudere l&#8217;altro nella &#8220;camicia di forza concettuale&#8221; di una categoria predefinita (diagnostica,classificatrice)che ci dovrebbe dare le soluzioni e la lettura dei suoi bisogni.<br \/>\nDevereux \u00e9 estremamente chiaro su come deve concepirsi lo spazio della relazione di aiuto; cio\u00e8 uno spazio di libert\u00e0 per la persona di esprimersi e narrare il proprio modo di essere; non a caso parla dell&#8217;importanza di creare le condizioni per favorire l&#8217;espressione della &#8220;personalit\u00e0 modale&#8221; cio\u00e8 dal modo con il quale il soggetto si narra anche attraverso la sua sofferenza e il suo disturbo; \u00e9 questa garanzia che permette l&#8217;attivazione di un processo di auto-cura. Qui il terapeuta \u00e9 solo un mediatore, un&#8217;accompagnatore-facilitatore che deve scomparire il prima possibile:&#8221;Occorre ricordare,- scrive Devereux- un&#8217;altra volta, che il modello culturale, l&#8217;ethos(il sistema di valori di quel modello), i valori ecc , non possono assolutamente &#8220;determinare&#8221; nulla , n\u00e9 &#8220;mettere in atto&#8221; n\u00e9 animare nulla , non possono essere &#8220;espressi&#8221; \u2026 poich\u00e9 sono semplici astrazioni. Solo gli individui concreti possono agire realmente&#8221;. Non \u00e9 n\u00e9 la &#8220;cultura presunta di appartenenza&#8221; (quella che si rappresenta mentalmente il terapeuta, l&#8217;etnologo o l&#8217;educatore) n\u00e9 la disabilit\u00e0, n\u00e9 il disturbo a determinare la realt\u00e0 del soggetto come essere complesso. Devereux afferma un principio insieme terapeutico e pedagogico: &#8220;il diritto del paziente a farsi accettare nei termini che sono suoi e a ricevere un trattamento adatto i propri bisogni&#8221;. Ma per ci\u00f2 l&#8217;operatore deve fare i conti con l&#8217;osservatore interiore per fare veramente i conti con l&#8217;osservatore esteriore.Solo nel rapporto con l&#8217;altro riusciamo a prendere le distanze da se stesso ma anche ad utilizzare quello che ci fa assomigliare a l&#8217;altro per costruire la comunicazione e la relazione. Bisogna quindi essere consapevole che la prima distanza a prendere \u00e9 quella da se stesso per conoscersi e che questo ci aiuta a capire l&#8217;altro attivando gli elementi di contatto necessari all&#8217;accompagnamento; \u00e8 proprio l&#8217;altro che ci aiuta a distanziarci da noi per comprenderlo meglio.Questo processo do comprensione aiuta anche l&#8217;altro a prendere il controllo di s\u00e9 nella narrazione dell&#8217;avventura educativa o riabilitativa; crea prossimit\u00e0 e non estraneit\u00e0.La nostra non estraneit\u00e0 alla &#8220;condizione umana&#8221;; il fatto di essere stato bambino, giovane e adolescente oppure di aver vissuto la malattia e la sofferenza ci mette nelle condizioni di ascoltare e comprendere; ci deve spingere a costruire le condizioni dell&#8217;accompagnamento che deve permettere all&#8217;altro di recuperare finalmente se stesso. Il che vuol dire per l&#8217;operatore imparare a rispettare in s\u00e9 la propria umanit\u00e0 e recuperare se stesso ogni volta che apre la finestra dell&#8217;incontro.<\/p>\n<p>Georges Devereux:Saggi di etnopsichiatria generale( Armando-1978)<br \/>\nSaggio di etnopsicoanalisi complementaristica (Armando-1976)<br \/>\nDall&#8217;angoscia al metodo nelle scienze del comportamento (UTET-1986)<br \/>\nAlain Goussot: Il travaglio del riadattamento creativo tra gli immigrati (il contributo dell&#8217;approccio transculturale di Georges Devereux)in Animazione sociale-febbraio2007-n210-p35-45<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>&quot;Tutto deve essere in fin dei conti interpretato&quot;(G.Devereux)<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[3587,4018],"edizioni":[108],"autori":[2688],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3724],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2001"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=2001"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2001\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5086,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2001\/revisions\/5086"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=2001"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=2001"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=2001"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=2001"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=2001"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=2001"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=2001"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=2001"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=2001"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}