{"id":2012,"date":"2011-07-14T10:40:16","date_gmt":"2011-07-14T10:40:16","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=2012"},"modified":"2025-11-10T11:37:15","modified_gmt":"2025-11-10T10:37:15","slug":"una-chiacchierata-a-quattro-voci","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2012","title":{"rendered":"8. Una chiacchierata a quattro voci"},"content":{"rendered":"<p>di Alessandra Pederzoli<\/p>\n<p>Protagoniste di questa chiacchierata sono quattro voci di cui solo una pone domande e le altre raccontano esperienze. Sono tre persone e tre esperienze tutte da ascoltare e raccogliere per gustare fino in fondo questo postino di Neruda che l\u2019assaggio del libro di Alessandra Cicalini ci ha gi\u00e0 fatto conoscere. Persone che in misura diversa hanno messo parte di s\u00e9 e del proprio lavoro in questo spettacolo e in questa attivit\u00e0 con i ragazzi di San Girolamo.<\/p>\n<p><strong>Eugenio Scarabelli, psicologo e responsabile della Comunit\u00e0 di San Giorolamo (Fermo)<br \/>\nA te Eugenio chiederei qualche notizia su San Girolamo: brevemente quando \u00e8 nato, di cosa si tratta, quale sia il legame con la Comunit\u00e0 di Capodarco, quanti sono i vostri ospiti e che vita conducono in San Girolamo.<\/strong><br \/>\nSan Girolamo nasce nel 1999 come comunit\u00e0 protetta, luogo che rappresenta l\u2019ultimo stadio di intervento nella psichiatria. Inizialmente arrivarono venti persone uscite dal manicomio di Fermo, quindi si trattava di accogliere i cosiddetti \u201cresidui manicomiali\u201d per i quali l\u2019ASL aveva chiesto alla Comunit\u00e0 di Capodarco di trovare una sistemazione e una nuova collocazione.<br \/>\nCon il passare del tempo a San Girolamo sono arrivate persone sempre pi\u00f9 giovani con condizioni psichiche croniche e con provenienze differenti che richiedevano un intervento riabilitativo. Siamo stati quindi stimolati a riorganizzarci e ad attrezzarci perch\u00e9 San Girolamo non fosse un ultimo stadio e un ultimo luogo di vita per le persone, ma perch\u00e9 esso rappresentasse una fase di passaggio. Attualmente le persone accolte sono 33.<br \/>\nLa vita a San Girolamo \u00e8 abbastanza rituale negli orari e nelle attivit\u00e0. Quello che si cerca di ricostruire e di mantenere \u00e8 l\u2019atmosfera che si respira in una casa, cercando di dare il meno possibile un\u2019organizzazione di tipo ospedaliero alla vita quotidiana: nessuno indossa la divisa per esempio. Si cerca di lavorare molto sulla relazione interpersonale sia all\u2019interno della casa ma anche all\u2019esterno, cercando e mantenendo quanti pi\u00f9 legami possibili con il territorio e le realt\u00e0 circostanti.<\/p>\n<p><strong>Quale, in breve, il percorso storico che ha portato all\u2019avviarsi del laboratorio teatrale?<\/strong><br \/>\nL\u2019idea del teatro in Comunit\u00e0 nasce molto in sordina e quasi per gioco. Come una di quelle sfide (diverse in verit\u00e0) che in questo tempo ci siamo sentiti di raccogliere e lanciare al territorio, per non rassegnarci mai a considerare soltanto malate le persone ospiti nella nostra struttura.<br \/>\nEra l\u2019autunno del 2003 quando per la prima volta prendemmo in considerazione quest\u2019idea del \u201cTeatro\u201d. L\u2019abbiamo fatto con grande rispetto e molto timore, pensando di accostarci a qualcosa di abbastanza complesso, privi di esperienza e con la nostra realt\u00e0 che invece si connota proprio per la sua caoticit\u00e0.<br \/>\nIl timore ci spinse a parlare semplicemente di laboratorio d\u2019espressivit\u00e0 psico-corporea. Erano una decina le persone coinvolte in quella prima esperienza che, con cadenza settimanale, lavoravano insieme facendo uso di tecniche teatrali. Quell\u2019esperienza and\u00f2 bene e forti furono le nostre emozioni nel constatare i risultati, estremamente migliori del previsto. I nostri ospiti, tutti appartenenti alla fascia della cronicit\u00e0 psichiatrica, sapevano accogliere quella sfida, usare quel linguaggio espressivo e tirar fuori da quel laboratorio, delle comunicazioni significative per tutti noi.<br \/>\nFu a quel punto che ci dicemmo di poter lavorare su un testo. La prima esperienza fu quella di cimentarsi su una fiaba: Il Tesoro del Crociato, scritta da don Vinicio Albanesi; e la prima rappresentazione fu \u201cin privato\u201d: cio\u00e8 dentro la comunit\u00e0 dove, dividendo lo spazio della stanza adibita alle feste, ricavammo un\u2019area palcoscenico e una per il pubblico. Fu molto divertente e non ne venne fuori, per noi come per chi guardava, la \u201crecita di poveri ragazzi sfortunati\u201d di fronte alla quale, battere comunque le mani per premiare almeno lo sforzo. Fu teatro! Si poteva dire che, nella particolarit\u00e0 contestuale del teatro, i nostri ospiti riuscivano ad agire in modo sano. Da qui la voglia di provare a misurarsi con un testo diverso, pi\u00f9 francamente teatrale, e con un contesto differente, un vero teatro, continuarono a farci crescere e a motivare il nostro lavoro. Abbiamo cos\u00ec ampliato il gruppo teatrale creando una piccola compagnia. Abbiamo coinvolto in questa esperienza altre persone: ospiti di altre strutture sia pubbliche che private e volontari Scout. Ci siamo attrezzati per reperire i fondi necessari a un vero spettacolo e abbiamo continuato a lavorare arrivando cos\u00ec alla sera della prima il 27 maggio 2005 al teatro di Porto San Giorgio con <em>Novecento<\/em>, rappresentazione tratta dal testo di Alessandro Baricco. La paura e la preoccupazione che non tutto potesse filare liscio erano grandi. Erano molte le variabili che potevano influenzare negativamente la riuscita: circa trenta persone in scena, quattro strutture coinvolte, il lavoro di alcuni professionisti tra psichiatri e psicologi, il confronto con il teatro vero, con lo spettacolo vero e infine, con un vero pubblico. Tutto vero, quindi. Niente finzione per noi che c\u2019eravamo impegnati un anno di seguito nel creare qualcosa. Cos\u00ec come vera sentivamo l\u2019emozione che gli ospiti ci avevano comunicato in circa sette mesi di laboratorio e che, da sola, valeva la prova. Il teatro, pieno in ogni angolo, ci ha ripagati dello sforzo e ci ha fatto capire definitivamente che l\u2019esperienza doveva continuare. Eccoci quindi a mettere in atto un altro periodo di lavoro che ha portato poi a vedere in scena Un pretesto: il postino di Neruda: un nuovo stimolo alle persone perch\u00e9 esprimano il tanto e il bello che c\u2019\u00e8 sotto la corazza del loro malessere.<\/p>\n<p><strong>Quali le intenzioni che ne hanno mosso l\u2019attivazione? Perch\u00e9 la scelta del teatro come strumento di lavoro con i ragazzi e con quali obiettivi?<\/strong><br \/>\nAbbiamo scelto il teatro perch\u00e9 il teatro \u00e8 uno strumento di espressione ed \u00e8 un luogo all\u2019interno del quale si finge e nel quale si vive la metafora che \u00e8 propria del circo, in cui la stranezza diventa la normalit\u00e0. Tra il gioco e la seriet\u00e0 ci si pu\u00f2 infatti permettere di essere diversi. Nel teatro esiste un flusso bidirezionale: il teatro permette alla stranezza di divenire normalit\u00e0 e i pazienti a loro volta possono dare al teatro ci\u00f2 che il teatro vuole. Il nostro obiettivo principale era di ampliare le possibilit\u00e0 espressive delle persone, fornendo magari qualche strumento in pi\u00f9 oltre la parola; qualche cosa in pi\u00f9 oltre al pensiero: spesso delirante e avvinghiato attorno alle solite stereotipie mentali e fisiche, che conoscevamo bene. Pensavamo alle possibilit\u00e0 del corpo, alle possibilit\u00e0 della fantasia. Credevamo di poter raggiungere meglio le persone che si nascondevano dietro le malattie, attraverso l\u2019uso di un canale insolito e nuovo per tutti: ospiti e operatori della Comunit\u00e0.<br \/>\nIl laboratorio e l\u2019intero progetto \u00e8 partito dal basso: prima l\u2019idea di acquisire alcune tecniche di base poi \u00e8 arrivata la consapevolezza che le persone riuscivano a dare altro, oltre alla semplice messa in atto delle tecniche. Chi partecipava al laboratorio riusciva a esprimersi ad altri livelli. Questi livelli di espressione diventavano e diventano stimolo alla patologia che non \u00e8 da vedersi e da considerarsi come l\u2019unico vestito della persona, quanto piuttosto come qualcosa che deve essere smontato. In psichiatria non si punta mai alla totale ristrutturazione della persona perch\u00e9 la patologia \u00e8 per la persona stessa un adattamento creativo alla vita; \u00e8 necessario dunque che la persona mantenga questo equilibrio. Il teatro ci permette dunque di decostruire e, allo stesso tempo di ricostruire qualcosa di diverso, di giocoso, di finto in cui \u00e8 la stranezza a diventare la normalit\u00e0 e la normalit\u00e0 a essere la stranezza.<br \/>\nIl senso del gioco in fondo \u00e8 poi questo: si tratta di un meccanismo che ci permette di fare cose diverse, di agire comportamenti diversi, fornendoci un pretesto per farlo. Faccio un esempio, se io e tu che mi stai intervistando ora ci incontriamo e rimaniamo fissi nei nostri ruoli, continuiamo a vivere in quel range di possibilit\u00e0 che la situazione professionale ci sta imponendo. Se noi invece ci concediamo di giocare con quei ruoli allora ci stiamo concedendo altre opportunit\u00e0. E non perch\u00e9 stiamo parlando di gioco, di sciocchezze e di banalit\u00e0; ci riferiamo a un\u2019interazione vera e a una comunicazione autentica in tutto e per tutto.<br \/>\nIn questo caso specifico significa anche avere il coraggio di andare oltre la malattia, pur scegliendo una dimensione di gioco, per incontrare innanzitutto la persona. Farlo attraverso il teatro, significa solo farlo in una dimensione altra.<\/p>\n<p><strong>Nell\u2019introduzione che tu hai scritto per il libro della Cicalini leggo testualmente: \u201cGli ospiti, che noi conoscevamo bene nella loro patologia, giocavano con essa utilizzandola in funzione dei personaggi che dovevano interpretare. Interpretando realmente delle maschere; ossia giocando, con se stessi e con noi, nel fare altri da s\u00e9\u201d. Il gioco con la patologia mi sembra uno degli elementi pi\u00f9 avvincenti del vostro lavorare con il teatro. Quanto questa dimensione del gioco, dell\u2019interpretare agisce favorevolmente per il benessere dei ragazzi, agisce cio\u00e8 sulla loro capacit\u00e0 di apertura e di espressione?<\/strong><br \/>\nQuesto accade per ogni cosa che mettiamo in piedi. Il teatro, il gioco, l\u2019improvvisazione, ma non solo. Questo \u00e8 quello che si rivive e si mette in atto anche nella vita quotidiana e nei ritmi di vita condivisa dentro San Girolamo. Anche i familiari talvolta si stupiscono dei livelli di autonomia raggiunti dai nostri ospiti. Per noi significa mettere in atto delle strategie e delle modalit\u00e0 di interazione che, come dicevo prima, guardano prima di tutto alla persona e poi tengono conto della malattia: che va pensata come qualcosa non da arginare dal punto di vista farmacologico o terapeutico, quanto piuttosto come una componente della persona che la costituisce e con la quale deve imparare a fare i conti e a convivere. Ritorniamo a quell\u2019equilibrio tra persona e malattia pensata come l\u2019adattamento creativo che l\u2019individuo stesso fa della propria vita. In quest\u2019ottica non \u00e8 certo un qualcosa da arginare, quanto piuttosto qualcosa su cui lavorare e tenere in considerazione. Ecco il gioco con la patologia, ecco anche il lavoro sull\u2019improvvisazione che ha costituito il laboratorio. Si tratta di agire su un livello di rapporto personale che riconosce il paziente, gli affida delle responsabilit\u00e0 e lo aiuta ad acquisire delle autonomie via via sempre maggiori. Un\u2019interazione che diventa normale.<\/p>\n<p><strong>Stefania Petracci, psicologa e co-conduttrice del laboratorio teatrale di cui \u00e8 memoria e collante<br \/>\n<em>Lo spettacolo Un pretesto: il postino di Neruda, nasce dall\u2019esperienza di un laboratorio teatrale, ma soprattutto dall\u2019esperienza di un gruppo di persone che hanno lavorato sull\u2019espressivit\u00e0 psico-corporea. Stefania, cosa significa un lavoro di questo tipo nel concreto dell\u2019agire con i ragazzi? <\/em><\/strong><br \/>\nIl laboratorio \u00e8 innanzitutto un luogo di integrazione e interazione tra individui, \u00e8 un\u2019occasione per unire persone molto diverse tra loro: il teatro mette infatti tutti sullo stesso livello, perch\u00e9 concede a tutti la possibilit\u00e0 e l\u2019opportunit\u00e0 di esprimersi. E non esiste un modo giusto o un modo sbagliato di espressione. Noi abbiamo lavorato sulla espressivit\u00e0 psico-corporea: questo ha significato partire dal corpo per arrivare ad altri contenuti. Tutto l\u2019agire del laboratorio segue una circolarit\u00e0 su cui si muovono diversi livelli. Una circolarit\u00e0 di posizione ma anche di azione nel tempo. Siamo tutti seduti in cerchio e la prima fase di lavoro \u00e8 una fase puramente dialogica che conduce le persone a portare nel cerchio del laboratorio il loro vissuto, le loro esperienze. A questa prima fase seguono le attivit\u00e0 laboratoriali vere e proprie, quelle previste e programmate per la giornata. La fase finale poi \u00e8 un ritorno al dialogo in quanto \u00e8 il momento della restituzione, il momento in cui portare nel gruppo il proprio sentire e le emozioni provate durante le attivit\u00e0 appena conclusesi.<br \/>\nDi fatto questo \u00e8 il lavoro che importa e che ci interessa portare avanti: farli esprimere, il resto \u00e8 appunto un \u201cpretesto\u201d, un\u2019occasione che diventa traccia su cui poi lavorare, agire, e anche improvvisare.<\/p>\n<p><strong>Cosa comporta per un paziente psichiatrico stare all\u2019interno di un\u2019esperienza complessa come pu\u00f2 essere un\u2019esperienza teatrale, in cui occorre misurarsi con l\u2019uso del linguaggio, con la percezione del corpo, con l\u2019assunzione e il riconoscimento di ruoli differenti?<\/strong><br \/>\nIo credo che innanzitutto si tratti di un\u2019occasione per stare insieme e per confrontarsi con gli altri componenti del gruppo (un gruppo di ventinove persone). Il momento della restituzione per esempio \u00e8 molto importante perch\u00e9 si agisce il rispetto dell\u2019altro, l\u2019ascolto di quello che ha da dire e da dare. I nostri ospiti sono persone che spesso vivono in un mondo auto centrato nel quale faticano ad accogliere gli altri e ad accettarli per quello che hanno da dare. Questa dimensione del rispetto e dell\u2019accoglienza degli altri componenti del gruppo, per esempio, \u00e8 una dimensione che il teatro permette di trovare alla quale peraltro fatica a corrispondere un\u2019altrettanta disponibilit\u00e0 e pienezza nella vita reale. Si tratta, in effetti, di uno spazio protetto e definito che va oltre ai ruoli ma questo permette lo scambio. Anche i ruoli attribuiti per lo spettacolo in effetti non sono altro che un pretesto, infatti non vengono mai definiti una volta per tutte. Spesso lo stesso personaggio \u00e8 interpretato da due o tre attori che si scambiano nel procedere dello spettacolo; perch\u00e9 ci\u00f2 che acquisisce importanza \u00e8 il tipo di esperienza che si conduce, non il ruolo impersonato.<\/p>\n<p><strong>Il postino di Neruda immagino sia stato un passaggio e una tappa del vostro percorso. Oggi, quale seguito ha avuto il laboratorio? Cosa c\u2019\u00e8 in programma, se qualcosa c\u2019\u00e8?<\/strong><br \/>\nIl laboratorio infatti sta andando avanti anche se per il momento non c\u2019\u00e8 ancora un testo specifico. \u00c8 ancora un lavoro tutto improntato sull\u2019improvvisazione, quindi non legato a qualcosa di specifico quanto piuttosto a quello che emerge di volta in volta dai ragazzi. Poi vedremo\u2026 Magari da loro emerger\u00e0 l\u2019esigenza di mettere in piedi un altro spettacolo, a quel punto, allora, ci penseremo. Di fatto in questo modo la struttura si \u00e8 modificata, non essendo pensato in vista di un copione in particolare, ci si \u00e8 concentrati su un lavoro molto pi\u00f9 centrato sulla espressivit\u00e0. Abbiamo giusto scelto il filone che \u00e8 quello della comunicazione e su questo filone ci muoviamo di volta in volta, anche in base a quello che emerge. Conduttore del laboratorio di quest\u2019anno \u00e8 Oscar Genovese, che gi\u00e0 aveva partecipato con<em> Il postino di Neruda<\/em>. E il gruppo si mantiene di ventinove persone.<\/p>\n<p><strong>Roberta Fonsato, attrice e regista teatrale, regista dello spettacolo Un pretesto: il postino di Neruda<br \/>\n<\/strong><strong>Roberta, tu operi nel teatro da molto tempo. Questo laboratorio messo in piedi alla Comunit\u00e0 di San Girolamo \u00e8 la tua prima esperienza di lavoro con il disagio mentale? Quali le sensazioni, le novit\u00e0? Cosa c\u2019\u00e8 di particolare nel condurre e nel mettere in piedi uno spettacolo all\u2019interno di un contesto come San Girolamo?<\/strong><br \/>\nIl mio lavoro con il disagio mentale \u00e8 nato con San Girolamo e nel tempo si \u00e8 mantenuto, nel senso che ho cominciato l\u00ec per poi fare molte altre esperienze nel campo del teatro e disagio mentale; posso dire che adesso il disagio mentale \u00e8 il mio campo di indagine e di lavoro preferito.<br \/>\nLa novit\u00e0 del lavoro Un pretesto: il postino di Neruda \u00e8 il fatto di venire inteso proprio come un \u201cpretesto\u201d di lavoro, in quanto rappresenta una traccia che offre l\u2019input alla modalit\u00e0 del nostro lavoro, che \u00e8 quello dell\u2019improvvisazione. Un pretesto, quindi, per dare al gruppo l\u2019occasione di creare qualcosa di unico, in quanto frutto di un processo di lavoro comune.<br \/>\nL\u2019intero percorso ha previsto infatti la realizzazione di tre laboratori e due fasi: oltre al laboratorio teatrale vero e proprio, si sono inseriti il laboratorio di scrittura, che ha visto prodotti una serie di scritti, alcuni dei quali sono poi confluiti nel testo dello spettacolo, e il laboratorio di scenografia, durante il quale \u00e8 stata realizzata la scenografia dello spettacolo.<br \/>\nLa prima parte del laboratorio teatrale \u00e8 stata di lavoro sulla tecnica, rivolta al gruppo per creare delle \u201cintenzioni sceniche\u201d. Queste intenzioni sceniche venivano in un primo momento proposte al gruppo, successivamente si lavorava proprio su questi temi e non solo da un punto di vista strutturale e testuale, ma soprattutto sulla corporeit\u00e0.<br \/>\nGli attori in questo modo, si sono trovati, naturalmente, ad appropriarsi di quelle caratteristiche dei personaggi, sulle quali abbiamo lavorato in un primo momento; i personaggi, le situazioni si sono cos\u00ec inserite in una struttura scenica ad hoc.<br \/>\nIl contesto di San Girolamo \u00e8 stato un importante passaggio per il gruppo di attori della Compagnia; sicuramente frutto di un lavoro teatrale che dura ormai da anni, ora il gruppo era pronto per un lavoro pi\u00f9 strutturato e tecnicamente pi\u00f9 avanzato, cio\u00e8 passare dal generale per arrivare alla scena specifica, piuttosto che arrivare direttamente alla scena \u201cstrutturalmente imposta\u201d. Importante ricordare come nel corso degli anni il gruppo si sia trasformato in una vera e propria Compagnia teatrale, intendendola in modo molto ampio come un gruppo di attori che lavorano insieme, si allenano, mettono in scena spettacoli, che talvolta producono. Il gruppo \u00e8 variabile, ci sono attori che entrano e attori che escono, ci\u00f2 che per\u00f2 \u00e8 garantita \u00e8 la continuit\u00e0 di lavoro. La compagnia di San Girolamo, \u00e8 cos\u00ec: ha un carattere professionale, proprio perch\u00e9 gli spettacoli sono frutto di lunghi e articolati lavori di produzione. Credo che il laboratorio a San Girolamo non sia una delle tante attivit\u00e0 delle strutture, quanto piuttosto il lavoro della compagnia \u201cTeatral \u2013 Mente\u201d, che proprio per la sua peculiarit\u00e0 e modalit\u00e0 \u00e8 una compagnia teatrale vera e propria.<br \/>\nVorrei fosse chiaro che i nostri spettacoli non sono la recita di fine anno, ma sono il frutto di un lavoro reale e serio. Professionale \u00e8 l\u2019emozione, l\u2019attesa, la volont\u00e0 di andare avanti, la creazione, il gruppo, tutti ingredienti presenti nel nostro laboratorio. Il teatro \u00e8 fatto di sudore, di attese, di sbagli, rettifiche e dignit\u00e0.<br \/>\nMassima ambizione: il pubblico sceglie di venire a vedere i nostri spettacoli, fra i tanti del cartellone, o almeno questo vorrei fosse lo spirito.<br \/>\nMi ha fatto piacere, quando l\u2019anno scorso, dopo il debutto di Novecento, una persona fuori dal teatro mi ha detto: \u201cMi ha fatto uno strano effetto, pensavo di venire a ridere e invece ho pianto\u201d, oppure \u201cSul palco, in scena, non si distinguevano i pazienti dai normali\u201d.<br \/>\nNon \u00e8 strano, \u00e8 il teatro&#8230; forse quello della vita.<\/p>\n<p><strong>Leggendo il diario di Alessandra, tra le altre cose, colpisce in particolar modo il lavoro sull\u2019improvvisazione che sembra una costante nella costruzione di quello che poi abbiamo visto in scena. Da dove viene questa intenzione di raccogliere l\u2019improvvisazione per la costruzione del copione?<\/strong><br \/>\nL\u2019improvvisazione \u00e8 il mio metodo di lavoro oltre che l\u2019ambito dove muovo la mia ricerca. La mia metodologia parte da un metodo de il \u201cTeatro dell\u2019oppresso\u201d di Augusto Boal, che fa dell\u2019improvvisazione la base del proprio lavoro. Credo che l\u2019improvvisazione sia una delle forme teatrali pi\u00f9 complesse, proprio perch\u00e9 \u00e8 quasi come se non avesse tecnica: in realt\u00e0 la tecnica \u00e8 un tutt\u2019uno con l\u2019essenza di quello che si sta rappresentando in un preciso istante. Lavorando con la psichiatria, l\u2019improvvisazione risulta essere per me il metodo reciprocamente pi\u00f9 adatto; l\u2019una per l\u2019altra: non c\u2019\u00e8 bisogno di tecnica nella totale spontaneit\u00e0, pensando alla psichiatria come campo di totale spontaneit\u00e0. Attori famosi ed esperti, di grande rispetto, necessitano anni di espropriazione tecnica e spesso non raggiungono i livelli che un paziente psichiatrico ottiene al primo incontro.<br \/>\nNell\u2019improvvisazione ognuno porta il suo momento, quello che \u00e8 in quel momento; il gruppo come momento creativo, di creazione appunto, stiamo creando un unicum, uno spettacolo del momento. Teatro e psichiatria a confronto, come facce della stessa medaglia. Un unicum \u00e8 ogni volta uno spettacolo diverso, ogni improvvisazione \u00e8 frutto di un processo creativo, stiamo creando qualcosa di nuovo, di straordinario, possibile solo per quel preciso momento, con quel gruppo, con le emozioni ed energie che concorrono a quel preciso istante. Necessario diventa \u201cil parto-scenico\u201d, la scena come realizzazione e superamento, in quanto e-dotta (condotta fuori, partorita) dall\u2019emotivit\u00e0 inconsapevole dell\u2019improvvisazione. L\u2019improvvisazione non lascia possibilit\u00e0 di predefinire, di guidare l\u2019emotivit\u00e0, sono adesso perch\u00e9 sono cos\u00ec, mi muovo e dico questo o non mi muovo e non dico, perch\u00e9 il momento me lo suggerisce, \u201csento\u201d questo, non penso. Stop. Il dopo \u00e8 un\u2019altra cosa.<\/p>\n<p><strong>Una cosa mi ha particolarmente colpito guardando lo spettacolo, un capolavoro, tra l\u2019altro. Le lettere e quella buchetta della posta messa in scena, nate da un laboratorio di scrittura interno al lavoro teatrale. Come spiegheresti a chi non ha visto lo spettacolo questa scelta? Cosa fanno gli attori in scena che \u201csi leggono\u201d al pubblico?<\/strong><br \/>\nLa scelta della cassetta delle lettere \u00e8 nata un po\u2019 per caso dal gruppo stesso, un po\u2019 come esigenza scenica, un po\u2019 forse come significato intrinseco dello spettacolo&#8230; Lettere come messaggi che dovrebbero arrivare al cuore di chi lo guarda. Non dimentichiamo che:<br \/>\n\u201cI primi protagonisti sono gli occhi della gente, che sbirciano dalle tende e chiacchierano di ci\u00f2 che vedono.<br \/>\nDanzando tra l\u2019indifferenza e la curiosit\u00e0&#8230;<br \/>\nLa provocazione \u00e8 proprio questa: si parla tanto di chi \u00e8 strano, di chi \u00e8 normale, ma aldil\u00e0 delle chiacchiere, dove sta il confine: il giudizio di vedere lo strano o il normale o il sentirsi l\u2019uno o l\u2019altro?<br \/>\nIl dubbio rimane, la scelta \u00e8 personale.\u201d [dagli appunti di regia di Roberta Fonsato, NdR.]<br \/>\nDirei quindi che il pubblico dovrebbe leggere tra le righe di quelle lettere.<\/p>\n<p><strong>Un\u2019ultima curiosit\u00e0, la scelta dello spettacolo e del tema. Il postino di Neruda. Da dove arriva questa scelta?<\/strong><br \/>\nLa domanda pi\u00f9 difficile, bench\u00e9 la pi\u00f9 ovvia per me: nasce da un impulso improvviso, da un\u2019improvvisazione emotiva. La scelta dei miei spettacoli nasce da ci\u00f2 che mi emoziona, leggo un libro, se questo libro mi emoziona sicuramente \u00e8 buono per uno spettacolo e cos\u00ec spero che ci\u00f2 che ha emozionato me, possa emozionare anche gli attori e il pubblico.<br \/>\nE poi c\u2019\u00e8 il mio amore per la poesia di Neruda, che non lascia commenti. Ora sto vivendo in Sud America, la terra di Neruda e come in un flashback penso a quando ho preso in mano il libro di Sk\u00e1rmeta e ho pensato \u201cvada per questo\u201d, una scelta del \u201c<em>corazon<\/em>\u201d direbbero qua e, qua, questa parola fa ancora effetto.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Alessandra Pederzoli<br \/>\nProtagoniste di questa chiacchierata sono quattro voci di cui solo una pone domande e le altre raccontano esperienze. Sono tre persone e tre esperienze tutte da ascoltare e raccogliere per gustare fino in fondo questo postino di Neruda che l&rsquo;assaggio del libro di Alessandra Cicalini ci ha gi&agrave; fatto conoscere. Persone che in misura diversa hanno messo parte di s&eacute; e del proprio lavoro in questo spettacolo e in questa attivit&agrave; con i ragazzi di San Girolamo.<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[3584,3607],"edizioni":[109],"autori":[],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3725],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2012"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=2012"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2012\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5123,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2012\/revisions\/5123"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=2012"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=2012"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=2012"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=2012"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=2012"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=2012"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=2012"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=2012"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=2012"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}