{"id":2033,"date":"2011-08-01T14:43:10","date_gmt":"2011-08-01T14:43:10","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=2033"},"modified":"2011-08-01T14:43:10","modified_gmt":"2011-08-01T14:43:10","slug":"dall-imbuto-di-norimberga-alla-costruzione-condivisa-dell-apprendimento-1","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2033","title":{"rendered":"Dall&#8217;imbuto di Norimberga alla costruzione condivisa dell&#8217;apprendimento"},"content":{"rendered":"<p><strong>Due convinzioni radicate<\/strong><\/p>\n<p>Il senso etimologico del termine educazione (ex-duco) riconduce al significato di guidare, condurre verso uno scopo. Questa forte valenza di indirizzo e guida esercitata da &ldquo;chi sa&rdquo; verso &ldquo;chi non sa&rdquo; ha formato il modello educativo prevalente per buona parte della storia europea ed &egrave; a tutt&rsquo;oggi ben esemplificato da due convinzioni presenti, pi&ugrave; o meno esplicitamente, nella pi&ugrave; parte del modo comune di pensare e gestire il processo di apprendimento.<br \/>\n&ldquo;La prima convinzione pu&ograve; essere illustrata dalla Metafora dell&rsquo;imbuto di Norimberga che trae origine da un incisione su legno del diciassettesimo secolo dove si vede una sedia sulla quale &egrave; seduto un ragazzo che in testa ha un buco nel quale &egrave; infilato un imbuto. In piedi accanto al ragazzo c&rsquo;&egrave; l&rsquo;insegnante intento a riversare nell&rsquo;imbuto A, B, C, 2+2=4 e tutto il resto della sapienza dell&rsquo;epoca. Questo favoloso e ingegnoso dispositivo &egrave; stato chiamato &rsquo;imbuto di Norimberga&rsquo; perch&eacute; &egrave; in quella citt&agrave; che per la prima volta fu immortalato in un&rsquo;incisione.<br \/>\nSi tratta di un dispositivo certamente molto attraente, se &egrave; vero com&rsquo;&egrave; vero che ancora nel nostro secolo tutte le nozioni sull&rsquo;imparare e insegnare ruotano attorno a questa idea della conoscenza come qualcosa che alcuni possiedono e altri no e che i primi possono versare nelle menti dei secondi. La conoscenza &egrave; concepita come un&rsquo;entit&agrave;, come un insieme di oggetti. Purtroppo le cose non funzionano cos&igrave;, ma si assume che cos&igrave; sia, che l&rsquo;apprendimento sia un processo di questo tipo.<br \/>\nLa seconda convinzione nasce dalla necessit&agrave; di renderci periodicamente conto di cosa lo studente sa, cosa &lsquo;ha imparato&rsquo;. E allora lo esaminiamo; gli facciamo delle domande e ascoltiamo e valutiamo le sue risposte.<br \/>\nUn mio collega, un compositore di nome Herbert Brun, tempo fa mi fece notare che esistono due tipi di domande: quelle che ha chiamato le &lsquo;domande legittime&rsquo;, cio&egrave; le domande per le quali non abbiamo ancora una risposta e le altre che ha chiamato &lsquo;domande illegittime&rsquo;, di cui gi&agrave; conosciamo la risposta. Se accettiamo questa distinzione, dobbiamo riconoscere che le domande che gli insegnanti rivolgono agli studenti, sono tutte domande illegittime, di cui gi&agrave; si conosce la risposta; il loro unico scopo &egrave; verificare se la sa anche lo studente.<br \/>\nFaccio un salto e arrivo al problema successivo: a scuola gli studenti dovrebbero essere stimolati a porsi e porre domande legittime; ma come fanno ad apprendere se non c&rsquo;&egrave; esempio e occasione?<br \/>\nQuali sono le domande per le quali non abbiamo risposte? Il punto &egrave; che non esiste un catalogo per le quali non conosciamo le risposte; dobbiamo inventarcele assieme, stimolare l&rsquo;invenzione invece che la tendenza a ripetere. Senza invenzione non si pongono domande legittime e senza domande legittime non si mette in moto un vero e proprio processo di apprendimento.&rdquo;<\/p>\n<p>Da Heinz von Foester Inventare per apprendere, apprendere per inventare in: P.Perticari, M.Sclavi (a cura), Il senso dell&rsquo;imparare, Milano, Anabasi, 1994<\/p>\n<p>Molti fattori, di ordine assai diverso cha vanno da nuove concezioni dell&rsquo;apprendimento alla presenza sulla scena sociale di altre agenzie formative che minano la centralit&agrave; della scuola, hanno portato alla messa in crisi del concetto classico di educazione\/formazione, soprattutto per quanto riguarda la sua linearit&agrave; e la presenza di una distinzione rigida di competenze.<br \/>\nMolta parte dell&rsquo;elaborazione teorica nonch&eacute; delle pratiche di lavoro si &egrave; orientata, dunque, verso la ricerca di altri modelli formativi e scolastici che tengano conto di alcuni aspetti.<\/p>\n<p><strong>Reciprocit&agrave; fra insegnamento ed apprendimento<\/strong><\/p>\n<p>Questo collegamento viene incisivamente riassunto da una frase di G. Pask &ldquo;Non si insegna se al contempo non si impara, non si impara se al contempo non si insegna&rdquo;. Lo spazio dell&rsquo;apprendimento &egrave; uno spazio di costruzione con gli altri della propria conoscenza. Lontani da una trasmissione lineare di informazione, i modelli formativi si aprono alla prospettiva dell&rsquo;educare al comprendere che richiama inevitabilmente la distinzione ricordata dal brano di Von Foester fra domande legittime e domande illegittime.<br \/>\nL&rsquo;intreccio reciproco tra le dimensioni dell&rsquo;insegnamento e apprendimento rivela anche come le modalit&agrave; attraverso cui si realizza l&rsquo;atto dell&rsquo;insegnare sono strettamente correlate al modo personale di apprendere. Il riconoscimento di stili cognitivi propri &egrave; uno degli elementi portanti dell&rsquo;esigenza di individualizzazione emersa in questi ultimi anni come asse centrale di ogni proposta educativa e formativa. Ripresa e citata da pi&ugrave; contributi teorici, recepita anche dai documenti ufficiali, l&rsquo;idea di individualizzazione va ancora ripresa, soprattutto per ribadire che il significato profondo non ha a che fare con la predisposizione di percorsi separati ma &egrave; pi&ugrave; strettamente legata al riconoscimento di bisogni, storie, competenze propri, &ldquo;individuali&rdquo; appunto, che devono trovare spazio e legittimit&agrave; all&rsquo;interno del contesto reale di apprendimento, quello di un gruppo non omogeneo impegnato in un compito collettivo di costruzione di significati e conoscenze.<\/p>\n<p><strong>Complementariet&agrave; degli aspetti emotivi e cognitivi<\/strong><\/p>\n<p>Nel processo di apprendimento giocano un ruolo primario le emozioni. Come carico emotivo che influenza in modo diretto la capacit&agrave; di apertura che ogni situazione di apprendimento richiede. Gli insegnanti sanno bene quanto &egrave; difficile coinvolgere i bambini e i ragazzi nelle attivit&agrave; a scuola quando si vivono situazioni esistenziali difficili, durature (come la presenza di un deficit, di una malattia) o temporanee (un lutto, una separazione). Accogliere una persona &egrave; anche accogliere il suo tono emotivo e darle l&rsquo;opportunit&agrave;, rispettando tempi e modi, per poter riuscire a &ldquo;dire&rdquo; ci&ograve; che provoca difficolt&agrave; e sofferenza. Questo non solo per il rispetto dovuto alla persona ma anche come compito educativo che l&rsquo;adulto insegnante deve assolvere. Se la testa &egrave; occupata da emozioni non rielaborate non c&rsquo;&egrave; spazio per imparare e diventa estremamente difficile riconoscere un legame fra me e ci&ograve; che imparo, passaggio essenziale per un apprendimento efficace e duraturo.<\/p>\n<p><strong>Centralit&agrave; nel processo di apprendimento della relazione fra chi &ldquo;insegna&rdquo; e chi &ldquo;apprende&rdquo; fra ci&ograve; che viene insegnato\/appreso e la persona in formazione<\/strong><\/p>\n<p>L&rsquo;oggetto dell&rsquo;apprendimento &egrave; tra chi apprende e chi insegna; anche Paulo Freire ci dice che &ldquo;Ogni pratica educativa &egrave; complessa e contraddittoria, ha a che fare con me e con gli altri&rdquo;.<br \/>\nConoscere, possedere un sapere &egrave; quindi un processo che ci induce a fare i conti contemporaneamente con due posizioni. Una estremamente soggettiva, legata alla possibilit&agrave; che il soggetto ha di riconoscere in ci&ograve; che gli viene proposto come contenuto di apprendimento qualche tratto (o molteplici tratti) da ricondurre a s&eacute;, alla propria storia, competenza, aspettativa.<br \/>\nL&rsquo;altra che rimanda alla dimensione dialogica, di scambio e apertura verso l&rsquo;altro. Si impara con e a partire dagli altri come &egrave; esemplarmente concretizzato dal fondamentale processo di acquisizione del linguaggio nel bambino piccolo.<br \/>\nIn senso generale si pu&ograve; dire che siamo in possesso di una forma di conoscenza quando essa diventa parte della nostra esperienza, viene cio&egrave; rielaborata riconoscendone gli aspetti di vicinanza e di distanza.<\/p>\n<p><strong>La lettura<\/strong><\/p>\n<p>Genitori, figli, insegnanti<br \/>\nLa scuola, sin dagli inizi, si &egrave; distinta come istituzione che, contrariamente ai rischi della vita sociale, organizza l&rsquo;apprendimento in maniera sistematica, progressiva ed esaustiva. Finch&eacute; la societ&agrave; riteneva del tutto normale che l&rsquo;accesso al sapere fosse determinato dal retaggio familiare, non vi era necessit&agrave; di avere una scuola. Ciascuno apprendeva ci&ograve; che i propri genitori e la propria cerchia di conoscenti sapevano. Si viveva in un ambiente dato, di cui si sforzava di apprendere progressivamente il linguaggio, i modi e le competenze; l&rsquo;apprendimento funzionava in sostanza per osmosi. Risultato: si impiegava molto tempo e ci&ograve; che ogni persona sapeva si limitava a ci&ograve; che l&rsquo;ambiente in cui viveva poteva insegnare.<br \/>\nFurono gli enciclopedisti settecenteschi (Diderot, d&rsquo;Alambert, ecc.) i primi a immaginare uno strumento che mettesse a disposizione di tutti coloro che sapevano leggere il complesso dei saperi elaborati dagli uomini. L&rsquo;obiettivo della loro impresa &ndash; che noi oggi proseguiamo mediante una molteplicit&agrave; di strumenti e istituzioni quali libri, enciclopedie a stampa, sonore, visive o digitali, manuali e programmi scolastici, musei, conservatori, ecc. &ndash; era avvicinare gli uomini alla conoscenza e consentire loro di accedervi in maniera progressiva ed esaustiva. &Egrave; un primo piano, notevole passo verso la democratizzazione dell&rsquo;accesso al sapere. Ma i sociologi del ventesimo secolo ci hanno insegnato che &ldquo;mettere a disposizione&rdquo; non &egrave; sufficiente e che l&rsquo;offerta, per quanto ben concepita, rinvia sempre all&rsquo;ineguaglianza delle persone e dei gruppi nel trovare la propria strada nel labirinto dei saperi e nel comprendere ci&ograve; che viene proposto loro. In altre parole: i saperi, oggi, sono a portata di mano. Un tempo era sufficiente aprire un manuale o un&rsquo;enciclopedia; ora basta ciccare su Internet&hellip; Ma con ci&ograve;, in realt&agrave;, si accede soltanto a una massa di informazioni. Occorre saperle cercare, comprenderle, vagliarle, confrontarle, metterle in relazione le une con le altre, identificare ci&ograve; che &egrave; necessario memorizzare&hellip; &Egrave; nostro compito proseguire l&rsquo;opera degli enciclopedisti. &Egrave; compito degli insegnanti di oggi essere gli enciclopedisti di domani&hellip; veri professionisti, non solo della &ldquo;distribuzione&rdquo; delle conoscenze, ma anche dell&rsquo;accesso ragionato e autonomo ai saperi. Si tratta del prolungamento naturale del tradizionale mestiere di insegnare; ma ci&ograve; richiede anche una nuova professionalit&agrave;, caratterizzata da un&rsquo;attenzione particolare a ci&ograve; che assai impropriamente viene definito &ldquo;studio a casa&rdquo;.<\/p>\n<p>(P. Merieu, I compiti a casa. Genitori, figli, insegnanti: a ciascuno il suo ruolo, Milano, Feltrinelli, 2002)<br \/>\n&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Due convinzioni radicate<\/p>\n<p>Il senso etimologico del termine educazione (ex-duco) riconduce al significato di guidare, condurre verso uno scopo. 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