{"id":2065,"date":"2011-10-03T12:34:36","date_gmt":"2011-10-03T12:34:36","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=2065"},"modified":"2011-10-03T12:34:36","modified_gmt":"2011-10-03T12:34:36","slug":"siamo-tutti-nella-stessa-barca-intervento-in-situazione-di-conflitto-una-proposta-di-procedura","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2065","title":{"rendered":"Siamo tutti nella stessa barca. Intervento in situazione di conflitto: una proposta di procedura"},"content":{"rendered":"<p>di Maurizio Stupiggia, psicoterapeuta, direttore della Scuola di specializzazione in psicoterapia biosistemica di Bologna<\/p>\n<p>Il gruppo &egrave; causa del nostro malessere e al tempo stesso la possibilit&agrave; della cura.   Questo &egrave; l&#8217;assunto di base da cui voglio partire per descrivere la metodologia di intervento che adotto costantemente nei contesti scolastici quando devo operare nelle situazioni di crisi.<br \/>\nLa sensazione che infatti provo ogni volta che vengo chiamato in una scuola, &egrave; quella di giungere ad un cappezzale di qualche moribondo (l&rsquo;alunno), con tutti i sani (insegnanti ed operatori) che lo stanno a guardare dall&#8217;alto, e quando me ne vado ho invece l&#8217;immagine di una barca a vela alle prese con un vento troppo forte o con un equipaggio squinternato: se la barca affonda nessuno resta asciutto.   Il tentativo iniziale dei partecipanti al gioco del moribondo &egrave; infatti quello di sbilanciare pesantemente il peso delle colpe-responsabilit&agrave;, caricando completamente qualcuno e scaricando contemporaneamente tutti gli altri; questo si fa, di solito, pensando che valga l&#8217;equivalenza responsabilit&agrave; = sofferenza, ma poi ci si accorge che questa &egrave; solo un&#8217;illusione e che addirittura chi si chiama fuori dalla mischia subisce alla fine dei grossi sensi di impotenza.<br \/>\nDi solito infatti gli insegnanti che avvertono l&#8217;esigenza di &quot;fare qualcosa&quot; sono al limite di una condizione di passivit&agrave; ed estraneazione mentale ed emotiva dalla questione problematica che li riguarda.    Si tratta appunto di far capire loro che &quot;siamo tutti nella stessa barca&quot;!<br \/>\nQuesto &egrave; il primo passo.   La prima consapevolezza utile &egrave; cio&egrave; quella di essere tutti insieme partecipi della stessa avventura, pur con compiti differenti, e tutti ugualmente responsabili di ci&ograve; che accade.<br \/>\nLa responsabilizzazione che esigono queste situazioni non &egrave; qualcosa di formale e burocratico, ma una doppia presa in carico di s&egrave; rispetto agli eventi: un coinvolgimento <em>esterno<\/em>, fatto di azioni e di rel-azioni concrete, ed un coinvolgimento <em>interno<\/em>, dato dall&#8217;ascolto dei propri vissuti emozionali, sia positivi che negativi.<br \/>\nQuesto &egrave; un punto molto importante perch&egrave; il suo esito condizioner&agrave; tutto l&#8217;intervento che ne segue.   Due sono le ragioni di ci&ograve;:<br \/>\n1) solo se mi assumo la responsabilit&agrave; degli accadimenti esterni sar&ograve; in grado di padroneggiarne la crescente complessit&agrave;;<br \/>\n2) solo se mi assumo la responsabilit&agrave; degli accadimenti interni sar&ograve; nella condizione di avere un atteggiamento <em>empatico <\/em>nei confronti degli altri partecipanti al problema.<br \/>\nIl secondo criterio &egrave; facile da soddisfare, perch&egrave; &egrave; sufficiente chiedere all&#8217;insegnante &quot;come si sente in questa situazione&quot;; la risposta, se non &egrave; data in maniera troppo intellettualizzata, rende immediatamente consapevoli di un generico disagio o addirittura di un malessere emotivo che inizialmente confondono e stizziscono l&#8217;insegnante stesso, ma che poi finiscono col farlo sentire pi&ugrave; vicino all&#8217;alunno problematico.<br \/>\nPer il primo criterio le cose sono invece pi&ugrave; difficili: non &egrave; facile far accettare ad un insegnante il fatto che il problema non &egrave; solo affare personale dell&#8217;Altro ma &egrave; frutto sempre di una relazione e mette quidi in gioco almeno due persone o due gruppi.   La cosa pi&ugrave; importante &egrave; porre il coinvolgimento dell&#8217;educatore sotto una luce positiva e non dentro il territorio della colpa.<br \/>\nNon dire mai: &quot;Se le cose stanno cos&igrave;, da qualche parte c&#8217;entri anche tu!&quot;, e nemmeno: &quot;Si &egrave; sempre in due a litigare&quot;; queste comunicazioni creano un&#8217;immediata barriera difensiva da parte dell&#8217;altro, e le risposte che si otterranno saranno del tipo: &quot;Cosa credono di venirci ad insegnare?&quot;, oppure &quot;E&#8217; facile venir qui a predicare, poi chi rimane siamo noi!&quot;.<br \/>\nSono invece pi&ugrave; indicate comunicazioni del tipo: &quot;Abbiamo bisogno dell&#8217;aiuto di tutti&quot;, oppure &quot;Solo chi vive quotidianamente il problema sa quanto &egrave; urgente intervenire e quanto &egrave; importante l&#8217;apporto di ognuno di noi&quot;.<\/p>\n<p><strong><em><br \/>\n<\/em><\/strong><strong><em>Il conflitto come  risorsa<\/em><\/strong><\/p>\n<p>\nLa prima mossa &egrave; perci&ograve; il coivolgimento dell&#8217;operatore nei suoi tre aspetti: <em>cognitivo <\/em>(&quot;capisco che c&#8217;entro anch&#8217;io&quot;), <em>comportamentale <\/em>(&quot;devo darmi da fare&quot;) ed <em>emozionale <\/em>(&quot;siamo tutti a disagio&quot;).<br \/>\nIl secondo passo &egrave;, a questo punto, un corollario del primo assunto e ci dice che ogni problema individuale &egrave; il risultato di una sconfitta relazionale in una generica situazione di conflitto.    Ci&ograve; implica dover guardare ad ogni comportamento individuale patologico come ad un effetto di precedenti e\/o attuali relazioni vissute come schiaccianti e perdenti, ed in cui uno solo dei poli rimane scottato, &ldquo;incandescente&rdquo; e quindi visibile.       Di nuovo quindi procediamo con un allargamento dell&#8217;ottica e dell&#8217;area di intervento per poter operare in un contesto-non-solo-individuale, che &egrave; secondo me il &quot;terreno&quot; di base da cui si sviluppa il sintomo patologico.<br \/>\n&quot;Scovare il conflitto&quot; pu&ograve; cos&igrave; essere il motto di questo secondo momento della prassi di intervento; ci&ograve; non vuol dire &quot;creare&quot; dei contrasti artificiali come elementi di deviazione dell&#8217;attenzione per una ristrutturazione strategica del problema (questa potrebbe essere l&#8217;ottica &ldquo;sistemico-strategica&rdquo; che io ritengo valida solo nei casi semplici), ma tendere pi&ugrave; possibile l&#8217;orecchio a quelle relazioni significative, sia attuali che del passato, che creano un&#8217;eco nel comportamento e che possano essere la cornice di senso del disturbo: trovare la domanda a cui, ci&ograve; che ora vediamo, &egrave; la risposta.<br \/>\nAnche in un ragazzo che se ne sta in disparte tutto il giorno ed evita la discussione e lo scontro a tutti i costi non &egrave; difficile individuare la cornice relazionale della sua &quot;atarassia&quot;: chiss&agrave; quante volte ha partecipato in passato a situazioni in cui veniva zittito, deriso o trattato con noncuranza e chiss&agrave; quante altre volte nella classe gli sar&agrave; parso di vivere le stesse cose!      <br \/>\nDi nuovo vediamo come l&#8217;idea dell&rsquo;assunzione di responsabilit&agrave; sia fondamentale in questo schema di procedura.<br \/>\nVi &egrave; una ragione fondamentale per favorire l&#8217;esplicitazione di situazioni di contrasto e di conflitto: &egrave; un metodo per ristabilire il legame sociale che spesso viene perduto nell&#8217;etichettamento di un comportamento antisociale, sia esso individuale o di un&#8217;intera classe.      La cosa che pi&ugrave; colpisce il tecnico chiamato ad un intervento psicopedagogico &egrave; infatti l&#8217;evidente solitudine ed isolamento in cui versa il soggetto da &quot;curare&quot;: per quante persone abbia al suo cappezzale &egrave; da solo nel suo letto.    Non &egrave; poi diversa la situazione di un&#8217;intera classe, che certo non soffre l&#8217;isolamento al proprio interno, ma che vive ghettizzata all&#8217;interno della scuola. <br \/>\nL&#8217;obiezione pi&ugrave; rilevante a queste argomentazioni &egrave; che, alimentando o esplicitando conflitti e disaccordi, si pu&ograve; peggiorare notevolmente la situazione;     nella risposta a questa obiezione sta il fulcro di questa procedura, che in fondo si caratterizza come metodo per la composizione dei conflitti.<br \/>\nPrendere il conflitto unicamente nella sua dimensione di malattia relazionale e sociale &egrave; infatti riduttivo, perch&egrave; se ne perde la rilevanza <em>energetica <\/em>e <em>strutturale <\/em>e non se ne mette in evidenza la caratteristica di <em>tentativo di autoguarigione<\/em> da parte dell&#8217;organismo sociale in esso impegnato.<br \/>\nLa sua rilevanza energetica sta nella capacit&agrave; di mobilitare una grossa quantit&agrave; di energie che dimostrano lo stato di potenziale salute (al pari di un&#8217;alta febbre che solo un individuo forte pu&ograve; sviluppare); questa energia pu&ograve; poi essere convertita in altre forme pi&ugrave; vicine alla cooperazione.<br \/>\nL&#8217;importanza <em>strutturale<\/em> sta nel fatto che, finch&egrave; c&#8217;&egrave; un conflitto, c&#8217;&egrave; anche un legame sociale, e questo &egrave; certamente meglio di tutto ci&ograve; che &egrave; prodotto dall&#8217;isolamento e l&#8217;indifferenza.    <br \/>\nAnche il <em>tentativo di autoguarigione<\/em> tramite conflitto si inserisce in quest&rsquo;ottica: esso contrasta l&#8217;attuale tendenza sociale all&#8217;esasperazione individualistica che arriva ai limiti della competizione narcisistica pi&ugrave; sfrenata; il conflitto non &egrave; quindi un sintomo da eliminare, ma un&#8217;interfaccia che da una parte delimita il territorio dello scontro distruttivo, e dall&#8217;altra il terreno della possibilit&agrave; dell&#8217;incontro.<\/p>\n<p><strong><em>Una situazione concreta :  il primo passo<\/em><\/strong><\/p>\n<p>\nQuando entro in una classe e qualche ragazzo mi comunica con una certa ansia l&#8217;esistenza di un litigio o di una  discordia cronica, io mostro ovvia preoccupazione  di fronte al problema, ma anticipo subito l&#8217;idea per cui l&#8217;indagine del contrasto pu&ograve; portarci a scoperte interessanti, istruttive e anche piacevoli.     Cerco cio&egrave; di creare un&#8217;atmosfera ludica intorno alla cosa, stimolando tutti a partecipare come se fosse un gioco di societ&agrave;.<br \/>\nVorrei qui di seguito elencare i passi salienti di una procedura pratica, che io applico nei casi di conflitto o di comportamenti genericamente antisociali: l&#8217;esempio concreto che si affiancher&agrave; di volta in volta alla descrizione dello schema d&#8217;intervento riguarda una classe prima superiore (Istituto professionale) femminile che versava in uno stato di grave malessere a causa dei ripetuti e diffusi contrasti tra molte delle ragazze.     Per brevit&agrave; non si accenner&agrave; qui alla complessit&agrave; del caso, ma solo si prender&agrave; come esempio significativo lo svolgersi del lavoro in un frangente particolare.<br \/>\nEntriamo perci&ograve; nell&#8217;ambito specifico della procedura di composizione dei conflitti: che cosa fare concretamente, passo dopo passo?<br \/>\nPrimo gradino: &quot;trovare l&#8217;accordo sul reciproco disaccordo&quot;; fare      in modo, cio&egrave;, che ambedue le parti siano d&#8217;accordo su ci&ograve; che costituisce l&#8217;oggetto del disaccordo.<br \/>\nE&#8217; la prima cosa da fare per riattivare canali comunicativi altrimenti bloccati ed &egrave; inoltre un piccolo stratagemma per cominciare l&#8217;apprendimento della cooperazione: i due litiganti si troveranno infatti d&#8217;accordo almeno su qualcosa, senza accorgersene, e senza rinnegare nessuno dei loro cavalli di battaglia.<br \/>\nSolitamente, una volta innescato il conflitto i partecipanti si scordano il punto di partenza e si imbarcano in un&#8217;<em>escalation<\/em> che crea sempre pi&ugrave; attrito e aumenta la percezione delle reciproche differenze (di carattere, di gusti, di comportamento, ecc.) creando gradualmente un baratro emotivo; i codici interpretativi della realt&agrave; divergono sempre pi&ugrave;, fino a rendere impossibile qualsiasi gesto riconciliante.     &quot;Quando entro in classe e la vedo fare le sue solite moine, mi viene da girarmi dall&#8217;altra parte per non vederla, perch&egrave; anche un suo colpo di tosse mi d&agrave; fastidio&quot;: questa frase, detta da una delle ragazze della classe in questione, &egrave; tipica del punto di non ritorno a cui un conflitto pu&ograve; arrivare.<br \/>\nUrge quindi non cercare inizialmente la soluzione del conflitto (l&#8217;operatore verrebbe inesorabilmente risucchiato nei gorghi delle accuse e delle lamentele), ma solo la legittimit&agrave; dei contendenti e del contenuto del contendere. <br \/>\nVi sono sempre alcune difficolt&agrave; in questo primo passo; il caso trattato ne mostra una, tipica: lo scoglio rappresentato dall&#8217;uso di parole come &quot;presuntuosa&quot;, &quot;aria di superiorit&agrave;&quot;, &quot;invadente&quot; e &quot;rompiscatole&quot;, che invece di chiarire le cose le complicano, perch&egrave; sono parole pre-interpretate e pregne di giudizio morale.<br \/>\nL&#8217;intervento immediato che ha fatto evolvere il processo &egrave; dato da domande del tipo: &quot;che cosa intendi per &#8216;presuntuosa&#8217; o &#8216;invadente&#8217;? Puoi spiegarlo concretamente con esempi che tutti possano capire e discutere?&quot;.<br \/>\nAll&#8217;inizio queste richieste da parte dell&#8217;operatore stupiscono gli interessati, perch&egrave; non sono abituati a ricevere interesse per le loro parole negative, ma solo rimprovero; al tempo stesso sono in difficolt&agrave; perch&egrave; non pensano che tali parole possano essere scomposte, analizzate e che si possa separare la componente emozionale dalla descrizione puramente fisicalista degli eventi.   Anche per le ragazze del caso in questione la &quot;presunzione&quot; o &quot;l&#8217;invadenza&quot; erano impressioni basiche ed oggettive: rimasero molto stupite, per esempio, quando la discussione evidenzi&ograve; il fatto che la causa dell&#8217;irritazione di una delle due ragazze era data da alcuni ripetuti gesti e posture della sua compagna, gesti che in s&egrave; non contenevano immediatamente l&#8217;evidenza delle intenzioni sotto accusa, ma erano passibili di pi&ugrave; di una interpretazione.   <br \/>\nL&#8217;importanza del primo stadio della procedura non &egrave; per&ograve; la messa in evidenza della polisemia interpretativa, ma, al contrario, la fissazione degli elementi conflittuali su cui tutti possono concordare.<br \/>\nQuesto fa s&igrave; che essi sperimentino un senso momentaneo di parziale accordo che li tranquillizza: &quot;&egrave; vero, &egrave; proprio questo che ci divide, discutiamo di questo e non di tutte le altre cose che tiri sempre fuori!&quot;, disse la ragazza che era accusata di &quot;darsi sempre troppe arie&quot;.<br \/>\nE&#8217; un p&ograve; come trasformare una zuffa in un duello con regole e testimoni.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n<p><strong><em>Secondo passo :  cosa c&#8217;e&#8217; in ballo ?<\/em><\/strong><\/p>\n<p>\nIl secondo gradino &egrave;: &quot;svelare le proiezioni&quot;, scoprire, cio&egrave;, quale &egrave; il tema, in ballo tra le parti, che &egrave; diventato oggetto di proiezione da una parte e di negazione dall&#8217;altra.<br \/>\nIl caso a cui accenniamo qui &egrave; chiarificatore di questo passaggio: dopo del tempo impiegato ad analizzare le continue accuse di &quot;darsi troppe arie&quot;(e tutta un&#8217;altra serie di tematiche che qui per brevit&agrave; tralasciamo), l&#8217;accusatrice, che non sopportava che &quot;l&#8217;altra si comportasse come se fosse una top-model&quot;, ammise che avrebbe voluto &quot;essere bella, che avrebbe desiderato essere notata da tutti, ma che non osava imbellettarsi o assumere atteggiamenti seduttivi perch&egrave; si riteneva brutta e sarebbe stata in tal caso ridicola.&quot;<br \/>\nLa proiettivit&agrave; di questo atteggiamento &egrave; evidente a chiunque: puniva la sua compagna che, pur non essendo bellissima, osava atteggiarsi tale. L&#8217;ammissione di queste aspirazioni frustrate cambi&ograve; l&#8217;atteggiamento anche dell&#8217;altra alunna, che si rilass&ograve; e abbandon&ograve; la facciata di indifferenza e di freddezza che aveva tenuto in precedenza.<br \/>\nA questo punto il tema si estese e divent&ograve; patrimonio dell&#8217;intera classe: &quot;quanto e perch&egrave; &egrave; importante essere bella?&quot;.<br \/>\nIl calore e l&#8217;eccitazione che pervase la classe fu una prova, per le due ragazze, della validit&agrave; del conflitto e dell&rsquo; universalit&agrave; dei loro temi.     A volte &egrave; sufficiente giungere a questo livello per sciogliere i nodi della discordia, ma nella maggioranza dei casi non &egrave; cos&igrave;; quando un conflitto &egrave; forte e persistente c&#8217;&egrave; un&#8217;angoscia latente che spinge i duellanti a non darsi mai per vinti, pena la perdita della pienezza di s&egrave;.<\/p>\n<p><strong><em>Terzo passo :  la paura<\/em><\/strong><\/p>\n<p>\nSiamo cos&igrave; al terzo gradino: &quot;accogliere l&#8217;angoscia latente&quot;, ascoltare, cio&egrave;, il contenuto minaccioso che accompagna la spinta conflittuale.<br \/>\nDopo che tutta la classe si fu sbizzarrita ed appassionata a dissertare della bellezza (propria, altrui, degli attori, ecc.), cominci&ograve; a subentrare dapprima uno stadio di breve <em>impasse<\/em>, in cui gli argomenti cominciarono a girare su se stessi e poi gradualmente l&#8217;atmosfera si incup&igrave;, qualcuna ammutol&igrave; repentinamente e qualcun&#8217;altra inizi&ograve; a distrarsi.   Stava succedendo qualcosa di interessante, l&#8217;attenzione per il discorso sembrava decaduta e anche lo sguardo dell&#8217;insegnante presente in aula aveva un&#8217;espressione eloquente: &quot;siamo alle solite &#8211; pareva dire &#8211; qui l&#8217;interesse dura un attimo e poi si ripiomba nel marasma&quot;.    Uno sguardo &quot;didattico&quot; avrebbe certamente confermato la preoccupazione dell&#8217;insegnante, ma uno sguardo &quot;clinico&quot; poteva vedere ben altre cose: le ragazze infatti stavano per entrare spontaneamente in un territorio poco conosciuto, da sempre vissuto ma mai esplorato, il territorio delle loro &quot;paure essenziali&quot;.<br \/>\nQuale &egrave; infatti il rovescio della medaglia di tutta quell&#8217;energia spesa al raggiungimento dell&#8217;ideale di bellezza se non l&#8217;urgenza di scacciare da s&egrave; fantasmi inquietanti di dis-identit&agrave; e di sparizione nell&#8217;inesistenza dell&rsquo;anonimato?<br \/>\nLa nostra ipotesi, precedentemente esposta, trovava qui la sua conferma: il livello pi&ugrave; profondo di analisi di s&egrave; non si tocca nel momento in cui si incontrano la bramosia sessuale e l&#8217;ostilit&agrave; (i capisaldi di certa teoria pulsionale), ma quando si sperimentano il vuoto interiore, la depressione e il fallimento empatico delle relazioni significative; o almeno questo &egrave; ci&ograve; che &egrave; lecito attendersi quando abbiamo a che fare con situazioni che mettono in gioco e a rischio il senso di identit&agrave;.    <br \/>\nE cos&igrave; qualche ragazza cominci&ograve; a confidare le sue ansie in merito all&#8217;argomento: &quot;certo, io non posso sperare di diventare chiss&agrave; cosa!  Anche se sto a dieta, poi, non riesco a dimagrire pi&ugrave; di cos&igrave;.  A volte mi piacerebbe essere come mia sorella piccola che gioca tutto il giorno e del resto non capisce niente&#8230;&quot;.         Da quel momento la situazione precipit&ograve; come in una reazione a catena e le ragazze cominciarono a parlare delle loro paure; la paura di non essere belle fu solo l&#8217;inizio di una serie inaspettata di confessioni, dalle prime delusioni amorose fino ai racconti pi&ugrave; angosciosi delle due ragazze precedentemente in conflitto: <em>entrambe<\/em>, e questo insospettato fenomeno di specchio profondo commosse il resto della classe, confidarono di aver tentato di togliersi la vita e di avere al tempo stesso il costante terrore della morte.<br \/>\nA parte l&#8217;elemento catartico, che trasform&ograve; l&#8217;atmosfera scolastica in un&#8217;aura di sacralit&agrave;, vi &egrave; qui la conferma di quanto esposto finora: il conflitto viene rimandato sullo sfondo ed emerge invece il senso di minaccia sottostante che qui &egrave;  dato, addirittura, dalla paura della morte.<br \/>\nIn questo caso vi &egrave; anche un elemento in pi&ugrave;, un&#8217;apparente contraddizione che conferma l&#8217;ipotesi mutuata dalla psicologia del S&egrave;: non si capirebbe infatti la compresenza di impulsi suicidi e paura di morire se quest&#8217;ultima non potesse essere accostata a quella che Kohut chiama &quot;angoscia di disintegrazione (&#8230;)che &egrave; diversa da quella che viene chiamata solitamente paura della morte(&#8230;) perch&egrave; ci&ograve; che si teme non &egrave; l&#8217;annientamento fisico, ma la perdita di umanit&agrave;, la morte psicologica&quot; (Kohut, 1986, p. 36).     Ci&ograve; che Kohut intende per &quot;morte psicologica&quot; non &egrave; nient&#8217;altro che il risultato dei fallimenti empatici che il soggetto ha sperimentato nel corso del suo sviluppo con le figure di accudimento: &egrave; la risonanza empatica ( la sintonizzazione di Daniel Stern)infatti che consente e favorisce la formazione del S&egrave; e quindi la stabilit&agrave; del senso di identit&agrave;.<br \/>\nMi rendo conto che il terreno &egrave; diventato pesante, forse troppo pesante secondo qualcuno; non sono forse l&#8217;adolescenza e il periodo scolare quelle parti della nostra vita in cui si sviluppa il nostro massimo vigore psico-biologico e rappresentano quindi l&#8217;espressione massima di vitalit&agrave; e di pienezza?     Concordo sul fatto che questo &egrave; ci&ograve; che ci auspichiamo, ma trovo pericoloso al tempo stesso negare e rimuovere quelle pesanti ombre che la crescita si porta dietro, e colludere quindi con i tentativi di far tacere una nostra parte molto umana, o come direbbe Nietzsche, troppo umana.<\/p>\n<p><strong><em>Quarto passo :  il vissuto di riparazione<\/em><\/strong><\/p>\n<p>\nSiamo giunti cos&igrave; al terreno che i partecipanti al conflitto hanno in comune e il cui rinvenimento d&agrave; la possibilit&agrave; di riaprire la comunicazione e a far crescere le relazioni in un ambito di rispecchiamento e cooperazione, ma occorre un altro passo perch&egrave; il processo sia completo; l&#8217;ultimo gradino: &quot;affrontare un&#8217;esperienza riparativa&quot;.<br \/>\nCon ci&ograve; si intende un processo che mira a colmare quelle lacune del S&egrave; che ne minano la completezza strutturale e funzionale.   E&#8217; il momento finale di questa procedura, ma non &egrave; mai definitivo, &egrave; un infinito <em>work in progress <\/em>in cui le vecchie angosce possono venire a)esplicitate, b)condivise e c)messe in scena al fine di trovare nuove e pi&ugrave; efficaci soluzioni a quei problemi che hanno limitato e distorto il senso di esistenza e identit&agrave;.<br \/>\nE&#8217; un momento essenzialmente pratico, di azione ludica e creativa dove il principio cardine diventa la sperimentazione.<br \/>\nNel caso qui trattato la classe ha voluto lavorare con la scrittura, immaginando di mandare una lettera alla propria madre ed immaginando poi anche una ipotetica risposta.   Sono emerse idee molto interessanti che hanno messo in luce soprattutto il bisogno di riparare un vuoto di risonanza empatica: &quot;voglio essere capita&quot;, &quot;se tu fossi nei miei panni&#8230;&quot;.<br \/>\nL&#8217;esperienza riparativa, come possiamo notare qui, implica una riflessione attiva su come le reazioni condizionate dal passato possono essere superate e trasformate da nuove decisioni e dalla crescita di nuove capacit&agrave;, e su come possiamo pi&ugrave; adeguatamente influenzare l&#8217;ambiente in modo tale da non esserne pi&ugrave; le sue vittime.<\/p>\n<p>&nbsp;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>di Maurizio Stupiggia, psicoterapeuta, direttore della Scuola di specializzazione in psicoterapia biosistemica di Bologna<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[],"tags":[],"edizioni":[],"autori":[],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3729],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2065"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=2065"}],"version-history":[{"count":0,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/2065\/revisions"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=2065"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=2065"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=2065"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=2065"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=2065"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=2065"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=2065"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=2065"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=2065"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}