{"id":218,"date":"2009-11-04T17:05:13","date_gmt":"2009-11-04T17:05:13","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=218"},"modified":"2025-12-10T12:25:59","modified_gmt":"2025-12-10T11:25:59","slug":"poesie-del-corpo-sperimentale","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=218","title":{"rendered":"3. Poesie del corpo sperimentale"},"content":{"rendered":"<p>La fantascienza e la reinvenzione biologica di Roy Menarini, insegnante di Storia del Cinema Italiano presso il Dams di Bologna. E&#8217; autore di numerosi saggi, tra cui Il cinema degli alieni (Alessandria, Falsopiano,1999), Visibilit\u00e0 e catastrofi. Saggi di teoria, storia e critica della fantascienza (Palermo, Edizioni della Battaglia, 2001) e La parodia del cinema italiano (Bologna, Hybris, 2001).<\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n<p align=\"justify\">Il cinema \u00e8 un grande laboratorio dedicato all\u2019immagine del corpo. Molto spesso, il corpo rappresentato non possiede le caratteristiche di integrit\u00e0, completezza e normalit\u00e0 che l\u2019uomo presume di avere quando pensa a se stesso. Cos\u00ec come il comico diventa a volte vera poesia di un corpo diverso, la fantascienza sembra il genere privilegiato ad accogliere quella che potremmo chiamare una lirica del corpo sperimentale. La fantascienza sembra non prendere in considerazione il corpo umano se non nel momento in cui esso muta o subisce delle conseguenze. Non c\u2019\u00e8 fantascienza cinematografica senza diversit\u00e0, e anche quando il genere si occupa di copie degli umani \u2013 si pensi in particolare a Blade Runner \u2013 questa imitazione si scontra con altri limiti, meno visibili, come la durata della vita o l\u2019autenticit\u00e0 dell\u2019esperienza umana. I temi della deformit\u00e0, della limitazione e del superamento imposto di un corpo normale sono l\u2019esperienza quotidiana della narrazione science fiction.<br \/>\nChe l\u2019immaginario fantascientifico tragga origine dal pi\u00f9 vasto alveo del fantastico \u00e8 dato su cui gli studiosi per solito si trovano d\u2019accordo. In fondo, se il fantastico d\u00e0 vita a tutte le tensioni tra ordinario e straordinario che i vari teorici hanno cercato di sistematizzare, la fantascienza fa lo stesso delegando all\u2019immaginario scientifico la giurisdizione su questo passaggio.<br \/>\nEcco perch\u00e9 la metamorfosi fantastica diventa, nella fantascienza, un processo scatenato dalle macchine: mutazioni causate da raggi atomici, invisibilit\u00e0 indotta dalle invenzioni di uno scienziato folle, sdoppiamenti e moltiplicazioni dell\u2019io ottenute con teletrasporti di materia, e persino, nell\u2019epoca del ciberpunk, combinazioni e contaminazioni tra biologico e meccanico. Naturalmente la fantascienza non \u00e8 solo questo: i luoghi comuni narrativi del genere riguardano il tempo (viaggi nel tempo, distorsioni cronologiche, crisi nella percezione della durata); lo spazio (lo spazio esterno, quello dei viaggi interplanetari, e lo spazio interno, quello del drive di un computer o, perch\u00e9 no, del corpo umano attraversato come un universo sconosciuto); l\u2019ignoto e la possibilit\u00e0 di altre forme di vita (tutto il cinema degli alieni). In questa sede ci interessa per\u00f2 ragionare sul valore che la fantascienza attribuisce al corpo. E\u2019 possibile, in altri termini, considerare la fantascienza un genere nel quale il corpo \u201csi libera\u201d dei suoi limiti, esce da se stesso, affronta un processo di disgregazione positiva? A ben vedere, la fantascienza preferisce mettere in scena paesaggi disastrosi e situazioni catastrofiche, altrimenti la rappresentazione non conflittuale della scienza e del progresso rischierebbe di non interessare alcuno. L\u2019idea degli storici della fantascienza, letteraria e cinematografica, \u00e8 che questo genere sia attraversato da un paradosso: ovvero che esso si addensi, con un atteggiamento in alcuni casi retrogrado e misoneista, intorno a forme di fobia per le accelerazioni della scienza e della tecnica, e che al tempo stesso costituisca un luogo privilegiato della sperimentazione cinematografica, o almeno di quel tipo di sperimentazione che \u00e8 l\u2019avanguardia tecnologica applicata alla realizzazione filmica. Questo registro intrecciato di terrore e ammonimento verso la hybris del nuovo, e di euforia nei confronti di soluzioni tecnologiche e paradisi artificiali, fa s\u00ec che non sia facile indagare le \u201cpoetiche biologiche\u201d dentro la vasta filmografia di genere. Si pu\u00f2 per\u00f2 tentare di indovinare alcune tendenze principali e qualche film essenziale. Pensiamo, ad esempio, a un capolavoro come Radiazioni BX distruzione uomo, diretto nel 1957 da Jack Arnold e tratto dal romanzo Tre millimetri al giorno di Richard Matheson. In questo caso, sotto l\u2019apparenza di un film paranoico nei confronti dei pericoli della guerra fredda e della corsa agli armamenti atomici, si nasconde in realt\u00e0 una complessa elegia delle esperienze fisiche imprevedibili. Il protagonista, costretto a rimpicciolire progressivamente per aver attraversato una nebbia radioattiva, deve non solo rapportarsi a un mondo improvvisamente gigantesco e a lui sconosciuto, ma rivedere continuamente le proprie conoscenze (percezioni) del s\u00e9 e dell\u2019altro. Lo straziante passaggio da uomo e microbo, da essere normale a insetto microscopico rappresenta senza ombra di dubbio il principale motivo dell\u2019angoscia prodotta dal film. L\u2019abilit\u00e0 di Jack Arnold sta nel non enfatizzare l\u2019aspetto sensazionalistico della vicenda e nel caricare di sincero patetismo la figura del protagonista, strappato alla sua normalit\u00e0 e gettato dentro un\u2019esperienza solitaria e sconfortante.<br \/>\nAlcuni sostengono che Radiazioni BX distruzione uomo sia in verit\u00e0 un grande melodramma, uno di quei \u201cfilm di malattia\u201d che talvolta si mascherano dentro altri generi. Se questo \u00e8 vero, il finale in cui il protagonista Scott Carey sente di essersi ormai fuso con la natura, in un luogo 0 tra immateriale e infinitesimale, abbandonato nel cosmo da una lirica, crudele carrellata a retrocedere, appartiene alle vette del cinema americano degli anni Cinquanta. Agli scienziati \u00e8 invece delegato un ruolo meno innocente. L\u2019accrescimento delle proprie doti fisiche (e, nel remake di Cronenberg, sessuali) non \u00e8 un motivo sufficiente perch\u00e9 l\u2019etica della scienza possa permettere al Dottor K \u2013 in verit\u00e0 Andr\u00e9 Delambre \u2013 di diventare tutt\u2019uno con una mosca. Parliamo evidentemente di L\u2019esperimento del Dottor K (1958), di Kurt Neumann, in cui l\u2019ibridazione del corpo umano con quello dell\u2019insetto d\u00e0 vita a un incubo dalle ascendenze surrealiste e il cui motivo centrale \u00e8 appunto il progressivo svelamento del corpo mutante dell\u2019uomo-mosca. Lentamente, lontano dagli occhi della moglie che lo assiste inorridita, il nuovo corpo mostruoso si spoglia e lascia intravedere l\u2019inedita metamorfosi, all\u2019interno di un gioco con lo spettatore che suggerisce l\u2019esperienza dello strip-tease. Il film non \u00e8 certo un inno alle trasformazioni del corpo umano e tuttavia \u2013 come spesso accade nella fantascienza &#8211; lascia trapelare la stanchezza dei limiti tradizionali e il desiderio di vivere nuove esperienze, anche le pi\u00f9 spiacevoli, pur di trasformare il proprio modo di vivere e partecipare alla realt\u00e0. In questa direzione, un vero gioiello \u00e8 il film di Roger Corman L\u2019uomo dagli occhi a raggi X (1963), perfetto incrocio (almeno nell\u2019ultima parte, in cui il protagonista \u00e8 vittima di una serie di insopportabili visioni psichedeliche) tra exploitation e cinema sperimentale. Qui l\u2019esperimento del dr. Xavier, che riesce a potenziare la propria vista fino ad arrivare a penetrare la materia con lo sguardo, \u00e8 destinato al fallimento. Ci\u00f2 che Xavier ottiene \u00e8 solo la riprovazione della comunit\u00e0 scientifica, dopo di che si ritrova a fare il fenomeno da baraccone in un circo (scienza e circo, in effetti, si specchiano spesso e volentieri: basti pensare a Il gabinetto del Dr. Caligari di Wiene o a Freaks di Tod Browning). Ormai assediato dal senso che era riuscito a trasformare, il protagonista non pu\u00f2 pi\u00f9 guardare e, in un impeto dalle chiare ascendenze tragiche, finisce col cavarsi gli occhi. Il mito del superuomo (o davvero del Superman, pensando al fumetto) viene cos\u00ec abbandonato, dato che Xavier preferisce consegnarsi alla cecit\u00e0, dunque all\u2019handicap visivo, piuttosto che rimanere condannato a vita all\u2019eccesso di immagini (ci\u00f2 che accade anche nel recente, melodrammatico A prima vista di Irwin Winkler). A questo punto, visti i chiari legami con il film di Corman, vale la pena aprire una brevissima digressione sui supereroi del fumetto di fantascienza.<br \/>\nNella recente fioritura di adattamenti cinematografici da albi famosi, bisogna ricordare almeno X-Men e X-Men 2, in cui Bryan Singer ha cercato, non senza difficolt\u00e0, di trasferire sul grande schermo la complessa saga di Stan Lee (e tuttavia, quasi meglio riuscita \u00e8 l\u2019imitazione vampiresca di Blade e Blade 2). Qui, a parte il fatto che lo scienziato progressista, contrapposto al feroce Magneto, si chiama Xavier, bisogna notare che vi \u00e8 una chiara interpretazione del mito dei mutanti protagonisti della saga, appunto gli X-Men, come diversi isolati dalla societ\u00e0. Il superpotere \u00e8 perci\u00f2 una debolezza che i nostri eroi scontano in termini di razzismo, tanto \u00e8 vero che Singer apre il primo dei due episodi in un campo di concentramento, cosa che gli \u00e8 costata (con qualche ragione) un serio imbarazzo da parte della comunit\u00e0 ebraica. Tuttavia, la nobilt\u00e0 delle intenzioni \u00e8 fuori di dubbio. Questa particolare lettura dei supereroi come disabili \u00e8 presente anche nel recente Daredevil: qui il supereroe cieco non solo si dimostra in grado di potenziare tutti gli altri sensi, ma anche e soprattutto di condurre, durante il giorno, una vita assolutamente integrata, e persino di fare smaccatamente il playboy grazie a un temperamento impertinente e coraggioso. Tornando alla fantascienza classicamente intesa, dovremmo proseguire il cammino citando altri due filoni importanti: il post-atomico e il cyberpunk. Nel primo caso, ci troviamo di fronte a una variante futuribile del genere western: lande senza pi\u00f9 padroni, cacciatori e freaks che giocano a fare i cowboys e gli indiani, corpi semidistrutti da un orrido conflitto. Il post-atomico \u2013 si pensi in primo luogo alla trilogia di Mad Max, ma anche a Giochi di morte di David W. Peoples e a L\u2019uomo del giorno dopo di Kevin Costner \u2013 prevede che il mondo sia stato azzerato da una nuova guerra mondiale, da una catastrofe ambientale o da una tragedia atomica. In tutti i casi, \u00e8 l\u2019uomo ad aver fatto fuori se stesso. L\u2019umanit\u00e0 che sopravvive e si rigenera \u00e8 dunque una comunit\u00e0 di reduci, di ciechi, di orbi, di feriti dentro e fuori. Nel caso del ciberpunk, invcece, potremmo dire che alla poetica del corpo riprodotto (nella doppia tradizione Frankenstein-Metropolis) si sostituisce ora un pi\u00f9 urgente fenomeno di penetrazione della tecnologia all\u2019interno del corpo umano. Intuita a livello epistemologico in quasi tutti i suoi film da David Cronenberg &#8211; che non a caso ha retrodatato l\u2019insorgenza di questo fenomeno al rapporto uomo\/automobile, di cui ha messo in scena il fondamentale carattere di promiscuit\u00e0 in Crash &#8211; e da un capolavoro figurativo come Tetsuo di Shin\u2019ya Tsukamoto, il personaggio del cyborg, o dell\u2019essere compromesso dalla tecnologia, \u00e8 diventato il riconoscibile protagonista di molte opere. Negli anni Ottanta il Robocop e il Terminator hanno modellizzato a livello embrionale il binomio carne\/macchina, rinunciando a ulteriori approfondimenti e accontentandosi &#8211; si fa per dire &#8211; di agire semplicemente \u201cin quanto\u201d supereroi di nuova generazione. A Cameron e Verhoeven, in altri termini, interessa non tanto la meccanizzazione dell\u2019umano, quanto piuttosto la compromissione della sua carne. Con lo svilupparsi della poetica cyberpunk &#8211; mirabilmente rivelata da scrittori come William Gibson, Bruce Sterling, Pat Cadigan, Paul Di Filippo -, la raffigurazione della crisi antropomorfica di fronte ai nuovi scenari della tecnologia hardware e software raggiunge invece limiti inesplorati. Negli anni Novanta anche il cinema ne assume quindi dati e suggestioni, dopo aver gi\u00e0 preconizzato l\u2019avvento romanzesco di un futuro postmoderno e megaindustriale nelle visioni di Blade Runner. Film come Johnny Mnemonico o come il nostro Nirvana, offrono un buon numero di suggestioni riprese dalla letteratura cyberpunk, dagli spinotti attaccati alla scatola cranica ai viaggi nel mondo virtuale, a tutta una serie di strambi scontri all\u2019interno del net.<br \/>\nTutti questi film hanno per\u00f2 in comune la mancanza di un progetto cinematografico consapevole: la difficolt\u00e0 di superare la barriera dello schermo nello schermo, ovvero il paradosso estetico per cui il cinema si scontra con una impasse nel rappresentare alcuni media \u201cfuori di s\u00e9\u201d, appare in queste opere del tutto palese. Mentre quindi gi\u00e0 Cronenberg e Tsukamoto radicalizzavano l\u2019impatto tra biologico e meccanico, imponendo le proprie ossessioni anche attraverso il ricorso all\u2019orrore e alla repulsione, il cinema di fantascienza commerciale ha dovuto attendere Matrix (che comunque non \u00e8 un capolavoro) per avere almeno un\u2019occasione coerente di sviluppare il genere verso nuove direzioni. Intuendo che la prassi figurativa sino a quel momento perseguita si era rivelata un mezzo disastro, i furbi fratelli Wachowski hanno attrezzato il proprio film come un\u2019avventura postmoderna in grado di convogliare con destrezza gli aspetti pi\u00f9 alla moda del cinema di Hong Kong, del noir metropolitano, del videoclip in stile Tarsem (Prodigy, Nirvana), del videogame di ultima generazione. Solo all\u2019interno di questo humus, dunque, il cyberpunk al cinema riesce a funzionare. Solo come ultimo action movie possibile, la tecno-fantascienza pu\u00f2 legittimamente trionfare. La matrice, del resto, \u00e8 un \u201caltromondo\u201d distopico, che ricorda le vecchie fobie della fantascienza sociologica anni Settanta e le nuove manie del paganesimo new age. Quest\u2019ultimo, al di l\u00e0 di facili schematizzazioni, si presenta frequentemente nella fantascienza contemporanea proprio in quanto scopre nelle nuove tecnologie un interessante attracco per verificare esteticamente la propria tendenza alla smaterializzazione del reale, nella ritualit\u00e0 sciamanica del dio computer. La traiettoria che porta dal Terminator di metallo ricoperto di pelle ai terroristi zen di Matrix &#8211; che necessitano di iniezioni nel collo per trasportare informazioni alla corteccia cerebrale -, indica un viaggio dall\u2019uomo alla macchina che non implica pi\u00f9 una relazione di contrasto, anche violento, tra i due elementi, ma un processo di fusione che del resto la scienza medica ha da tempo cominciato a costruire: dal primo uomo con pace-maker agli ultimi esperimenti di impianti microtecnologici sotto pelle. In verit\u00e0, la coesistenza di horror e fantascienza non \u00e8 un primato del cyberpunk, dato che il corpo \u00e8 stato di fatto il campo di battaglia di tutto il violento rinnovamento che il genere ha conosciuto tra anni Settanta e Ottanta. Valga per tutti il caso della saga di Alien. Uno dei motivi di maggior suggestione dei film dell\u2019intera serie \u00e8, infatti, il rapporto carnale che si instaura tra Ripley e il mostro. Se pensiamo alla serie nella sua evoluzione cronologica, vediamo che i rapporti tra Ripley e gli alieni si fanno via via pi\u00f9 stretti fino a giungere a una vera e propria compenetrazione dei rispettivi organismi. Nel primo film l\u2019alieno utilizza come \u201cospiti\u201d i corpi degli astronauti uomini e Ripley riesce a liberarsi dalla minaccio teratomorfa espellendola fuori dall\u2019astronave. Nel secondo, la sfida \u00e8 gi\u00e0 con un\u2019intera razza proliferante e la distruzione avviene \u201cdentro\u201d alla spaventosa materia vulvare che funge da grande contenitore per le mostruose entit\u00e0. Nel terzo capitolo, che funziona probabilmente da spartiacque all\u2019interno della serie, Ripley introietta il male e lo riconosce come parte integrante della propria esperienza esistenziale: l\u2019alieno le entra dentro, sfondandole letteralmente il ventre, proprio nel momento in cui la donna ha deciso di sacrificare se stessa e la sua creatura per il bene dell\u2019umanit\u00e0. Nell\u2019ultimo episodio, invece, Ripley rinasce insieme all\u2019alieno che ha dentro di s\u00e9 e di cui \u00e8 madre e figlia al tempo stesso, consustanziale al punto di rigirarsi tra le fetide carni del mostro e figliare con lui. Possiamo perci\u00f2 pensare allo scontro Ripley\/alieno come a un processo di progressivo avvicinamento, che giunge fino a mettere in scena una parossistica coincidentia oppositorum dei due termini. Se la figura dell\u2019alieno proviene senza dubbio dalla tradizione fantascientifica, tuttavia in questo caso essa viene equiparata a un mostro dell\u2019inconscio: senza scomodare Freud \u2013 peraltro saccheggiato a piene mani sia da Scott che dai suoi successori -, si pu\u00f2 semplicemente notare come gli alieni non solo non invadano la Terra, ma non abbiano nemmeno altri scopi da raggiungere se non quello dell\u2019uccisione degli umani. L\u2019idea di puntare su un\u2019eroe di sesso femminile, che si aggira \u2013 specie nel primo episodio \u2013 in una nave infestata come un castello gotico, e in seguito di trasformarla in un\u2019amazzone in lotta contro i draghi, evidenzia come minimo un certo sincretismo culturale. Ci\u00f2 che pi\u00f9 colpisce in tutto il percorso della serie \u00e8 per\u00f2 la capacit\u00e0 \u2013 sia pure in condizioni produttive diverse e con registi sempre differenti \u2013 di mantenere questa linea progressiva di fusione tra protagonista e antagonista. Il vero orrore, dunque, \u00e8 prima fantasmatico, poi carnale, infine squisitamente biologico, in un\u2019immagine di vera e propria \u201cfusione\u201d: il che, sia chiaro, non impedisce che si faccia strada un tripudio di simboli psicanalitici e di metafore della condizione femminile. Come si \u00e8 visto, il genere fantascientifico fornisce dunque una vera e propria \u201cpoesia del corpo\u201d che sperimenta tutte le possibili estensioni e trasformazioni che del corpo e con il corpo si possono immaginare. Il vero artista di questa materia espressiva \u00e8 allora forse David Cronenberg, che, nel suo cinema spesso giudicato scioccante e inaccettabile dalla critica ufficiale, sembra essere l\u2019unico davvero in grado di superare le dimensioni pi\u00f9 conservatrici della fantascienza. In film come Videodrome, Crash, eXistenZ, l\u2019orrore non \u00e8 direttamente suscitato dall\u2019ampliamento delle possibilit\u00e0 corporee, bens\u00ec un segnale della inevitabilit\u00e0 di tale processo. In Cronenberg, l\u2019uomo non ammette i propri limiti fisici e mostra una tensione parossistica verso la fusione con altri corpi e, persino, altra materia. I suoi film funzionano infatti come melodrammi e, al di sotto dell\u2019aspetto ripugnante o macchinico, ci fanno percepire un cuore di poeta \u2013 un poeta del corpo sperimentale.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>La fantascienza e la reinvenzione biologica<\/p>\n","protected":false},"author":1,"featured_media":0,"comment_status":"closed","ping_status":"open","sticky":false,"template":"","format":"standard","meta":{"footnotes":""},"categories":[3766],"tags":[3962,3587,3608,3605],"edizioni":[37],"autori":[233],"monografie":[],"editori":[],"luoghi":[],"book":[3716],"_links":{"self":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/218"}],"collection":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts"}],"about":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/types\/post"}],"author":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/users\/1"}],"replies":[{"embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcomments&post=218"}],"version-history":[{"count":2,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/218\/revisions"}],"predecessor-version":[{"id":5600,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=\/wp\/v2\/posts\/218\/revisions\/5600"}],"wp:attachment":[{"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmedia&parent=218"}],"wp:term":[{"taxonomy":"category","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fcategories&post=218"},{"taxonomy":"post_tag","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Ftags&post=218"},{"taxonomy":"edizioni","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fedizioni&post=218"},{"taxonomy":"autori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fautori&post=218"},{"taxonomy":"monografie","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fmonografie&post=218"},{"taxonomy":"editori","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Feditori&post=218"},{"taxonomy":"luoghi","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fluoghi&post=218"},{"taxonomy":"book","embeddable":true,"href":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/index.php?rest_route=%2Fwp%2Fv2%2Fbook&post=218"}],"curies":[{"name":"wp","href":"https:\/\/api.w.org\/{rel}","templated":true}]}}