{"id":219,"date":"2009-11-04T17:05:13","date_gmt":"2009-11-04T17:05:13","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=219"},"modified":"2025-12-10T12:24:26","modified_gmt":"2025-12-10T11:24:26","slug":"questione-di-stile-difesa-del-film-comico-da-disabile","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=219","title":{"rendered":"2. Questione di stile. Difesa del film comico da disabile"},"content":{"rendered":"<p align=\"justify\">di Monica Dall&#8217;Asta<b><\/p>\n<p>Riso e derisione <\/b><br \/>\nLa disabilit\u00e0 \u00e8 il grande tema che attraversa tutto il cinema comico. Perch\u00e9 l\u2019effetto comico possa prodursi c\u2019\u00e8 sempre bisogno di personaggi caratterizzati da un certo grado di inadeguatezza fisica o psichica, da un\u2019incapacit\u00e0 manifesta a conformare i propri comportamenti a quelli socialmente ritenuti corretti o normali. Per questo qualcuno ha potuto scrivere che \u201cl\u2019eroe comico \u00e8 per tradizione un handicappato\u201d,i un disabile che ci appare impedito fin nello svolgimento dei compiti e delle prestazioni pi\u00f9 elementari.<br \/>\nI molti nomignoli con cui, gi\u00e0 nel periodo muto, vengono indicati gli attori comici rivelano fino a che punto il comico sia imperniato sulla condizione di minorazione dei suoi personaggi. Dal Tontolini di Ferdinand Guillaume al Cretinetti di Andr\u00e9 Deed, gi\u00f9 gi\u00f9 fino al Picchiatello di Jerry Lewis, il cinema comico si \u00e8 sempre alimentato dei guai madornali, quando non delle catastrofi, inavvertitamente provocati da una schiera di disabili di vario tipo. Ad esempio: come non pensare a un down di fronte alla sfericit\u00e0 e alla serenit\u00e0 lunare del volto e del corpo di Fatty Arbuckle, comico dalla vita tragica oggi ingiustamente dimenticato? E certi strani contorcimenti di Jerry Lewis non potrebbero ricordare, come \u00e8 stato osservato, le movenze di un corpo spasticoii? Pi\u00f9 in generale, non \u00e8 forse una forma di anomalia mentale quella per cui tanti eroi comici finiscono regolarmente per cacciarsi nelle situazioni pi\u00f9 inverosimili? Stanlio e Ollio assediati dai beduini in un fortino nel deserto (I due legionari, 1931), Buster Keaton alla deriva su un transatlantico in mezzo all\u2019oceano (Il navigatore, 1924), Harold Lloyd sospeso nel vuoto in cima a un grattacielo (Preferisco l\u2019ascensore, 1923)\u2026 e gli esempi potrebbero continuare all\u2019infinito. Quanto a Tot\u00f2, sempre cos\u00ec loquace e iperattivo e capace di trascinare qualsiasi interlocutore nei suoi stralunati ragionamenti, uno psichiatra proverebbe forse a prescrivergli del litio\u2026 Indubbiamente gli elementi e le circostanze spesso si accaniscono contro i nostri eroi, accumulando di fronte a loro ostacoli sempre pi\u00f9 insormontabili. Ma appunto per questo il cinema comico ci offre una rappresentazione della disabilit\u00e0 particolarmente sfaccettata, che include anche una visione dell\u2019handicap come scompenso o squilibrio originario nella relazione tra l\u2019individuo e il mondo. Ora, molte teorie del comico concordano sul fatto che il fenomeno del riso nasca essenzialmente come derisione, ovvero come umiliazione di un altro, che uno spettatore affettivamente distaccato si trova a giudicare da una posiizione superiore. Ridere, insomma, vorrebbe sempre dire ridere di qualcuno, qualcuno verso il quale non si prova affetto e che non ispira alcuna commozione; una specie di punizione rivolta verso i difetti altrui (Propp),iii o addirittura un \u201ccastigo sociale\u201d (Bergson).iv Perci\u00f2 una certa cautela \u00e8 d\u2019obbligo quando si parla di cinema comico in relazione all\u2019handicap, perch\u00e9 \u00e8 sicuramente vero che il riso pu\u00f2 essere qualcosa di molto crudele e che lo stereotipo ad usum dell\u2019handicappato inetto e ritardato pu\u00f2 risultare fastidioso per molti disabili. Ma respingere il genere comico in blocco sulla base di un suo supposto razzismo nei confronti dei diversi sarebbe un errore. Anche in questo come in tutti i generi del cinema vale la solita vecchia distinzione tra buoni e cattivi film: i buoni film fanno pensare, gli altri non fanno che confermare l\u2019esistente.<\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n<p align=\"justify\"><b>L\u2019Idiota <\/b><br \/>\nAppare comunque evidente che una riabilitazione del comico da un punto di vista disabile dovr\u00e0 partire da un\u2019analisi pi\u00f9 accurata del funzionamento della derisione. Infatti, se \u00e8 vero che il riso \u00e8 scatenato in primo luogo dalle azioni inadeguate di caratteri variamente disadattati, siamo per\u00f2 sicuri che si rida solo di questo? In effetti, una delle propriet\u00e0 pi\u00f9 interessanti del personaggio comico consiste nella sua capacit\u00e0 di irradiarsi e propagarsi, nel senso che sembra proprio riflettersi sui personaggi che lo circondano, disseminare il suo aspetto anomalo e la sua stranezza nello spazio e tra le persone attorno a lui.<br \/>\nPensiamo per esempio a Stanlio e Ollio: le loro continue infrazioni alle regole della vita borghese portano il mondo esterno a irrigidire sempre di pi\u00f9 la sua forma disciplinare, a richiedere prestazioni sempre pi\u00f9 complesse, a moltiplicare le regole, le scadenze, le formalit\u00e0: in una parola a trasformarsi in caricatura. Perci\u00f2 non ridiamo solo di Stanlio e Ollio ma anche delle loro mogli e delle amiche delle loro mogli, con le loro insensate pretese di rispettabilit\u00e0 borghese e di bon ton, dei loro superiori, le cui richieste finiscono poco a poco per diventare ossessive, e in generale di tutti quelli che entrano in contatto con loro. Il mondo si deforma e si fissa in una parodia insostenibile di normalit\u00e0 e ragionevolezza fino all\u2019inevitabile catastrofe: che poi in un certo senso \u00e8 una sorta di castigo al contrario, dato che all\u2019apice di tutte le punizioni, cio\u00e8 di tutte le risate, c\u2019\u00e8 qualcosa che somiglia alla fine del mondo, al caos universale, da cui i due eroi escono s\u00ec un po\u2019 malconci, ma in fin dei conti illesi\u2026 All\u2019origine della spirale catastrofica che trascina il mondo fuori da ogni apparenza di normalit\u00e0 e misura c\u2019\u00e8 il carattere irradiante e chiaramente contagioso del personaggio comico. E a trasmettere il contagio, generando doppi solo leggermente pi\u00f9 integrati di lui nella vita sociale, \u00e8 sempre il pi\u00f9 disabile. Stanlio, che non ha alcuna idea di come vada il mondo, si sdoppia in Ollio, che una qualche nozione di come possa funzionare invece la possiede e dunque tenta senza tregua di richiamare il compagno al rispetto delle regole. Ma in quanto emanazione dell\u2019idiozia primaria di Stanlio, anche Ollio conserva un nocciolo di ottusit\u00e0 che non cessa di propagarsi, facendo germinare l\u2019idiozia latente che si nasconde dietro l\u2019ordine apparente del mondo. Harpo, che non parla mai ed \u00e8 chiuso nel suo mondo autistico di \u201caffetti celesti\u201d (Deleuze),v addirittura si triplica o si quadruplica, generando la serie virale dei Fratelli Marx (i quali, dotati di parola, non fanno che tradurre l\u2019impedimento primario di Harpo nell\u2019ordine simbolico del linguaggio). Jerry Lewis opta per un\u2019altra soluzione e si sdoppia ripetutamente in una serie di repliche da lui stesso interpretate. La pi\u00f9 celebre \u00e8 quella di Le folli notti del dottor Jerryl (1963) dove l\u2019intelligentissimo, ma disperatamente goffo professor Kelp (di cui, in un rapido flashback, ci viene pure tratteggiata un\u2019orribile infanzia senza affetto) inventa una pozione miracolosa che lo trasforma in un giovane bellissimo, permettendogli di conquistare l\u2019allieva di cui \u00e8 innamorato. Ma inevitabilmente la disabilit\u00e0 di Kelp si riverbera anche sul suo doppio, che nonostante la brillantina e i modi affettati continua francamente a sembrarci anormale: e infatti il suo effetto sugli altri \u00e8 scioccante, come l\u2019improbabile rosa shocking della sua giacca; pi\u00f9 che sedurli, si potrebbe dire che li impressiona. In maniera anche pi\u00f9 evidente che nel caso di Stanlio e Ollio, l\u2019anomalia di Jerry \u00e8 una malattia che si trasmette a catena di corpo in corpo, arrivando a deformare tutto l\u2019esistente. La ragazzina delle Folli notti &#8211; in piena sindrome Lolita, convinta con i suoi codini biondo platino di essere alla moda &#8211; \u00e8 gi\u00e0 una caricatura, ma nel Ciarlatano (1967) la disabilit\u00e0 del protagonista non si estende solo a tutte le figure successive che incarna (tra cui un incredibile pagliaccio che tenta di farsi passare per un attore del teatro No), ma si trasmette ineluttabilmente a chiunque capiti di posare gli occhi su di lui. Come Medusa, l\u2019immagine di Jerry \u00e8 fatale, \u00e8 cos\u00ec terrificante da lasciare letteralmente inebetiti. Tutti quelli che lo vedono finiscono pazzi: uno ridotto a credersi un cane, un altro a monologare in cinese, un terzo in preda ad accessi violenti di balbuzie\u2026 Quindi la punizione comica colpisce anche quelli che in un primo tempo sembrerebbero i pi\u00f9 normali, i pi\u00f9 integrati in un mondo (cinico) di occupazioni sensate. Certamente ridiamo di Jerry, ma ridiamo anche, e a maggior ragione, di chi lo tormenta e lo vuole escludere solo perch\u00e9 crede di sapere come va il mondo. Tutto lascia pensare che ci\u00f2 di cui veramente ridiamo, grazie all\u2019esibizione del comico e delle sue minorazioni, sia l\u2019ottusit\u00e0 della societ\u00e0 che non sa accettare il diverso. Che l\u2019idiota sia un carattere essenzialmente irradiante e contagioso \u00e8 un\u2019idea che si deve a Dostoevskij. Il suo fondamentale romanzo, laconicamente intitolato proprio cos\u00ec, L\u2019idiota (1868) \u00e8 costruito come un prisma di personaggi, le cui facce riflettono tutte, ma in modo deformato, l\u2019immagine di un unico e solitario personaggio, un giovane affetto da epilessia che Dostoevskij affermava di aver modellato sulla figura di Ges\u00f9. Tutti gli altri personaggi non sono che rifrazioni imperfette di questa immagine centrale, che in realt\u00e0, come indica la metafora dell\u2019epilessia, \u00e8 un vero e proprio punto cieco, il luogo di una mancanza, di un difetto. Da questo punto cieco si diparte una catena decrescente di disabilit\u00e0, che passando attraverso la serie dei personaggi si diluisce progressivamente, fin quasi a dissolversi nella normalit\u00e0. Ma come in fotografia, l\u2019effetto finale del prisma \u00e8 quello di generare un\u2019inversione: quel che all\u2019inizio sembrava quasi normale (il solito vecchio, sano cinismo) finisce per sembrare mostruoso, mentre quel che sembrava anomalo (la generosit\u00e0, l\u2019ingenuit\u00e0, la fiducia assoluta che l\u2019Idiota dimostra nei confronti degli altri) resta l\u2019unica prospettiva di salute. Cos\u00ec l\u2019Idiota, costretto per natura a non poter nascondere la propria disabilit\u00e0, col fatto stesso di mostrarla, la rivela negli altri.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>Il mondo come ostacolo <\/b><br \/>\nNei film comici (ma forse dovremmo aggiungere nei buoni film comici) le cose vanno in modo molto simile. Il protagonista scatena un\u2019epidemia che si propaga in tutte le direzioni e presto il mondo appare popolato di disabili di vario tipo e intensit\u00e0. In effetti, molti film comici non fanno che ingigantire fino all\u2019esagerazione difficolt\u00e0 che noi tutti prima o poi abbiamo esperito: nel rapporto con gli altri, con l\u2019architettura, con le macchine che dovrebbero rendere la vita pi\u00f9 facile e che invece, spesso, la complicano. Qui il caso esemplare \u00e8 senza dubbio quello di Jacques Tati. In Mon Oncle (1958), il nipotino di Hulot vive con i suoi ricchi genitori in una casa che \u00e8 un gioiello di tecnologia, con porte telecomandate e un\u2019infinit\u00e0 di elettrodomestici completamente automatici. Quando Hulot entra in cucina per compiere il gesto pi\u00f9 semplice, versarsi un bicchiere d\u2019acqua, ogni suo movimento innesca reazioni incontrollabili nell\u2019ambiente ultramoderno che lo circonda: gli armadetti cominciano ad aprirsi e chiudersi da soli, il rubinetto emette getti d\u2019acqua impazziti, tutte le macchine si mettono in moto con ronzii e vibrazioni infernali\u2026 In Trafic (1971) l\u2019impedimento \u00e8 dato dalla proliferazione delle automobili e dal traffico cittadino, mentre in Playtime (1967) a risultare grotteschi sono gli spazi creati dall\u2019architettura moderna, gli edifici gigenteschi suddivisi come formicai, gli uffici, le sale d\u2019attesa, i non-luoghi della vita moderna in cui tutto \u00e8 organizzato per garantire la massima efficienza, ma dove si vive fra estranei. Certo che ridiamo di Hulot, ma se si trattasse solo di questo non varrebbe la pena di spendere una parola. Il fatto \u00e8 che ridiamo di noi, del mondo in cui viviamo, di tutte le volte in cui, di fronte alla complessit\u00e0 crescente delle macchine e dello spazio urbano, ci siamo scoperti handicappati. Ridiamo del modo insensato in cui, con tutta la nostra scienza e la nostra tecnologia, riusciamo ancora a renderci la vita impossibile.<br \/>\nNei film di Stanlio e Ollio, \u201cil ritmo caratteristico della recitazione di Laurel e Hardy, il loro modo di enfatizzare la dignit\u00e0 offesa, la fiducia tradita e di esprimere la frustrazione\u201d sono, secondo Eileen Bowser,vi \u201ci preziosi tratti distintivi\u201d di un particolare stile comico. I protagonisti di questi film \u201cdividono con il pubblico la soddisfazione compensatoria delle orge di distruzione con cui si consolano in qualche modo delle frustrazioni di cui tutti rimaniamo vittime quotidianamente, e in particolare di quelle inflitte dalle tecnologie moderne. La notevole quantit\u00e0 di treni, telegrafo, tramwai, automobili e simili nelle comiche mute testimonia come il XX secolo sia ossessionato dalla tecnologia che ci frastorna in continuazione\u201d.vii La tecnica vista come qualcosa che invece di aiutare ostacola \u00e8 un tema classico per il cinema comico. In Tempi moderni (1936) il ritmo sempre pi\u00f9 accelerato della catena di montaggio \u00e8 insostenibile per il povero Charlot, che alla fine ne esce stravolto e colpito da una specie di tic da avvitamento, con movimenti automatici che ripete nell\u2019aria con le chiavi inglesi in mano. Pi\u00f9 avanti, costretto a fare da cavia al prototipo di una macchina per l\u2019alimentazione automatica degli operai, si vede immobilizzato su una sedia, mentre l\u2019apparecchio, simile a uno strumento di tortura, lo infarcisce di cibo a ritmi inverosimili. I ritrovati della modernit\u00e0, l\u2019organizzazione scientifica del lavoro, l\u2019accelerazione delle macchine che i corpi devono eguagliare finiscono per escludere chi non corrisponde agli standard previsti di produttivit\u00e0: e infatti Charlot viene licenziato e finisce dritto dritto in manicomio\u2026<br \/>\nMa la rappresentazione pi\u00f9 radicale del mondo come ostacolo si trova senza alcun dubbio nel cinema di Buster Keaton. Qui l\u2019eroe \u00e8 perfettamente abile (o lo \u00e8 almeno fisicamente, dato che il fatto di non a sorridere mai costituisce un\u2019anomalia evidentemente non trascurabile). Ma Buster corre, salta, rotola, trova sempre soluzioni ingegnose per cavarsi d\u2019impaccio, si muove con la velocit\u00e0 di un razzo, \u201ccon il corpo che \u00e8 diventato una serie di pistoni, con la testa gettata all\u2019indietro per rendere aerodinamica la macchina in fuga in cui si \u00e8 trasformato\u201d,viii e tutto questo mentre il mondo intorno a lui non smette di cadere a pezzi e frantumarsi. Che il destino si abbatta su di lui sotto forma di un enorme poliziotto o di una frana incombente, di un treno impazzito o delle violente correnti di una rapida, nel mondo di Buster niente va come dovrebbe andare e l\u2019universo sembra in preda a un processo di disgregazione permanente. Gli oggetti cambiano funzione, si comportano in modo anomalo e acquisiscono un\u2019autonomia che intralcia quella del protagonista. La seriet\u00e0 patologica di Buster Keaton \u00e8 quella della vittima predestinata, di colui che fa del suo meglio per sopravvivere alle continue disgrazie che gli piovono addosso da tutti i lati. E infatti, uno dei grandi talenti di Keaton come regista consiste, non a caso, nel controllo sull\u2019architettura, nella capacit\u00e0 di governare scenografie complesse e ampi spazi comunque destinati, prima o poi, a venire travolti dal caos.<\/p>\n<p align=\"justify\"><b>Ancora una volta <\/b><br \/>\nDunque il cinema comico ci presenta un universo in cui l\u2019handicap e la disabilit\u00e0 sono ovunque. Si esprimono nel protagonista \u2013 l\u2019idiota o disabile primario &#8211; , nei vari personaggi in cui si irradia &#8211; suoi doppi o repliche imperfette &#8211; , e infine nel mondo, che si rifiuta di funzionare a dovere. Gli eroi comici sono degli sfortunati per definizione, di cui noi ridiamo perch\u00e9 le loro difficolt\u00e0 ci appaiono talmente ingigantite che possiamo ridere delle nostre. Ma il senso di leggerezza che ne ricaviamo, la gioia che ci trasmettono con le loro impossibili imprese e i loro mancamenti, nascono probabilmente da qualcosa di diverso dal riso \u2013 visto che, se seguiamo Bergson, dove si ride non pu\u00f2 mai esserci affetto. La gioia per\u00f2 \u00e8 la forma suprema dell\u2019affezione, l\u2019unica che pu\u00f2 assumere una forma attiva, e si direbbe che il suo modo di espressione sia piuttosto il sorriso. (O forse nemmeno il sorriso, forse, come in Buster Keaton, appena una luce negli occhi\u2026).<br \/>\nMa per che cosa sorridiamo, allora, mentre guardiamo, o piuttosto mentre ricordiamo, un film comico? Il motivo \u00e8 che, malgrado tutti gli intralci, le frustrazioni e gli impacci di cui sono vittime, questi eroi davvero strani finiscono ogni volta per cavarsela in grande stile. Buster Keaton e Jerry Lewis s\u2019involano con le loro fidanzate, Charlot riesce a evitare ci\u00f2 che teme pi\u00f9 della peste, e cio\u00e8 d\u2019esser messo al lavoro, Stanlio e Ollio rimbalzano illesi da tutte le innumerevoli catastrofi che mettono in moto, Hulot continua a girovagare col naso per aria, incredulo e beffardo spettatore dell\u2019assurdit\u00e0 che lo circonda. Insomma, come si suol dire, tutto finisce bene in questi mondi alla rovescia, anche se Stanlio sa gi\u00e0 che dovr\u00e0 subire le rimostranze di quell\u2019irascibile di Ollio, se Charlot rimarr\u00e0 sicuramente senza un soldo e se Hulot continuer\u00e0 a meravigliarsi del moto assurdo e inarrestabile del progresso. Per quanto male possano essersi ridotti nel precedente tentativo di sopravvivere ai loro stessi disastri, tornano ogni volta alla carica pieni di speranze e di fiducia: ancora un altro film, pronti ancora una volta ad affrontare la sfida impari della vita; oppure nemmeno pronti, ma semplicemente ancora l\u00e0 a ricominciare, a ripartire esattamente dallo stesso punto, e sempre &#8211; da quello stesso punto &#8211; ricominciare a cadere. Come a dirci che, se anche li abbiamo puniti con le nostre risate, ancora non hanno imparato la lezione e continueranno ostinatamente a farsi vedere in giro: anche a costo di farsi prendere in giro. Sempre con quella faccia ridicola, quei modi inappropriati, quella flebile tenacia di fronte agli ostacoli. A ricordarci che la vita, in fondo, \u00e8 una questione di stile: basta sapersi risollevare, ogni volta, con la propria faccia.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Riso e derisione<br \/>\nLa disabilit&agrave; &egrave; il grande tema che attraversa tutto il cinema comico. 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