{"id":2234,"date":"2020-02-26T15:18:31","date_gmt":"2020-02-26T14:18:31","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2234"},"modified":"2025-08-27T09:12:36","modified_gmt":"2025-08-27T07:12:36","slug":"spazio-calamaio-il-modello-calamaio","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2234","title":{"rendered":"Il modello calamaio"},"content":{"rendered":"<p>Negli ultimi anni il Progetto Calamaio ha tentato di declinare la propria azione educativa mettendosi in gioco in contesti differenti da quello pi\u00f9 classico della scuola.<br \/>\nIl desiderio \u00e8, da una parte, quello di ampliare il campo di azione, dall\u2019altra quello di tentare di condividere con altri gruppi la metodologia propria del nostro gruppo di lavoro, composto da persone disabili e non, che sceglie un\u2019organizzare secondo una logica orizzontale che pone tutti sullo stesso piano, con ruoli diverse ma identiche responsabilit\u00e0. Al contrario, spesso si finisce per scegliere un\u2019organizzazione verticale nella quale si definiscono ruoli di gestione e altri subordinati, impegnati solo nel mero agire.<br \/>\nForse perch\u00e9 il Progetto Calamaio nasce ed \u00e8 cresciuto grazie all\u2019idea di un gruppo di persone con disabilit\u00e0 di proporsi come cittadini attivi, pronti a rispondere alle istanze della societ\u00e0 e, quindi, non restare solo oggetti assistenziali, pronti a ricevere e porre quesiti.<br \/>\nForse perch\u00e9 il contesto creatosi nel tempo ha sempre privilegiato la relazione rispetto all\u2019azione, consentendo quindi un confronto continuo e garantendo la messa in discussione di certezze e ruoli preconfezionati.<br \/>\nForse perch\u00e9 gli educatori che, nel tempo, si sono alternati all\u2019interno del gruppo hanno accettato la sfida di superare una certa idea di ruolo educativo che li poneva al di sopra della relazione e hanno scelto un modello che permettesse una co-conduzione della dinamica lavorativa.<br \/>\nForse per queste e molte altre ragioni, il Progetto Calamaio si \u00e8 costruito, nel tempo, un modello di azione e organizzazione differente, che si pone l\u2019obiettivo di portare ogni membro a costruirsi una propria professionalit\u00e0 animativa ed educativa, capace di rendere attivo il proprio ruolo all\u2019interno della societ\u00e0, intendendo con questa la famiglia, la scuola, il tempo libero e il mondo lavorativo in genere.<\/p>\n<p><strong>Il ruolo sociale attivo<\/strong><br \/>\nPer una persona normodotata \u00e8 chiaro cosa significhi avere un ruolo sociale attivo, come esercitare i propri diritti e come rispondere ai propri doveri, sia sulla carta che nella realt\u00e0 quotidiana.<br \/>\nPer una persona con disabilit\u00e0 il rischio che i diritti e i doveri rimangano solo belle parole, \u00e8 molto alto, non solo per impedimenti dovuti a carenze legislative o handicap diffusi, ma anche per un atteggiamento proprio della disabilit\u00e0: la pretesa di risoluzioni al posto di un impegno in prima persona.<br \/>\nLo so, sto generalizzando e il discorso \u00e8 ben pi\u00f9 complesso, ci\u00f2 non toglie per\u00f2 che per poter esercitare un ruolo sociale attivo \u00e8 necessario che, per prima, la persona con disabilit\u00e0 entri in campo e si impegni, secondo la pedagogia, delineata dallo studioso brasiliano Paolo Freire, dell\u2019oppresso che educa l\u2019oppressore, dell\u2019assunzione, cio\u00e8, di chi vive una situazione di svantaggio della responsabilit\u00e0 di proporre modelli e soluzioni alternative a quelle comuni.<br \/>\nCome dice Tatiana Vitali, un\u2019animatrice del Progetto Calamaio: \u201c\u00c8 indispensabile, per\u00f2, che siano le stesse persone disabili, uomini e donne, a darsi da fare allo scopo di contribuire alla modificazione di certi modi di pensare, perch\u00e9 dobbiamo essere noi stessi gli artefici di questo mutamento. La maggior parte delle volte, infatti, ci aspettiamo che siano gli altri gli autori dei miglioramenti della nostra vita mentre siamo proprio noi che dobbiamo assumerci in prima persona le nostre responsabilit\u00e0\u201d.<\/p>\n<p><strong>Metodo calamaio<\/strong><br \/>\nQuello che a noi piace definire modello \u00e8 innanzitutto un\u2019esperienza maturata grazie a continue prove e confronti con persone, esperienze e esperti; un\u2019esperienza che ci porta oggi a tentare di strutturare una modalit\u00e0 operativa che, oltre a essere replicabile, possa favorire quel cambiamento culturale che a noi sta tanto a cuore.<br \/>\nCi sono alcuni elementi che costituiscono le fondamenta del modello.<\/p>\n<p><strong>L\u2019accoglienza, come conoscenza del gruppo e di se stessi.<\/strong><br \/>\nIl primo passo, fondamentale per la costruzione del gruppo, \u00e8 la conoscenza che crea un clima di benessere relazionale, che consente a ognuno di sentirsi accolto e a proprio agio e di mostrarsi per quello che \u00e8 e che sente, senza giudizi o imposizioni.<br \/>\nUn\u2019accoglienza fatta in cerchio che permetta a tutti di guardarsi negli occhi, di esprimere il proprio pensiero, di mettersi in gioco e, allo stesso tempo, di ricevere, come si fosse davanti a uno specchio, la propria immagine attraverso il punto di vista dell\u2019altro.<\/p>\n<p><strong>L\u2019accoglienza porta necessariamente a un confronto diretto con il gruppo di lavoro, composto da persone con disabilit\u00e0 e non.<\/strong><br \/>\nUn confronto che ti offre l\u2019opportunit\u00e0 di conoscere la storia che ha permesso la formazione del gruppo stesso, gli strumenti e le metodologie che vengono messe in atto per realizzare le animazioni educative, le dinamiche quotidiane che creano momenti di confronto e di crescita comune.<br \/>\nUn incontro che a volte \u00e8 scontro con un modo di pensare la disabilit\u00e0 piuttosto alternativo e che mette in crisi, che destabilizza quel tanto per poter ritrovare un nuovo equilibrio.<br \/>\nDa questo confronto con il gruppo nasce, ovviamente, l\u2019incontro diretto con la disabilit\u00e0, sia la propria, se parliamo della persona con disabilit\u00e0, sia quella dei colleghi, se parliamo dell\u2019educatore normodotato.<br \/>\nIl fatto che tutti i protagonisti del gruppo siano chiamati a confrontarsi con la disabilit\u00e0, anche se in modo diverso, \u00e8 un passaggio fondamentale del modello calamaio, che comporta un cambiamento culturale innanzitutto nei componenti del gruppo, secondo una logica di consapevolezza e, successivamente, di accettazione.<br \/>\nLa consapevolezza \u00e8 un obiettivo personale, che il gruppo pu\u00f2 appoggiare e favorire, ma necessita di un percorso tutto proprio.<br \/>\nPer la persona con disabilit\u00e0 consapevolezza significa incontro\/scontro con ci\u00f2 che \u00e8; vuol dire \u201cfare i conti con\u201d e \u201cprendere le misure\u201d, entrare in relazione con una parte di s\u00e9 che, da una parte \u00e8 estremamente speciale ma dall\u2019altra \u00e8 banale come lo sono i capelli o le unghie.<br \/>\nPer l\u2019educatore normodotato consapevolezza significa liberazione dal sentirsi arrivato, dal pensare di avere tutte le risposte e da un ragionare fatto di stereotipi e preconcetti. Anche per lui \u00e8 necessario un cambiamento di prospettiva e un nuovo modo di relazionarsi con la disabilit\u00e0, non pi\u00f9 intesa come \u201cproblema\u201d dell\u2019altro ma come strumento per il sovvertimento dei preconcetti e fondamento per una nuova cultura dell\u2019integrazione.<br \/>\nPer agevolare questo processo di consapevolezza il primo strumento \u00e8 il confronto con persone che il percorso lo hanno gi\u00e0 completato, attraverso il dialogo e la condivisione di attivit\u00e0, di spazi non strutturati e di domande senza pregiudizi: ovviamente nel rispetto dei tempi di elaborazione necessari a ognuno per affrontare la disabilit\u00e0.<br \/>\nSuccessiva alla consapevolezza \u00e8 l\u2019accettazione, passaggio fondamentale che permette alla persona con disabilit\u00e0 di rendere la disabilit\u00e0 una risorsa e non pi\u00f9 un handicap.<br \/>\nSolo a questo punto si pu\u00f2 lavorare sulla valorizzazione delle abilit\u00e0 esistenti e sull\u2019acquisizione di nuove. Le abilit\u00e0, in una persona con disabilit\u00e0, rimangono spesso nascoste o poco valorizzate e, troppo spesso la persona con disabilit\u00e0, si presenta, come ama dire Claudio Imprudente, con un biglietto da visita perdente.<br \/>\nValorizzare le abilit\u00e0 non serve per negare la disabilit\u00e0, anzi \u00e8 proprio nel momento in cui ci scopriamo anche abili che accettiamo definitivamente la disabilit\u00e0.<br \/>\nQuesto processo di valorizzazione, infine, permette di raggiungere un alto livello di professionalit\u00e0, cio\u00e8 la possibilit\u00e0 di esplicitare il proprio ruolo sociale e, attivamente, godere dei diritti e rispondere ai propri doveri.<br \/>\nAttenzione, per\u00f2, a non confondere professionalit\u00e0 con produttivit\u00e0, possono coincidere ma sono anche piuttosto diverse: la professionalit\u00e0 ha a che fare con la relazione che, agite in ogni ambito di vita rendono sociale il ruolo, mentre la produttivit\u00e0 ha a che fare con le azioni, necessarie, invece, per rendere attivo il ruolo.<br \/>\nIn conclusione \u00e8 opportuno dire che il modello calamaio riuscir\u00e0 nella misura in cui si realizzer\u00e0 in gruppo, secondo una logica di corresponsabilit\u00e0. Non \u00e8 pensabile, infatti, un gruppo nel quale c\u2019\u00e8 chi ha responsabilit\u00e0 e chi subisce le scelte oppure dove c\u2019\u00e8 chi deve cambiare punti di vista e chi, invece, funge da modello. L\u2019organizzazione \u00e8 orizzontale, secondo una logica di stessa responsabilit\u00e0 con ruoli diversi.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Negli ultimi anni il Progetto Calamaio ha tentato di declinare la propria azione educativa mettendosi in gioco in contesti differenti da quello pi\u00f9 classico della scuola. 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