{"id":2238,"date":"2020-02-26T15:25:35","date_gmt":"2020-02-26T14:25:35","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2238"},"modified":"2025-08-27T09:08:08","modified_gmt":"2025-08-27T07:08:08","slug":"sul-grande-schermo-raccontare-la-debolezza-e-raccontare-con-debolezza","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2238","title":{"rendered":"Raccontare la debolezza e raccontare con debolezza"},"content":{"rendered":"<p>Come gi\u00e0 nella rubrica di marzo dello scorso anno, proponiamo in questo numero un confronto tra due film usciti in sala quasi contemporaneamente, verso la fine del 2010. Due pellicole molto diverse a ogni livello, ma che raccontano, entrambe, casi e vicende personali, sentimentali e familiari con l\u2019intento di rendere anche qualcosa di quello che sta attorno. Anche qui, con proporzioni e modalit\u00e0 differenti. Se il titolo del primo film, Il mio nome \u00e8 Khan, racchiude in s\u00e9 questa tensione tra personale e politico (\u201cil mio nome \u00e8 Khan\u201d, allo stesso tempo un\u2019affermazione di identit\u00e0 nonostante la disabilit\u00e0, e, segu\u00ecto da \u201c\u2026e non sono un terrorista\u201d, un richiamo alla propria e altrui innocenza a priori e un invito a un rapporto e una convivenza interetnici pi\u00f9 consapevoli e meno \u201csensibili\u201d agli eventi del mondo, la cui distorta interpretazione e rielaborazione, in particolare in questi anni, ci portano a svolgere con troppa facilit\u00e0 discorsi che legano meccanicamente il caso e la qualit\u00e0 \u2013 etnici, religiosi, politici, ecc. \u2013 alla regola e alla costante comportamentale e culturale \u2013 terrorista, fondamentalista, antidemocratico, ecc.); se Il mio nome \u00e8 Khan \u00e8 essenzialmente questo, Dalla vita in poi tratteggia questo rapporto tra singolo e comunit\u00e0 in modo meno diretto e pi\u00f9 articolato. Meno ingenuo.<br \/>\nQuale il primo motivo d\u2019interesse dei due film in relazione alla nostra rubrica? Il fatto che i protagonisti di entrambi siano persone disabili e la disabilit\u00e0, come tante altre figure narrative e retoriche cinematografiche, nel momento stesso in cui viene chiamata in causa, messa in condizione di operare, di produrre senso e azione, allora viene rappresentata, descritta, proposta secondo una data fisionomia, o distorsione, senza dare a quest\u2019ultimo termine una connotazione univocamente negativa, essendo frutto (e produttore) di dinamiche pi\u00f9 sottili e ricche. E i due film svolgono, sfruttano in modo molto diverso questo dato di partenza connotato dal deficit. Nuovamente, come un anno fa, vedremo che uno si pone come esempio pi\u00f9 virtuoso dell\u2019altro, sempre in base alle idee cinematografiche e culturali di chi scrive, ma anche in relazione alle caratteristiche e al metodo che questa rubrica cerca di conservare da quando \u00e8 gestita dal sottoscritto, ovvero un continuo (e necessario) confronto tra forma e contenuto, al quale ci richiama ogni manifestazione artistica e creativa o, per intenderci, ogni manifestazione umana che si distingua dal fantomatico grado zero della comunicazione.<br \/>\nIl mio nome \u00e8 Khan di Karan Johar (coproduzione significativa tra Bollywood, scusate la vaghezza, e 20th Century Fox) \u00e8 un film che a livello tematico si inserisce nella linea ideale che va dal delizioso Oltre il giardino di Hal Ashby, al contraddittorio Forrest Gump di Robert Zemeckis, includendo anche Rain Man, in particolare per il tipo di disabilit\u00e0 (autismo- sindrome di Asperger) del protagonista, in questo caso interpretato dal famosissimo (in India) Shahruck Khan, e per le movenze cui questa costringe. Come i primi due film presi a termine di paragone, anche in questo caso il protagonista viene investito di o, meglio, si investe di una missione epocale a seguito di vicende che mantengono un forte grado di attualit\u00e0 e di aderenza a fatti reali recenti. In questo caso, dopo una prima parte giocata sul meccanismo del flash-back e flash-forward, che consente di raccontare origini e caratteristiche di Khan e del suo contesto sociale e familiare (immancabile la madre saggia e rispettosa), si fa riferimento all\u2019atteggiamento di crescente e paranoica ostilit\u00e0 razziale verso la popolazione asiatica, in particolare se islamica, espressa da parte della societ\u00e0 americana post-11 Settembre. E al tentativo di Khan di riferire al presidente degli Stati Uniti (dapprima Bush, tentativo vano, poi il subentrato Obama, a buon fine) che, pur essendo quello il suo nome, lui non \u00e8 un terrorista, e pur essendo islamico (sposato peraltro a una induista, scalfendo quindi la diffusa segregazione identitaria tra hindu e musulmani), non \u00e8 un fondamentalista. Ricompone cos\u00ec anche il legame con la moglie Mandira, legame molto forte, ma incapace di reggere alla morte del figlio, frutto del clima di violenza anti-islamica di cui si diceva e del quale lei (irrazionalmente, e ne \u00e8 consapevole) imputa le colpe alla fede e al cognome \u201cislamisti\u201d di Khan. La separazione tra i due e l\u2019obiettivo che Khan si pone creano il presupposto per dar vita a una fase on the road del film, che avvicina ulteriormente questo lavoro a quello di Zemeckis del \u201994 (la corsa coast to coast di Forrest che fa proseliti), anche perch\u00e9 \u00e8 questa peregrinazione che consente a Khan di conoscere e intervenire in alcune vicende americane significative, come l\u2019uragano in Georgia (ovvio il riferimento a Katrina) o la denuncia di un imam integralista in procinto di replicare un attacco in terra statunitense. Ma, anche in questo caso, il modo \u00e8 meno convincente e incisivo, anzi, a volte patetico: quantomeno il film di Zemeckis ci dava una rappresentazione ironica e politica del \u201csogno americano\u201d, che pure nel film di Johar viene citato e, giocoforza, smentito, pi\u00f9 volte (vedi il personaggio del fratello di Khan).<br \/>\nDalla vita in poi di Gianfrancesco Lazotti (commedia che si ispira a un fatto vero di cronaca) sembra una girandola di vite deboli, un po\u2019 come avevamo descritto un anno fa l\u2019ultimo Almodovar: debolezza e fragilit\u00e0 fisica (la ragazza in carrozzina), sentimentale (l\u2019amica), esistenziale e biografica (il carcerato), di autorevolezza rispetto al ruolo e alla sua mascolinit\u00e0 (il capo della polizia penitenziaria del carcere), che convivono con o nascondono una \u201cforza potenziale\u201d (che in molti dei personaggi avr\u00e0 modo di dispiegarsi e in altri no), ma non la presuppongono automaticamente, come invece sembra poter fare la disabilit\u00e0-follia di Khan in Il mio nome\u2026, caratteristica per cui il film indiano ci ripropone un\u2019immagine del disabile e della condizione di disabilit\u00e0 anni \u201980 e, in definitiva, quasi unicamente, e senza una ragione forte, strumentale alla successione degli eventi. In questo allontanando anche la pellicola indiana dai due modelli citati in precedenza (Oltre il giardino e Forrest Gump), nei quali le relazioni tra \u201cil pazzo, l\u2019inetto, il ritardato\u201d, il mondo che lo circonda e il modo in cui riesce ad agirvi e a modificarlo si sviluppano in modo pi\u00f9 contraddittorio, paradossale, quasi delirante. Soprattutto nella misura in cui l\u2019umanit\u00e0 del protagonista disabile apre a una comprensione maggiore della realt\u00e0 stessa, e non a un rapporto con il personaggio mosso pi\u00f9 che altro da un sentimento di empatia ruvida e speranzosa. Insomma, per l\u2019ennesima volta (l\u2019elenco sarebbe lungo e non riguarderebbe solo le \u201cgrandi produzioni\u201d) il disabile iper-protagonista difficilmente riesce a essere ancorato davvero alla (a una) realt\u00e0 e a essere raccontato nel rapporto con essa, mentre, laddove il deficit si pone dentro a un flusso eterogeneo di vita, relativizzato, come nel film di Lazotti, paradossalmente esprime al meglio le sue potenzialit\u00e0 narrative e di significato (anche simbolico, senza per questo infastidire o semplificare). Per quanto sia piuttosto condivisibile la definizione di \u201cindividualismo democratico\u201d utilizzata, a proposito del personaggio di Khan, da Mariuccia Ciotta (il Manifesto, 26 novembre 2010). Inoltre, Dalla vita in poi ci propone un interessante confronto tra due condizioni fragili dai tempi quasi inconciliabili, alla ricerca di un momento di intersezione e condivisione, convivenza: quella di Katia, in prospettiva negativa (la degenerazione della malattia, se non ricordo male) e quella di Danilo, il carcerato, in prospettiva positiva (la scarcerazione. Tanto da rinunciare a un tentativo di fuga orchestrato proprio con Katia e probabilmente destinato a buon fine). L\u2019esito di questo confronto discrepante nel film non viene mostrato, ma la condizione di debolezza, anche reciproca, dei personaggi che compongono la coppia consente a Lazotti di impostare una regia molto meno didascalica e prevedibile del film di Johar. Non c\u2019\u00e8 spazio per la compassione tra due fragilit\u00e0, piuttosto si apre quello per un racconto reciproco privo di infingimenti e pietismi, meno sentimentale, quindi pi\u00f9 vicino a una espressione del sentimento. Mentre, tornando all\u2019articolo di Ciotta, \u00e8 proprio quanto lei scrive su Il mio nome Khan, \u201cnon consente distanze, nella purezza del \u2018matto\u2019 trascende ogni resistenza emotiva\u201d a non convincermi. Peraltro Lazotti affronta l\u2019intreccio con una regia allo stesso tempo pulita e attenta ai tanti particolari centrifughi che emergono dalla sceneggiatura, dedicando molta cura anche al montaggio, laddove il film di Johar procede piuttosto per giustapposizione e successione naturale e piatta degli eventi.<\/p>\n<p><strong>Il mio nome \u00e8 Khan<\/strong> (India, 2010)<br \/>\nDurata: 128\u2019<br \/>\nRegia: Karan Johar<br \/>\nSceneggiatura: Shibani Bathija<br \/>\nProduzione: Dharma Productions, Fox STAR Studios, Red Chillies Entertainment<br \/>\nDistribuzione: 20th Century Fox<\/p>\n<p><strong>Dalla vita in poi<\/strong> (Italia, 2010)<br \/>\nDurata: 85\u2019<br \/>\nRegia: Gianfrancesco Lazotti<br \/>\nSceneggiatura: Gianfrancesco Lazotti<br \/>\nProduzione: Rosa Film, Facciapiatta in collaborazione con Rai Cinema<br \/>\nDistribuzione: 01 Distribution<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Come gi\u00e0 nella rubrica di marzo dello scorso anno, proponiamo in questo numero un confronto tra due film usciti in sala quasi contemporaneamente, verso la fine del 2010. 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