{"id":234,"date":"2009-11-04T17:05:17","date_gmt":"2009-11-04T17:05:17","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=234"},"modified":"2025-12-11T23:49:13","modified_gmt":"2025-12-11T22:49:13","slug":"affido-familiare-una-storia-fra-tante","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=234","title":{"rendered":"12. Affido familiare: una storia fra tante"},"content":{"rendered":"<p align=\"justify\">di Alberto e Teresa Cuppi<\/p>\n<p>Alberto ed io, Teresa, ci siamo sposati nel 1987. Come altre giovani coppie appena sposate, ci chiedevamo come sarebbe stata la nostra famiglia dopo qualche anno di matrimonio. Cosa dovevamo fare e quali erano la ricchezza e il ruolo che avremmo potuto svolgere nel piccolo mondo della quotidianit\u00e0? Avevamo entrambi la propensione ad incontrare e a fare entrare in casa e nel cuore la gente, ma non sapevamo come si sarebbe declinata questa &#8220;apertura&#8221;. La risposta ci venne, senza averla cercata intenzionalmente, da un piccolo amico di dieci anni che conoscevamo da tempo e che per alcuni mesi aveva bisogno di trovare una casa che lo accogliesse. Venne da noi per quattro mesi, convinti che fosse soltanto una questione di orari: \u201cdalle 8,00 alle 17,00 \u00e8 a scuola, quindi si tratta soltanto di stare con lui dalle 17,00 alle 21,00 orario in cui va a letto\u201d. Ci rendemmo per\u00f2 subito conto che i conti non tornavano: gi\u00e0 alla fine della prime settimana eravamo stremati, tanto che il sospirato week end lo passammo a dormire. Al termine di questa breve ma totalizzante esperienza, avevamo comunque chiaro che una forma concreta del nostro slancio ad accogliere era l\u2019affido familiare. Non abbiamo avuto il tempo di ragionarci troppo su, che un bimbo di due anni e mezzo era gi\u00e0 in casa nostra: ci sarebbe stato, cos\u00ec ci dissero, probabilmente per sei mesi, un anno\u2026 Sono passati sedici anni e I. \u00e8 ancora con noi, sempre in affido. Quando arriv\u00f2 era solo, mentre oggi gli fanno compagnia (si fa per dire) cinque fratelli che abbiamo generato noi e una ragazzina in appoggio familiare per due giorni la settimana e per le vacanze. Durante questi anni abbiamo visto passare dalla nostra casa (ma non dal nostro cuore dove sono rimasti) altri bambini, con storie e bisogni differenti, con genitori pi\u00f9 o meno presenti e fardelli pi\u00f9 o meno pesanti, tutti con l\u2019implicita richiesta di essere accolti e amati nella loro concretezza. Insieme a ciascuno di loro entravano nella nostra casa anche una fatica in pi\u00f9, impegni supplementari di incontri\/scontri con gli operatori, confronti con i genitori naturali, complessit\u00e0 di organizzazione quotidiana, dialogo pi\u00f9 serrato e verifiche non sempre indolori a livello di coppia\u2026 ma mai abbiamo pensato che la posta in gioco fosse troppo alta. Abbiamo anche attraversato (e non \u00e8 detto che siano finiti\u2026) momenti difficili, come tutti del resto, ma questo \u201ccomplicarci la vita\u201d ha costituito per noi la strada maestra in cui imparare le relazioni, familiari e non, e in cui sperimentare il coraggio di generare dei figli in un mondo che sembra non curarsi affatto dei piccoli; di pari passo con la crescente consapevolezza che i figli non ci appartengono, andavano l\u2019energia e l\u2019entusiasmo che ogni volta ci facevano dire s\u00ec ad una nuova vita, sentendoci accollata una responsabilit\u00e0 sopportabile rispetto al destino e alla felicit\u00e0 di ognuno, e mai ci siamo sentiti sopraffatti dagli eventi. Abbiamo imparato sulla nostra pelle che l\u2019uomo non pu\u00f2 pensare n\u00e9 tanto meno essere autosufficiente e che la cosa migliore, quando si \u00e8 in una condizione di bisogno, \u00e8 quella di chiedere. La nostra famiglia ha sempre abitato in un condominio di citt\u00e0, frequentato la parrocchia nel cui territorio abitava, condiviso con le altre famiglie la fatica dell\u2019isolamento in cui tenta di rinchiuderci il ritmo frenetico, la paura dell\u2019altro, la nostra presunta autosufficienza. Non avevamo, cio\u00e8, intorno una realt\u00e0 che avesse scelto di condividere l\u2019accoglienza o per lo meno di supportarci ai fianchi, ma non essendo dotati di poteri particolari tipo Superman, fin da subito ci siamo lasciati educare dal bisogno, chiedendo a chiunque conoscessimo pi\u00f9 o meno bene, a volte anche con apparente sfrontatezza e faccia tosta; si \u00e8 cos\u00ec creata intorno a noi e alla nostra effervescente famiglia una rete di solidariet\u00e0 che \u00e8 andata cambiando ad ogni trasloco, ma che non si \u00e8 mai indebolita o rotta. E in questa trama di aiuti abbiamo scoperto che ognuno d\u00e0 la ricchezza che gli \u00e8 propria, trovandoci spesso noi, che avevamo avuto bisogno, a sentirci dire grazie da coloro che erano stati \u201cangariati\u201d per dare una mano. D\u2019altro canto, l\u2019importanza e la lettura che abbiamo imparato a dare ad ogni avvenimento ci hanno arricchito di uno sguardo diverso, di uno stile pi\u00f9 sobrio, per cui l\u2019accoglienza \u00e8 diventata un modo di vivere (cio\u00e8, noi ci sforziamo che lo sia\u2026 i risultati poi\u2026) cos\u00ec che diventando grandi cerchiamo di non escludere nessuno e di godere della ricchezza che ciascuno ha da portare nella nostra vita.<\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Alberto ed io, Teresa, ci siamo sposati nel 1987. Come altre giovani coppie appena sposate, ci chiedevamo come sarebbe stata la nostra famiglia dopo qualche anno di matrimonio. 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