{"id":2432,"date":"2020-03-06T14:40:57","date_gmt":"2020-03-06T13:40:57","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2432"},"modified":"2025-09-01T09:58:10","modified_gmt":"2025-09-01T07:58:10","slug":"9-fare-rbc-ad-alessandria-degitto","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2432","title":{"rendered":"9. Fare RBC ad Alessandria d\u2019Egitto"},"content":{"rendered":"<p>Conversazione con Simona Venturoli, project manager di Aifo.<\/p>\n<p><strong>Mi puoi parlare del progetto che state svolgendo in Egitto?<br \/>\n<\/strong>Nel 1997 Aifo insieme all\u2019Organizzazione Mondiale della Sanit\u00e0 aveva lanciato un progetto riguardante diversi paesi tra i quali l\u2019Egitto per sperimentare la riabilitazione su base comunitaria nelle aree urbane. L\u2019Egitto con il partner che attualmente abbiamo, il Centro Seti, era stato scelto tra vari paesi coinvolti. Nel 1997 Aifo \u00e8 arrivata in Egitto con questo progetto realizzato insieme all\u2019OMS e abbiamo cominciato a lavorare per attuare un programma nell\u2019area urbana di Alessandria insieme al partner. Il progetto ha avuto molto successo e Aifo ha deciso di continuare a lavorare con fondi privati. Questo era un progetto pilota intitolato: \u201cPromozione della riabilitazione su base comunitaria all\u2019interno degli Slums\u201d. Il progetto \u00e8 terminato nel 2001 ma Aifo ha proseguito il suo impegno. All\u2019inizio siamo partiti solo dall\u2019area urbana di Alessandria mentre oggi si coprono almeno tredici aree. Negli anni il progetto \u00e8 andato avanti ed \u00e8 migliorato. Il nostro partner locale ha sede al Cairo ed \u00e8 una ONG gestita dalla Caritas Egitto ma \u00e8 registrata come ONG e ha sede anche ad Alessandria.<\/p>\n<p><strong>Il partner locale \u00e8 un po\u2019 particolare visto che si tratta della Caritas in Egitto&#8230;<\/strong><em><br \/>\n<\/em>S\u00ec, \u00e8 stata una grandissima sfida. Nel 1997 la situazione era molto diversa. La situazione del paese non poneva diciamo nessuna sfida. Nel 1997 la Caritas cristiana lavorava tranquillamente con la popolazione musulmana e con quella copta. Poi la situazione \u00e8 cambiata. Con la guerra \u00e8 peggiorato tutto e in questo momento \u00e8 una grande sfida. Recentemente sono stata in Egitto, c\u2019ero stata gi\u00e0 nel \u201993, ed essere tornata dopo tanti anni mi ha fatto scoprire un ambiente completamente diverso. L\u2019Islam si era radicato in modo molto forte. Te ne accorgi anche da turista. Nel \u201993 non c\u2019era nessuno, per esempio, con abiti musulmani mentre oggi quasi tutti sono cos\u00ec. Si respira nell\u2019aria che c\u2019\u00e8 scontro tra musulmani e cristiani. Questo partner, quindi, che \u00e8 cristiano, lavora oggi in comunit\u00e0 che sono al novanta per cento musulmane. Oltre a lavorare sulla disabilit\u00e0 stanno dunque facendo anche un altro lavoro che sembra secondario ma non lo \u00e8, che \u00e8 quello di lavorare sulla pace, sulla convivenza. Il loro staff, inoltre, \u00e8 misto, sono sia musulmani che copti. In alcune aree tuttavia non riescono proprio a lavorare; in genere lavorano molto nelle comunit\u00e0, nelle moschee, nelle chiese; spesso fanno un po\u2019 i camaleonti alle rispettive riunioni, dato che la maggior parte sono cristiani ma si devono \u201cabbigliare\u201d in un certo modo per poter entrare, parlare.<\/p>\n<p><strong>Che tipo di intervento state attuando assieme? Oltre a essersi allargato dal \u201997 in poi, il progetto si \u00e8 anche strutturato in maniera diversa?<\/strong><br \/>\nIl lavoro \u00e8 sempre uguale, nel senso che ancora oggi \u00e8 strutturato in fasi. La prima fase consiste nell\u2019individuare una zona e vedere con le comunit\u00e0 chi \u00e8 interessato a partecipare, poi c\u2019\u00e8 una fase di formazione. Prima di iniziare a lavorare il passaggio pi\u00f9 importante \u00e8 quello dell\u2019identificazione delle famiglie, dei volontari, segue la formazione dei volontari e la costituzione di gruppi comunitari che possano poi gestire il progetto, perch\u00e9 alla fine \u00e8 un progetto della comunit\u00e0. Una fase, questa, che pu\u00f2 durare anche un anno all\u2019interno di una zona. Poi si passa all\u2019erogazione delle attivit\u00e0 che riguardano l\u2019educazione (la novit\u00e0 \u00e8 che in Egitto da quest\u2019anno \u00e8 uscita una legge per cui i bambini con disabilit\u00e0 \u201clieve\u201d possono essere inseriti all\u2019interno delle scuole che per\u00f2 non sono in grado di accoglierli). Questo progetto garantisce attivit\u00e0 di educazione speciale; vengono fatte delle classi di soli bambini con disabilit\u00e0 che per\u00f2 alla fine fanno anche un esame pubblico. Ai bambini che finisco le scuole elementari viene concesso l\u2019attestato di superamento dell\u2019esame di stato.<br \/>\nInoltre c\u2019\u00e8 la prevenzione della disabilit\u00e0 che viene fatta con le mamme in gravidanza, l\u2019identificazione precoce della disabilit\u00e0 con i bambini e poi c\u2019\u00e8 la parte di riabilitazione fisica in collaborazione con i centri di salute pubblici. A questo proposito \u00e8 stato fatto un accordo scritto con il Ministero della Salute; \u00e8 importante fare rete e potenziare le risorse locali che sono gi\u00e0 presenti sul territorio \u2013 le comunit\u00e0, le parrocchie, le scuole, le moschee, i centri di salute \u2013 in modo che il lavoro non finisca con il termine delle attivit\u00e0 svolte da noi.<br \/>\nPoi c\u2019\u00e8 tutta la parte sociale alla quale loro credono moltissimo. Vuol dire anche inserimento nel mondo del lavoro. Vengono fatti corsi di formazione e individuate aziende o artigiani che possano accogliere i ragazzi.<\/p>\n<p><strong>Stiamo sempre quindi parlando di minori? Di bambini in et\u00e0 scolare, di adolescenti che stanno per entrare nel mondo del lavoro&#8230;<br \/>\n<\/strong>S\u00ec, stiamo parlando di questa fascia, da zero ai venti anni di et\u00e0, talvolta arriviamo fino a trenta&#8230;<\/p>\n<p><strong>Sono presenti diversi tipi di disabilit\u00e0?<br \/>\n<\/strong>S\u00ec, anche se per la maggior parte sono disabilit\u00e0 mentali, paralisi cerebrali, purtroppo ci sono in Egitto molti bambini che, per una serie di motivi, nascono con paralisi cerebrali. Non c\u2019\u00e8 la cura prenatale, i pi\u00f9 nascono in casa.<\/p>\n<p><strong>Esistono anche attivit\u00e0 ricreative?<br \/>\n<\/strong>Hanno costituito dei weekly club, club settimanali in cui tutte le persone che si ritrovano in quella zona, si ritrovano per fare festa, per stare insieme. Vanno al Mc Donald\u2019s, fanno gite turistiche per Alessandria.<br \/>\nFanno addirittura un festival della paralisi cerebrale, una manifestazione molto grande, che \u00e8 anche l\u2019occasione per fare sensibilizzazione, in cui coinvolgono la municipalit\u00e0 e il governatorato.<\/p>\n<p><strong>Quante persone sono state coinvolte in questo servizio?<br \/>\n<\/strong>I beneficiari del progetto attualmente in corso sono circa 1.100 bambini da zero a sedici anni, ma anche persone pi\u00f9 grandi, per la maggior parte con disabilit\u00e0 mentali e intellettive. Se aggiungiamo i genitori e i familiari raggiungiamo complessivamente circa 4.000 persone.<\/p>\n<p><strong>Qual \u00e8 l\u2019atteggiamento culturale delle famiglie nei confronti delle persone disabili? Immagino sia diverso dal contesto dell\u2019Africa Subsahariana.<br \/>\n<\/strong>S\u00ec in questo caso, pi\u00f9 che come punizione, la disabilit\u00e0 viene percepita come una vita che non vale la pena di essere vissuta. Quando sono tornata gi\u00f9, per farti un esempio, ho incontrato moltissime mamme che raccontavano che quando hanno partorito e si sono rese conto che il proprio bambino aveva problemi di disabilit\u00e0, una volta che lo portavano in visita, il 90% per cento dei dottori consigliava loro di mettere per terra il figlio in un angolo e aspettare che morisse.<\/p>\n<p><strong>La religione permette tutto questo?<br \/>\n<\/strong>S\u00ec perch\u00e9, di fatto, non li uccidono&#8230; In generale ci sono forti discriminazioni e stigmatizzazioni, avere un bambino disabile \u00e8 una disgrazia, perch\u00e9 \u00e8 un peso. La maggior parte delle famiglie \u00e8 senza speranza.<\/p>\n<p><strong>Hai qualche storia da raccontarci?<br \/>\n<\/strong>Ce ne sarebbero molte. La gente ama molto raccontarsi, pi\u00f9 che in Italia. Ho sentito tanti padri che mi hanno detto: \u201cPer dieci anni mi sono vergognato di mio figlio e ora ne sono orgoglioso. Ha vinto un sacco di medaglie di karate!\u201d. Per i pap\u00e0 poi \u00e8 ancora pi\u00f9 complesso agire, perch\u00e9 \u00e8 considerato compito esclusivo della donna occuparsi dei figli e della famiglia.<br \/>\nPer quanto riguarda i fratelli hanno organizzato un gruppo che si chiama \u201cAmici della RBC\u201d (Riabilitazione su Base Comunitaria), composto dai fratelli e dai cugini dei bambini con disabilit\u00e0, in modo da condividere le loro esperienze ed essere coinvolti nel progetto; producono degli oggetti da mettere in vendita e fare cos\u00ec raccolta fondi ma soprattutto vengono sensibilizzati in modo che siano orgogliosi dei propri fratelli.<\/p>\n<p><strong>Quali sono i problemi che di solito si incontrano in questi tipi di intervento?<br \/>\n<\/strong>Le difficolt\u00e0 che si incontrano sono a tutti i livelli, anzitutto a partire dalle persone con disabilit\u00e0 stessa, che, soprattutto nei paesi del Sud, hanno una bassissima considerazione personale e sono i primi a non credere in se stessi e quindi i primi a non credere che possono anche essere protagonisti di questi progetti di sviluppo. Se pensiamo alle famiglie, per esempio a quelle del contesto africano, queste tendono soprattutto a nascondere le persone con disabilit\u00e0 all\u2019interno delle proprie case perch\u00e9, per credenze di vario genere, vengono considerate o frutti del demonio oppure colpe: io ho un bambino disabile, quindi, evidentemente, ho delle colpe da espiare. La pressione sociale su queste famiglie diventa cos\u00ec molto forte. C\u2019\u00e8 da lavorare sulle difficolt\u00e0 della persona con disabilit\u00e0 con la famiglia stessa, e con la comunit\u00e0 da un lato e a livello nazionale dall\u2019altro, dove con tutte le difficolt\u00e0 che gi\u00e0 ci sono, i problemi delle persone con disabilit\u00e0 sono sicuramente gli ultimi pensieri.<br \/>\nIn questi contesti mancano quindi i servizi di base, mancano le risorse, manca veramente tutto. Per questo consideriamo pi\u00f9 efficace la strategia di attenzione su base comunitaria rispetto a interventi che vanno a fornire servizi specifici, perch\u00e9 cadono nel vuoto. Bisogna creare qualcosa di completamente diverso, una cultura diversa, una sensibilit\u00e0 diversa e fornire servizi innovativi all\u2019interno delle stesse comunit\u00e0. Se si arriva in Liberia in cui non c\u2019\u00e8 uno psichiatra in tutta la nazione, non ci sono centri di riabilitazione specializzati, scuole in grado di accogliere bambini con disabilit\u00e0, dove non c\u2019\u00e8 nulla, non ha senso riabilitare fisicamente cento persone e basta. Finisce l\u00ec.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Conversazione con Simona Venturoli, project manager di Aifo. Mi puoi parlare del progetto che state svolgendo in Egitto? 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