{"id":244,"date":"2009-11-04T17:05:19","date_gmt":"2009-11-04T17:05:19","guid":{"rendered":"http:\/\/127.0.0.1\/accaparlante4\/?p=244"},"modified":"2025-12-11T23:27:59","modified_gmt":"2025-12-11T22:27:59","slug":"questione-di-clima-il-carico-familiare-tra-disagio-e-risorse","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=244","title":{"rendered":"2. Questione di clima. Il carico familiare tra disagio e risorse"},"content":{"rendered":"<p>di Dontella Petretto<\/p>\n<p>Il carico familiare \u00e8 l\u2019impatto negativo che la patologia pu\u00f2 avere sulla famiglia. I primi studi sul carico familiare sono iniziati intorno agli anni \u201950 e hanno portato alla raccolta di evidenze circa l\u2019esistenza del carico e quali effetti negativi pu\u00f2 avere la patologia sulla famiglia. La famiglia con un assistito \u2013 sia che esso sia un malato mentale che un bambino cerebroleso, che un traumatizzato cranico, un depresso\u2026 \u2013 ha tutta una serie di problemi in pi\u00f9 rispetto ad una famiglia che non ha un assistito. Il primo aspetto \u00e8 la limitazione e la restrizione delle attivit\u00e0; le relazioni familiari problematiche; i sintomi psicopatologici; la riduzione dei rapporti sociali e attivit\u00e0 di tempo libero. Diciamo che questi sono alcuni degli aspetti e delle evidenze raccolte sull\u2019esistenza del carico familiare. Penso che non sia importante entrare nello specifico sul dato (il 50% di depressi, il 25% di ansiosi&#8230;), quello che voglio dire \u00e8 che questi primi studi hanno portato a considerazioni di questo tipo: le conseguenze negative della patologia sulla famiglia fanno s\u00ec che il familiare possa essere considerato come una sorta di paziente nascosto. Sono tali e tanti i riscontri di queste conseguenze negative da poter parlare del familiare come paziente nascosto.<\/p>\n<p><strong>La famiglia, da malattia a risorsa<\/strong><br \/>\nVorrei fare un brevissimo accenno a quegli studi che in parallelo hanno dimostrato l\u2019effetto negativo della famiglia e che hanno visto la famiglia a sua volta come patogena. La prima osservazione da fare \u00e8 questa: gli studi sul carico familiare e gli altri studi sull\u2019autismo, sulla schizofrenia&#8230;, hanno portato a delle considerazioni spesso negative sulla famiglia, quindi la famiglia \u00e8 malata perch\u00e9 ha un assistito al proprio interno, oppure la famiglia pu\u00f2 essere fonte di patologia. Il primo periodo di studi ha avuto appunto questo scopo: cercare di cogliere le evidenze delle conseguenze negative che la patologia pu\u00f2 avere sulla famiglia. Il secondo periodo di studi ha riguardato invece il tentativo di capire se \u00e8 vero che in alcuni ambiti la patologia pu\u00f2 avere delle conseguenze negative sulla famiglia. Ma l\u2019ottica e l\u2019interesse degli studi pi\u00f9 recenti \u00e8 quello di capire quali sono i predittori, le variabili e i mediatori che possono agire nel determinare il carico familiare. \u00c8 vero che come conseguenza del fatto che ci sia un assistito in famiglia ci pu\u00f2 essere disagio, ma \u00e8 anche vero che \u00e8 possibile identificare dei predittori e degli elementi che possono far si che si verifichi il carico familiare. Mi riferisco, in particolare, ad un nuovo ambito di studi che pi\u00f9 che analizzare il carico familiare cerca di analizzare il pi\u00f9 generale processo del prendersi cura. Quali sono le caratteristiche del prendersi cura e in quali condizioni il prendersi cura pu\u00f2 avere degli effetti negativi? In quali pu\u00f2 avere effetti positivi? Si \u00e8 passati quindi da uno studio descrittivo delle conseguenze del carico a uno studio pi\u00f9 ampio che cerca di analizzare i vantaggi del prendersi cura nella famiglia, di analizzare gli elementi e i mediatori che possono portare a questi vantaggi e quelle variabili che invece possono portare a delle conseguenze negative. Quindi piuttosto che dire \u201cLa famiglia \u00e8 malata\u201d, l\u2019orientamento degli studi \u00e8 quello di dire \u201cLa famiglia pu\u00f2 essere malata, non necessariamente malata, ma anzi pu\u00f2 essere ricca di risorse\u201d; ed \u00e8 importante capire quali sono i predittori che ci consentono di capire quali sono le condizioni perch\u00e9 la famiglia possa utilizzare al meglio le risorse di cui dispone.<\/p>\n<p><strong>Carico oggettivo e soggettivo<\/strong><br \/>\nIl secondo filone di studi ha preso spunto da una prima distinzione del 1976, poi ripresa, da quella tra carico oggettivo e carico soggettivo. Il carico oggettivo \u00e8 rappresentato da: effettiva presenza di specifiche condizioni comunemente ritenute problematiche o di eventi avversi che hanno un effetto negativo sul nucleo familiare. Quindi carico oggettivo significa dover dedicare tanto tempo a determinate attivit\u00e0, non poter svolgere altre attivit\u00e0 perch\u00e9 molto tempo deve essere dedicato all\u2019assistito&#8230; Il carico soggettivo \u00e8 invece la sensazione di disagio, il malessere che la persona che si prende cura percepisce e che attribuisce all\u2019assistenza. Nell\u2019intento di conoscere e di capire il processo di \u201ccare giving\u201d ci si \u00e8 chiesti quali potessero essere gli elementi in grado di mediare tra carico oggettivo e carico soggettivo, cio\u00e8 quali elementi possono far si che di fronte a un carico anche oggettivamente molto elevato &#8211; tanto tempo dedicato all\u2019assistito oggettivamente misurabile &#8211; fosse possibile ridurre le condizioni di carico soggettivo, e quindi il disagio. Considerazioni di questo tipo hanno motivato una nostra ricerca che ha visto come partecipanti volontari alcune famiglie dell\u2019associazione che sono state da noi prescelte proprio perch\u00e9 dal punto di vista di valutazione esterna presentavano un carico oggettivamente molto elevato, nel senso che gli assistiti hanno disabilit\u00e0 molto gravi e quindi hanno bisogno di essere seguiti nella maggior parte delle attivit\u00e0 di vita quotidiana. Ancora, per scelta, per adesione personale questi genitori hanno deciso non solo di assumersi i compiti di \u201ccare\u201d che in genere il genitore assume, ma anche di assumere dei compiti pi\u00f9 tecnici e pratici nella riabilitazione. Quindi una parte dei genitori dell\u2019associazione ci sono sembrati un buon modello di una situazione in cui si verificava un carico oggettivamente molto elevato, e per oggettivamente voglio dire \u201cpercepito dall\u2019esterno\u201d. Si \u00e8 pensato di porre a confronto questi genitori particolari con altri genitori che avevano in comune con questi il livello di disabilit\u00e0 dei bambini, l\u2019et\u00e0 dei bambini, il sesso. Mi riferisco a queste tre variabili perch\u00e9 sono quelle che possono influire sul livello di carico. La disabilit\u00e0 perch\u00e9 quanto pi\u00f9 il bambino \u00e8 disabile tanto pi\u00f9 mi devo prendere cura di lui. L\u2019idea di pensarla in termini di patologia \u00e8 nata dal fatto che pu\u00f2 diventare un carico diverso da quello causato, per esempio, dall\u2019autismo che pu\u00f2 portare problemi diversi rispetto ad una tetraparesi. Quindi abbiamo pensato di analizzare il carico nei familiari terapisti ponendoli a confronto con un altro gruppo di familiari che venivano appaiati con i primi per il livello di disabilit\u00e0 dei bambini, per la patologia, per l\u2019et\u00e0 e per il sesso dei bambini. Abbiamo chiamato gli altri familiari \u201cfamiliari deleganti\u201d per contrapporli ai primi, nel senso che a parit\u00e0 di disabilit\u00e0 dei bambini piuttosto che assumere delle funzioni di assistenza di riabilitazione delegavano queste attivit\u00e0 a delle agenzie esterne. Il nostro scopo era quello di vedere, in un gruppo di familiari con un carico oggettivo elevato posto a confronto con un gruppo di familiari con un carico pi\u00f9 basso, quali fossero alcuni indicatori di malessere o di benessere psicologico. Ci dicono che i genitori terapisti hanno un livello pi\u00f9 basso in queste variabili considerate. Questi primi dati possono essere una semplice descrizione di un maggior benessere e questo \u00e8 un aspetto che \u00e8 importante sottolineare. Dei genitori che oggettivamente hanno un carico pi\u00f9 elevato rispetto ad altri non hanno come conseguenza un livello di malessere superiore, ma anzi stanno addirittura meglio.<\/p>\n<p><!--break--><\/p>\n<p><strong>Protagonisti della cura<\/strong><br \/>\nAl di l\u00e0 di voler descrivere questo fatto positivo, ci siamo chiesti quali elementi fossero in grado di spiegare ci\u00f2. \u00c8 vero hanno un livello pi\u00f9 basso di depressione e di ansia, ma quali sono gli elementi che possono spiegare e che possono consentire di predire questo fenomeno? Il passo successivo \u00e8 stato quello di valutare la variabile \u201cattribuzione di causalit\u00e0\u201d, che \u00e8 un termine tecnico che significa \u201cil sentirsi protagonisti, sentirsi efficaci, sentire di poter avere un ruolo utile\u201d. Ecco che abbiamo misurato questa sensazione e abbiamo trovato che i familiari terapisti posti a confronto con i familiari deleganti si caratterizzavano per un livello di attribuzione di causalit\u00e0 interna pi\u00f9 elevata. Si caratterizzavano per il loro sentirsi utili, sentire di poter avere un ruolo nel processo riabilitativo, sentire di poter avere un ruolo nel miglioramento del proprio assistito. Quello che abbiamo potuto rilevare nei genitori considerati \u00e8 che il sentirsi utili poteva essere l\u2019elemento di mediazione, una variabile che consentiva di mediare tra un carico oggettivamente molto elevato, visibile dall\u2019esterno e il carico soggettivo che era molto pi\u00f9 basso di quanto ci saremmo potuti aspettare. Cio\u00e8 sono molto coinvolti nell\u2019attivit\u00e0, non possono fare vacanze, non hanno tempo libero, non possono avere contatti sociali&#8230; \u2013 e in realt\u00e0 queste sono affermazioni di pregiudizio \u2013 ma i dati ci dicono che utilizzano molto tempo nell\u2019assistenza del bambino ma stanno bene e stanno bene proprio perch\u00e9 il sentirsi utili media tra questi due aspetti. In che modo le inferenze che possiamo fare su questi dati ci possono guidare e dare delle spiegazioni rispetto al coinvolgimento della famiglia? Le prime inferenze che abbiamo fatto riguardavano il coinvolgimento della famiglia nel processo riabilitativo. Attribuire alla famiglia un ruolo, darle le indicazioni pratiche sul che cosa fare, e far si che i famigliari possano sentirsi utili, pu\u00f2 consentire un buon coinvolgimento di tutto il nucleo famigliare. Alcuni autori sostengono che la famiglia ha tante energie e tante risorse, \u00e8 importante capire come queste energie possono essere canalizzate e utilizzate nel miglior modo possibile. L\u2019inferenza che traiamo da questo studio \u00e8 quindi che la famiglia pu\u00f2 essere inserita nel processo riabilitativo. In che modo queste informazioni possono essere riportate in ambito scolastico? Dalla legge quadro che con il DPR del \u201994 le riferisce anche in ambito scolastico. La domanda che ci siamo posti \u00e8 in che modo gli studi sul carico possono fornirci delle indicazioni utili relativamente alla collaborazione con la famiglia. Dall\u2019analisi dei predittori del carico e dai mediatori nel processo di care giving emerge il senso di autoefficacia, dell\u2019attribuzione di causalit\u00e0 interna, del senso di poter avere un ruolo nel processo di miglioramento del bambino, e quindi della sensazione di controllo della situazione. Pensate alla sensazione di confusione che pu\u00f2 derivare dal non sapere che cosa fare! Una cosa che mi ha colpito nel conoscere queste famiglie \u00e8 proprio l\u2019uso di termini molto tecnici rispetto ai miglioramenti. Non significa che tutte le famiglie siano cos\u00ec ma che hanno anche questa risorsa e capacit\u00e0 di cogliere le variazioni in sfere e ambiti diversi. Dicevo che gli studi sul carico ci dicono che l\u2019attribuzione di causalit\u00e0 interna, la sensazione di autoefficacia e la sensazione di controllo mediano tra carico oggettivo e soggettivo, riducono la sensazione di malessere e, anzi, promuovono il benessere e quindi accrescono la speranza, e hanno un forte impulso anche sulla motivazione all\u2019azione. \u00c8 terapeutico per la famiglia sentire di poter avere un ruolo utile. Il termine terapeutico non vuol dire che la famiglia \u00e8 malata ma che stiamo cercando di capire in che modo mantenere e creare una sensazione di benessere al suo interno. Quindi i primi studi sul carico ci dicono che per la famiglia \u00e8 importante avere un ruolo, sapere che cosa fare e non sentirsi confusi. Questo \u00e8 importante perch\u00e9 ci sono una serie di studi che dimostrano che un clima relazionale positivo, e quindi di benessere, all\u2019interno della famiglia ha delle fortissime ripercussioni sulla riabilitazione, sul miglioramento e sul recupero. Vi posso dare qualche indicazione sullo studio di Gass che ha dimostrato che avere intorno a se un clima familiare positivo e stimolante accresce del 65% il recupero in pazienti che hanno avuto un ictus. Cio\u00e8 confrontando gli assistiti che hanno avuto un ictus e che hanno intorno a loro un ambiente propositivo e coinvolto nel processo riabilitativo, con i pazienti che hanno un ambiente poco stimolante e che interviene meno nel processo riabilitativo, si \u00e8 visto che il recupero \u00e8 del 65% pi\u00f9 elevato nei pazienti che hanno avuto un clima emotivo buono. Altri studi invece dimostrano che una famiglia che sta male pu\u00f2 avere un effetto negativo sulla riabilitazione. Quindi gli studi sul care giving ci dimostrano che \u00e8 importante sentire di poter essere utili, questo \u00e8 il primo punto. Il secondo \u00e8 in che modo la famiglia pu\u00f2 essere utile? In che modo l\u2019operatore pu\u00f2 essere utile alla famiglia? La famiglia pu\u00f2 avere un ruolo di collaborazione molto importante ma questo ruolo nasce in una interazione reciproca. La famiglia fornisce delle informazioni e il tecnico &#8211; in questo caso si parla di insegnanti, ma possiamo riferirci a qualsiasi altro tecnico &#8211; ha un ruolo importante nei confronti della famiglia. Si possono elencare alcuni aspetti in cui la famiglia potrebbe avere un ruolo. Il primo punto \u00e8: la famiglia \u00e8 depositaria di chiavi di accesso preziose alla sfera emotiva, affettiva e relazionale del bambino. Si pensi per esempio alle prime fasi dell\u2019inserimento scolastico in cui la famiglia pu\u00f2 trasmettere alla scuola delle conoscenze che derivano da una interazione quotidiana tra il familiare e il bambino. La famiglia conosce i gusti del bambino, sa, per esempio, che gli piace la musica, e che ci sono degli stimoli che per gli altri sono piacevoli ma per lui no. Ad esempio, raccontava una madre che alcuni stimoli piacevoli possono dare molto fastidio al suo bambino che ha una capacit\u00e0 uditiva pi\u00f9 elevata rispetto agli altri; viceversa, alcuni stimoli che per gli altri erano spiacevoli per quel bambino erano molto piacevoli; il sentire l\u2019ambulanza per il suo bambino era molto piacevole mentre era spiacevole sentire la musica. Quindi, conosce i gusti, conosce le modalit\u00e0 motivanti, le condizioni in cui il bambino \u00e8 disposto a fare certe cose e quelle in cui non \u00e8 disposto a farle.<\/p>\n<p><strong>Forme alternative di comunicazione<\/strong><br \/>\nL\u2019altro punto \u00e8 quello relativo alle forme di comunicazione. Anche in questo caso mi riferisco ai primi momenti dell\u2019interazione scolastica con il bambino. Con i bambini che hanno delle gravi disabilit\u00e0 motorie a cui si associano delle gravi disabilit\u00e0 nella comunicazione verbale la prima sensazione che possiamo avere tutti \u00e8 che poich\u00e9 non parla non capisce. Ma il non parlare non significa non comunicare, esistono tante forme di comunicazione che possono essere colte nella quotidianit\u00e0 dell\u2019interazione e possono anche nascere da una reciprocit\u00e0 nell\u2019interazione. \u00c8 una forma alternativa di comunicazione che nasce da una interazione quotidiana di cui la famiglia pu\u00f2 essere depositario prezioso e che pu\u00f2 essere trasportata anche a scuola. Ieri pranzavamo con Paolo, un bambino dell\u2019associazione che ha una comunicazione verbale molto ridotta, che ha grossi problemi di articolazione. Usava dei gesti nella comunicazione con la madre emetteva semplici suoni che per me non avevano alcun significato ma che venivano usati dalla madre per scegliere il pranzo, per decidere quale primo prendere&#8230; Facevo l\u2019esempio del caso in cui ci siano grosse limitazioni nella comunicazione verbale ma mi piacerebbe allargare questo esempio ai casi in cui la comunicazione verbale c\u2019\u00e8 ma \u00e8 alterata, pensavo al caso dell\u2019afasico. Quest\u2019ultimo ha un disturbo del linguaggio a causa di una lesione cerebrale, pu\u00f2 essere un bambino o un adulto e uno dei problemi pi\u00f9 grossi che pu\u00f2 avere \u00e8 la denominazione, per noi \u00e8 facile dire \u201cquesto \u00e8 un foglio, questa \u00e8 una scarpa, questa \u00e8 una borsa\u201d. Nell\u2019afasico questo non \u00e8 immediato, pu\u00f2 dire \u201ccoltello\u201d per \u201cforchetta\u201d o viceversa. \u00c8 una comunicazione verbale alterata. Quindi \u00e8 l\u2019interazione quotidiana con la persona afasica che consente di capire che ha detto coltello ma voleva dire forchetta, oppure che per fargli capire che deve prendere la forchetta piuttosto che il coltello devo aggiungere un informazione ulteriore, come ad esempio: \u201cDevi prendere la forchetta che ti serve per prendere le pennette\u201d, oppure, \u201cDevi prendere il coltello che \u00e8 quello che ti serve per tagliare il pane\u201d. Questa informazione ulteriore fa la differenza tra la situazione di confusione e quella in cui la comprensione \u00e8 possibile. L\u2019esempio delle forme alternative di comunicazione pu\u00f2, quindi, riguardare il primi momenti di interazione con il bambino soprattutto di fronte a quegli atteggiamenti iniziali in cui si pensa che non parlando non capisce. Il genitore rispetto alla comunicazione pu\u00f2 dare informazioni circa le possibilit\u00e0 di comprensione a cui un tecnico arriva dopo un lungo periodo di studi, per esempio: \u201cLa comprensione \u00e8 possibile se tu gli fai la domanda chiusa invece che aperta.\u201d Se tu chiedi ad una persona che non ha una comunicazione verbale \u201cCosa hai fatto ieri?\u201d non potr\u00e0 dirti niente; ma se tu gli dici, \u201cTi \u00e8 piaciuto quello che hai fatto ieri\u201d e si stabilisce un codice condiviso in cui guardare a destra vuol dire \u201cSi\u201d e guardare a sinistra vuol dire \u201cNo\u201d, a questo punto \u00e8 possibile la comunicazione e la comprensione della comprensione cio\u00e8 dall\u2019esterno capisco che lui ha capito. Alcuni esempi. Un bambino che strofina le orecchie quando \u00e8 contento. Per me operatore che vedo un bambino che fa questo gesto diventa impossibile capire perch\u00e9 lo fa, ma il genitore mi pu\u00f2 dire che lo fa per farmi capire che quello che tu hai fatto gli piace. O viceversa, i dondolamenti tipici dell\u2019autismo vengono decodificati dal genitore come segnali del fatto che \u00e8 disorientato e che non capisce quello che gli sta succedendo. Vorrei aprire una brevissima parentesi rispetto all\u2019attribuzione di intenzionalit\u00e0: l\u2019interazione tra il genitore e il bambino \u00e8 la stessa interazione che nel bambino piccolo consente l\u2019acquisizione del linguaggio, gli studi hanno dimostrato che il bambino impara a parlare solo perch\u00e9 dal giorno in cui nasce il genitore comincia a parlargli come se capisse. Quindi questa forma di comunicazione reciproca consente lo sviluppo del linguaggio. Non vorrei ripetermi su questo ma penso che sia una cosa importante perch\u00e9 \u00e8 quasi una costante nell\u2019inserimento scolastico il pensare che se un bambino non parla non capisce. \u00c8 importante capire che cosa si intende per comunicazione, per comprensione e quali forme di comprensione sono possibili e quali invece non lo sono. \u00c8 importante sottolineare che il non parlare non significa non comprendere e che esistono delle forme alternative molto creative che possono consentire delle comunicazioni creative, ironiche&#8230; in assenza di qualsiasi tipo di comunicazione verbale. Il genitore ha queste conoscenze che nascono dall\u2019interazione quotidiana che possono essere riportate in ambito scolastico nella comunicazione con gli insegnanti e con i pari. Sacks in \u201cRisvegli\u201d parla di contesti adeguati. Prima facevo l\u2019esempio dell\u2019afasico; ci possono essere delle situazioni in cui l\u2019afasico capisce e altre in cui si verifica l\u2019alienazione del significato e il contesto pu\u00f2 essere importante nel consentire la comprensione. L\u2019esempio che facevo prima, \u201cLa forchetta \u00e8 quella che serve per prendere le pennette\u201d; \u00e8 vero che la penna pu\u00f2 essere confusa con le forbici, essendo tutti e due degli strumenti affusolati, ma per consentire la comprensione posso dire di prendere la penna che \u00e8 quella che serve per scrivere. Quindi una specificazione del contesto che consente una migliore comprensione.<\/p>\n<p><strong>1 euro, 2 euro\u2026<\/strong><br \/>\nIn questo elenco dei contributi che la famiglia pu\u00f2 dare in ambito scolastico mi sembra utile analizzare l\u2019aspetto relativo al tempo, quindi la durata e la costanza della relazione educativa tra genitore e figlio. Il genitore sta con il bambino tutto il giorno e questo intervallo di tempo lungo e protratto pu\u00f2 essere prezioso per consentire la generalizzazione di alcune conoscenze che vengono apprese a scuola e una contestualizzazione di alcune conoscenze. Il bambino capisce che 2 euro sono il doppio di 1 euro perch\u00e9 capisce che con 2 euro posso comprare 2 gelati, invece con 1 euro ne posso comprare solo uno. Voi capite che operazione cognitiva \u00e8 questa, significa pensare che una quantit\u00e0 \u00e8 il doppio di un\u2019altra perch\u00e9 c\u2019\u00e8 il riscontro nell\u2019attivit\u00e0 quotidiana. Quindi il senso di questa affermazione era: la famiglia proprio per la continuit\u00e0, la costanza degli interventi pu\u00f2 consentire un allargamento, un transfert, una generalizzazione delle conoscenze che avvengono a scuola a contesti diversi. La risorsa famiglia pu\u00f2 consentire una acquisizione veloce di conoscenze che derivano da una conoscenza antica e quotidiana di tanti anni che possono essere trasmesse nell\u2019immediato Finora ho elencato le informazioni che il familiare pu\u00f2 dare alla scuola, ma l\u2019interazione \u00e8 collaborativa e reciproca, quindi manca l\u2019altro aspetto. In che modo \u00e8 possibile l\u2019interazione reciproca? Ecco che il tecnico assume il preciso ruolo di indicatore, di organizzatore e di coordinatore di alcune conoscenze intuitive di cui il genitore si fa portatore. Il termine \u201cintuitivo\u201d qui non ha una connotazione valutativa; \u00e8 intuitivo proprio perch\u00e9 nasce dall\u2019interazione, \u201cNon ci ho studiato ma so che per quel bambino \u00e8 importante avere domande chiuse piuttosto che quelle aperte\u201d. Rispetto a questo il tecnico pu\u00f2 fornire delle indicazioni importanti. Pensavo ad una madre che era preoccupata per i problemi che avr\u00e0 il suo bambino quando lei non ci sar\u00e0 pi\u00f9 e pensava di fargli acquisire delle autonomie, come per esempio l\u2019uso del denaro. Se il genitore ha la sensazione che una certa acquisizione possa essere importante il tecnico pu\u00f2 insegnare in che modo poter fare questo. Per imparare l\u2019uso del denaro ci sono degli studi che sottolineano l\u2019importanza di creare delle situazioni sempre simili, quindi di creare inizialmente una automatizzazione che poi consenta una generalizzazione. Per esempio, andare sempre a comprare il giornale con 2 euro e sapere che si avr\u00e0 sempre il giornale pi\u00f9 1 euro, \u00e8 una costanza che crea una comprensione dell\u2019uso del denaro. \u00c8quindi dalla reciprocit\u00e0 dell\u2019interazione che pu\u00f2 nascere la collaborazione. Il familiare ha delle conoscenze. Il tecnico pu\u00f2 consentire una coordinazione di queste conoscenze e pu\u00f2 a sua volta fornire al familiare delle indicazioni su come usare quelle conoscenze di cui il familiare dispone. Quindi il tecnico \u00e8 colui che pu\u00f2 e sa dire alla famiglia quali modalit\u00e0 di approccio ad un certo problema possono essere pi\u00f9 efficaci. Torniamo sempre al punto che per la famiglia \u00e8 importante il sentire di avere un ruolo nel progetto educativo, riabilitativo e di vita del disabile. La reciprocit\u00e0 nasce proprio dal fatto che il tecnico pu\u00f2 coordinare e fornire delle informazioni precise \u2013 nei limiti di quanto questo pu\u00f2 essere possibile \u2013 o comunque delle informazioni di coordinazione delle attivit\u00e0 del familiare.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Il carico familiare &egrave; l&rsquo;impatto negativo che la patologia pu&ograve; avere sulla famiglia. 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