{"id":2440,"date":"2020-03-06T14:51:09","date_gmt":"2020-03-06T13:51:09","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2440"},"modified":"2025-09-01T10:10:08","modified_gmt":"2025-09-01T08:10:08","slug":"13-il-ruolo-della-comunicazione","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2440","title":{"rendered":"13. Il ruolo della comunicazione"},"content":{"rendered":"<p>Intervista a Massimo Ghirelli, esperto dell\u2019Unit\u00e0 tecnica Cooperazione del Ministero degli affari Esteri per quanto riguarda gli aspetti della comunicazione e responsabile di redazione del Portale Cooperazione Italiana allo Sviluppo.<\/p>\n<p><strong>Che ruolo ha o dovrebbe avere la comunicazione per le ONG e per tutti coloro che fanno interventi nei paesi in via di sviluppo?<\/strong><br \/>\nPi\u00f9 che una questione d\u2019importanza \u00e8 una questione di necessit\u00e0. Sono migliaia purtroppo gli esempi di cooperazione, anche buona, che non raggiungono i loro scopi perch\u00e9 non viene tenuto conto in maniera giusta e completa l\u2019aspetto comunicativo. Ti faccio l&#8217;esempio di un intervento che facemmo in Niger con i Tuareg che riguardava la costruzione di un ospedale. Non avevamo pensato che in Africa le donne non vanno in ospedale e che quindi, se non si faceva un lavoro d\u2019informazione e di comunicazione, spiegando per quale motivo ne valeva la pena (per ragioni di infezione, igieniche\u2026), tutto sarebbe rimasto l\u00ec come una cattedrale nel deserto.<br \/>\nMa fuori dell\u2019edificio c\u2019era un grande parcheggio che era stato trasformato dai famigliari dei pazienti in un villaggio di capanne. Tutto questo era ovvio e naturale: non avevamo pensato al fatto che mai in Africa una donna sarebbe stata lasciata da sola in ospedale e che quindi, attorno a quella persona, ci sarebbero state intorno tante altre persone diverse che, venendo da lontano, avrebbero poi dovuto fermarsi a dormire l\u00ec. In quei casi perci\u00f2 o fai una stanza comune o, come \u00e8 stato fatto, adibisci a dormitorio il parcheggio. Questo \u00e8 stato un caso lampante di mancanza di comunicazione adeguata.<br \/>\nNell\u2019ambito della cooperazione la comunicazione \u00e8 sempre stata vista e molto spesso ancora oggi viene trattata come un argomento di secondo livello e quindi considerato un di pi\u00f9, una cosa marginale e perci\u00f2, ancora peggio,qualcosa che si fa nel momento in cui il progetto \u00e8 fatto e finito, a volte confondendolo con una parolaccia come \u201cvisibilit\u00e0\u201d, che di per s\u00e9 non sarebbe una parola sbagliata, nel senso che bisognerebbe far vedere quello che si fa ma che in realt\u00e0 viene intesa solo come buona immagine di quello che si fa nella cooperazione italiana. La visibilit\u00e0 spesso non ha nulla a che fare con il buon progetto, la visibilit\u00e0 non \u00e8 comunicazione.<br \/>\nFino a non molto tempo fa questa parte era considerata molto marginale dalle ONG.<br \/>\n\u00c8 anche vero che le ONG, stando pi\u00f9 vicine al territorio ed essendo espressione di parti della societ\u00e0 civile dovrebbero avere ancora pi\u00f9 ragioni per capire e per utilizzare una buona comunicazione, per informare prima di tutto i donatori del territorio e le persone che vi partecipano. Le ONG, inoltre, avendo per controparte societ\u00e0 civili o piccoli villaggi, comunque non solo istituzioni, dovrebbero fare in modo che questi interlocutori capiscano bene e che soprattutto siano loro a comunicare qualcosa su quello che si aspettano, su come vedono il progetto e su come lo vogliono gestire.<br \/>\nNel mio lavoro spesso mi sono trovato a mettere delle pezze a progetti in cui c\u2019era una piccola quota riservata alla comunicazione e a convincere gli altri che costituiva invece una parte integrante del progetto. Questo \u00e8 un elemento raramente compreso, le ONG un pochino ci sono arrivate ma non tutte e soprattutto non ci \u00e8 arrivata l\u2019istituzione.<br \/>\nLa nostra Direzione si \u00e8 dotata di Linee Guida per la comunicazione; una volta consistevano in un manuale su come si fa la targa, su cosa deve esservi scritto, l\u2019adesivo e tutto il resto; un po\u2019 abbiamo superato questa ipotesi ma anche le Linee Guida attuali, sono solo un punto di partenza per cominciare a parlare di altri aspetti. La comunicazione, per cominciare, deve essere fatta in entrambi i luoghi da parte di vari partner, in patria, e da parte del cosiddetto beneficiario, beneficiario che deve essere partner anche della comunicazione e quindi avere gli strumenti per comunicare. I progetti devono avere non soltanto la partecipazione ma anche il consenso sociale senza il quale il progetto non ha senso.<br \/>\nI progetti stessi in molti casi dovrebbero essere intesi come progetti di comunicazione e non come la comunicazione rispetto ai progetti, sono due cose diverse: i progetti di questo tipo ancora abbastanza rari. Si potrebbe cambiare in questo modo l\u2019intero sistema delle comunicazioni dei paesi in cui si attua il progetto, dalla formazione dei giornalisti alla legge sulla stampa e cos\u00ec via.<\/p>\n<p><strong>Al momento sono in atto progetti di questo tipo? Voi ne curate qualcuno?<br \/>\n<\/strong>Ce ne sono ma si contano sulle dita di una mano. Ho seguito un centro di documentazione per un sindacato di comunicazione in Sud Africa ai tempi della fine dell\u2019apartheid e pi\u00f9 recentemente la ristrutturazione di un\u2019agenzia palestinese, la Wafa, un\u2019agenzia stampa che all\u2019epoca era una specie di servizio stampa di Arafat che aveva sede a Gaza e ora ha sede a Ramla. Abbiamo fatto anche un media center, in collaborazione con le ONG e con l\u2019Arci a Belgrado, in una situazione complicata come i Balcani. Negli ultimi anni questi progetti vengono appoggiati anche dai direttori delle UTL (Unit\u00e0 Tecniche locali). In alcune UTL, ho scritto dei progetti come \u201cComunicare la comunicazione\u201d, quindi intesi proprio per far questo, come riuscire a comunicare bene e chiedersi: \u201cChe strumenti ha l\u2019UTL per farlo?\u201d. Di qui la necessit\u00e0 di dotarsi di un sito, mettere insieme i donatori, le ONG e gli altri partecipanti in rete, in discussione, per comunicare quello che si fa e per farli partecipare e anche organizzare mostre, eventi sulla cooperazione.<br \/>\nAdesso in Palestina si sta lavorando, dopo tre anni di attivit\u00e0, alla terza fase del progetto \u201cComunicare la comunicazione\u201d e a Gerusalemme, finalmente, si faranno dei corsi di aggiornamento per giornalisti. In un paese particolare come quello di Israele, si tratta di operare per dare degli strumenti soprattutto per lottare, per avere una legge sulla stampa pi\u00f9 aperta, considerando il fatto che i giornali possono essere chiusi in qualsiasi momento.<br \/>\nIn generale c\u2019\u00e8 ancora pochissimo attenzione sulle possibilit\u00e0 di stampa e televisione indipendenti. Lo stesso vale per l\u2019Iraq, dove non c\u2019\u00e8 un UTL ma c\u2019\u00e8 la Task Force Iraq, organizzazione, il nome lo fa capire, che prima era militare-civile mentre adesso, da qualche anno, \u00e8 completamente nelle mani della nostra Direzione Generale alla Cooperazione allo Sviluppo. La Task Force, soprattutto in questa fase, in cui si sta piano piano pensando di lasciare il paese, deve raccontare quello che sta facendo e ha fatto. Si tratta comunque di progetti di grande interesse in una situazione difficile come quella della guerra. Progetti di capacity building, di comunicazione interna, progetti che vanno a formare le istituzioni locali, progetti di patrimonio culturale, ambientali, tutta una serie di progetti in cui la comunicazione ha un ruolo centrale. Anche l\u00ec, se non c\u2019\u00e8 consenso, partecipazione e conoscenza dei fatti nulla pu\u00f2 funzionare.<\/p>\n<p><strong>Per quanto riguarda il privato sociale, le ONG, ci sono casi di progetti di comunicazione analoghi a quelli che hai elencato? <\/strong><em><br \/>\n<\/em>Ci sono ma sono abbastanza rari. Alcune ONG hanno un buon impianto comunicativo, come il Cesvi di Bergamo, che nasce proprio con una grande vocazione alla comunicazione. Fanno un lavoro sulla comunicazione notevole sia di comunicazione rispetto ai progetti, sia nel modo di presentarli. Un altro che si occupa molto di comunicazione sia in Italia che all\u2019estero \u00e8 invece il Cospe di Firenze che \u00e8 diventato un punto di riferimento nazionale per ci\u00f2 che riguarda media e intercultura, media e immigrazione.<\/p>\n<p><strong>Se tu dovessi\u00a0 realizzare un piano di comunicazione in occasione di un progetto in un paese in via di sviluppo che riguarda, mettiamo, l\u2019inclusione di bambini disabili all\u2019interno di una scuola, come ti muoveresti?<br \/>\n<\/strong>Intanto la prima cosa che farei \u00e8 inserire la comunicazione nel progetto, cercando di farla entrare a ogni livello, come parte consistente e sostanziale e che sia economicamente supportata. \u00c8 necessario poi che ci siano le competenze necessarie per portarla avanti, quindi le risorse umane e che non si riduca l\u2019attivit\u00e0 alla semplice dicitura \u201cattivit\u00e0 promozionali\u201d.<br \/>\nOccorrono poi delle azioni preventive, come quelle di allertare la societ\u00e0 di cui si fa parte e i partner pi\u00f9 importanti che sono nel nostro paese e nel nostro ambito, non soltanto per avere pi\u00f9 fondi ma soprattutto per avere quel consenso di cui si parlava. E poi ci sono una serie di input importanti non soltanto economici che poi ricadranno sul progetto e che ci serviranno per preparare le basi di quello che sar\u00e0 il ritorno di visibilit\u00e0.<br \/>\nUn esempio di questo tipo \u00e8 rappresentato dal\u00a0 Magis, un\u2019ONG dei gesuiti italiani, che ha lavorato in Albania con i non udenti anche attraverso il teatro. Gran parte del successo di questo progetto \u00e8 stato quello di portare in Italia lo spettacolo di questi ragazzi. Ecco questo \u00e8 un esempio di comunicazione nel senso pi\u00f9 normale del termine. Solo che a queste cose ci si pensa dopo, a progetto finito, raccontando solo i risultati e questo non basta. Sia perch\u00e9 sono finiti i fondi, sia perch\u00e9 ti accorgi che non avevi fatto la giusta documentazione, che non avevi fatto le riprese video, scattato le foto. Bisogna quindi inserire la comunicazione in tutte le fasi del progetto e fare il modo di garantire la sua sostenibilit\u00e0.<br \/>\nLa sostenibilit\u00e0 di un progetto, poi, in quanta parte \u00e8 sostenuta dalla comunicazione? In larghissima parte! I materiali di quel progetto se non vengono curati sono semplicemente i distillati di una relazione che nessuno si legge, che non leggono nemmeno le ONG.<br \/>\nLa comunicazione invece va inserita all&#8217;interno del progetto, \u00e8 uno degli elementi fondanti, a tutti i livelli, pensando prima di tutto all\u2019<em>ownership<\/em>, alla partecipazione democratica di tutti, dei donatori che capiscono effettivamente che cosa stanno donando, senza tuttavia proporre argomentazioni patetiche.<br \/>\nQuesto lavoro di comunicazione va fatto prima, durante e dopo il progetto, per costruire un ambiente prima di tutto non ostile, poi consenziente; per poter ricevere un aiuto da parte di tutte le agenzie possibili, di tutte le istituzioni e anche della societ\u00e0 civile che \u00e8 possibile coinvolgere.<br \/>\nFaccio un altro esempio. Ho un amico che ha delle belle idee e mi ha chiesto una mano per scrivere un progetto sulla conservazione della musica africana finanziato dall\u2019Istituto sonoro nazionale. Quando ho letto il suo progetto, mi sono accorto che non aveva messo niente su che cosa si sarebbe fatto con tutto il materiale raccolto. Invece quello che poteva venirne fuori era una cosa bellissima; una mediateca di musica tradizionale africana, fatta attraverso una ricerca nei paesi, a contatto con la gente, frutto di registrazioni, quindi anche un lavoro antropologico importante. Il prodotto finale poteva diventare cos\u00ec una mediateca in Italia e nel paese d\u2019origine.<br \/>\nDobbiamo far vivere quello che abbiamo e pensare anche a come pu\u00f2 vivere dal punto di vista della comunicazione questo progetto, che materiali ne emergono, chi ne \u00e8 coinvolto.<br \/>\nDa qui si parte. Dopo bisogna fare una scelta e capire come in quel paese si comunica. Tutto questo deve essere studiato prima per capire quali possono essere gli strumenti giusti da utilizzare e naturalmente capire il linguaggio con cui devi parlare alla gente. Comunicazione vuol dire anche questo: farsi capire. Per questo \u00e8 importante conoscere non solo gli strumenti altrui ma anche i loro codici e lavorare molto su quello.<br \/>\nC\u2019\u00e8 un bellissimo progetto che ha molto a che fare con quello di cui stiamo parlando; \u00e8 un progetto che \u00e8 stato sostanzialmente seguito da un ragazzo, Guido Geminiani, che \u00e8 stato per un certo periodo un cooperante in Uganda dove c\u2019\u00e8 uno dei pi\u00f9 grandi ospedali dell\u2019Africa, fatto da una coppia di medici occidentali, al confine con tre &#8211; quattro paesi. Questo ospedale \u00e8 diventato importantissimo e ha una storia molto bella e drammatica perch\u00e9 l\u00ec ci furono le febbri emorragiche; prima la moglie e poi il marito morirono proprio perch\u00e9 si erano infettati curando i malati.<br \/>\nQui quello che sono riusciti a fare, \u00e8 stato di \u201cafricanizzare\u201d completamente l\u2019ospedale; dai medici all\u2019ultimo degli infermieri sono tutti africani e oggi questo ospedale ospita qualcosa come cinquecentomila persone all\u2019anno. Accoglie anche, in un apposito settore, bambini non accompagnati, anche l\u00ec centinaia, migliaia e qui si parlano moltissime lingue. Il ragazzo di cui ti parlavo \u00e8 stato uno dei primi a lavorarci e ha inventato, in collaborazione con i dirigenti dell\u2019ospedale, un modo per comunicare nonostante la diversit\u00e0 delle lingue. Devi pensare che l\u00ec spesso la gente rimane e ci vive, e cos\u00ec l\u2019ospedale \u00e8 diventato una citt\u00e0. Con quale lingua allora comunicare? E soprattutto come fai l\u2019informazione? Hanno fatto cos\u00ec uno studio sulla segnaletica e sul codice per cercare di trovarne uno comune, basandosi sulle storie, i costumi, le mentalit\u00e0 diverse, la concezione diversa di comunicazione e di spazio, il tutto per arrivare a fare una segnaletica \u201cesperantica\u201d, capace di arrivare a tutti quanti.<\/p>\n<p><strong>Redazione Portale Cooperazione Italiana allo Sviluppo<\/strong><br \/>\nc\/o Unit\u00e0 Tecnica Centrale<br \/>\nvia Salvatore Contarini 25 \u2013 00135 Roma<br \/>\ntel. 06\/36.91.63.16 \u2013 06\/36.91.63.08<br \/>\n<a href=\"mailto:redazione.cooperazione@esteri.it\">redazione.cooperazione@esteri.it<\/a><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Intervista a Massimo Ghirelli, esperto dell\u2019Unit\u00e0 tecnica Cooperazione del Ministero degli affari Esteri per quanto riguarda gli aspetti della comunicazione e responsabile di redazione del Portale Cooperazione Italiana allo Sviluppo. 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