{"id":2450,"date":"2020-03-12T20:48:00","date_gmt":"2020-03-12T19:48:00","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2450"},"modified":"2025-09-01T10:25:41","modified_gmt":"2025-09-01T08:25:41","slug":"beati-noi-diversamente-felici","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2450","title":{"rendered":"Diversamente felici"},"content":{"rendered":"<p>\u201cMa ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l\u2019amore e rotolarsi per terra. Ho visto anche degli zingari felici in piazza Maggiore a ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra\u201d. Cos\u00ec cantava negli anni Settanta il mio concittadino Claudio Lolli, cantautore malinconico e controcorrente. Allora come oggi non era facile parlare di certi temi, di minoranze, del diverso, non era semplice contrastare i tanti luoghi comuni e i tanti pregiudizi di cui era (ed \u00e8) intrisa la nostra societ\u00e0. \u00c8 stata una lettura recente a riportarmi alla mente questa canzone. Sono venuto a conoscenza di un sondaggio che spiegava come \u2013 e queste cose fanno sempre notizia! \u2013 alla domanda \u201cSei felice?\u201d avesse risposto in modo affermativo una percentuale maggiore di persone disabili rispetto a chi non lo era. Sinceramente, la \u201cnotizia\u201d non ha destato in me grande stupore. Io lo dico sempre, a tutti: agli amici, ai convegni, ai miei familiari. Io sono soddisfatto della mia vita, quante altre persone cosiddette normali possono dire lo stesso? La domanda del sondaggio era del tutto mal posta. Insomma, perch\u00e9 fare distinzione fra persone diversamente abili e non? La felicit\u00e0 \u00e8 quanto di pi\u00f9 soggettivo esista. Non ha relazione con l\u2019essere disabile o non esserlo. Non spender\u00f2 parole di circostanza per dire che una persona con handicap impara ad apprezzare di pi\u00f9 le piccole cose, che \u00e8 felice perch\u00e9 si accontenta di quel poco che ha, che non ha magari le stesse ambizioni di un normodotato, non vive la stessa competitivit\u00e0, lo stesso stress, ma vive in un mondo quasi ovattato, in cui familiari e amici lo tengono protetto come in una bolla di vetro, ecc. Queste banalit\u00e0 non meritano di essere commentate. Non posso negare che avere qualche deficit sia una complicazione all\u2019esistenza: la propria e, quasi sempre, quella della famiglia intera. Tuttavia, una complicazione non significa infelicit\u00e0 costante. Il parametro della felicit\u00e0 si calcola su una base di partenza. Se una persona affronta pi\u00f9 difficolt\u00e0 di un\u2019altra nella vita di tutti i giorni, chiaramente avr\u00e0 parametri differenti per valutare il proprio grado di felicit\u00e0. Mi rendo conto che se qualunque altra persona un giorno fosse improvvisamente catapultata al mio posto, sulla mia carrozzina, dipendente da altri in tutto e per tutto, almeno inizialmente sarebbe disperata. La sua valutazione dello status di felicit\u00e0 sarebbe fortemente condizionata dalla considerazione di ci\u00f2 che ha perso, e questo non permetterebbe di valutare altrettanto obiettivamente quello che, invece, pu\u00f2 avere guadagnato. Per\u00f2, se ripensasse alla sua vita di prima, quanti sarebbero i momenti di vera felicit\u00e0 che potrebbe ricordare? O meglio, in quanti e quali istanti della sua vita di prima si \u00e8 percepito felice? Forse, a posteriori, dalla carrozzina, si sarebbe reso conto di una felicit\u00e0 precedente che prima, probabilmente, non percepiva nemmeno. Quello che bisogna tenere sempre presente, facendo queste considerazioni, \u00e8 che la condizione di disabilit\u00e0 non esaurisce la definizione, l\u2019essenza di un individuo. Io non sono il mio handicap. Quindi, io posso essere pi\u00f9 o meno felice con la medesima probabilit\u00e0 statistica di una persona priva di deficit. Nessuno di noi riconosce la felicit\u00e0 nella stessa cosa. Non si tratta di negare una disabilit\u00e0, un problema, una mancanza, una difficolt\u00e0. \u00c8 il fatto di affrontare tutto questo nel modo giusto che discrimina la serenit\u00e0 o la mancanza di essa in un individuo. Se il contesto in cui vivo mi penalizza, io sar\u00f2 infelice, sia che succeda perch\u00e9 ho un deficit, sia che succeda perch\u00e9, semplicemente, non mi viene data la possibilit\u00e0 di esprimere appieno i miei talenti e le mie, appunto, diverse abilit\u00e0. Se queste ultime vengono valorizzate, chiunque si sentir\u00e0 un individuo realizzato. Sarebbe assurdo negare la sofferenza che accompagna la vita di una persona malata, o con deficit gravi, penalizzanti. Sarebbe totalmente insensato pensare che sia la felicit\u00e0 a caratterizzare un\u2019esistenza. \u00c8 quasi sempre il dolore che ci d\u00e0 la misura di chi siamo, della nostra vita. Solo conoscendo il dolore, i nostri limiti, possiamo conoscere la felicit\u00e0. Io credo che sia una sensazione che si percepisce per contrasto: solo provando il dolore si pu\u00f2 percepire quando, invece, si \u00e8 felici. Non bisogna per\u00f2 permettere nemmeno che sia la sofferenza ad avere la meglio su ci\u00f2 che siamo. Non \u00e8 facile essere handicappati, no. E non pu\u00f2 nemmeno essere una simile limitazione il senso del trovare pi\u00f9 facilmente la felicit\u00e0 delle piccole cose. Io, in questo, sono sempre stato un \u201crivoluzionario della disabilit\u00e0\u201d. Essere portatori di deficit significa essere pi\u00f9 \u201ctrasparenti\u201d, come dico sempre. Significa non poter nascondere agli occhi degli altri i propri limiti, limiti che hanno anche le persone \u201cnormali\u201d, ma che in esse si nascondono pi\u00f9 facilmente. Avere dei limiti pi\u00f9 \u201cevidenti\u201d significa anche essere costretti ad ammetterli, a conviverci, dunque a tentare in ogni modo di superarli accettandoli e di essere risoluti e ottimisti nel farlo. Forse quel tipo di felicit\u00e0 \u201cspeciale\u201d delle persone con deficit \u00e8 tutta qui, nella \u201ctrasparenza\u201d. Perch\u00e9 \u00e8 inutile, ad esempio, dannarsi l\u2019esistenza nel tentativo vano di nascondere dei limiti che sono sotto gli occhi di tutti, mentre la gran parte delle persone normodotate passano la loro vita a provare a dissimulare le proprie mancanze, fisiche, estetiche, morali, intellettuali. Quando sai di non poter \u201cbarare\u201d sei portato ad accettare quello che sei e a valorizzare le diverse abilit\u00e0 che possiedi. \u00c8 questo essere cos\u00ec risoluti e consapevoli come individui che d\u00e0 la misura della felicit\u00e0 speciale che nasce dalla condizione di deficit. La felicit\u00e0 non sta nel non avere mai dolori, ma nel modo in cui li si affronta e, si spera, li si supera. Aristotele, alla fine del suo pi\u00f9 famoso trattato di etica, si pone proprio la domanda cruciale di tutta la storia dell\u2019umanit\u00e0. Qual \u00e8 lo scopo della vita di qualsiasi persona? La felicit\u00e0. E cos\u2019\u00e8, secondo lo Stagirita, la felicit\u00e0? La vita vissuta secondo ragione. \u201cCi\u00f2 che per natura \u00e8 proprio di ciascun essere, \u00e8 per lui la cosa pi\u00f9 buona e pi\u00f9 piacevole; e per l\u2019uomo questa cosa sar\u00e0 la vita secondo l\u2019intelletto. Questa vita sar\u00e0 la pi\u00f9 felice\u201d. Ipse dixit, ma\u2026 quanti dei miei lettori, invece, staranno pensando di essere stati pi\u00f9 felici quando, nella loro vita, hanno compiuto scelte istintive, di cuore, invece che di ragione? La Dichiarazione d\u2019Indipendenza degli USA del 1776 contiene il \u201cdiritto alla ricerca della felicit\u00e0\u201d. Non \u00e8 il diritto alla felicit\u00e0, perch\u00e9, quella, non ce la pu\u00f2 garantire nessuno. Il diritto \u00e8 alla ricerca di essa. Anche questa affermazione pu\u00f2 essere interpretata in vari modi. C\u2019\u00e8 chi esercita questo diritto in maniera spregiudicata, chi lo ritiene limitato solo dal principio del neminem laedere, chi la ricerca in hinteriore homine, chi nel perseguire in modo sfrenato i piaceri della carne. Gi\u00e0 i filosofi antichi non riuscivano a trovare un accordo su cosa fosse la felicit\u00e0. Per Socrate essa si trovava nell\u2019esercizio della virt\u00f9 e della filosofia, per Aristotele nel pieno esercizio della propria natura razionale, per Epicuro si identificava col piacere, per gli Stoici con l\u2019assenza di qualsivoglia turbamento, fisico e morale. In generale, la filosofia greca delle origini identificava la felicit\u00e0 con i piaceri terreni: addirittura, ritenevano che gli d\u00e8i potessero essere invidiosi della felicit\u00e0 degli uomini, per questo inviavano loro dal cielo dolorose punizioni. I Greci esorcizzavano la paura del dolore mettendo in scena le famose tragedie, quasi avessero paura di sentirsi felici. Eraclito per primo osserv\u00f2 saggiamente che, se la felicit\u00e0 consisteva in un qualche bene materiale, anche i buoi avrebbero potuto dirsi felici. Io, come Aristotele, ritengo che ci sia molto di razionale, o almeno di ragionevole, nella felicit\u00e0. Sto parlando di quella vera, di quella duratura, non del piacere effimero, che pu\u00f2 essere anche semplicemente fisico ed istintivo. Anche la religione cattolica ha come suprema promessa quella della felicit\u00e0 eterna, quella che non ha fine e che compensa qualunque tipo di sofferenza terrena, quella che si risolve nella presenza piena di Dio e nella comunione finale e totale con Lui, quella che non ha nulla di umano ma che ci rende partecipe del divino, quella che ricompensa una vita buona e giusta e che, probabilmente, attraverso la Grazia raggiunge anche chi, ai nostri occhi umani, non se la sarebbe \u201cmeritata\u201d, perch\u00e9 la felicit\u00e0 eterna \u00e8 un dono, \u00e8, appunto, una \u201cgrazia\u201d, cio\u00e8 \u00e8 \u201cgratis\u201d. Ma l\u2019insegnamento pi\u00f9 grande che pervade il cattolicesimo \u00e8 che la felicit\u00e0 \u00e8 data dall\u2019amore, in qualunque forma esso si declini. Se non si ama il prossimo, non si pu\u00f2 essere felici, ma nemmeno se non si ama se stessi. Questo insegnamento ha un grande valore per l\u2019uomo, al di l\u00e0 della \u201creligione dell\u2019amore\u201d che veicola il messaggio: l\u2019uomo, infatti, \u00e8 s\u00ec una creatura razionale, ma \u00e8 anche un \u201canimale sociale\u201d: se non ama se stesso e gli altri uomini non sar\u00e0 mai felice, perch\u00e9 nessuno basta a se stesso. N\u00e9 io, seduto sulla mia carrozzina, che da solo non posso fare proprio nulla, n\u00e9 nessun altro, che forse non dipende da alcuno per le mansioni pratiche della vita quotidiana, ma che dipende dal resto dell\u2019umanit\u00e0 in quanto uomo. \u201cLa vera felicit\u00e0 \u00e8 condivisa\u201d, scrisse alla fine del suo diario Christofer McCandless, protagonista del film (tratto da una storia vera) Into the Wild. Egli, dopo essere vissuto in totale isolamento nelle terre selvagge per mesi, alla fine della sua troppo breve esistenza, morendo solo in mezzo alla natura, tradito dalla stessa natura che aveva disperatamente inseguito, lontano da quella societ\u00e0 da cui era fuggito con repulsione, arriva alla conclusione pi\u00f9 tragica dei suoi 24 anni: la felicit\u00e0 vera \u00e8 condivisa. A proposito, \u00e8 un film che vi consiglio. <span class=\"Apple-converted-space\">\u00a0 \u00a0<\/span><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cMa ho visto anche degli zingari felici corrersi dietro, far l\u2019amore e rotolarsi per terra. Ho visto anche degli zingari felici in piazza Maggiore a ubriacarsi di luna, di vendetta e di guerra\u201d. Cos\u00ec cantava negli anni Settanta il mio concittadino Claudio Lolli, cantautore malinconico e controcorrente. 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