{"id":2475,"date":"2020-03-13T11:44:56","date_gmt":"2020-03-13T10:44:56","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2475"},"modified":"2025-09-01T10:47:23","modified_gmt":"2025-09-01T08:47:23","slug":"7-linvestimento-sociale%e2%80%a8","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2475","title":{"rendered":"7. L\u2019investimento sociale\u2028"},"content":{"rendered":"<p>Una delle obiezioni pi\u00f9 sovente opposte alle proposte di tagli al welfare \u00e8 che la spesa sociale non \u00e8 \u201cimproduttiva\u201d, come spesso gli economisti neoliberisti hanno affermato, bens\u00ec un \u201cinvestimento\u201d nella capacit\u00e0 produttiva del futuro, per la quale sono imprescindibili qualit\u00e0 del capitale umano e coesione sociale. Questa argomentazione, a volte utilizzata come semplice \u201ctattica dialettica\u201d, \u00e8 la base di un\u2019articolata e consolidata elaborazione teorica sul futuro del welfare, l\u2019approccio dell\u2019\u201cinvestimento sociale\u201d \u2013 che prospetta per\u00f2 una rete di protezione sociale piuttosto differente da quella costruita sinora da molte societ\u00e0 occidentali.<br \/>\nDi \u201cinvestimento sociale\u201d \u2013 o anche, in una prima fase, di \u201csviluppo sociale\u201d in senso welfaristico \u2013 si comincia a discutere negli anni \u201990 del XX secolo, con l\u2019intento fondamentale di riconciliare gli obiettivi di protezione sociale e sviluppo economico, che il pensiero neoliberista vede invece in un rapporto di trade-off (perseguire l\u2019uno impone di rinunciare all\u2019altro). Come sottolinea James Midgley nel 1999, \u201ci critici del welfare sociale sostengono che le risorse trasferite dall\u2019economia produttiva alle spese sociali improduttive sono nemiche della prosperit\u00e0 economica. Essi asseriscono che tagli sostanziali nelle spese sociali sono necessari se bisogna sostenere la crescita economica\u201d (\u201cGrowth, Redistribution, and Welfare: Toward Social Investment\u201d, in Social Service Review, n. 73-1\/1999, p. 3-4). L\u2019approccio dell\u2019investimento sociale, al contrario, propugna l\u2019esistenza di una correlazione positiva tra spesa sociale e sviluppo economico: \u201cla caratteristica pi\u00f9 distintiva dello sviluppo sociale \u00e8 il suo tentativo di collegare gli sforzi per lo sviluppo sociale ed economico. Lo sviluppo sociale cerca esplicitamente di integrare processi sociali ed economici, vedendo entrambi gli elementi come sfaccettature integrali di un processo dinamico di sviluppo\u201d (J. Midgley, Social Development. The Developmental Perspective in Social Welfare, London, Sage, 1995, p. 23).<br \/>\nI sistemi di protezione sociale esistenti devono per\u00f2 essere ripensati alla luce di una prospettiva di \u201cinvestimento\u201d, rendendo centrale la produttivit\u00e0 economica della spesa sociale, e superando dunque il welfare beveridgiano per massimizzare, in un contesto molto pi\u00f9 mobile che in passato, la partecipazione al mercato del lavoro e la formazione del capitale umano e sociale. Come riassumono Vandenbroucke, Hemerijck e Palier, \u201cl\u2019attenzione \u00e8 su politiche pubbliche che \u2018preparino\u2019 individui, famiglie e societ\u00e0 ad adattarsi a varie trasformazioni [&#8230;] piuttosto che semplicemente generare risposte mirate a \u2018riparare\u2019 qualunque danno causato da fallimenti del mercato, sventura sociale, scarsa salute o inadeguatezza delle politiche prevalenti\u201d (\u201cThe EU Needs a Social Investment Pact\u201d, OSE Paper Series, Opinion paper No. 5, maggio 2011, p. 5). La traduzione pratica di questi indirizzi, in estrema sintesi, rende imperativo lavorare pi\u00f9 a lungo e vincolare i sussidi di disoccupazione a una efficiente riqualificazione professionale; i risparmi nella spesa pensionistica e sociale che ne conseguono andranno destinati soprattutto ai servizi all\u2019infanzia, in modo da promuovere la conciliazione tra vita e lavoro delle famiglie e favorire l\u2019occupazione delle donne, e alla formazione, tanto scolastica quanto continua. Si avr\u00e0 cos\u00ec domani una base produttiva pi\u00f9 ampia (per la crescita demografica cos\u00ec agevolata) e pi\u00f9 efficiente (per le competenze migliori e continuamente aggiornate garantite dal sistema formativo), che garantir\u00e0 la sostenibilit\u00e0 del sistema di welfare stesso nel tempo. Nella medesima prospettiva si colloca la promozione, rivolta in particolare ai Paesi in via di sviluppo ma applicabile anche alle economie avanzate, di un risparmio privato che possa generare investimenti locali e della nascita di microimprese capaci di affrancare dalla dipendenza le popolazioni pi\u00f9 povere. Tutte queste opzioni presuppongono che il sistema di welfare privilegi l\u2019erogazione di servizi (e la loro continua evoluzione) alla mera erogazione di risorse: un richiamo al modello di spesa sociale dei Paesi scandinavi, che quasi sempre i sostenitori dell\u2019investimento sociale prendono a esempio della compatibilit\u00e0 tra alta protezione sociale e alta competitivit\u00e0 economica.<br \/>\nA proposito di persone con gravi disabilit\u00e0, Martha Nussbaum asserisce che \u201cse anche concedessimo al sostenitore della causa della disabilit\u00e0 che i lavoratori con menomazioni al di fuori del \u2018normale\u2019 possano essere altamente produttivi, \u00e8 improbabile che qualcuno possa dimostrare che, in generale, la loro produttivit\u00e0 economica riesca a compensare i costi di una loro piena inclusione\u201d (Le nuove frontiere della giustizia. Disabilit\u00e0, nazionalit\u00e0, appartenenza di specie, Bologna, Il Mulino, 2007, p. 137). Cosa succede a queste e alle altre persone l\u2019investimento sociale sulle quali si mostra, gi\u00e0 in partenza, non abbastanza redditizio? Lo stato sociale tradizionale risponde(va) alle loro esigenze soprattutto tramite la redistribuzione economica alimentata dalla fiscalit\u00e0: e proprio su questo tema pare emergere una divergenza tra i sostenitori dell\u2019investimento sociale, che vede da un lato una scuola angloamericana pi\u00f9 legata alla \u201cTerza Via\u201d, proposta da Anthony Giddens e adottata da Bill Clinton e Tony Blair, e dall\u2019altro una corrente ispirata alla nozione di \u201cmodello sociale europeo\u201d. La prima concezione si definisce in contrapposizione pi\u00f9 netta al welfare passivo e redistributivo: secondo Midgley, \u201clo sviluppo sociale cerca specificamente [&#8230;] di formulare una concezione della politica sociale come produttivista e orientata all\u2019investimento, piuttosto che redistributiva e orientata al consumo\u201d (\u201cGrowth, Redistribution, and Welfare\u201d cit., p. 8). La persona non produttiva diventa un caso residuale, quando anzi \u00e8 davvero tale: \u201csebbene [i sostenitori dell\u2019investimento sociale] riconoscano che alcuni clienti del welfare sociale non saranno mai economicamente attivi, essi credono che molti di coloro che sono attualmente dipendenti dai sussidi sociali possano essere portati nell\u2019economia produttiva attraverso interventi appropriati\u201d (ibidem, p. 8). Nel pensiero \u201ceuropeo\u201d il welfare passivo, e dunque la redistribuzione, rimane invece una componente essenziale delle nuove politiche: secondo Vandenbroucke, Hemerijck e Palier, \u201cl\u2019investimento sociale non \u00e8 un sostituto per la protezione sociale. Un\u2019adeguata protezione di reddito minimo \u00e8 una precondizione critica per un\u2019efficace strategia di investimento sociale. In altri termini, \u2018protezione sociale\u2019 e \u2018promozione sociale\u2019 dovrebbero essere intese come gli indispensabili pilastri gemelli complementari del nuovo edificio del welfare di investimento sociale\u201d (\u201cThe EU Needs a Social Investment Pact\u201d cit., p. 6-7).<br \/>\nLa distinzione fra queste due concezioni aiuta anche, sebbene solo in parte, a chiarire come l\u2019approccio dell\u2019investimento sociale sia \u201cpassato\u201d nelle politiche sociali degli ultimi due decenni. La \u201cTerza Via\u201d abbracciata negli anni \u201990 dalle politiche statunitensi e britanniche sembra frutto di un compromesso pi\u00f9 profondo con le idee neoliberiste, mentre nelle politiche dell\u2019Unione Europea la prospettiva dell\u2019investimento sociale \u00e8 stata adottata nel 2000, con la strategia di Lisbona, come obiettivo di lungo termine cui le scelte nazionali in materia di politiche sociali hanno aderito solo in parte, lasciando in vita ampie sezioni di welfare passivo o del tutto assistenziale e non producendo una rilevante convergenza tra i tre modelli \u201cclassici\u201d di protezione sociale scandinavo, continentale e mediterraneo. Diventa perci\u00f2 difficile capire in quale misura gli attuali assetti della spesa sociale nei diversi Paesi occidentali siano frutto dell\u2019adesione all\u2019approccio dell\u2019investimento sociale, e quanto risentano ancora del \u201cminimalismo\u201d neoliberista \u2013 il quale, come dimostrano l\u2019orientamento delle recenti revisioni e la nozione stessa di \u201cPatto di Stabilit\u00e0 e Crescita\u201d UE, \u00e8 tutt\u2019altro che un residuo del passato.<br \/>\nReinquadrare come investimento a lungo termine la spesa sociale presuppone dunque una sua consistente ridefinizione (un aspetto da non dimenticare quando si usa questo argomento per difenderla dai tagli), e al contempo tale ridefinizione non \u00e8 esente da contraddizioni e possibili obiezioni. \u00c8 sulle pi\u00f9 rilevanti tra esse che cerca di concentrarsi l\u2019intervista che segue.<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Una delle obiezioni pi\u00f9 sovente opposte alle proposte di tagli al welfare \u00e8 che la spesa sociale non \u00e8 \u201cimproduttiva\u201d, come spesso gli economisti neoliberisti hanno affermato, bens\u00ec un \u201cinvestimento\u201d nella capacit\u00e0 produttiva del futuro, per la quale sono imprescindibili qualit\u00e0 del capitale umano e coesione sociale. 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