{"id":2479,"date":"2020-03-13T11:54:26","date_gmt":"2020-03-13T10:54:26","guid":{"rendered":"http:\/\/archivio.pixed.it\/?p=2479"},"modified":"2025-09-01T11:03:52","modified_gmt":"2025-09-01T09:03:52","slug":"9-cento-fiori-sotto-una-nuova-regia-pubblica","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/archivio.accaparlante.it\/?p=2479","title":{"rendered":"9. Cento fiori sotto una nuova regia pubblica"},"content":{"rendered":"<p>Laura Pennacchi, economista, \u00e8 stata eletta alla Camera dei Deputati dal 1994 al 2006 e Sottosegretario al Tesoro nel primo Governo Prodi (1996-1999). Tra i suoi saggi, Lo stato sociale del futuro. Pensioni, equit\u00e0, cittadinanza (Roma, Donzelli, 1997), La moralit\u00e0 del welfare. Contro il neoliberismo populista (Roma, Donzelli, 2008), Pubblico, privato, comune (a cura di, Roma, Ediesse, 2010).<\/p>\n<p><strong>Il welfare come lo conosciamo, specie in Europa, \u00e8 davvero in crisi, o si tratta di una percezione culturale promossa per farlo apparire economicamente insostenibile e smantellarlo?<br \/>\n<\/strong>La crisi del welfare non \u00e8 per niente un dato di fatto. Se si guarda alla sostanza della realt\u00e0, si vede che tutto lo straparlare di crisi del welfare non \u00e8 assolutamente avvalorato dai dati. Se esaminiamo un lungo ciclo storico, dagli anni \u201970 ad oggi, si vede che il welfare, che era cresciuto esponenzialmente nei decenni della cosiddetta \u201cet\u00e0 dell\u2019oro\u201d quando il compromesso keynesiano aveva funzionato egregiamente, ha avuto in seguito tassi di crescita molto inferiori per le proprie voci, fino a una stabilizzazione della spesa rispetto al PIL. In realt\u00e0, quindi, quello di cui dobbiamo parlare non \u00e8 una crisi del welfare ma una sua maturazione, e siamo di fronte a<b> <\/b>uno stato di maturit\u00e0.<br \/>\nIl welfare \u2013 sto parlando soprattutto del sistema europeo \u2013 \u00e8 cresciuto fortemente negli anni in cui bisognava dare un servizio sanitario universale e un sistema previdenziale esteso a tutti (in Italia anche ai lavoratori autonomi, che ad esempio in Germania non sono invece nel sistema previdenziale pubblico). Quei tassi di crescita si giustificavano allora perch\u00e9 servizi universali venivano garantiti a tutta la popolazione. In seguito, c\u2019\u00e8 stata una stabilizzazione sostanziale, una \u201cmanutenzione\u201d del sistema, e quindi il welfare, raggiunto uno stato di maturit\u00e0, non \u00e8 per niente di fronte agli andamenti esplosivi a cui si allude quando se ne cita la crisi. E ci\u00f2 \u00e8 tanto pi\u00f9 straordinario in quanto l\u2019invecchiamento della popolazione, che porta maggiore spesa sanitaria, previdenziale e sociale in generale, \u00e8 stato fortissimo gi\u00e0 negli anni \u201960-\u201970, quando il modello sociale europeo ha fatto fronte a un raddoppio della percentuale di ultra65enni sulla popolazione totale. Questo dimostra l\u2019efficacia del welfare nel fronteggiare fenomeni che oggi si ripropongono con tassi incisivi e che ci riguarderanno anche nei prossimi anni, e la sua capacit\u00e0 di rispondere a bisogni emergenti.<\/p>\n<p><strong>Il welfare europeo della \u201cet\u00e0 dell\u2019oro\u201d si finanziava per\u00f2 con tassi di crescita economica molto pi\u00f9 alti di quelli attuali, raggiunti invece oggi dalle economie emergenti di Asia, Brasile e Russia. Il \u201cmodello sociale europeo\u201d \u00e8 in grado di reggere a questa pressione competitiva, e anzi di costituire appunto un modello per economie che crescono in modo tumultuoso ma non sempre socialmente ordinato?<br \/>\n<\/strong>Il fatto che il welfare sia in stato di maturit\u00e0 significa appunto che esso si \u00e8 adeguato a tassi di crescita inferiori rispetto a quelli degli anni \u201960-\u201970. Non solo: i decenni che hanno seguito la fine della \u201cet\u00e0 dell\u2019oro\u201d hanno visto una grande apertura dei mercati internazionali, una globalizzazione che ha creato una condizione di maggiore sviluppo per i Paesi pi\u00f9 arretrati ma numerosi problemi in quelli occidentali, e questi problemi sono stati affrontati proprio grazie all\u2019esistenza del Welfare State \u2013 che ad esempio, con gli ammortizzatori sociali e la regolazione del mercato del lavoro, ha consentito uno spostamento ordinato di forza lavoro da settori in crisi (anche) per il trasferimento della produzione nei Paesi in via di sviluppo a settori con maggiori tassi di crescita e tecnologicamente avanzati.<br \/>\nQuesto adattamento \u00e8 quindi sicuramente possibile, e il \u201cmodello sociale europeo\u201d non solo pu\u00f2 essere un modello per i Paesi in via di sviluppo, ma lo deve essere. Teniamo presente che quando \u00e8 esplosa la crisi economica mondiale iniziata nel 2007-2008, si \u00e8 manifestata una superiorit\u00e0 assoluta del modello sociale europeo rispetto ad altri sistemi come quello anglosassone. L\u2019Argentina aveva gi\u00e0 conosciuto una crisi drammatica e un default nel 2001; per fare fronte ai problemi della nuova crisi finanziaria (poi estesasi all\u2019economia reale), che ha rimesso in discussione tutto il risparmio affidato ai mercati finanziari e soggetti privati, compreso quello previdenziale, nei primi mesi del 2009 ha dovuto nazionalizzare i 10 fondi pensione privati con cui aveva privatizzato la <i>Social Security<\/i> pubblica nel 1994. Se non avesse fatto questa nazionalizzazione, tornando quindi a un sistema previdenziale di tipo europeo, non avrebbe avuto le risorse per pagare nemmeno le pensioni in essere.<\/p>\n<p><strong>In che modo \u00e8 possibile razionalizzare e adeguare alle esigenze individuali il sistema di welfare italiano, senza con questo creare un sistema di mercato in cui la scelta tra le diverse prestazioni spetti alle famiglie e il ruolo del pubblico si ritragga a quello di mero regolatore?<br \/>\n<\/strong>Io giudico assolutamente sbagliato che per i beni sociali fondamentali il ruolo del pubblico debba ritrarsi e affidare la loro protezione al mercato. Tutta la dottrina economica, anche quella neoclassica e quella che si ispira all\u2019economia del benessere (con grandi Premi Nobel solo parzialmente eterodossi, come Arrow o Stiglitz), dimostra che nei beni sociali fondamentali c\u2019\u00e8 una superiorit\u00e0 dell\u2019offerta pubblica di servizi e di prestazioni. Questo vale per la previdenza, per cui la previdenza privata (ho fatto l\u2019esempio dell\u2019Argentina) non \u00e8 assolutamente in grado di fornire la tutela offerta dai sistemi a ripartizione di tipo pubblico; questo vale per la sanit\u00e0, tanto \u00e8 vero che Obama ha condotto una battaglia campale, nel primo anno del suo mandato, per dotare il popolo americano di un sistema sanitario di tipo universalistico e fondato sulla garanzia del pubblico \u2013 mentre con il sistema privato esistente la spesa sanitaria negli USA \u00e8 il 14% del PIL, quando nei Paesi europei come l\u2019Italia \u00e8 intorno al 6-7%. I sistemi sanitari pubblici sono quindi non solo in grado di fornire servizi universalistici, e dunque maggiore equit\u00e0, ma sono anche pi\u00f9 efficienti, perch\u00e9 sprecano molte meno risorse.<br \/>\nSu previdenza, sanit\u00e0, istruzione c\u2019\u00e8 un\u2019assoluta priorit\u00e0 dell\u2019offerta pubblica di prestazioni e di servizi. Poi ovviamente, ad esempio nella previdenza, si pu\u00f2 pensare a un ruolo del privato, che deve essere per\u00f2 soltanto integrativo. Secondo gli insegnamenti della storia, e anche della teoria, ruoli sostitutivi sono estremamente dannosi e pericolosi. Bisogna pensare a un ruolo integrativo del privato, per esempio alla previdenza complementare e ai fondi pensione, e anche in sanit\u00e0 per alcune prestazioni non fondamentali, ma non per quelle ospedaliere di base: guai a pensare a una privatizzazione degli ospedali di base, come purtroppo sta pensando di fare Cameron, capo del governo conservatore inglese.<br \/>\nE poi ci sono dei campi nei quali i privati, penso soprattutto al privato sociale, possono avere un grande ruolo, ma sono campi per l\u2019offerta di beni di tipo diverso, come l\u2019assistenza agli anziani o le residenze sanitarie assistite. Ad esempio, il supporto alla non autosufficienza, per cui il Governo Prodi aveva istituito un fondo che poi Tremonti ha completamente definanziato, si pu\u00f2 sviluppare con una forma di partnership tra pubblico e privato: si pu\u00f2 pensare a una contribuzione assicurativa obbligatoria, sul modello gi\u00e0 seguito dalla Germania, che serva a fare emergere il lavoro nero e sommerso, con prestazioni fornite da operatori di mercato, individualmente o in forma associata. Gli operatori di mercato, e soprattutto del privato sociale, possono dare moltissimi contributi anche in altri campi, pi\u00f9 legati per\u00f2 all\u2019organizzazione del tempo libero o all\u2019assistenza all\u2019infanzia \u2013 ad esempio, gli asili nido devono essere assolutamente sviluppati nel nostro Paese, e possono esserci forme di partnership pubblico\/privato.<\/p>\n<p><strong>Settori del welfare come i servizi alla prima infanzia, in cui pi\u00f9 forte pu\u00f2 essere (e pi\u00f9 discusso \u00e8 oggi) il ruolo dell\u2019impresa sociale, non fanno quindi parte dei \u201cbeni sociali fondamentali\u201d? E come deve essere impostato in questi ambiti il rapporto tra soggetti privati e attore pubblico?<br \/>\n<\/strong>Anche questi sono beni sociali fondamentali, ma potremmo definirli \u201cnon primari\u201d, mentre potremmo definire \u2013 riprendendo l\u2019espressione di John Rawls, il grande filosofo della teoria della giustizia &#8211; \u201cbeni sociali primari\u201d la sanit\u00e0, la previdenza e l\u2019istruzione, che sono anche quelli sanciti nella nostra Costituzione come diritti universali, rispetto a cui gli altri servizi sono di second\u2019ordine, ma non di minore importanza. In questo ambito, il ruolo dell\u2019operatore pubblico rimane importantissimo, e guai a identificare, nel parlare di societ\u00e0 civile e di privato sociale, un percorso che deresponsabilizzi l\u2019operatore pubblico dalle sue funzioni, come spesso avviene sia a livello nazionale che a livello decentrato. Quando per esempio non si sa risolvere un problema, si inventa un voucher per deresponsabilizzarsi dalla gestione della soluzione di quel problema, lo si monetizza e ci se ne lava le mani.<br \/>\nIo penso che non si debba fare cos\u00ec, e mi risulta che gli operatori del Terzo Settore e la societ\u00e0 civile siano i primi a volere un operatore pubblico che non si deresponsabilizza, perch\u00e9 per potere operare hanno bisogno di un quadro forte, un\u2019architettura istituzionale definita dall\u2019operatore pubblico. Questa definizione deve avvenire in compartecipazione e in concertazione \u2013 non pu\u00f2 essere un assetto che l\u2019operatore pubblico pensa e immagina nella sua testa, come Minerva nella testa di Giove \u2013, e ci si deve arrivare associando una pluralit\u00e0 di soggetti, ma con una regia, una promozione e una spinta che non possono non essere dell\u2019operatore pubblico.<\/p>\n<p><strong>E dove il pubblico, magari per storia e tradizione, ha un ruolo di gestione diretta che ora fa pi\u00f9 fatica a mantenere e non riesce ad ampliare? \u00c8 plausibile che uno stesso servizio sia gestito a volte da un operatore pubblico, a volte da un operatore privato nell\u2019interesse pubblico (ma con condizioni di lavoro diverse, come nel caso dei servizi alla prima infanzia)? O forse, nell\u2019ambito dei beni non primari bench\u00e9 fondamentali, l\u2019operatore pubblico dovrebbe dismettere il ruolo di gestore diretto e fare solo da regolatore?<br \/>\n<\/strong>No, io non penso che il pubblico debba dismettere il ruolo di gestore diretto in modo incondizionato e apodittico; ci vogliono molta sapienza, adattamento e flessibilit\u00e0 rispetto alle diverse situazioni. Per me \u00e8 fondamentale che rimanga il ruolo di regia pubblica, che in molti casi pu\u00f2 voler anche dire gestione diretta. Non bisogna avere un\u2019avversione per la gestione pubblica diretta, e pensare che la gestione del privato significhi automaticamente meno sprechi e pi\u00f9 efficienza, perch\u00e9 questo non \u00e8 mai vero: non lo \u00e8 nemmeno nella sfera della produzione, figuriamoci in quella della protezione sociale. Tuttavia, bisogna articolare a seconda delle diverse situazioni \u2013 far fiorire cento fiori, non impedire la fioritura, che \u00e8 un ruolo dell\u2019operatore pubblico favorire.<\/p>\n<p><strong>Come si concilia una nozione come quella di \u201cmerito\u201d, che spesso si ritiene debba assumere un maggiore rilievo nel sistema socio-economico del nostro Paese, con la copertura del welfare per le situazioni di debolezza?<br \/>\n<\/strong>Le due nozioni si possono e si devono conciliare, adottando uno schema di teoria della giustizia molto profondo, e mi rifaccio ancora una volta a John Rawls, il pi\u00f9 grande filosofo politico del Novecento. Rawls considera il \u201cmerito\u201d una nozione da maneggiare con estrema cura, perch\u00e9 pu\u00f2 portare su false piste se pensiamo che la giustizia si basa soltanto sul riconoscimento del merito, quando per esempio le persone non hanno alcun merito dall\u2019essere nati fortunati, in una famiglia ricca e agiata che gli pu\u00f2 consentire di tutto.<br \/>\nCon una teoria della giustizia comprensiva come quella di Rawls, quindi, bisogna quindi pensare ai beni fondamentali; e bisogna arricchire tale teoria, che pensa alla fornitura di beni fondamentali primari soprattutto in termini di reddito, con la teoria di Sen, che pensa all\u2019offerta di capacit\u00e0 come il poter essere, fare, lavorare, essere informati, comunicare, essere in relazione con gli altri, persino giocare. Queste sono le capacit\u00e0 di cui parla Sen, ed esse vanno fornite a tutti i cittadini sulla base del rispetto della loro dignit\u00e0 di esseri umani e persone. Teniamo conto che la nostra Carta fondamentale costituzionalizza la nozione di persona, una scelta molto rilevante per le implicazioni che se ne possono trarre per una teoria della giustizia.<br \/>\nForniti i beni sociali fondamentali, il merito \u00e8 molto importante nell\u2019accesso a determinate posizioni. Se vogliamo che le persone diventino anche avvocati, professori, medici, \u00e8 molto importante che il merito sia rispettato nell\u2019accesso alle rispettive professioni. Il merito, quindi, non pu\u00f2 valere quando si discute della produzione e della distribuzione di beni sociali fondamentali; deve valere quando si discute dell\u2019accesso a determinati ruoli sociali, ma non pu\u00f2 valere, ancora, come unico criterio quando si discute dei guadagni addizionali una volta che l\u2019accesso a tali ruoli si sia verificato. Per esempio, il fatto che un manager debba avere una retribuzione 400 volte superiore alla retribuzione di un lavoratore medio o mediano non pu\u00f2 essere giustificato in base a nessun tipo di merito. In questo ambito devono quindi tornare criteri egualitari, anche se non di tipo estremistico, e il paradigma dell\u2019uguaglianza deve essere quello fondamentale.<\/p>\n<p><strong>Le sfide (e le minacce) al welfare futuro, come nel caso della \u201clettera della BCE\u201d del 5 agosto scorso, vengono spesso da organismi sovranazionali in cui c\u2019\u00e8 una carenza di rappresentanza politica dei cittadini. Come pu\u00f2 la popolazione fare sentire la propria voce rispetto a tali organismi?<br \/>\n<\/strong>Eleggendo parlamenti e governi che non siano di centro-destra. La nuova governance economica europea definita il 24-25 marzo 2011 \u00e8 nefasta, perch\u00e9 sollecita politiche di austerit\u00e0 secondo l\u2019ortodossia monetarista e neoliberista, che hanno effetti estremamente restrittivi e recessivi, per cui stiamo tutti entrando in un double-dip, una seconda recessione gravissima dopo quella che abbiamo avuto nel 2009. Queste politiche non sono quindi nemmeno in grado di assicurare davvero l\u2019equilibrio di finanza pubblica, che pure ci vuole, perch\u00e9 con la recessione provocheranno un avvitamento, e non una soluzione, dei problemi del debito e del deficit.<br \/>\nDall\u2019altro lato, le politiche neoliberiste sono nefaste perch\u00e9 adesso vorrebbero punire gli Stati, che nel 2008-09 hanno salvato il mondo dalla catastrofe del sistema finanziario internazionale trasformando immensi debiti privati in debiti pubblici, costringendoli a politiche di tagli selvaggi, che vanno a gravare in primo luogo sulla spesa sociale. Questo \u00e8 assolutamente intollerabile, e bisogna chiedere una modifica della governance economica definita con il Consiglio Europeo di marzo, che porta il segno della Germania di destra della Merkel. La lettera della BCE non va sopravvalutata e va contestualizzata: in fin dei conti, \u00e8 una lettera inviata a un governo di centro-destra che aveva inventato e praticato la finanza creativa.<br \/>\nI cittadini hanno la possibilit\u00e0 di eleggere parlamenti e governi che modifichino queste strutture, e ripongano su basi pi\u00f9 solide, eque ed efficaci il rapporto tra crescita economica e sviluppo del welfare \u2013 che non deve crescere pi\u00f9 ai tassi vertiginosi degli anni \u201960 e \u201970, ma non deve nemmeno essere tagliato e devastato. Le risorse si possono trovare pensando soprattutto al possibile sviluppo del welfare legato alle nuove attivit\u00e0, al tempo libero, alla riqualificazione delle citt\u00e0, persino alla green economy, e scommettendo sulla sinergia positiva tra sviluppo economico e sviluppo sociale.<\/p>\n<p><strong>Per salvare il welfare occorre ripensare allora tutto il sistema economico in cui viviamo? Ed esistono nel panorama attuale forze politiche in grado di intraprendere questo compito?<\/strong>Penso che ci sia una grande battaglia, anche di tipo culturale, da compiere. \u00c8 una battaglia affascinante, che richiede un\u2019elaborazione culturale molto forte, per fare i conti con il passato e guardare al futuro. Del resto, con la crisi economica globale \u00e8 deflagrato un intero modello di sviluppo: quello del consumismo sfrenato, della trasformazione di ogni cosa in merce, dell\u2019indebitamento selvaggio, dell\u2019iperfetazione della finanza. Tutto questo \u00e8 ormai drammaticamente in crisi, ma sar\u00e0 difficile imporre un nuovo modello di sviluppo. Occorre un grande lavoro di rielaborazione, un new economic thinking, come dicono i democratici americani, Stiglitz, Soros e persino una testata liberale come l\u2019Economist.<br \/>\nRobert Reich ha proposto di recente di ridare vita ad alcune agenzie che erano state fondate durante il New Deal. Bisogna pensare nei termini di una nuova grande transizione, come l\u2019aveva descritta Polanyi negli anni tra le due guerre, riferirsi a questo tipo di analisi e riflessione e portarla avanti. \u00c8 molto difficile, ma \u00e8 anche estremamente affascinante, battersi per questa sfida; e se la sinistra e il centro-sinistra non si caratterizzano su questo, su che cosa mai si potranno caratterizzare?<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Laura Pennacchi, economista, \u00e8 stata eletta alla Camera dei Deputati dal 1994 al 2006 e Sottosegretario al Tesoro nel primo Governo Prodi (1996-1999). Tra i suoi saggi, Lo stato sociale del futuro. Pensioni, equit\u00e0, cittadinanza (Roma, Donzelli, 1997), La moralit\u00e0 del welfare. 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